martedì 31 marzo 2020

Compango asturiano, fabada asturiana e … garbanzas canarias

Dopo vari giorni di dieta stretta per lo più a base di verdure e legumi, ho deciso di concedermi un bel piatto di garbanzas (nella foto in basso quello di Casa Tata), tipica zuppa canaria di ceci, molto ricca e saporita, già menzionata più volte visto che è uno dei miei piatti preferiti. Avendo bisogno di molti ingredienti in piccole quantità (cucinando solo per me stesso) ho dovuto rinunciare a qualcosa e adattarmi al compango che si trova nei supermercati (vedi seconda foto).

Il compango asturiano è un misto di carni suine salate e/o affumicate indispensabili per la corretta preparazione della fabada (acquisito fra i piatti nazionali spagnoli) e altre pietanze tradizionali della Spagna del nord a base di legumi e verdure come il pote asturiano, il cocido lebaniego e il cocido montañés, ma tale combinazione è utilizzata in tanti altre regioni e anche alle Canarie per preparare garbanzas. I tre componenti base sono morcilla, chorizo e tocino, ma possono essere aggiunti costillas, testa, ecc.
La morcilla asturiana si presenta come una salsiccia molto scura, dal sapore molto deciso (soprattutto affumicato) e fa parte della famiglia dei sanguinacci (insaccati, non quello dolce napoletano). Si prepara a caldo e gli ingredienti principali dell’imbottitura sono: sangue di maiale, cipolla, tocino e pimentón (misto di spezie simile all’ajì latinoamericano e la paprika ungherese). Deve essere bucata prima di cuocerla, altrimenti “esplode; il suo sapore è quello prevalente.
Anche il chorizo asturiano ha un sapore deciso ed è affumicato; si tratta una salsiccia semisecca di carne di maiale che viene condita con aglio e molto pimentón che conferisce il caratteristico colore rosso.
Il tocino è simile alla nostra pancetta tesa o al bacon, ma in Spagna si usa per lo più a pezzi e non a fette e i tipi più comuni sono il salato e l’affumicato.
Vediamo ora (in linea di massima) come si prepara un piatto di garbanzas.
Comincio con il ripetere che in spagnolo i ceci si chiamano garbanzOs, mentre con il termine garbanzAs ci si riferisce alla tipica zuppa di ceci molto popolare in tutte le isole Canarie, specialmente nelle tascas e nei guacinches. Dati i suoi vari ingredienti, è un piatto che risulta difficile da preparare per una o due persone e, al di fuori delle Spagna, è anche quasi impossibile trovare tutti gli ingredienti giusti. Come ogni ricetta tradizionale ci sono molte varianti ed ognuno ha la sua ricetta di famiglia. Oltre agli ovvi ceci, sono indispensabili vari pezzi di carne di maiale (3 dei quali si possono comprare insieme compango se si vuole semplificare …) quali tocino e costillas (pancetta e costine, si preferiscono quelle salate) e chorizo. Facoltativi sono la morcilla e il piede di maiale (manita de cerdo). I ceci e le carni salate si mettono in ammollo separatamente e dopo varie ore (di solito una nottata) si mettono a cuocere a fuoco lento in abbondante acqua garbanzos e costillas, nonché le eventuali manitas. Le altre carni (tocino, chorizo ed eventuale morcilla) si aggiungono dopo una mezz’oretta.
Nel frattempo, si prepara la cosiddetta fritura, vale a dire un trito di aglio, cipolla, pomodori pelati e senza semi, peperone (tutto in pezzi piccoli) soffritto in olio d’oliva. Tolta la padella dal fuoco si aggiunge il quasi onnipresente pimentón e poi si aggiunge ai ceci insieme ad una foglia di alloro ed eventuali spezie come azafrán o cumino. Infine, si soffriggono delle patate tagliate a tocchetti e si aggiungono al tutto quando i ceci saranno quasi cotti in modo da addensare il piatto. A fine si separa la carne dalle ossa (manitas e costillas), si taglia a pezzetti e si mette di nuovo nella pentola. 
Tutti i puristi tinerfeños garantiscono che è una di quelle pietanze da gustare il giorno dopo averla preparata … ed è proprio così, si nota la differenza!
Concludo con poche parole in merito alla fabada asturiana (foto sopra) e anche in questo caso è necessaria una precisazione linguistica. Le fabas sono i fagioli che in Italia sono venduti come bianchi di Spagna; le fave si chiamano habas. Quindi, se ordinate una fabada, non vi meravigliate quando vi serviranno un piatto a basa di fagioli e non di fave.
Ci sono due differenze sostanziali con fra fabada e garbanzas: i fagioli non devono mai essere smossi in quanto (essendo più delicati dei ceci) si romperebbero e le carni (seppur cotte con tutto il resto) si servono in piatto separato. I puristi asturiani, inoltre, non aggiungono alcuna spezia e neanche la foglia di alloro.

