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sabato 6 agosto 2022

Microrecensioni 221-225: film ispanici premiati a Cannes e Venezia

Pur avendone scelti 4 fra quelli più quotati (ma fra i meno conosciuti), non vi ho trovato quasi niente di buono e così, per risollevare il morale (cinefilo) e concludere in bellezza, mi sono dovuto affidare a un classico noir messicano della Epoca de Oro.

La noche avanza (Roberto Gavaldón, Mex, 1951)

L’ho voluto guardare ancora una volta non solo per la qualità complessiva (regia, sceneggiatura e interpretazioni) ma anche per il particolare ambiente degli sferisteri jai alai (pelota basca) nel quale si svolge e dei quale ho ricordi internazionali. A fine anni ’70 frequentavo quello di Napoli (semidistrutto dal terremoto del 1980) e nel 1983 andai più volte al Frontón di Ciudad de México (fra le location del film) che curiosamente fece la stessa fine per il terremoto del 1984. Non per niente vi dedicai due post (Jai Alai al Frontón México e Sferisterio di Napoli) che vi invito a leggere per rendervi conto un po’ meglio di questo strano e affascinante mondo che comprende non solo atleti e appassionati di ogni classe sociale, ma anche scommettitori e tipi loschi con conseguenti saltuarie combine.

Il protagonista è Marcos (Pedro Armendáriz), il più famoso giocatore di jai alai del momento, donnaiolo, infedele, bugiardo, litigioso e arrogante, insomma un bel tipino. Dopo aver vinto 26 incontri di seguito e in procinto di trasferirsi all'estero si trova invischiato in tre relazioni pseudo-amorose e complicate e viene ricattato per perdere l’incontro successivo. Riusciranno i ricattatori (che hanno conti in sospeso sia con Marcos che fra di loro) a portare a termine i loro diabolici piani? Scagnozzi infedeli e amanti disperate e vendicative complicano ulteriormente gli avvenimenti della seconda metà della storia, fino alle varie sorprese finali. Classico noir messicano diretto dal sempre affidabile Roberto Gavaldón, con solide interpretazioni di Pedro Armendáriz e José María Linares-Rivas, ma anche il resto del cast, che comprende Anita Blanch e Rebeca Iturbide, svolge un buon lavoro. Giunse anche in Italia con l’ennesimo titolo ridicolo: Odio mortale (sic!). Consigliato, in particolare a chi gradisce storie in ambienti di nicchia poco conosciuti.

 
Blanco en Blanco (Théo Court, Spa/Chi, 2019)

Si distingue soprattutto come esercizio di fotografia, ma purtroppo, specialmente nella prima parte, la maggior parte delle scene sono talmente scure da riuscire a malapena a distinguere persone e ambiente. Bene usare luce naturale e non ridicole candele che improvvisamente illuminano l’intera stanza a giorno, ma esiste anche una via di mezzo. Per fortuna degli spettatori, nella seconda parte la fotografia la fa da padrona con delle belle composizioni. Infatti il protagonista è un fotografo invitato da un ricco proprietario terriero in Tierra del Fuego per immortalare il suo matrimonio. L’azione si svolge alla fine dell’800 e ciò significa che prima di scattare si deve organizzare la scena come un tableau vivant e convincere i soggetti a rimanere fermi per un minuto e oltre, ma anche le semplici riprese in esterno sono meritevoli. Alla fine il protagonista viene praticamente costretto a documentare l’eliminazione fisica di gruppi di indigeni con foto simili e quelle che si fanno alla fine di una battuta di caccia. Film un po’ sbilanciato fra la voglia di perseguire obiettivi artistici e la critica dei metodi brutali degli europei per liberarsi degli indigeni, pratiche che purtroppo proseguono ancora oggi, come in Amazzonia. Le ultime scene furono girate nella caldera del Teide (Tenerife, Canarias) e per la precisione nell’affascinante e (per me) inconfondibile Llano de Ucanca. FIPRESCI e altri 2 Premi a Venezia.

