Visualizzazione post con etichetta Annaud. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annaud. Mostra tutti i post

martedì 27 dicembre 2022

Microrecensioni 356-360: cult che non hanno quasi niente in comune

 Mettendo in ordine cronologico le ultime visioni programmate per il 2022, sono capitati insieme per puro caso. Paesi di produzione ben diversi, generi di molto differenti, solo le date ne accomunano tre (anni ’80). La cinquina è composta da un kolossal epico giapponese, una commedia grottesca che in Argentina tutti conoscono, un cult maledetto americano, una produzione internazionale tratta da un romanzo di Umberto Eco, il famoso film di Herzog girato fra Ande e Amazzonia. Media rating IMDb di questo gruppo: 7,8!

 
Freaks (Tod Browning, USA, 1932)

Tod Browning, dopo aver lasciato l’agiata famiglia a 16 anni per unirsi (per amore) ad una compagnia di circensi, entrò nel mondo del cinema come attore apparendo in una cinquantina di corti fra il 1913 e il 1915, ma la svolta ci fu con la partecipazione allo storico Intolerance (1916) di D. W. Griffith; lasciò definitivamente la recitazione per dedicarsi alla regia preferendo i generi crime, mistery e horror. I suoi pochi film muti che ebbero un vero successo furono quelli con il formidabile Lon Chaney (The Unholy Three, 1925, e The Unknown, 1927 – meritano entrambi una visione) e poi divenne famoso per il suo Dracula (1931, il primo americano su tale personaggio), con Bela Lugosi. Forte della fama ottenuta si imbarcò nel folle progetto di Freaks, in origine lungo 1h40’ ma quasi immediatamente ridotto a un’ora circa a seguito delle proteste e dello scandalo suscitato non solo per aver mostrato tanti deformi (che impersonavano i buoni) opposti alla bellezza e alla forza dei cattivi, ma anche per aver inserito torture e addirittura vivisezioni (nelle parti tagliate). Praticamente da allora sparì dalla circolazione lavorando pochissimo ed in incognito, così come del film se ne persero quasi le tracce fino alla riproposizione 30 anni più tardi. Nel 1962, infatti, cominciò a circolare di nuovo ricevendo soprattutto il plauso delle nuove correnti europee e diventando di fatto un cult.

Aguirre, furore di Dio (Werner Herzog, Ger, 1972)

Altro film diventato una pietra miliare, sia per l’ambientazione, che per qualità nonostante il ridottissimo budget, per come fu realizzato in ambiente naturale ostile con una troupe tecnica di sole 8 persone, per l’incontro/scontro fra il regista e Klaus Kinski … due geni fuori di testa che avrebbero lavorato insieme in vari altri film fuori della norma. L’essenza della trama è tratta da una relazione di metà ‘500 relativa alla ricerca del mitico El Dorado; Herzog elaborò la trama estrapolando solo la parte in cui Lope de Aguirre, nel 1561, decise di ribellarsi a Filippo II re di Spagna e conquistare gran parte dell’America meridionali per sé. Spettacolari le scene sulle Ande, nella foresta amazzonica e sulle zattere discendendo i corsi d’acqua, tutte più o meno improvvisate, adattandosi alle situazioni. Per fornire una minima idea della follia del progetto (brillantemente portato a termine, con buona dose di fortuna), sottolineo che il budget fu di appena 370.000 dollari, di cui un terzo era la paga di Kinski. La troupe dormiva sulle zattere o accampamenti di fortuna, il bagno era la piccola capanna che si vede nel film, non c’erano controfigure; per le riprese fu utilizzata la mitica cinepresa rubata da Herzog alla scuola di cinema di Monaco … altro che megaproduzioni e effetti speciali generati da CGI!

  
Il nome della rosa (J. Jacques Annaud, Ita/Fra, 1986)

Questa megaproduzione richiese 5 anni di preparazione, la costruzione di una replica dell’abbazia di Rocca Calascio su un colle presso Fiano Romano (il più grande set esterno dopo Cleopatra, 1963), lunghissime selezioni per il cast per cercare attori dai volti inquietanti. Gli interni furono invece girati in una vera abbazia fondata nel XII secolo, quella di Eberbach in Germania. Basato sul primo romanzo di Umberto Eco (l’unico ad avere un adattamento cinematografico) non soddisfece l’autore perché non riuscì a proporre tutti i complessi temi trattati nel libro, ma questo è quello che succede normalmente (e ovviamente) quando si tenta di concentrare in un paio d’ore i contenuti di centinaia di pagine che trattano argomenti vari, dal potere temporale della Chiesa alla persecuzione dei presunti eretici, fra filosofia e Inquisizione, senza dimenticare la ricerca degli autori di misteriosi omicidi. Film certamente intrigante, che certamente avvince la maggior parte del pubblico più per il lato crime che per quello puramente culturale.