lunedì 30 marzo 2020

El Indio 4: stimato da Sam Peckinpah anche come attore

Emilio Fernández non ha mai nascosto di essere più che orgoglioso di essere messicano, di non essere disposto a subire prepotenze, essere donnaiolo ma allo stesso tempo romantico … insomma lo stereotipo di vero macho di un tempo, anche sempre pronto a impugnare la pistola (come ho già riportato nel post precedente, quando voleva sparare Paco Rabal).
Ed ecco un altro aneddoto relativo alla sua casa-fortaleza a Coyoacan (il noto sobborgo di Città del Messico residenza di tanti artisti, nei pressi dei famosi Estudios Churubusco), ascoltato dalla viva voce della nipote. Approfittando del fatto che il regista stava girando lontano dalla capitale, un politico locale proprietario di un terreno adiacente nel quale aveva costruito la sua grande residenza, aprì (abusivamente) una strada nel grande giardino di Emilio, dividendogli così la proprietà. Appena tornato in città, già informato dell’accaduto, era sul punto di mettere mano alla pistola e regolare i conti in modo molto spiccio ma, anche stavolta, fu saggiamente dissuaso dai suoi amici. Non potendo certo lasciar passare sotto silenzio l'affronto, decise di agire in modo molto diverso. Fece costruire un ponte per passare da un lato all'altro del giardino e su ambo i lati fece scrivere a chiare e grandi lettere una frase a dir poco offensiva nei confronti della madre del politico in modo che questi dovesse leggerla ogni volta entrava o usciva da casa.
Questo suo carattere fumantino - sommato alla buona fama che aveva nel mondo del cinema, alla sua presenza e unito alla padronanza dell’inglese americano - fece sì che Sam Peckinpah (regista spesso sottovalutato e considerato da molti regista di B-movies violenti) lo considerò perfetto per interpretare alcuni ruoli che ben si adattavano al suo carattere e alla sua immagine. El Indio vestì quindi panni di:
General Mapache (foto sopra) in The Wild Bunch (1969, IMDb 7,9 * RT 92%) Il mucchio selvaggio
Paco in Pat Garrett & Billy the Kid (1973, IMDb 7,3 * RT 86%) 
El Jefe in Bring Me the Head of Alfredo Garcia (1974, IMDb 7,5 * RT 79%)

Penso che dovrò dedicare apposito post a Peckinpah in quanto è stato un regista innovativo e di assoluto rilievo negli anni ’60-’70, anche se i meriti di molti suoi film sono stati riconosciuti solo successivamente. Soprattutto a causa delle sue continue controversie con i produttori (sempre in ritardo con le riprese e fuori budget) e del suo alcolismo ha diretto solo 14 film, molti dei quali però godono di buona critica anche se all’uscita incassarono poco. Oltre i tre già citati, vale la pena ricordare:
1962 Ride the High Country (IMDb 7,5 * RT 93%) Sfida nell'alta sierra
1970 The Ballad of Cable Hogue (IMDb 7,2 * RT 93%)
1971 Straw Dogs (IMDb 7,5 * RT 83%) Cane di Paglia

