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mercoledì 29 aprile 2020

Micro-recensioni 141-145: mix di arretrati asiatici … Iran, Jap, Kor e Taiwan

Avendo organizzato la visione delle precedenti cinquine asiatiche in modo abbastanza omogeneo, mi erano rimasti vari scampoli. Nonostante la generale buona fama dei titoli, vari di essi mi sono sembrati deludenti, certamente al di sotto delle mie aspettative. Quello che ho gradito di più è il più "povero".

A moment of Innocence (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) IMDb 7,9 RT 89%
Ancora una volta un film in un film iraniano, come quelli della trilogia di Koker di Kiarostami in uno dei quali Makhmalbaf interpretava sé stesso e si basava su un altro singolare evento della sua movimentata vita. Qui il regista dirige e interpreta di nuovo sé stesso e, da regista/sceneggiatore (anche nel film), mostra la produzione di un film che dovrebbe duplicare un episodio avvenuto 20 anni prima quando, da studente 17enne, pugnalò un poliziotto nel tentativo di disarmarlo … e dopo si fece anche 4 anni di carcere. Si comincia dal casting con l’aiuto del poliziotto accoltellato (non più in servizio, entusiasta per partecipare alle riprese, ma piuttosto riottoso) ognuno si deve scegliere, e quindi istruire, il suo interprete da giovane. Quindi ognuno ha un suo doppio, le scene vengono ripetute, così come i dialoghi, sia nella finzione che nella realtà della preparazione alle riprese.
Con una sceneggiatura sottile e brillante, cast striminzito composto da non professionisti, con regista e operatore spesso in campo (ma in questo caso giustificatamente), suppongo un budget ridicolo, Makhmalbaf realizzò un altro piccolo capolavoro di cinema minimalista ed essenziale.
Geniale e con un perfetto finale da short story.

The Housemaid (Ki-young Kim, Kor, 1960)  IMDb 7,3
Girato in modo egregio in bianco e nero e quasi tutto in interni, purtroppo si basa su una sceneggiatura (dello stesso Ki-young Kim) molto poco convincente ed un finale ridicolo. In particolare le riprese nella casa a due piani (che ha il suo elemento centrale nelle scale inquadrate da angolazioni sempre diverse) con alternanza di primi piani e riprese attraverso finestre e spiragli di porte, rendono molto bene un’atmosfera da dramma-thriller. Peccato però che i comportamenti dei protagonisti sono insulsi e poco credibili e le interpretazioni a dir poco scadenti, a cominciare dal primo attore veramente pessimo. Andando a cercare i motivi che giustificassero le buone critiche, ho visto che molti commenti concordano in linea massima con la mia opinione e ho anche scoperto due trivia interessanti: il ridicolo e completamente fuori tono finale fu aggiunto in postproduzione in quanto la vera conclusione fu reputata troppo scioccante e all’esordiente attrice che interpretò la squilibrata cameriera non furono più proposti altri ruoli (in effetti comparve in altri due film minori) si dice a causa del ruolo ricoperto in The Housemaid, ma penso anche perché non valeva un granché. Il film (restaurato grazie alla World Cinema Foundation di Martin Scorsese) si trova su YouTube a 720p e vale la pena guardalo per regia, fotografia e riprese, ma sappiate che molto probabilmente sarete delusi da sceneggiatura e interpretazioni.
Yi Yi (Edward Yang, Taiwan, 2000)  IMDb 8,1 RT 96%
Troppo lungo, lento e con troppa carne a cuocere, di conseguenza risulta discontinuo e dispersivo. Presenta una famiglia che comprende tre generazioni, con i problemi dei più giovani e di coppie evidentemente mal assortite anche a causa di vecchi amori che ritornano (non sempre graditi). Inoltre, finanza, malattia, religione, matrimoni e nascite si combinano – male – in questo film nel quale tutti sembrano scontenti e insoddisfatti mentre recriminano per il loro passato e per le loro azioni … e il regista/sceneggiatore Yang non riesce neanche a dargli la consistenza di un film corale. Nonostante sia stato premiato a Cannes per la miglior regia e in corsa per la Palma d’Oro, penso che sia ampiamente sopravvalutato e certamente le 3 ore di durata sono troppe per un film descrittivo. Anche questo è disponibile su YouTube a 720p.