Nuevo orden (Michel Franco, Mex, 2019)

Altro film che mi ha lasciato molto perplesso, scelto per vari motivi nonostante i rating non certo entusiasmanti che contrastano con i premi ottenuti a Venezia (Gran Premio della Giuria e Leoncino d’Oro). Già conoscevo il regista/sceneggiatore/produttore Michel Franco noto per i suoi apprezzati film che affrontano temi difficili, come in Después de Lucía (2012) e Las hijas de Abril (2017), e a ciò si aggiunge il fatto di aver assistito al alcune riprese al centro di Coyoacán. Pur avendo il merito di affrontare l’eterno problema delle grandi differenze sociali tuttora presenti in Messico, secondo me stavolta ha esagerato proponendo quasi un kolossal urbano (si parla di 3.000 comparse), eccedendo nella violenza e, al contrario, essendo troppo vago in merito alle connivenze fra capitalisti, militari e rivoluzionari. Per sottolineare lo spreco (mania di grandezza di Franco), posso dirvi che delle riprese sul set organizzato per tre giorni sul sagrato della chiesa di Coyoacán, con ben oltre un centinaio di comparse e tecnici, sono stati utilizzati solo una dozzina di secondi; in precedenza aveva bloccato arterie principali di Ciudad de México con un mare di carcasse di auto, barricate fumanti e finti cadaveri per meno di dieci secondi di girato utilizzato.

 
Memoria (Apichatpong Weerasethakul, Col/Thai, 2021)

Il tanto acclamato regista thailandese con questo film (il primo al di fuori del paese natio) si sposta in Colombia ma resta nell’ambito onirico – mistico – paranormale. Alcune situazioni non le ha certo scelte in modo peregrino, l’incontro fra culture è ben esposto ed è apprezzabile il mantenimento del doppio idioma (castigliano latino e inglese) con relativi accenti per i non madrelingua, ma si deve rendere conto che non è Werner Herzog, né Bela Tarr, né Andy Wharol per poter proporre lunghissime scene silenziose e inquadrature fisse. Non a caso le più frequenti osservazioni – critiche sono proprio in merito alla lentezza del film e, seppur non eccessiva, alla durata del film che alcuni pensano che perfino dimezzato non perderebbe molto. La presenza di Tilda Swinton non basta a risollevare un film pretenzioso, soporifero e noioso come altri suoi lavori, ma è statisticamente prevedibile che continueranno a invitare e premiare Apichatpong Weerasethakul ai Festival per essere fuori del comune. Premio della Giuria a Cannes, in precedenza una mezza dozzina di presenze, con una Palma d’Oro nel 2010.

Kékszakállú (Gastón Solnicki, Arg, 2016)

Non so come si possa pensare di finanziare e realizzare film come questo, senza né capo né coda, brutto esempio del genere ricchi rampolli sudamericani insulsi e nullafacenti, prodotti che poi vengono mandati in giro (evidentemente raccomandati) e fanno aumentare le perplessità in merito alle selezioni dei festival e dei metri di giudizio delle giurie. I dialoghi sono ridotti all’osso (e probabilmente è una fortuna), il sonoro per lo più in presa diretta con fastidiosissimi, spesso sovrastanti, rumori di fondo, recitazione meno che amatoriale, la maggior parte delle inquadrature sono fisse, incluse molte senza alcun senso di edifici. Di nuovo per fortuna, il film dura poco più di un’ora. Penso sia il primo al quale ho affibbiato un significativo 1 su 10 su IMDb! Se trovo già generoso il 5,5 su tale piattaforma, giudico incredibile il 95% su RT, anche se probabilmente derivante dalle poche recensioni scritte in occasione dei festival (a Venezia ottenne il Premio FIPRESCI) nelle quali i critici invitati, raramente stroncano … è tutto un business.

lunedì 20 aprile 2020

Micro-recensioni 126-130: cinema thailandese e ritorno in Iran

Sono rimasto nel sudest asiatico per altri tre film del più famoso regista thailandese di questo secolo, forse di sempre, dal nome difficile perfino da leggere (Apichatpong Weerasethakul), Palma d’Oro nel 2010 e Gran Prix della Giuria nel 2006 a Cannes, e poi sono tornato in Iran per completare la triolgia di Koker del regista Abbas Kiarostami.
Sostanzialmente deludente il tanto acclamato regista thailandese, che già divise critica e pubblico dopo la Palma d’Oro vinta per Uncle Boonmee, molto migliori si sono rivelati i film iraniani girati con pochissimo, fra realismo e documentarismo, praticamente cinéma vérité.
Where is the Friend’s Home? (Abbas Kiarostami, Iran, 1987)
Life, and Nothing More (Abbas Kiarostami, Iran, 1992)