giovedì 26 marzo 2020

Micro-recensioni 81-90 del 2020: generi, epoche e nazionalità molto vari

Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese (Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido (Luis Berlanga, Spa, 1961)
Sandakan 8 (Kei Kumai, Jap, 1974)
Sophie Scholl (Marc Rothemund, Ger, 2005)
La comedia negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto. Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga, superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb 8,1).
In Sandakan 8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle ultime interpretazioni di Kinuyo Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice.
Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé (Ousmane Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004)
Une vie toute neuve (Ounie Lecomte, Fra/Kor, 2007)
Questi due film “etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco rappresentati cinematograficamente. Moolaadé fu l’ultimo dei 9 film del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”, quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere … mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro.
Interessante ma troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile.
L’altro film tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei bambini.
Valentín (Alejandro Agresti, Arg, 2002)
Swimming Pool (François Ozon, Fra/UK, 2003)
Poche parole per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale fa quasi da badante.
Il film di Ozon mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese, si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e, nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo Chorus (Yasujirô Ozu, Jap, 1931)
The Water Magician (Kenji Mizoguchi, Jap, 1933)
The Actress and the Poet (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Infine, i tre giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi. 

mercoledì 25 marzo 2020

“Game Farm” … come un safari (fotografico) statico

Argomento spinoso e controverso, ognuno ha diritto di avere le proprie opinioni e le proprie preferenze. Comunque, mi sembra che gli animali ripresi in queste foto stiano molto meglio di tanti cani sui balconi cittadini o perennemente alla catena, uccelli in gabbia e animali esotici (spesso singoli e illegali) in un piccolo terrario, criceti che impazziscono correndo nella ruota e via discorrendo, situazioni e comportamenti che pochi media si azzardano a condannare considerato l'enorme giro di affari che ne deriva. 
Questa ennesima situazione di “animali in cattività” è molto particolare e ne sono venuto a conoscenza grazie ad una mia amica americana, fotografa dilettante, che mi ha inviato una dozzina di foto scattate in Montana (USA), nel corso di un workshop fotografico. A gennaio, è infatti andata al Triple “D" Ranch”, che mette a disposizione degli ospiti (ovviamente paganti) varie decine di animali selvatici, di un paio di dozzine di specie diverse, oggettivamente difficili da fotografare - e ancor più filmare – liberi in natura. Chi ha l’occasione di andarci, certamente godrà di uno spettacolo straordinario, in poco tempo e in relativamente poco spazio, al contrario dei bravi fotografi professionisti che per ottenere un eccellente scatto passano giorni se non settimane in attesa che il “soggetto” appaia. 
Come accennato in apertura, anche questi tipi di ranch sono spesso criticati aspramente sia da etologi e animalisti seri che dai tanti ipocriti che tengono animali in cattività in casa (o addirittura in gabbia o in acquario o terrario) in ambienti non idonei e certamente molto diversi da quelli che dovrebbero essere naturali per le specifiche specie. 
Gli animali del Triple “D” (basti leggere la lista delle specie) sono quelli tipici del nord America (o di climi molto simili) e includono grandi mammiferi quali il grizzly, il puma, la tigre siberiana, il puma, che quindi godono/risentono delle condizioni ambientali più o meno come se stessero liberi in natura, ma qui con garanzia di cibo e attenzione in un ampio spazio. Fra i tanti casi di “animali tenuti in cattività”, spesso a scopo di lucro (zoo, circhi, zoosafari, show acrobatici, ecc.), questo mi sembra dei meno gravi o dannosi. 
I visitatori sono nello stesso enorme recinto nel quale si trovano gli animali, ma devono stare rigorosamente in fila (come un plotone di esecuzione), non si possono spostare ne muoversi più dello stretto necessario, non possono portare borse o zaini ma solo la loro macchina fotografica e un cavalletto, indispensabile per scattare buone foto con lo zoom. Unica eccezione è quella della tigre siberiana; in questo caso i fotografi sono quasi in gabbia, separati dallo spazio riservato alla tigre da una doppia recinzione, una delle quali elettrificata.
Questo è il sito del Triple “D” Ranch, questa la pagina con le specie presenti ed alcune foto dei “modelli e qui ci sono una serie di video, nel caso qualcuno volesse dare un’occhiata. Da un punto di vista strettamente utilitaristico (da parte degli osservatori / fotografi) è un’occasione eccezionale, in quanto gli animali sono abbastanza liberi e non soggetti a comandi esterni (non c’è un ammaestratore) ma si comportano naturalmente, o almeno danno questa impressione.
Vi segnalo alcuni post degli anni scorsi in cui ho trattato dei complicati rapporti fra uomini e animali, a partire da situazioni limite, eppure assolutamente reali:
Ed ecco alcune altre foto:

