Due film americani (che inseguivo da
tempo) con tanti nomi altisonanti, ma non all’altezza delle potenzialità, e tre
semisconosciute dark comedy slave.
Who's Singin' Over There? (Slobodan Sijan, Yug, 1980)
Road movie che narra di un viaggio su uno sgangherato bus di linea,
lungo le strade sterrate della campagna iugoslava, nelle ore in cui le truppe
tedesche occupavano Belgrado (6 aprile 1941). Loro malgrado, dovranno convivere
una coppia di novelli sposi in fuga, un cacciatore, un filonazista, un sacerdote,
un cantante, un anziano militare, due suonatori girovaghi “zingari”, padre e
figlio che si alternano fra guida e assistenza passeggeri (preparando anche una
grigliata) e tre maialini vivi. Succederà più o meno di tutto e le scene
grottesche si alternano a dialoghi taglienti … il politically correct,
per fortuna, non era stato ancora inventato. Personaggi ben descritti e
interpretati e cast scelto alla perfezione ne fanno quasi un antesignano delle
commedie di Kusturica, ma con protagonisti meno esagerati.
Cabaret Balkan (Goran Paskaljevic, Yug, 1998)
Anche in questo caso la linea temporale
è molto limitata ed è “quasi” un road movie che si svolge in una lunga
notte con tanti personaggi che vengono introdotti in scene diverse (per lo più
violente o potenzialmente violente) e che poi, nel loro girovagare, si
ritrovano in altre situazioni in altri luoghi. Goran Paskaljevic, che
gode fama di essere fra i migliori registi serbi, riesce a dare continuità e
suspense a scene al limite del surreale, con persone apparentemente “normali”
che si devono confrontare con personaggi per lo più fuori di testa (almeno uno per
ciascuna situazione). Si susseguono vorticosamente litigi, un tentato
linciaggio, aggressioni sessuali, irragionevoli scontri che vanno da quelli
semplicemente fisici, all’uso di bottiglie rotte, coltelli, armi da fuoco e
perfino una bomba a mano. In vari punti mi ha ricordato molto Storie
pazzesche (di Damián Szifron, 2014, Nomination Oscar). Penso di
aver dato l’idea, riuscendo allo stesso tempo ad evitare spoiler.
Optimisti (Goran
Paskaljevic, Ser, 2006)
Quest’altro film
di Goran Paskaljevic è dichiaratamente diviso in 5 storie che non hanno
niente a che vedere fra loro se non il vago concetto di ottimismo a tutti i
costi; quello definito da Voltaire nel suo Candido, “… sostenere
che tutto va bene quando tutto va male." Molto meno convincente
rispetto a Cabaret Balkan, in questo caso protagonisti e
situazioni tendono più alla stupidità che alla follia, tuttavia non mancano le
scene violente che sembrano confermare lo stereotipo della perenne litigiosità delle
etnie slave … innata o storica? Appena sufficiente nel complesso, solo in
alcuni episodi ci sono situazioni notevoli, per il resto procede lentamente con
pochi spunti arguti.
Rancho Notorius (Fritz Lang, USA, 1952)
Strano western diretto da Fritz Lang,
con Marlene Dietrich (ad Hollywood nel 1930 sull’onda del successo in L’angelo
azzurro, e Oscar l’anno seguente per Morocco, entrambi diretti
da Josef von Sternberg) e Arthur Kennedy, che quell’anno
ottenne la seconda delle sue 5 Nomination. Il soffre non solo di una debole
sceneggiatura ma anche e soprattutto di scenografie di quart’ordine …
completamente girato negli studios di Hollywood, con pessimi fondali. I classici
campi lunghi, gli ampi panorami e le cavalcate sono del tutto assenti. Lo
stimato regista fa quello che può ma non riesce a salvare Rancho Notorius.
The Fugitive (John Ford, USA, 1947)
Sorprendentemente, The Fugitive ha
risultati ancora peggiori del suddetto film di Lang, nonostante la
combinazione di tanti ottimi artisti (nei vari campi) che non ha prodotto che
un film mediocre. La sceneggiatura è adattamento di uno di più celebrati
romanzi di Graham Greene (The Power and the Glory), messa
in scena da 2 registi di indiscussa fama (John Ford e Emilio “Indio”
Fernández, il secondo uncredited), conta su tre star internazionali come
protagonisti quali Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro
Armendáriz e, come se non bastasse, la fotografia è affidata all’ottimo Gabriel
Figueroa, un maestro del bianco e nero. In effetti l’unico all’altezza dei
suoi trascorsi è quest’ultimo, anche se l’unico riconoscimento al film fu il
Premio Internazionale attribuito a John Ford a Venezia. La croce
di fuoco (questo il pessimo titolo italiano) è lento, basato su
stereotipi, su poche scene prolungate, discontinuo e spesso illogico in quanto a
tempi e luoghi, con il carattere del prete in fuga (Henry Fonda) proditoriamente
stravolto rispetto al personaggio creato da Greene.