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sabato 4 luglio 2020

Micro-recensioni 231-235: film sovietici d’autore

Sull’entusiasmo derivante dalla visione di Sayat Nova - Il colore del melograno, ho guardato gli altri 3 film imprescindibili di Parajanov, girati nell’arco di una 20ina di anni. Ho completano questo gruppo con due film di lunghezza ridotta degli inizi di Tarkovsky (considerandoli un’unica visione) e uno dei tanti adattamenti dello shakespeariano Re Lear, ma di indiscusso pregio.
Shadows of Forgotten Ancestors (Sergei Parajanov, URSS, 1965)
The Legend of Suran Fortress (Sergei Parajanov, URSS, 1985)
Ashik Kerib (Sergei Parajanov, URSS, 1988)

Con questi 3 ho guardato quanto c’era da guardare di Parajanov. Di solito gli sono accreditati 10 film, ma il regista rinnegò quanto prodotto prima del ’65 (5 film in stile più o meno tradizionale) definendolo “spazzatura” e l’ultimo non si dovrebbe prendere in considerazione in quanto riuscì a girare solo parte di esso prima della morte. Ne restano così 4, in parte simili per stile ambientazione, basati su leggende e miti, fra il surreale e tableaux vivant, scenografie e location naturali, coloratissimi costumi tradizionali, tanti animali, uso della luce in modo molto espressivo colori forti e contrastanti, musica etnica. Per ognuno di essi si potrebbe scrivere tanto e comunque resterebbero parti non sufficientemente analizzate e molte altre misteriose o incomprensibili per i non esperti di tali culture.
Aggiungo solo che il suo ultimo film portato a termine Ashik Kerib (1988) mi è sembrato meno avvincente dei precedenti forse perché con trama più comprensibile e lineare. Inoltre, rispetto agli altri c’è una maggior continuità nella colonna sonora composta da brani musicali musica e canti tradizionali visto che il protagonista che dà il titolo al film è un menestrello, girovago per forza. Parajanov lo dedicò al suo amico Andrei Tarkovsky, deceduto due anni prima a soli 54 anni.
Comunque ribadisco che sono tutti film da guardare con attenzione, un piacere per gli occhi anche se non si riescono a carpire tutti i significati e i simbolismi.
Re Lear (Grigoriy Kozintsev, URSS, 1971)
Dramma shakespeariano molto ben messo in scena, in affascinanti location. Girato in b/n e in formato 2.35:1, conta su ottime interpretazioni di tanti attori di chiara origine teatrale. Al di là dell’ottima tecnica, come è immaginabile risulta un po’ “pesante” non tanto per la lunga e articolata storia quanto per l’eloquio aulico. Seppur adattato in modo totalmente diverso, regge più che bene il confronto con la versione nipponica di Kurosawa: Ran (1985).
Korol Lir, questo il titolo originale, fu l’ultimo dei soli 15 film diretti da Kozintsev in oltre 40 anni; il precedente era stato Gamlet (Amleto, 1964) ancor più elogiato di questo ed evidentemente basato su un’altra tragedia del famoso autore inglese. Mi dovrò mettere alla sua ricerca.

The Killers (Andrei Tarkovsky, Aleksandr Gordon, URSS, 1956)
Tarkovsky diresse due delle tre parti di questo corto di poco più di un quarto d’ora ed interpreta il secondo cliente, suo cognato, il coregista Aleksandr Gordon, diresse l’altro ed interpreta il barista, non è chiaro quale parte abbia avuto la terza co-autrice Marika Beiku. Il filmato fu prodotto mentre erano studenti Film Institute di Mosca e fu uno dei primi casi dell’epoca in cui fu concesso di utilizzare un soggetto americano; è infatti tratto da un racconto di Hemingway.

Violin and Roller (Andrei Tarkovsky, URSS, 1961)
Mediometraggio di circa un quarto d’ora nel quale già appaiono dei temi cari al regista: tanta acqua, riflessi e specchio. Tuttavia, manca la pacata lentezza che sarà un marchio di fabbrica per i successivi capolavori.

domenica 28 giugno 2020

Micro-recensioni 226-230: sorprese di generi molto diversi

Non mi stancherò mai di ripetere che, a ben cercare, si troveranno sempre tanti film assolutamente sorprendenti.