sabato 21 marzo 2020

Micro-recensioni 71-80 del 2020: Kinuyo Tanaka, Yasujirô Ozu e il cinese Mu Fei

Decina tutta dell’Estremo Oriente quasi totalmente giapponese completata da un raro film cinese del 1948, da molti giudicato fra i migliori, se non il migliore, del secolo scorso.
Ben 7 dei 9 giapponesi sono legati al nome di Kinuyo Tanaka una delle più famose e attive attrici nipponiche, 202 film in 42 anni. Ha lavorato con i migliori registi dell’epoca e fra il 1953 e il 1962 ha diretto 6 apprezzati film. In questo gruppo ci sono 4 film di Yasujirô Ozu (3 dei quali muti nonostante si fosse già negli anni ’30) che la vedono protagonista e 3 dei suoi film da regista (in due dei quali ha anche una piccola parte). Fra le sue più famose interpretazioni a livello internazionale, sono quelle nei capolavori di Mizoguchi (Oharu, Sansho, Ugetsu) e lei è la Orin di Narayama di Kinoshita.
   
Love Letters (Kinuyo Tanaka, Jap, 1953)
The Eternal Breast (Kinuyo Tanaka, Jap, 1955)
Love under the Crucifix (Kinuyo Tanaka, Jap, 1962)
Più interessanti i primi due, in classico stile giapponese del dopoguerra, nei quali si notano influenze sia di Ozu che di Mizoguchi; il primo, Love Letters (tit. or. Koibumi, 2 Nomination a Cannes) segna l’esordio alla regia di Tanaka. Entrambi si possono includere nel genere melodramma realistico del dopoguerra; anche il terzo (ultima regia dell’attrice che negli anni successivi sarebbe apparsa solo in un’altra 15ina di film) è un melodramma ma è ambientato alla fine del XVI secolo ed è a colori. 
Koibumi, pur avendo in effetti protagonisti maschili, è centrato sulle donne che, loro malgrado, si dovettero adattare ad accompagnarsi con i soldati americani. A questi sono indirizzate le lettere d’amore del titolo e ogni donna ha una storia diversa. Questa anomala attività di scrivano del protagonista lo farà rientrare in contatto con il suo amore perduto …
La protagonista assoluta di The Eternal Breast è invece una donna, forte, che porta avanti la sua privata lotta per la propria indipendenza, contro i tradizionali principi della buona società giapponese (per lo più maschilisti) e contro il cancro. Se il primo era più sentimentale, questo è certamente drammatico, ma senza dubbio ben realizzato come l’altro.
Il terzo, come anticipato, dà più spazio alla cinematografia approfittando anche del formato (2.35:1), con molti esterni e bella scenografia (costumi e ambienti). In questo caso si tratta di una vecchia passione che si riaccende dopo molti anni ma è inibita da questioni religiose (all’epoca i cattolici era praticamente banditi, se non perseguitati). Queste saranno utilizzate per mettere fuori gioco avversari politici e concorrenti nel fiorente commercio con l’Occidente. Manca di spessore e si muove fra lo scontato e il ripetitivo.