Afraid To Die (Yasuzô Masumura, Jap, 1960)
Di Masumura ho parlato (bene) già varie volte ed anche il questo caso si conferma ottimo artigiano in grado di affrontare con successo qualsiasi genere, con solide messe in scena. Non ricordo suoi film eccezionali, ma non ce n’è uno che non sia ben realizzato.
In Afraid To Die si cimenta in un crime thriller in ambiente yakuza. Il protagonista Takeo, interpretato dallo scrittore Yukio Mishima (preso in considerazione per il Nobel, sui suoi lavori sono basati oltre 30 film), sa che appena uscito di prigione i suoi rivali tenteranno di ucciderlo. Un film ben congegnato, lineare ma non banale, con vari colpi di scena. Buon film di genere.

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, Iran, 1965)
Per quanto abbia apprezzato tanti film mediorientali, ho notato che vari di essi si basano su liti continue, discussioni senza fine e spesso senza senso, ripetitive e prevedibilmente prive di soluzioni (vedi i vari Farhadi, ma anche L’insulto), lasciando pensare che questo è il carattere di quelle popolazioni (ma non mi risulta). Sarà questo il loro modo di sviluppare una trama drammatica? La considerazione, già latente in mente mia, viene riportata in ballo per questo film, secondo me sopravvalutato, i cui dialoghi sono una litania di battibecchi, “consigli” scambiati aspramente fra sconosciuti, critiche filosofeggianti, accuse e ripicche. Inoltre, al contrario dell’appena citato The Housemaid, non è neanche particolarmente interessate dal punto di vista cinematografico.
Non comprendo la buona critica di cui gode … forse perché è l’antesignano del genere “litigioso”?

venerdì 10 aprile 2020

Micro-recensioni 111-115: 5 film iraniani

Torno temporaneamente alle cinquine in quanto sia questa che le prossime saranno monografiche di cinematografie poco distribuite in occidente. Comincio con l’Iran, seguirà la Turchia.
Le sceneggiature dei primi due di questi cinque film, entrambi di Abbas Kiarostami, sono indissolubilmente legate alla cinematografia e al centro del primo c’è la figura del regista del terzo, che ivi compare, seppur brevemente, come sé stesso. Ma andiamo per ordine.

Close-Up (Abbas Kiarostami, Iran, 1990)
Abbas Kiarostami è l'autore (regia e sceneggiatura) di questo film strano per quanto geniale, fra documentario e cinema verità, basato su eventi reali e con molti dei veri protagonisti degli eventi narrati. Hossain Sabzian è un giovane più o meno senza ne arte né parte, appassionato di cinema, che viene spesso scambiato per il regista Mohsen Makhmalbaf, che l'anno precedente era diventato famoso in tutto il paese con il suo film Il ciclista. Su un autobus, risponde affermativamente ad una signora che gli chiede se fosse proprio il regista. Presentato alla famiglia, finge di voler utilizzare la casa come location di un suo prossimo film. Ma gli altri familiari, marito e due figli adulti, cominciano ad avere qualche sospetto, coinvolgono un giornalista e il millantatore viene arrestato e mandato a processo. Non è mia abitudine focalizzarmi sulla trama, ma in questo caso è necessario per evidenziare la particolarità del film e comunque ho trattato solo la prima metà della storia.
Delle riprese in tribunale, i primi piani (close-up) dell’imputato e dei querelanti sono quelli veri, solo il giudice (in controcampo) è interpretato da un attore. Questa parte è quindi documentaristica e molto interessante psicologicamente in quanto il finto regista spiega sinceramente le sue sensazioni sentendosi qualcuno ed essendo rispettato e creduto. E si pone la domanda: nel corso delle sue visite alla famiglia, discutendo del futuro film, era regista o attore.? Film scarno, essenziale ma portato avanti molto bene con tanti non professionisti che, avendo il vantaggio di interpretare sé stessi, sono assolutamente credibili. C’è anche lo spazio per il dettaglio cult della bomboletta che rotola.