The Color of Pomegranates - Sayat Nova
(Sergei Parajanov, URSS, 1969)
Per questo gruppo, mi riferisco in particolare a Sergei Parajanov, regista sovietico (di origine armena, nato in Georgia, lavorò in Ucraina) di gran livello artistico, ma ostacolato, boicottato e anche imprigionato dal regime. Fu grande amico di Tarkovsky con il quale condivideva molte idee in contrasto con lo stile realistico, all’epoca quasi imposto dai censori. Sayat Nova fu un famoso poeta-musicista-trovatore georgiano del XVIII secolo ed il film segue vagamente gli eventi principali della sua vita. Non essendo stato approvato dalla censura per non essere una biografia fedele, il titolo fu cambiato in The Color of Pomegranates (Il colore del melograno).
In effetti si tratta di un’opera nella quale si miscelano il surrealismo e lo sperimentale, in quanto è costituita da una serie di inquadrature fisse nelle quali appaiono attori (fra i quali Sofiko Chiaureli, la sua musa, che interpreta 6 personaggi diversi, di entrambe i sessi), numerosi animali e tanti simboli, per lo più religiosi. Girato in vari siti storici armeni, fra i quali molti edifici religiosi quasi in rovina, non include dialoghi, ma solo pochi versi recitati. Pur essendo affascinante anche a prima vista, si può essere certi che la conoscenza della liturgia e delle tradizioni armene faciliterebbe la comprensione delle immagini. 
Per dare un’idea del film, ecco un breve trailer:

Per Cahiers du Cinéma fu il quinto miglior film dell'anno. Restaurato nel 2014 da The Film Foundation (World Cinema Project) di Martin Scorsese.
Dalle Repubbliche Caucasiche ex-sovietiche all’Iran il passo è breve e ci sono arrivato con altri due film di Abbas Kiarostami che, anche stavolta, propone storie molto “umane” in ambienti sociali relativamente poveri, in piccole comunità rurali che si raggiungono percorrendo interminabili, tortuose e polverose strade sterrate. In entrambe i film (dai soggetti molto originali) si sottolinea il contrasto fra l’uomo di città e la cultura locale, con i differenti ritmi di vita e soprattutto diverse valutazioni.

Taste of Cherry (Abbas Kiarostami, Iran, 1997)
The Wind Will Carry Us (Abbas Kiarostami, Iran, 1999)
In Taste of Cherry il protagonista, a bordo del suo fuoristrada, si aggira alla ricerca di una persona che lo seppellisca visto che è sua intenzione suicidarsi in aperta campagna. Incontrerà varie persone di origini, età e professioni diverse ed ognuno gli offrirà la propria visione della vita … a seconda dei casi poetica, religiosa, di buon senso.
Palma d’Oro a Cannes, per Cahiers du Cinéma fu il sesto miglior film dell’anno.

The Wind Will Carry Us è molto più vario e movimentato ed è incentrato su un’altra storia al limite del surreale, con un giornalista che, spacciandosi per un ingegnere accompagnato da alcuni colleghi (che non si vedranno mai), con la scusa di un fantomatico lavoro va in un piccolo villaggio del Kurdistan a documentare la morte di un’anziana. Tuttavia, questa tarda a morire e il giornalista ha occasione di incontrare tanti personaggi peculiari, giovani e anziani, donne, uomini e bambini e con ognuno ha modo di discutere. In particolare, stringerà amicizia con il ragazzino che al suo arrivo lo attendeva all’ingresso del villaggio e che successivamente gli fa da guida.  
Per Cahiers du Cinéma fu il secondo miglior film dell’anno, a Venezia ottenne 3 Premi e Nomination Leone d’Oro.
Completano la cinquina due film anglofoni di metà secolo scorso, entrambi di più che buona qualità.
A Hatful of Rain (Fred Zinneman, USA, 1957)
Tratto da un lavoro teatrale di successo che nel 1955 debuttò a Broadway interpretato da Shelley Winters e Ben Gazzara, poi sostituito da Anthony Franciosa che, per la sua interpretazione in questo film ottenne la Nomination come miglior protagonista. Pur soffrendo un po’ della sua sceneggiatura palesemente teatrale, è senz’altro un ottimo film sia per la qualità delle prestazioni degli attori (tutti …) sia per il soggetto che oltretutto all’epoca era quasi tabù: la dipendenza dalla droga.

They Made Me a Fugitive (Alberto Cavalcanti, UK, 1947)
Uno dei tanti onesti noir inglesi che senz’altro avrebbero avuto maggior successo e notorietà se fossero stati prodotti dall’altro lato dell’oceano. La storia non è del tutto banale, le interpretazioni sono buone, trovo però che gli eventi finali siano mal proposti, con scontri molto mal rappresentati. Comunque una piacevole visione.

#cinegiovis #cinema #film