Dove sono finiti i sogni di gioventù?  (Yasujirô Ozu, Jap, 1932)
Woman of Tokyo (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
Dragnet Girl (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
A Hen in the Wind (Yasujirô Ozu, Jap, 1948)
Può sembrare strano, ma nella prima metà degli anni ’30, mentre tutti si davano da fare per adattarsi all’avvento e gran successo del sonoro che fece cadere nell’oblio molti registi e attori che avevano avuto enorme successo con il muto, Yasujirô Ozu continuò a dirigere film muti fino al 1935 e solo nel 1936 uscì il suo primo talkie, The Only Son (tit. or. Hitori musuko). I suoi muti erano di genere molto vario, commedie che includevano visioni ironico/critiche della società giapponese (p.e. Dove sono finiti i sogni di gioventù?), drammi nudi e crudi (Woman of Tokyo) e perfino noir ante litteram (Dragnet Girl). Nei primi due il protagonista è Ureo Egawa, un attore dal volto molto particolare derivante dall’essere nippo-tedesco; negli anni successivi non ebbe grande successo. Come detto, in questi 4 film di Ozu è protagonista (o tuttalpiù co-protagonista) anche l’allora poco più che ventenne Kinuyo Tanaka.
Nell’ambito del cinema giapponese di quei tempi, Dragnet Girl è senz’altro un film insolito e in esso molti hanno voluto vedere l’influenza di von Sternberg e non sono pochi quelli che lo etichettano come antesignano dello stile dei noir americani.
In A Hen in the Wind (1948) si ritrovano invece molti dei temi dominanti del dopoguerra, il ritorno di soldati e prigionieri in Cina che si riuniscono con mogli e a volte figli che non vedevano da molti anni e le riunioni non sono sempre facili.
Tutti film da guardare, sia i 4 diretti da Ozu che i 3 di Kinuyo Tanaka.

   
Spring in a Small Town (Mu Fei, Cina, 1948)
Introspection Tower (Hiroshi Shimizu, Jap, 1941)
Yellow Crow (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Comincio con l’unico cinese, di un regista che non conoscevo assolutamente, prematuramente scomparso a soli 44 anni con soli 10 film al suo attivo, eppure considerato uno dei migliori registi cinesi di metà secolo scorso. Il suo Spring in a Small Town è tenuto in gran considerazione anche per non essere un film politicizzato o di propaganda come erano la maggior parte degli altri dell’epoca. Mu Fei dirige un ottimo dramma sentimentale in spazi ridotti e con soli 5 attori (3 veri protagonisti). Anche in questo caso c’è un re-incontro fra un medico ed una sua possibile sposa di una decina di anni prima, ora spostata con un suo amico gravemente malato. Tutto ruota attorno ad un sottile intreccio di gelosia, passione, rispetto per l’amicizia e per il coniuge. Una vera sorpresa.
Di Hiroshi Shimizu ho già parlato nei post precedenti ed anche in questo suo film c’è molto realismo che a tratti si avvicina quasi al documentario. Descrive la l’interazione in un collegio per minori “difficili” (quasi riformatorio ma senza alcuna barriera), sia fra i ragazzi e ragazze ospiti, sia fra i giovani e i loro tutori. Film quasi corale molto ben realizzato.
Infine, Yellow Crow di Gosho, del quale avevo apprezzato An Inn at Osaka (1954) visto qualche settimana fa. Per l’ennesima volta si tratta di un ritorno di un uomo che ritorna a casa dopo una decina d’anni ma non riesce a entrare in empatia con il figlio (nato subito dopo la sua partenza). Il protagonista è in effetti il ragazzo (oggettivamente un po’ difficile) che, abituato a vivere da solo con la madre, si trova ora ad avere un padre che non lo comprende ed anche una sorellina che, ovviamente, crea qualche gelosia. Non mi ha convinto più di tanto, ma non è certamente malvagio.

venerdì 20 marzo 2020

Allerta per i miei colleghi camminatori (e altri a riposo forzato)