Esperando la carroza (Alejandro Doria, Arg, 1985)

Commedia grottesca classica argentina che ruota attorno ad un’anziana signora che nessuno dei figli vuole in casa propria e le nuore ancora meno. La coppia che all’inizio del film la ospita è in ristrettezze finanziare e con una figlia di pochi mesi da accudire. In crisi isterica, Susana (che è la nuora più giovane) si precipita quindi a casa dei cognati che aspettano anche gli altri cognati per un pranzo domenicale per implorare (o costringere) una delle altre coppie a farsi carico della suocera e alle accesissime discussioni si aggiunge la comunicazione di una tragica notizia. Da apprezzare in lingua originale (castigliano rioplatense). Tratto da un lavoro teatrale di successo, non fu immediatamente ben accolto ma col passare degli anni è diventato un vero cult anche perché propone uno spaccato sociale degli anni ’70-’80. Continua ad essere proposto in tv e ci sono addirittura gruppi di fan che periodicamente si riuniscono per replicare i dialoghi del film, vestiti come i suoi personaggi, nei luoghi in cui fu girato.

Kagemusha (Akira Kurosawa, Jap, 1980)

Pur essendo grande estimatore di Kurosawa, devo dire che i suoi kolossal non valgono i suoi noir, né i suoi film di samurai, pur essendo comunque molto superiori alla media. Si perde un po’ nelle tante riprese delle masse di soldati in continuo movimento, sempre con i loro bravi vessilli attaccati sulle spalle. Certamente spettacolari sono i costumi ma, al contrario, sembra ci sia poca cura per gli interni e spesso il ritmo della narrazione rallenta a tal punto da considerare che forse le tre ore di durata non fossero strettamente necessarie. Nomination Oscar miglior film straniero e scenografia, Palma d’Oro a Cannes.

martedì 25 ottobre 2022

Microrecensioni 301-305: cinquina di rarità

A uno storico film finlandese pieno di renne, seguono piccole protagoniste di etnie singolari, steppe mongole, tanta natura con spettacolari paesaggi e animali selvatici, un’area storico / religiosa afghana; chiude quello che è molto probabilmente il film meno conosciuto di Totò, ma leggete fino in fondo per sapere in compagnia di chi!

 

Buddha collapsed out of shame (Hana Makhmalbaf, Iran/Fra/Afg, 2007)

Figlia dell’apprezzato regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (GabbehA Moment of InnocenceKandahar, …) è la più giovane regista di sempre in concorso al Festival di Venezia (a 14 anni), ma in precedenza, a 8 anni, aveva partecipato anche al Festival di Locarno con il suo primo corto. La protagonista è una fantastica bambina di 5 anni, serafica e imperturbabile ma soprattutto pertinace che vuole andare a scuola a ogni costo, cosa evidentemente difficile essendo della minoranza etnica hazara, da sempre osteggiata, se non perseguitata. La location è la valle di Bamiyan (Afghanistan) dove per ben 14 secoli (qualcuno dice 18) si sono potute ammirare due gigantesche statue di Buddha (alte rispettivamente 55 e 38 m, ricavate dalla viva roccia e quindi protette in una specie di nicchia) finché nel 2001 il Mullah Omar, sull’onda dell’iconoclastia talebana ne ordinò la distruzione. A causa della loro struttura (un solo pezzo di roccia) la cosa non fu per niente facile e ci vollero cannonate e cariche di dinamite per farle crollare. 


 

Il film è stato girato proprio di fronte alle enormi nicchie ormai vuote e nelle grotte scavate nei dintorni per accogliere monaci e pellegrini. Per dare un’idea della situazione (anche se non c’è alcuna reale violenza, neanche sottintesa, ma solo bullismo, anche da parte di alcune bambine) vi anticipo che i ragazzini giocano a fare i talebani che combattono contro gli americani e prendono in ostaggio le bambine che a volte vengono lapidate (sempre nel gioco, non vola neanche una pietra). Premiato a Berlino e a Roma.

The White Reindeer (Erik Blomberg, Fin, 1952)

Ambientato fra allevatori di renne, si tratta di un horror basato su una antica leggenda. Affascinanti distese innevate attraversate da innumerevoli renne e pochissimi umani, a volte sugli sci spingendosi con un solo bastone (stile telemark), a volte seduti in caratteristiche pulka, una specie di slittini a forma di barchetta con la prua rialzata e schienale diritto a poppa, trainate proprio da una renna. 

Storia lineare e semplice, ma ben narrata, che consente anche di apprezzare i fantastici paesaggi, le mandrie di renne, il modo di catturarle, la tecnica sciistica e quella di conduzione delle pulka, lo stile di vita di quella popolazione. Unico film finlandese ad essere stato premiato con un Golden Globe; pellicola originale restaurata e digitalizzata 4k. 

