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domenica 8 marzo 2020

Micro-recensioni 51-60 del 2020: ottimo Gremillon, deludente Oshima, ma c'è altro

Decina con molte novità e sorprese, estremamente varia seppur con qualche ripetizione di registi con quella fondamentale ed estremamente gradita di Jean Grémillon, regista francese stimato benché poco conosciuto, scoperto per puro caso in quanto a lui era dedicata la retrospettiva in corso alla Cinemateca  Portuguesa nel mio unico giorno libero a Lisbona.
 
Gardiens de phare (Jean Grémillon, Fra, 1928)
Remorques (Jean Grémillon, Fra, 1941)
In quanto al primo non si può non pensare al recentissimo, e ottimo, The Lighthouse (di Robert Eggers, 2019, candidato Oscar per la fotografia). Qui i due guardiani del faro, isolato a causa del mare in tempesta sono padre e figlio e il loro rapporto è ben diverso da quello fra i personaggi in continuo contrasto interpretati da Willem Dafoe e Robert Pattinson, e oltretutto cambia molto con il passare dei giorni, fino al tragico finale. Ben diretto e interpretato, con pochissimi cartelli, ottima fotografia.
Anche il secondo è irrevocabilmente legato al mare in tempesta ma la parte principale è più melodrammatica che avventurosa. Jean Gabin è il capitano di un rimorchiatore d’alto mare con una moglie un po’ oppressiva e una potenziale amante salvata da una nave in pericolo. All’ottima descrizione dell’ambiente marinaresco del piccolo porto francese, con l’equipaggio pronto a partire in qualsiasi momento e, ovviamente, con condizioni meteo quasi proibitive, si contrappongono pessime scene in mare (modellini scadenti in vasca con onde esagerate).
Ho preferito il primo, ma entrambi meritano la visione.
 
The War of the Worlds (Byron Haskin, USA, 1953)
An Inn at Osaka (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Seguono due film che non hanno niente in comune se non la novità (per me).
Il primo è il più famoso adattamento cinematografico del racconto del 1898 di H. G. Wells e, specialmente considerata l’epoca in cui è stato girato, è senz’altro meritevole di aver ben proposto l’arrivo dei conquistatori alieni e i successivi scontri con raggi mortiferi da un lato e armi convenzionali (ma fino all’atomica) dall’altro. Pur non essendo assolutamente appassionato del genere, mi è sembrato un prodotto ben fatto, snello e piacevole da seguire.
Al contrario, il film di Gosho rientra in una tipologia che apprezzo particolarmente, vale a dire i film giapponesi degli anni ’40-’50 che descrivono i vari ceti sociali alla disperata ricerca di un ritorno alla “normalità” dopo la disastrosa fine della guerra. In questo caso si propone il contrasto fra una moralità tradizionale e la spregiudicatezza di affaristi senza scrupoli, sullo sfondo della società ricca che ancora organizza festini con prostitute, geishe e tanto sakè che contrasta con la classe di lavoratori sfruttati e malpagati. Si tratta del primo film di questo regista che mi capita di guardare, ne cercherò altri … in più situazioni ricorda Ozu … il che è senza dubbio un titolo di merito.
   