Fra tanti problemi seri derivanti dal diffondersi del coronavirus ecco quello, essenziale per quanto possa sembrare triviale, di chi si trova a dover cambiare drasticamente la propria dieta abituale per il “crollo” dell’effettivo fabbisogno calorico giornaliero. Ciò vale sia per quelli il cui lavoro implica grande dispendio di energie, sia per chi brucia pari quantità di calorie per diletto (p.e. podisti e ciclisti amatoriali, per non parlare dei semiprofessionisti).
Anche io rientro nella seconda categoria in quanto, almeno negli ultimi tre mesi, ho percorso poco meno di 20km al giorno di media. Ora, chiuso in casa per la maggior parte del tempo, una ventina di km li faccio più o meno in una settimana andando a fare la spesa. Da ciò consegue che il mio “normale” fabbisogno quotidiano (3.200-3.500 kcal) da un giorno all'altro è diminuito di circa 1.000kcal ma il mio stomaco si aspetta, e quasi pretende, lo stesso volume di cibo.
Forzato ad abbandonare i miei ricchi e abbondanti piatti preferiti, per lo più proteici come le costillas fritas (trachiolelle/costine, foto sopra), che fino a domenica scorsa ho gustato 6 giorni a settimana a Casa Tata (vedi altre foto esemplificative) e che poi compensavo con un buon piatto di pasta serale, ho dovuto rivedere sostanzialmente la mia dieta e cominciare a comprare molte più verdure e frutta. 
I pacchi da mezzo chilo di pasta che fino a pochi giorni fa dividevo in 3 (167g a porzione) ora li divido in 4 (125g ... una tristezza, mi sembra un piatto quasi vuoto). Ho eliminato le pur ottime banane locali (a km 0) e le ho prontamente sostituite con altra frutta dell’isola, come mandarini, meloni invernali e papaya (100g di banana = 300g di papaya, 400 di melone). Praticamente, metà di questa bella mezza papaya (porzione più che abbondante, 350g ca) è molto meno calorica di una banana media! La farò fuori in due colazioni.
Ho ridotto il consumo degli ottimi formaggi tipici canari, la maggior parte prodotti da latte misto (con minimo garantito di ovino e caprino) e prediligendo i freschi (meno di 300kcal per 100g) rispetto ai secchi (mediamente 450kcal). Questo in basso ha un minimo di 15% di latte di capra, è curado (stagionato, duro) e, oltre a essere ottimo, ... guardate il prezzo!
 
Oggi ho sperimentato un abbondantissimo stufato di maiale prevedendo di consumarlo in 3 volte, ma penso che non vedrà l’alba di domattina …  Infatti, a conti fatti, il ½ kg di carne, 2 cipolle, mezza verza (piccola), 2 carote (grandi), 5 patate (piccole), più gli ovvi aglio, peperoncino, rosmarino, poco sale e appena un cucchiaio d’olio non arrivano a 1.300 kcal, il che mi consente di consumarlo in due volte e di bere anche una birra a pasto pur rientrando nei miei nuovi limitati standard (pur calcolando anche le circa 500kcal di colazione).
Nel frigo c’è ancora un pezzo di chorizo (fino a nuovo avviso sarà l'ultimo) che dividerò fra le prossime zuppe di lenticchie.
A chi si trovi nella mia medesima situazione, consiglio quindi di cominciare a rivalutare zuppe e minestre, ridurre pasta (ma non certo eliminarla), prediligere legumi e verdure in quantità e tanta frutta. E non fare come certe mie conoscenze che, dovendo stare a casa, cucinano sì ma mi mandano foto dei dolci, delle brioches e delle zeppole che preparano!

Cambiate drasticamente dieta prima che sia troppo tardi e fate ginnastica a casa. 
Non vi fate trovare in sovrappeso al momento di ricominciare a camminare sul serio!

giovedì 19 marzo 2020

I miei post "orientistici" vi hanno incuriosito? Ecco la vostra occasione!