 

The Cave of the Yellow Dog (Byambasuren Davaa, Ger/Mon, 2007)

Visto che c’è una trama, si colloca fra fiction e documentario, ma i soli attori (non contando un paio di comparse e una solitaria anziana che ha un piccolo ruolo) sono i reali componenti della famiglia Batchuluun, pastori nomadi mongoli. Giovane coppia composta dai genitori, due figlie di 6 e 4 anni, un figlioletto di 2. 


Altro film di grande interesse etnografico, con esterni spettacolari nelle grandi pianure semidesertiche della Mongolia. La narrazione alterna momenti di vita familiare, dentro e fuori la classica yurta (che alla fine si vede anche come viene smontata per spostarsi in un'altra località), e scene di vita con gli animali. Il titolo si riferisce ad una leggenda raccontata dall’anziana che aveva accolto la ragazzina che, per cercare il cane che aveva adottato contro il parere del padre, era stata colta da un temporale. Veramente interessante, e in un certo senso divertente, il film porta lo spettatore nel fantastico ambiente rurale centro-asiatico. Ai vari Premi ottenuti dal film, si aggiunge quello a Cannes andato al cane Zochor.

Le dernier loup (Jean-Jacques Annaud, Chi/Fra, 2015)

Molto ben filmato come era lecito aspettarsi da Annaud, soffre di una sceneggiatura, nonostante sia tratta da un bestseller cinese, non evidenzia una direzione precisa, lasciando nel vago sia i rapporti uomo / animale e predatori / prede, sia le ragioni politiche e le ragioni economiche che si confrontano con la tradizione. Veramente ottime le singole riprese, ma chiaramente montate senza continuità; i lupi mongoli che si vedono nel film erano stati specificamente addestrati dallo staff di Annaud. Anche il commento sonoro è di ottimo livello, ma il film, nel complesso, resta tuttavia sufficiente e comunque nettamente inferiore ai precedenti tre sopra recensiti.

L'uomo, la bestia e la virtù (Steno, Ita, 1953)

Dulcis in fundo, ecco una vera rarità che però niente ha a che vedere von terre lontane, natura selvaggia e etnie poco conosciute, ma ha la particolarità di mettere insieme grandi nomi che nessuno si aspetterebbe di vedere accomunati. I protagonisti del film sono il più famoso commediante italiano del dopoguerra (Totò), un grande attore e regista di indiscussa fama mondiale (Orson Welles) e la star francese dell’epoca Viviane Romance (protagonista dell’eccellente Panique, 1946, di Julien Duvivier), diretti da un regista di valore come Steno, specializzato nel genere comico – popolare, che interpretano un adattamento di una commedia di Pirandello! Meraviglia quindi che pochissimi conoscano questo film ma c’è una ragione ben precisa: appena dopo l’uscita nel 1953, fu ritirato dalla circolazione poiché gli eredi di Pirandello ritennero che la sceneggiatura avesse stravolto il senso originale della commedia, rendendola troppo farsesca. Fu rimesso in circolazione dopo ben 40 anni (1993), ma da allora conta pochissimi passaggi in televisione, oltretutto nella versione b/n (l’originale era a colori), e praticamente non è mai arrivato nelle sale. Interessante anche l’ambientazione a Cetara, quando era ancora un piccolo approdo di pescatori della Costiera Amalfitana, non ancora assurto a fama mondiale con la sua colatura di alici DOP, peraltro prodotto storico con origini risalenti all’epoca romana. I protagonisti sono un professore (Totò, l'uomo), un comandante di nave sempre lontano da casa (Welles, la bestia) e la moglie di quest’ultimo (Romance, la virtù) ma anche amante (incinta) del primo.

lunedì 22 luglio 2019

46° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (226-230)

Man mano che procedo in ordine cronologico nella visione dei Blu-ray facenti parte delle cofanetti che comprai tempo fa, mi sembra (e non è solo una mia sensazione visti anche rating e riconoscimenti) che il livello sia sempre più basso ... e certamente il peggio deve ancora venire.
Di conseguenza, il quasi demenziale Snatch (con i suoi semplici relativi meriti) riesce a prevalere senza problemi sugli altri 4 di questa cinquina, della quale fanno parte film con budget e promozioni ben più consistenti. Ecco le micro-recensioni ordinate secondo il mio gradimento.


