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lunedì 9 maggio 2022

Microrecensioni 126-130: 10 Asian-American movies (1-5)

Le famiglie asiatiche protagoniste (con le loro culture) di questo gruppo sono cinesi (per i due film di Wayne Wang), indiane (2 di Mira Nair) e afghane (in questo caso regista americano ma sceneggiatura “afghana”). I migliori della cinquina, che su IMDb ha rating medi 7,3 e 91% su RT, sono senz'altro The Joy Luck Club The Big Sick, sotto ogni punto di vista, e per questo ne consiglio la visione.

 
Chan is Missing (Wayne Wang, 1982, USA)

Si tratta di film indipendente, con minimo budget e per questo girato a 16mm, solo successivamente ingrandito a 35mm per le sale. Si tratta del primo lungometraggio diretto dal solo Wang e tratta di due amici tassisti che vorrebbero recuperare una certa somma dal Chan del titolo. Le discussioni fra i due sono a volte esilaranti, specialmente quando tentano di giustificare e spiegare i modi di pensare e di agire dei loro compaesani che popolano la Chinatown di San Francisco. Col passare degli anni, è diventato un cult.

The Joy Luck Club (Wayne Wang, 1993, USA)

Molto articolato e ben più lungo di Chan is Missing, vanta un ricco cast di ottimo livello, narrando le storie di quattro amiche cinesi (nate e cresciute in Asia) e delle loro figlie nate in America. Le prime conservano molto della mentalità cinese e sono ancora condizionate dagli eventi sofferti prima di emigrare, che comprendono anche infanticidi, suicidi, abbandoni, divorzi e matrimoni combinati. Questi loro trascorsi vissuti in Cina, per lo più tragici anche se spesso in famiglie più che abbienti, sono narrati in flashback con belle scenografie e costumi. Le loro esperienze in un modo o nell’altro condizionano i rapporti talvolta quasi morbosi con le figlie che, essendo quasi del tutto americanizzate, vivono situazioni di amore/odio con le proprie madri. Nel corso di tutto il film si apprezzano (oltre alle solite appetitosissime tavole imbandite con una gran varietà di pietanze) le nette differenze di accento fra gli adulti (immigrati) e i giovani che si sentono americani a tutti gli effetti.

  
The Big Sick (Michael Showalter, 2017, USA)

Curiosa la storia di questo film, quasi autobiografico per Kumail Nanjiani, sceneggiatore che ricopre anche il ruolo di protagonista (praticamente sé stesso): un comedian afghano, ma nato in USA. Figlio di uno psichiatra, è quasi oppresso dalla madre che vorrebbe che sposasse una brava afghana di famiglia tradizionale e di comprovata fede e per questo invita regolarmente a cena possibili spose. Ovviamente le cose non vanno come i genitori vorrebbero e il flirt con una ragazza americana avrà sviluppi del tutto imprevisti (sostanzialmente veri). Questa commedia ha i suoi momenti migliori nei rapporti del protagonista sia con i suoi familiari che con i genitori della ragazza, che da soli valgono la visione, mentre le parti strettamente romantiche e gli stralci degli spettacoli (comici?) sono di media banalità ma non proprio malvagie. Proprio per le argute e credibili (anche se apparentemente incredibili) scene familiari, ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura originale.

The Namesake (Mira Nair, 2006, USA)

Non lo inserirei fra i migliori della regista indiana che si fece conoscere con il drammatico Salaam Bombay! (1988, Nomination Oscar, premiato a Cannes) e poi ottenne grande successo di pubblico con la dramedy Monsoon Wedding (2001, premiato a Venezia). Tuttavia, il film ha i suoi meriti nonostante una storia che si sviluppa nell’arco di vari decenni fra India e Stati Uniti. Come quasi sempre accade, le nuove generazioni nate in USA non la pensano come i genitori e i contrasti sorgono per modi di vita, aspirazioni e compagnie.