Dopo aver guardato Through the Olive Trees la settimana scorsa, scoprii che era l’ultimo elemento di una trilogia, detta di Koker che è il villaggio nel nord dell’Iran nei quali si svolgono i fatti. Lo stesso regista deve spesso ripetere che non era sua intenzione produrre tale trilogia in quanto, pur essendo tutti legati l’uno all’altro, i secondi due film sono indissolubilmente connessi con il terremoto del 1990, evento certamente non prevedibile nel 1987 quando fu girato il primo dei tre, Where is the Friend’s Home?
In breve ecco le semplici storie e i loro punti in comune. Si comincia con una specie di road movie … ma a piedi. Il piccolo Ahmed (8 anni) aiuta un suo compagno di classe a rialzarsi dopo una caduta e distrattamente mette il suo quaderno nella propria cartella. Se ne accorge solo a casa e, memore delle minacce del professore di espellere chi non avesse fatto i compiti sul quaderno, vaga fra il suo villaggio (Koker) e il vicino Toshen cercando la casa del suo amico per restituirgli il quaderno, incontrando personaggi di vario tipo e interagendo soprattutto con anziani ognuno dei quali ha una sua filosofia di vita.

Al contrario, il secondo è un vero e proprio road movie visto che narra del complicato viaggio del regista (impersonato da un attore) e suo figlio da Teheran a Koker, fra strade polverose di montagna e (veri) paesini in macerie dopo il terremoto. Fra finzione e documentario, Kiarostami descrive personaggi anonimi ma molto reali, che cercano di recuperare le loro poche cose e di sopravvivere in qualche modo. Stupisce la seraficità, la tranquillità e la rassegnazione (ma non disperazione) dei sopravvissuti al terremoto, una lezione di filosofia di vita. Il motivo del viaggio è quello di andare a cercare i bambini che erano stati gli interpreti di Where is the Friend’s Home?. Verso la metà del film c’è poi una scena che avevo già visto ripetuta pressoché identica nel successivo Through the Olive Trees, interpretata dallo stesso attore, davanti alla stessa casa. Tuttavia, nel secondo caso interpreta un attore che sta girando un film, mentre qui interpreta sé stesso, moglie e uomo seduto davanti alla casa invece cambiano.
I tre film hanno in comune dei perfetti e significativi campi lunghi con inquadrature fisse, della durata di vari minuti, che ben descrivono il “viaggio” dei protagonisti … nel primo il ragazzino che corre sul sentiero zigzagante da un paese a l’altro (vedi poster), nel secondo la Renault 5 che avanza, si ferma, torna indietro lungo i tornanti di una ripida strada sterrata, nel terzo la scena finale del pretendente che segue la ragazza e corre fra i campi al di là degli ulivi.
Mi sento di condividere assolutamente il consiglio letto in un commento relativo a Through the Olive Trees, di guardare gli altri due della trilogia per comprendere appieno la storia e i suoi personaggi.
Tropical Malady (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2004)
Sindromes and a Century (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2006)
Uncle Boonmee (Apichatpong Weerasethakul, Thai, 2010)

Come anticipato, lo stile e i contenuti di Apichatpong Weerasethakul non mi hanno per niente convinto e quindi mi associo senza dubbio ai tanti che lo hanno criticato, anche aspramente, dopo aver vinto la Palma d’Oro. I tre film che ho guardato, oltre a ottenere premi a Cannes e ad altri Festival, furono anche inseriti fra i migliori 10 dell’anno dalla prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma.
Temi in comune e ricorrenti sono spiriti, reincarnazione, buddismo e militari. Già nel primo si nomina Uncle Boonmee che ricorda le sue vite precedenti, fino a 200 anni prima, proprio come il personaggio che dà il titolo al suo film più famoso. Tropical Malady ha una struttura a dir poco anomala in quanto unisce due storie ben distinte (una infatuazione gay e un soldato disperso nella foresta) che però hanno la stessa coppia di interpreti principali, ma non nei panni degli stessi personaggi. Il regista contesta il titolo internazionale in quanto la traduzione letterale sarebbe "Strange Animal".
Il secondo è ispirato alla vita dei genitori del regista, con molte scene ripetute ma in luoghi differenti e con alcuni personaggi diversi … ma non è certo il Buñuel di L’angelo sterminatore. Anche questo scorre lentamente, senza nulla di veramente interessante anche se i dialoghi non sono proprio malvagi.
Il terzo, Palma d’Oro nel 2010, miglio film dell’anno, quarto dell’intero decennio secondo Cahiers du Cinéma tratta non solo del tema della reincarnazione (richiamato nel titolo) ma anche degli spiriti dei parenti morti (nella fattispecie moglie e figlio del protagonista). Il regista dimostra una buona abilità nel filmare nella foresta e in ambiente naturale, ma non convince come sceneggiatore non tanto per i dialoghi ma la nel complesso.