Death by Hanging (Nagisa Ôshima, Jap, 1968)
Boy (Nagisa Ôshima, Jap, 1969)
L'impero dei sensi (Nagisa Ôshima, Jap, 1976)
Regista giapponese a cavallo fra i classici del dopoguerra e la nouvelle vague, divenuto improvvisamente famoso nel mondo per l’ultimo dei 3 succitati (da non confondere con il successivo L’impero della passione, 1978), con tanto sesso esplicito, oltre l’erotico, da alcuni definito porno artistico. Devo dire che non mi ha particolarmente avvinto e che, seppur con storie e ambientazioni completamente diverse fra loro, trovo che tenda ad essere estremamente ripetitivo.
Il primo è una commedia dell’assurdo di tipo kafkiano, portata avanti quasi in tempo reale. Un coreano condannato a morte, sopravvive all’impiccagione creando panico e sconcerto fra guardie, giudice, sacerdote, boia e secondini che si confrontano duramente tentando di risolvere il busillis: un’esecuzione si può ripetere? I punti di vista, sostenuti con veemenza, sono quindi tecnici, legali, medici, spirituali o anche filosofici. Alterna momenti arguti e interessanti ad altri divertenti, ma due ore sullo stesso tema sono troppe.
Boy sembra invece essere l’antesignano dei film basato su famiglie asiatiche dedite a truffe e reati minori rappresentati (con successo) nei moderni Shoplifters (2018, Hirokazu Koreeda, Jap, Nomination Oscar) e il recentissimo Parasite (Kor, Bong Joon Ho, 2019, 4 Oscar). In questo caso si tratta finti incidenti automobilistici, ma l’essenza del film sta nella relazione fra i tre protagonisti.
Il terzo, come detto il più famoso all’estero, pur se tecnicamente ben realizzato, risulta noioso o, per gli amanti del porno, insufficiente. Per me il peggiore dei tre.
   
Frances (Graeme Clifford, USA, 1982)
Quills (Philip Kaufman, UK/Ger/USA, 2000)
Le placard (Francis Veber, Fra, 2001)
L’ultimo terzetto è molto vario, ma i film (elencati in ordine cronologico) possono accomunarsi con l’espressione senza infamia e senza lode.
Il primo è un biopic dell’attrice Frances Farmer la cui carriera, dopo una rapida ascesa, si concluse più o meno repentina a causa dei suoi comportamenti. Pare che la versione dei fatti presentati nel film siano stati oggetto di aspre contestazioni. Nomination Oscar per Jessica Lange protagonista e Kim Stanley non protagonista.
Quills ha qualcosa in comune sia con L'impero dei sensi che con Frances. Con il primo per parlare di rapporti sessuali poco convenzionali (anche se mostra molto meno) e con il secondo per voler narrare l’ultimo periodo di vita di De Sade (ma con pochi fatti reali e grande fantasia). La scadente sceneggiatura è tenuta in piedi dal notevole cast nel quale si distinguono il sempre affidabile Michael Caine e Geoffrey Rush (Nomination Oscar protagonista), mentre Kate Winslet e Joaquin Phoenix mi sono sembrati molto meno convincenti.
Le placard risulta forse il più piacevole, essendo una commedia di costume senza pretese. La finzione di essere omosessuale al fine di mantenere il posto di lavoro, scatena una serie di eventi divertenti, in parte esagerati, ma sostanzialmente plausibili … una buona critica di costume, basata sulla ormai radicata ossessione del politically correct.

mercoledì 15 gennaio 2020

Nomination Oscar 2020: prime considerazioni

Penso che sia la prima edizione degli Oscar in cui soli quattro film si accaparrano ben 41 Nomination (11 per Joker e 10 ciascuno a The Irishman, 1917 e Once Upon a Time... in Hollywood) e altri quattro 6 ciascuno = 65 Nomination per 8 film. Ognuno dei primi quattro è certamente più che buono, ma nessuno è un capolavoro come alcuni indimenticabili dei decenni scorsi.
Con l’allargamento a 9 candidati per la corsa all’Oscar assoluto (miglior film) è da vari anni che si vedono titoli assolutamente indecenti … come si può pensare di mettere Jojo Rabbit o Le Mans '66 - la grande sfida in competizione con i suddetti 4??? Un ritorno all’antico con 5 soli candidati, o al massimo 7 per non essere troppo drastici nel taglio, sarebbe più che sensato.

 

I magnifici 4 si ritrovano a competere per la regia (con Parasite come quinto contendente), per la fotografia (dove vedo con molto piacere che l’altro candidato è l’altro candidato è The Lighthouse, girato in un superbo b/n), per la sceneggiatura ma divisi fra quelle originali e adattate; non mi sembra ci siano altre categorie nelle quali compaiano tutti e 4 ma certamente le suddette sono le più importanti.
 