A molti Camminanti ed escursionisti in genere tornerebbe utile approfondire la conoscenza dell'orientamento, vale a dire uso di carta e bussola e soprattutto di logica. Quale modo migliore se non partecipare a qualche gara di orienteering, anche se si procederà lentamente e con cautela, sia che si tratti di prova in ambiente naturale o intricato centro storico. 
Ai più "avventurosi" segnalo la prossima edizione del POM, che di terrà a Lisbona dal 12 al 16 febbraio 2021. Si potrà scegliere fra 6 gare in 5 giorni. Infatti, la manifestazione per la prima volta prevede 2 competizioni diverse, di tre prove ciascuna, con classifiche separate. L’Urban POM prevede tre gare sprint in ambiente cittadino, fra centri storici e aree verdi, il cui esito si baserà sulla somma dei punti ottenuti in queste tre gare:
12 feb Parque dos Poetas (Oeiras)
13 feb Vila de Cascais (Cascais)
14 feb Alfama (Lisboa) (WRE?) (stralcio di mappa qui sotto)
La gara di apertura è quindi prevista a Oeiras (pochi km a ovest di Lisbona) e il giorno seguente ci sarà un doppio impegno a Cascais per chi partecipa a tutte le gare: mattina nel bosco per la lunga distanza e nel pomeriggio il centro urbano della nota località turistica, che comprende Estoril. La terza e ultima gara sarà quella più attesa, essendo oltretutto candidata come prova valida per il ranking mondiale (WRE), nel famoso intricatissimo dedalo di viuzze e scalinate del quartiere di Alfama, una volta malfamati bassifondi, oggi rigenerato e ripulito dal turismo e capitale del tradizionale fado
Invece, le 3 gare Forest POM si svolgeranno in ambiente naturale, due avranno luogo nell'enorme parco forestale di Monsanto (a Lisbona, circa 10kmq) e una nei boschi presso Cascais; secondo questo calendario:
13 feb Pedra Amarela (Cascais) gara long
15 feb Parque de Monsanto (Lisboa) middle (WRE?)
16 feb Parque de Monsanto (Lisboa) middle 
Si tratta di un’occasione imperdibile per gli escursionisti che vogliano migliorare le proprie capacità di orientamento divertendosi e approfittando dell'eccezionale contorno sociale, culturale e gastronomico! Uno dei pregi dell'Orienteering, vero sport per tutti, è che la IOF (International Orienteering Federation) stabilisce che in ogni gara, anche nei Campionatii Mondiali, siano previste anche varie categorie per principianti o per chi voglia solo rilassarsi. Ciò significa che chiunque può iscriversi e partecipare senza troppi patemi d'animo a quante e quali gare desideri non essendo necessario farle tutte, se ne può scegliere anche solo una.


Questo è il breve video di presentazione del POM 2021nal quale vengono mostrati scorci del Parque Forestal de Monsanto e del caratteristico groviglio di vicoli e scalinate di Alfama. Trovandosi in una delle più interessanti capitali europee, nel tanto tempo libero non ci sarà certo tempo di annoiarsi e, al contrario, si sarà impegnatissimi fra attività culturali e percorsi enogastronomici. Ai più volenterosi offro preparazione tecnica durante i prossimi mesi e assistenza a chi vorrà partecipare.

Aggiungo un video appena visto, del NAOM 2020 (Norte Alentejano Orienteering Meeting), Se non avete la pazienza di guardarlo per intero (15') saltellate qui e là per apprezzare le belle immagini da drone e vedere come anche una qualunque gara internazionale si svolga in silenzio, nel rispetto degli altri e ognuno al suo passo (se sa dove andare …). La prima e l'ultima parte si riferiscono alle gare di media e lunga distanza, fra prati e aree con densa vegetazione, fra le fante spesso enormi pietre caratteristiche della regione che creano non pochi problemi di interpretazione e navigazione. La parte centrale si riferisce alla gara nel centro storico di Alegrete. Nel complesso ben illustra due aspetti fondamentali della Corsa di Orientamento
  • anche i terreni aperti (privi di boschi) possono essere altamente tecnici e proprio per questo da affrontare come sfida personale
  • gli organizzatori riescono a proporre sempre e comunque percorsi alla portata di bambini, principianti, anziani e famiglie che vogliono svagarsi … usando il cervello
La bontà è la varietà della cucina lusitana, da sole, giustificano un viaggio a Lisbona, ma c'è anche il fascino di una città ricca di storia e cultura ... io ho già comprato il biglietto! 

mercoledì 18 marzo 2020

Gli Orientisti? ... più strani degli Escursionisti, ma non certo stupidi!