Mississippi Masala (Mira Nair, 1991, USA)

Secondo film di Mira Nair, il primo girato in USA. Si differenzia dal resto perché aggiunge ai soliti problemi di integrazione degli immigrati asiatici, quelli dei rapporti con gli afroamericani discendenti degli schiavi portati a forza dall’Africa. Per complicare le cose, i membri della famiglia di etnia indiana (ma nati in Uganda) giungono in Mississippi dopo essere stati costretti a lasciare il paese dal dittatore Amin (1972, espulsione di tutti gli asiatici). Quindi, i contrasti familiari si sviluppano fra gli afroamericani (che certo non hanno avuto vita facile negli stati del sud) e asiatici cacciati dall’Africa secondo la teoria di Amin che quel continente dovesse essere solo per i Black Africans. A nulla valgono le idee di fratellanza portate avanti da qualche protagonista che sostiene che loro sono tutti in contrasto con i bianchi mentre loro, così come i gialli, sono tutti colored e quindi nella stessa barca. Argomenti interessanti, ma trattati troppo superficialmente in questa dramedy.

mercoledì 30 marzo 2016

4 giorni a Washington ... fra belve, spari e musei

Fortunato con il tempo, mi sono potuto muovere senza intoppi e piacevolmente fra un museo e l’altro, passeggiando nel grande rettangolo a verde lungo oltre 3 chilometri area fra il Capitol e il Lincoln Memorial e l’ultimo giorno da Washington sono tornato in Virginia passando il Potomac e percorrendo una quindicina di chilometri fra prati e piste ciclabili lungo il fiume, con tanti ciliegi in fiore.
   
Per gli amanti dei musei Washington è una vera pacchia ... ce ne sono tanti e almeno quelli del gruppo Smithsonian Institution (19 musei e 9 centri di ricerca) sono tutti completamente gratuiti e aperti tutti i giorni, tranne che a Natale. 
Quindi, come qualcuno già saprà avendo letto il post di domenica e visto le successive foto, ho iniziato con la sede distaccata dell’Air & Space Museum (vicina all’aeroporto) e ho proseguitocon il Museo di Storia Naturale, l’Orto Botanico, lo Zoo (anche questo Smithsonian), la sede cittadina dell’Air & Space Museum e l Museo degli American Indians (i cosiddetti indiani, o pellerossa).
Lo zoo era vasto ma gli spazi per gli animali erano grandi e di conseguenza non presentava un’enorme varietà di specie, ma una selezione di grande qualità che include i panda giganti (con il recente arrivo Bei Bei), rettili molto interessanti (per fortuna area meno affollata in quanto tanti si rifiutano perfino di guardarli), flamingo rossi, e via discorrendo. 
Musei tutti molto interessanti, ampi e ben organizzati e in particolare quello dedicato ai nativi mi ha molto coinvolto con le chiare spiegazioni (documenti, mappe, foto e video) relative alle tante popolazioni assolutamente  diverse che per gli europei sono una sola e che per tanti anni sono stati bollati come selvaggi. Ma le cose stanno cambiano, gli “indiani” moderni hanno rispolverato i vecchi trattati e sono riusciti a far riconoscere la loro validità e i loro successi presso la Corte Suprema sono sempre più frequenti.  

A chi ha dimestichezza con l’inglese e fosse interessato all’argomento suggerisco di guardare qualche video nei quali appare Suzan Shown Harjo  (cheyenne e muscogee) poetessa, scrittrice, attivista per i diritti dei nativi ai quali ha già fatto recuperare 4.000 kmq di terre usurpate, co-fondatrice del Museo presidente del Morning Star Institute (per i diritti dei nativi americani) e altro ancora. Dal 1960 si batte per contrastare l’uso denigratorio e spesso associato alla violenza di nomi indiani, specialmente nello sport. Nel 2013 due terzi delle squadre avevano già cambiato nome e rinunciato alle loro mascotte e nel 2014 anche i famosi (e ricchi) Washington Redskins hanno dovuto cedere all’ingiunzione legale.
nota esplicativa del disegno su pelle rappresentante la battaglia di Little Bighorn (foto in alto)
Nel Museo questo concetto di usurpazione mascherato con la legalità di trattati e annessioni è allargato anche alle Hawaii, anche se la popolazione locale è di tutt’altra origine (polinesiana) e il metodo è stato diverso essendo più vicino al colpo di stato che all’invasione, ma in compenso quasi per niente cruento.
Gli spari si riferiscono all’uomo che ha fatto convergere al Capitol decine e decine di auto di polizia, security, secret service (la casa bella è che hanno questa scritta sulla divisa ... dov’é il secret?), federali, camion e ambulanze dei pompieri e infine un numero spropositato di van che arrivavano fin dove era consentito e poi scaricavano cavalletti, telecamere, microfoni e una/un giornalista. Ad ogni angolo di strada c’era una troupe che cercava di accaparrarsi per un’intervista uno dei turisti che era all’interno dell’edificio al momento degli spari ... una scena da film al 100%.
   
Fra le mie raccolte in Google+ già ci sono molte foto e altre saranno caricate (appena avrò un po’ di tempo ...)