Come detto, ci sono film incredibilmente sopravvalutati come Jojo Rabbit, con ben 6 Nomination alla pari con Parasite (certamente di livello molto superiore e che, sulla carta, non dovrebbe avere problemi a vincere il l'Oscar come miglior film straniero contando su ben altre 5 nomination fra le quali miglior film), con Marriage Story in merito al quale sono ottimista e Piccole donne. Fra tutti i succitati, gli ultimi due sono i soli che non ho ancora guardato.
Parasite è senz'altro una buona dark comedy ma, a mio parere, ha il limite di basarsi non su tanti eventi casuali quasi impossibili, bensì su situazioni molto poco plausibili … il che è ben differente. 
Fra gli altri nominati in categorie importanti (e visti) mi ha colpito che sia stato preso in considerazione l’assolutamente ridicolo Knives Out per il quale non capisco tutto l'entusiasmo suscitato visto che sono cose tutte situazioni trite e ritrite, con interpretazioni non certo memorabili.
Al contrario, similmente al caso di The Lighthouse, noto con piacere l’inserimento di J'ai perdu mon corps fra i candidati in corsa per l’animazione, molto originale, ben disegnato, con un’ottima sceneggiatura (in particolare per un film d’animazione).
In competizione con Parasite per il miglior film straniero c’è anche Dolor y gloria, uno dei migliori film maturi di Pedro Almodóvar, per il quale Antonio Banderas ha ottenuto la sua prima nomination Oscar, e come miglior attore protagonista. Per il Richard Jewel di Clint Eastwood solo la Nomination di Kathy Bates non protagonista. 
Nelle categorie principali si prevede un altro paio di sfide “appassionanti” che sicuramente sfoceranno in infinite discussioni: migliori attori protagonisti e non protagonisti. In effetti la vera battaglia è fra tre per ciascun gruppo (direi quasi due), vale a dire Joaquin PhoenixLeonardo DiCaprio e Adam Driver (protagonisti, in ordine di “merito”) e Joe Pesci, Brad Pitt  e Al Pacino (non protagonisti).
Chiudo con una curiosità. Su un paio di riviste specializzate americane, commentando le Nomination, è stato sottolineato come siano scomparse quasi del tutto quelle “di colore” (dopo la sparata di Spike Lee che portò ad un eccesso l’anno seguente) essendoci solo due candidati: Cynthia Erivo (protagonista di Harriet) e … Antonio Banderas (!). Questi ha dovuto precisare che è “blanco y español”, neanche latino.
 

Se potessi votare, ecco le mie scelte per le principali categorie:
Film - Once Upon a Time... in Hollywood (più omogeneo e bilanciato di The Irishman che è ottimo solo per i primi ¾, poi inutilmente noioso specialmente considerata la durata complessiva di oltre 3 ore)
RegiaScorsese, nonostante la suddetta pecca finale
Sceneggiatura or. - Once Upon a Time... in Hollywood
Sceneggiatura non or.The Irishman
Fotografia - The Lighthouse
Protagonista - Joaquin Phoenix 
Non protagonista – difficile scegliere fra Joe Pesci e Brad Pitt, ma propenderei per il primo, generalmente sottovalutato pur avendo vinto di più come attore rispetto al secondo
Animazione - J'ai perdu mon corps

Questo per quanto ho visto; fra gli 8 che hanno monopolizzato le Nomination mi mancano solo Marriage Story e Piccole donne
Prossimamente post con le recensioni dei "magnifici 4", aggiungendo quella di 1917 (visto ieri) alle tre già pubblicate. Confronto sotto vari aspetti.

lunedì 4 novembre 2019

66° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (326-330)

Interessante gruppo con tanti film di uscita recente (il più vecchio è del 2014), The Lighthouse e Luce, pur contando su attori ben noti e avendo avuto buona accoglienza di critica e di pubblico, non sono neanche ancora annunciati in Italia.