Se per alcuni gli escursionisti sono assimilabili agli scemi (leggi post), per gli stessi gli orientisti saranno certamente considerati dei pazzi.
Entrereste da soli in un bosco come questo mostrato nelle foto in basso (Golubinjak, Croazia), oltretutto sapendo che è quasi del tutto privo di sentieri? Uno di quei boschi nei quali nessuna persona sana di mente (che significa?) si sarebbe mai avventurato da solo? 
 

 
Eppure volontariamente gli orientisti vanno a crearsi problemi dovunque e pagano per partecipare a queste gare che più difficili sono e maggior soddisfazione danno. Entrano in qualunque bosco e si avventurano in qualunque area selvaggia contando solo sulla mappa raccolta al momento della partenza, una bussola e la loro testa … e poi ne escono certamente vivi anche se stanchi e spesso con qualche graffio in più. Perfino io che sono nemico del freddo ho corso su terreni ghiacciati e anche in 30 centimetri di neve, nel fango, sulla sabbia, nella nebbia e sotto la pioggia … ma ci sono anche terreni più accoglienti, ma non per questo più semplici in mezzo a centinaia di pietroni (classici dell'Alentejo).
 
Molti sono i pregi della Corsa di Orientamento (Orienteering) … attività sportiva all’aperto e per lo più in ambiente naturale, uso di doti mentali più che fisiche, cimentarsi sugli stessi terreni di gara percorsi dai campioni, pur non avendo arbitri in campo nessuno litiga e ognuno si fa carico dei propri errori e quindi decide se parlarne con altri concorrenti, amici o sconosciuti che siano, discutere delle proprie scelte o semplicemente prendersela a ridere, “piangere sulle proprie miserie” (idiozie più o meno gravi commesse) casomai litigando con la carta di gara.
In merito a ciò ricordo due episodi esemplari, entrambi avvenuti al termine di gare internazionali. Quello che è rimasto più impresso nella mente è uno che ha valso ad un orientista portoghese il soprannome che vergogna! Lo vedemmo camminare lentamente nell’arena (l’area al lato dell’arrivo, es. sotto a sx)), intento a osservare la carta, si fermava riguardava la carta e diceva “Que vergonha!” poi alzava gli occhi al cielo, faceva pochi passi, riguardava la carta e ripeteva “Que vergonha!”, sempre ad alta voce e, questo sì, senza vergogna. L’altro caso è in parte simile, ma il protagonista fu un atleta spagnolo di buon livello che dopo essere passato a scaricare i dati e poi per il ristoro, appena giunto dove era accampato con i suoi amici, sbatté la mappa (forse una come quella sotto a dx?) a terra gridando ¡Cabròn!, ovviamente riferito a sé stesso. Cosa avevano mai combinato i due? Non si sa, ma gli aneddoti evidenziano che ogni orientista, atleta di punta che ambisca al successo o amatore che non avrebbe mai vinto, si rende conto degli errori commessi e incolpa solo sé stesso. L’esperienza dimostra che nessuno è esente da sbagli e che la gara perfetta non esiste.
 
Ricordo che una volta in Slovenia, eravamo rimasti in pochi in attesa della partenza, sul fondo di una classica dolina carsica (una profonda depressione), in un bosco tanto fitto da far sembrare quasi fosse notte, un collega commentò: “Certo dobbiamo essere strani per stare qui da soli, in un posto come questo!”, ed aveva certamente ragione, ma stranezza non è sinonimo di stupidità.

Molto strani … certamente è quello che pensano le persone che ci spiano dalle finestre o dall'uscio di casa quando andiamo a correre nei centri storici di paesini sperduti in aree montane o rurali. I residenti abituati a vedere sempre le stesse (relativamente poche) facce, si vedono davanti un numero enorme di persone di tutte le età (soprattutto ultracinquantenni e chiaramente stranieri) che indossano divise colorate e spesso sgargianti, di fogge per loro inconcepibili o addirittura scandalose. Gli sguardi, specialmente di quelli più avanti con l’età, sono uno spettacolo ma più che significativi … fra lo sbalordito e il riprovevole.
Che volete? noi Orientisti, ci divertiamo così!