Through the Olive Trees (Abbas Kiarostami, Iran, 1994)
Il secondo film, anche questo diretto da Kiarostami, si sviluppa secondo due vicende quasi parallele su un set cinematografico. Nel corso delle riprese di un film realistico, con attori scelti fra gli abitanti di in un paesino quasi completamente distrutto da un recente terremoto, i due giovani protagonisti sono sposati ma nella realtà hanno un rapporto molto difficile. Lui la corteggia insistentemente ma con poco successo, lei lo ignora, anche spinta da sua nonna che è nettamente contraria. Ben realizzato, interessanti i rapporti non solo fra i giovani ma anche con il resto della troupe e con gli abitanti. Notevole l’interminabile campo lungo conclusivo. Ennesimo buon film realizzato con quasi niente. IMDb 7,8 * RT 80%, Nomination Palma d’Oro a Cannes.
The Silence (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1998)
Ho poi guardato Il silenzio anche spinto da curiosità per aver apprezzato il precedente Gabbhe (1996) dello stesso regista (quello con il sosia in Close-up). Questo mi ha deluso per avere una sceneggiatura senza né capo né coda e poco plausibile, ma devo riconoscere che la fotografia, i colori e la composizione delle inquadrature sono ottime. Continuo a preferire Gabbhe.

Killing Mad Dogs (Bahram Beizai, Iran, 2001)
Un crime drammatico che non ti aspetti, che vede come protagonista una donna che da sola affronta delinquenti di vario genere per cercare di salvare il marito dalla bancarotta. Succede di tutto e di più in una sequela di inganni, minacce, violenza, pedinamenti e qualche colpo di pistola, fino ai colpi di scena finali. Ritmo serrato, con sorprese e tensione, visto che parte delle trappole tese e degli inganni vengono anticipati allo spettatore ma non sono a conoscenza della ignara protagonista. 

Fireworks Wednesday (Asghar Farhadi, Iran, 2006)
Infine Farhadi, probabilmente il regista più noto e acclamato in occidente, che con About Elly (2009), Una separazione (2011) e Il cliente (2016) ha vinto tanti premi fra i quali vari a Cannes e Berlino, nonché un Oscar e una Nomination per la sceneggiatura.
Chi sperava che prima di questi avesse scritto e diretto film non con le sue solite, ripetitive situazioni di accese controversie coniugali, ma con temi diversi, sappia che non è così. Terza delle sue sole 8 regie, Fireworks Wednesday è un litigio quasi continuo, di una solita coppia della media  borghesia, nella quale si trova coinvolta una ragazza chiamata tramite agenzia per le pulizie, tanto onesta e volenterosa quanto sprovveduta intrigante e bugiarda. Come negli altri film, viene sempre evidenziata l'eterna insoddisfazione di chi vive in modo agiato, opposta alla semplicità dei meno abbienti, più sereni nonostante i loro maggiori problemi, e il contrasto fra chi vive in modo più "occidentale" e quelli che rispettano di più religione e tradizioni. Nessuno dei protagonisti attira su di sé simpatie, né i coniugi che agiscono quasi sempre in preda alla rabbia, fra sospetti, accuse, ripicche e bugie, né la giovane ragazza che, pur avendo più di un’occasione per defilarsi elegantemente, resta al centro della scena peggiorando spesso la situazione. 
Come per gli altri succitati film, si può affermare che si tratta di un buon pezzo teatrale con ottime interpretazioni, ma a questo punto sembra che, visto un Farhadi, li hai visti tutti.