   

330  The Lighthouse (Robert Eggers, Can, 2019) * con Willem Dafoe e Robert Pattinson * IMDb  8,3  RT  92% *  Premio FIPRESCI a Cannes
Dramma in stile teatrale con solo due attori: il sempre affidabile Willem Dafoe e il molto migliorato Robert Pattinson, una sorpresa per chi, come me, se lo ricorda come licantropo nella saga Twilight. I due vanno su uno scoglio (arduo definirlo un’isola) a rilevare un’altra coppia di faristi con i quali non scambiano neanche una parola. Ovviamente, il più anziano (Dafoe) è il responsabile, l’altro è l’aiutante tuttofare, alla prima esperienza del genere. Dovendo rimanere lì 4 settimane (che poi diventeranno di più a causa del maltempo) e avendo bei caratterini la convivenza non sarà semplicissima. Se a questa precaria situazione si aggiungono l’alcool e le allucinazioni del giovane, le cose non possono che peggiorare.
La sceneggiatura è opera dello stesso regista, insieme con suo fratello Max, e non è per niente banale, con forti implicazioni psicologiche e richiami alla mitologia greca. In quanto alla parte tecnica, Eggers ha fatto scelte ben precise utilizzando per le riprese vecchie 35mm, un formato vecchissimo, quasi quadrato, 1,19:1, e pellicola b/n poco sensibile ben diversa dai nitidissimi risultati dei b/m di ultima generazione.
Certamente in vari punti la storia mi è apparsa esagerata, ma nel complesso regge più che bene ed è ben messa in scena. L’ambientazione (sia gli interni, che il faro e l’inospitale isolotto roccioso) è affascinante, i dettagli sono stati replicati da un faro di inizio ‘900, compresa la lanterna Fresnel e la sirena antinebbia a vapore che suona ritmicamente per decine di minuti.
Per specifica volontà degli Eggers, Dafoe parla un gergo marinaro dell’epoca (fine ‘800) e Pattinson con un particolare accento dei boscaioli del Maine; se guardate la versione originale siete avvisati, nessuno dei due idiomi è un inglese normale …
Certamente non è un film per il grande pubblico, ma ha molti meriti che evidentemente sono stati apprezzati a Cannes dove ha vinto il Premio FIPRESCI.
Io lo consiglio, ma prima di andare a guardarlo è bene che leggiate altre opinioni che comunuque, a giudicare dai rating, sono positive sia da parte del pubblico che da parte dei critici.

326  What we do in the shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi, NZ, 2014) tit. it. "Vita da vampiro" *  con Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer * IMDb  7,7  RT  96% 
Mockumentary-commedia demenziale che vede protagonisti un gruppo di vampiri, amici da secoli (nel vero senso della parola) che condividono una casa a Wellington, Nuova Zelanda. Ci sono anche associazioni di streghe e zombie (con le quali sono associati), ma non mancano i lupi mannari che fanno vita a sé pur essendo in essere rapporti di “buon vicinato” (relativo).
Affascinante la grande magione, ovviamente senza luce solare, ma con scantinati e ripostigli, arredata in modo estremamente peculiari gli abbigliamenti, i disegni e gli arredamenti. Nella versione originale il forzato finto accento Europa dell'est per il gruppo di vampiri (immigrati) contrasta con l'accento neozelandese dei vampiri moderni e delle loro vittime. Gran spargimento di sangue ma sempre porto in modo sarcastico e divertente. Ottima anche la scelta dei tanti pezzi della colonna sonora che comprende classica, rock, musiche orientali e brass band balcaniche.
Film breve (86’) ma intenso, demenziale ma arguto, ben girato, ben diretto e ben interpretato. I registi sono anche gli sceneggiatori, nonché interpreti principali; budget 1,5 milioni di dollari.
Autorevole fonte mi dice che fu distribuito in versione italiana; il film passò al Torino Film Festival, ottenendo oltretutto il Premio della giuria. In effetti è pluripremiato e, visto il successo dei personaggi, dal film ne è scaturita una serie televisiva (molto apprezzata) giunta ora alla seconda stagione.
Consigliato.