   

229  Snatch (Guy Ritchie, UK, 2000) tit. it. “Lo Strappo”  * con Jason Statham, Brad Pitt, Benicio Del Toro * IMDb  8,3  RT 73%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)  *   al 105° posto nella classifica IMDb
Un cult che lanciò definitivamente sulla scena mondiale Guy Ritchie, alla sua seconda regia, dopo aver esordito due anni prima con Lock, Stock and Two Smoking Barrels (Lock & Stock - Pazzi scatenati), altro gran successo al botteghino, attualmente al 144° posto nella classifica IMDb. Lo stile e i contenuti dei due film si somigliano, con una miriade di personaggi dalle origini più svariate (ma tutti più o meno fuori di testa) che parlano uno slang difficilmente comprensibile senza sottotitoli (ma vale senz'altro la pena di guardarlo con audio originale), montaggio rapido, scene che si spostano rapidamente da un luogo all’altro, anche quando non tende allo splatter la violenza abbonda ma in chiaro stile dark humor, con alcune situazioni e sorprese veramente geniali.
Cast molto vario, ma ben scelto ... tanti bravi attori che si calano perfettamente nei panni dei personaggi interpretati.
Se non si ha assoluta idiosincrasia per tutto ciò, vale assolutamente la visione.

226  As Good as It Gets (James L. Brooks, USA, 1997) tit. it. “Qualcosa è cambiato”  * con Jack Nicholson, Helen Hunt e Greg Kinnear * IMDb  7,7  RT 85%  * 2 Oscar (Jack Nicholson protagonista e Helen Hunt non protagonista) e 5 Nomination (miglior film, Greg Kinnear non protagonista, sceneggiatura, montaggio e commento musicale)
Non mi attirava molto ma, facendo parte del cofanetto di 25 film Sony, l’ho guardato comunque e devo dire che non è tanto male. La sceneggiatura è in gran parte socialmente scorretta, ma ciò è ampiamente giustificato dal fatto che si tratta di una dark comedy che tira in ballo (oserei dire quasi con garbo) omosessualità, manie quasi da psicopatico, malattie, misantropia, rapporto/dipendenza da animali da compagnia (in questo caso un cane).
Jack Nicholson (Oscar) riesce ad essere quasi perfetto anche in questo film tutt’altro che drammatico ed è ben coadiuvato da Helen Hunt (Oscar) e Greg Kinnear (Nomination).
Tutto sommato abbastanza divertente e a tratti arguto da farsi guardare piacevolmente.

      

228  The Patriot (Roland Emmerich, USA, 2000) tit. it. “Il patriota”  * con Mel Gibson, Heath Ledger, Joely Richardson * IMDb  7,2  RT 61%  *  3 Nomination (scenografia, musica e sonoro)
Kolossal incentrato su un alcuni avvenimenti della guerra d’indipendenza (o rivoluzione, 1775-1783) americana, che portò alla costituzione degli Stati Uniti. Belli gli scenari, soprattutto gli esterni, esagerati e quindi poco credibili gli scontri fra i patrioti e i regolari britannici, vari buoni attori nel cast (a cominciare dal sempre bravo Tom Wilkinson) ma Mel Gibson si distingue per essere uno dei meno convincenti. Roland Emmerich conferma di essere regista non del tutto malvagio, ma certamente mediocre.
Da guardare solo se piace il genere.

227  Seven Years in Tibet (Jean-Jacques Annaud, USA, 1997) tit. it. “Sette anni in Tibet”  * con Brad Pitt, David Thewlis, BD Wong * IMDb  7,1  RT 60% 
Non fra i migliori film di Jean-Jacques Annaud, si fa guardare soprattutto per gli scenari naturali solo in minima parte tibetani, gli altri - e anche l’ambiente sociale e la popolazione - sanno troppo di artificioso. Delle riprese (non autorizzate) in Tibet Annaud parlò solo un paio di anni dopo l’uscita del film, che fu girato per lo più in Argentina, Canada e Nepal.
Basata sul libro di memorie del protagonista, la sceneggiatura non è fedelissima e la rappresentazione dei tibetani buoni e dei cinesi cattivi non fu per niente gradita da Pechino che, nell’immediato, proibì l’ingresso di Annaud, Brad Pitt e David Thewlis vita natural durante, ma in effetti il bando durò solo una quindicina di anni.
Senza infamia e senza lode.

230  Spider-Man (Sam Raimi, USA, 2002) * con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe * IMDb  7,3  RT 90%  *  2 Nomination (effetti speciali e sonoro)
Una storia trita e ritrita, fra supereroe di turno, identità misteriosa, un amore impossibile, il cattivo cattivissimo, eccetera eccetera. Apprezzabili solo alcuni effetti speciali.
Valutazione da prendere con le pinze, qualcuno potrà dirmi che sono un po’ prevenuto nei confronti dei fantasy in genere e di quelli derivanti da comics, ma certamente non mi è piaciuto e trovo che altri film del genere siano nettamente migliori.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.