      

329  Luce (Julius Onah, USA, 2019) * con Naomi Watts, Kelvin Harrison Jr., Octavia Spencer, Tim Roth * IMDb  6,9  RT  92%
Sottile dramma famigliare/scolastico, retto da una interessante sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con J.C. Lee (basata su un suo lavoro teatrale) e interpretato da un cast di tre navigati e bravi attori e Kelvin Harrison Jr., promettente 25enne con alle spalle una ventina di film. Esordì in 12 Years Slave, ha partecipato a Birth of a Nation e Mudbound, questo è uno dei 5 film di quest’anno, altri 3 sono già in postproduzione per le uscite 2020 … sembra ben avviato.
Naomi Watts e Tim Roth sono genitori adottivi di uno studente modello (eritreo, salvato dalla guerra), apprezzato da tutti, atleta di punta della scuola, ma ad un certo punto si scatenano una serie di equivoci, mezze bugie, sospetti, soprattutto a causa della troppo intrusiva insegnante Octavia Spencer. I continui cambiamenti di atteggiamento dei coniugi (che cominciano ad avere problemi anche fra loro), l’entrata in scena della sorella (disturbata) dell’insegnante e di una ex di Luce, l’intervento del preside e problemi razziali di fondo mantengono sempre alta la tensione. Anche i (soliti) accesi diverbi, fra uno che vuole la “verità” (quella che viole sentire) e chi si ostina a ripetere che è quella già detta, sono ben proposti. Più volte veramente non si sa a chi credere essendo tutto basato su sospetti, voci e coincidenze che sono tutt’altro che prove certe.
A metà strada fra film drammatico basato sulla fiducia reciproca che quando viene a mancare è capace di spaccare anche una (fin lì) unita famiglia e sui problemi di un ambiente multietnico, con tante esternazioni in merito a guerre e politica, nonché razzismo, Luce risulta essere un film più che apprezzabile nel quale si nota l’impostazione teatrale, nel bene e nel male.
Consigliato.

327  Joker  (Todd Phillips, USA, 2019) * con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz * IMDb  8,8  RT  69%
Todd Phillips, con trascorsi di regista e sceneggiatore di commedie al limite del demenziale (la serie Hangover, Old School, Due Date, Borat, …), si cimenta in un genere completamente diverso, con alti e bassi. Piuttosto pretenzioso, Joker si fa forte soprattutto dell’ottima interpretazione di Joaquin Phoenix, che qui appare quasi come un trasformista, sia nell’abbigliamento che nell’aspetto fisico e, ovviamente, nelle espressioni facciali.
La nascita del personaggio Joker viene presentata come frutto di una combinazione di storie di prevaricazioni subite, uno squilibrio generale, difficile situazione famigliare. Nel deludente finale si vuole generalizzare il discorso facendolo diventare una quasi rivoluzione, esaltando differenze e contrasti sociali. Poco chiaro e aperto a varie interpretazioni è il rapporto fra il protagonista e Sophie che rimane un po’ a margine della storia. Riferimenti a film di Scorsese quali Taxi Driver e King of Comedy (entrambi con DeNiro protagonista, presente anche in questo film) sono ripetuti più volte. Una menzione di merito va invece all’ottimo e originale commento musicale e anche la colonna sonora è più che appropriata.
Per quanto mi riguarda, certamente non vale l’attuale rating IMDb (8,8 … ridicolo!), mentre mi sembra più appropriato, anche se forse un po’ generoso, il 69% di RT e infatti il Metascore è solo 59. In conclusione appena sufficiente.

328  Journal 64 (Christoffer Boe, Dan/Ger, 2018) * con Nikolaj Lie Kaas, Fares Fares, Johanne Louise Schmidt * IMDb  7,4  RT  82%p 
Poliziesco non brillantissimo e per lo più abbastanza scontato, con troppi flash back, almeno più del necessario. Trama molto forzata, adattata da un romanzo di Jussi Adler-Olsen, con avvenimenti mostrati o narrati compresi fra il 1961 e il nuovo millennio, ovviamente con alcuni protagonisti in comune.
Ho ritrovato Fares Fares, buon protagonista in The Nile Hilton Incident (ambientato in Egitto ma prodotto in Svezia) visto pochi giorni fa; libanese, attore dal 2000 in Svezia, esordì al cinema nel 2012 in Safe house nel ruolo di un antagonista di Denzel Washington … volto molto caratteristico.
Guardabile, ma nulla più.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.