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domenica 25 dicembre 2022

Microrecensioni 351-355: ancora noir e altri film poco visti

Ci sono un insolito noir tedesco dell’ottimo Fassbinder, un classico noir francese (che non conoscevo) del solito Clouzot, un recente neo-noir coreano, un film di John Schlesinger difficile da inquadrare in un particolare genere, precedente a quello che gli diede imperitura fama (Midnight Cowboy, 1969, Un uomo da marciapiede) e un documentario musicale su una star ultracentenaria della musica tradizionale indiana.

 

Veronika Voss
(Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1982)

Pellicola conclusiva della trilogia di Fassbinder (Maria Braun - Lola - Veronika Voss) che si differenzia dalle precedenti per avere un risvolto noir e per essere girato in bianco e nero (eccellente). Inoltre fu il suo penultimo film, seguito solo da Querelle uscito pochi mesi dopo, successivamente alla sua morte per overdose, a 37 anni (10 giugno 1982). Giudicato da molti l’elemento più debole della trilogia, la sua quota artistica comunque non se ne distacca molto e penso che sia una questione puramente soggettiva. Egualmente sono convinto che Fassbinder sia stato un regista ampiamente sottovalutato dal grande pubblico, nonostante l’ottimo livello media della sua produzione, ricchissima considerato il relativamente breve periodo di attività (1969-82). Tornando al film, ho trovato avvincente la sceneggiatura (dello stesso Fassbinder) molto ben decritta per immagini, con cose dette e non dette, bugie lampanti, pause e sorprese. Nulla da eccepire in quanto alle interpretazioni. Particolarmente buona la fotografia e la gestione delle luci, con tante immagini nelle quali il bianco è preponderante e splendente, attorno a soggetti scuri. Da non perdere, possibilmente dopo aver visto anche gli altri.

Les espions (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1957 (tit. it. Le spie) 

Uno dei meno conosciuti, e oggettivamente non dei migliori, noir di Clouzot. Pur contando su una ottima e intricata trama piena di suspense è il personaggio del protagonista che lascia a desiderare, comportandosi continuamente da ingenuo e sprovveduto, dopo essersi messo volontariamente in un giro di spionaggio internazionale. In breve, e non è uno spoiler poiché così inizia il film, uno psichiatra proprietario e direttore di una clinica, accetta di nascondere per pochi giorni uno scienziato in fuga da oltre cortina in cambio di un milione di franchi. In poche ore si troverà la grande casa invasa da spie introdottesi sostituendo il personale di prepotenza, visitandola di forza o di nascosto, o come nuovi pazienti, mentre all’esterno abbondano passanti sospetti, operai su scale e tetti delle case circostanti, bambini che lasciano messaggi. Il problema è che non può sapere tutte queste spie (che si conoscono fra di loro) sotto quale bandiera agiscono. Si assiste quindi a continui twist, minacce, assassini lampanti e morti sospette. Nonostante il comportamento irragionevole del dottore successivamente al chiaro accordo, il film merita comunque la visione.

  
Darling (John Schlesinger, UK, 1965)

Esemplificazione dell’arrivismo, della scalata sociale ad ogni costo, passando sopra ad ogni convenzione sociale e/o valutazione legale. L’ipocrisia e l’infedeltà regnano sovrane, la leggerezza con la quale in un certo ambiente (o in qualunque ambiente?) si tessono e si distruggono rapporti personali è sbalorditiva eppure probabilmente molto vicina alla realtà. Più che convincenti le interpretazioni di Julie Christie, Dirk Bogarde e Laurence Harvey nei panni dei personaggi principali, ma è tutta la descrizione dell’ambiente (oggettivamente abbastanza squallido) a sembrare più che credibile. Il film ottenne 3 Oscar (Julie Christie miglior attrice protagonista, sceneggiatura e costumi) e 2 Nomination (miglior film e regia), oltre a 4 BAFTA e un Golden Globe.

Rasan Piya (Niharika Popli, Ind, 2015)

Interessante documentario che vede protagonista il famosissimo compositore, poeta e vocalista indiano Ustad Abdul Rashid Khan, rappresentante la 14ima generazione di una stirpe di musicisti, morto l’anno successivo alla realizzazione del documentario, alla veneranda età di 107 anni. Chiaramente, per apprezzarlo si deve avere un minimo di orecchio e conoscenza della musica indiana e dei suoi strumenti tradizionali quali sitar, tablas e il più recente harmonium, inizialmente introdotto nell’area dagli europei e poi adottato in tutto il sub-continente.  

Beasts Clawing at Straws (tit. it. Nido di vipere) (Kim Yong-hoon, Kor, 2020)

Altro neo-noir potenzialmente buono, ma secondo me sminuito dalle troppe evidenti esagerazioni. Ottima la sequenza di intrecci più o meno casuali fra i vari protagonisti che entrano in contatto o cercano di recuperare un borsone pieno di soldi. Meno buona la messa in scena sia per quanto riguarda la gestione degli attori che le riprese in esterno. Il nuovo cinema coreano produce e ha prodotto di meglio. Guardabile, certamente non imperdibile.

sabato 2 luglio 2022

Microrecensioni 186-190: ancora gran varietà e qualità

Un corto sci-fi di 120 anni fa, considerato il primo del genere, certamente pietra miliare della Settima Arte, due classici del 1963 di taglio molto diverso (una commedia degna di Hitchcock e un dramma con tema quasi tabù per l’epoca), un film del tardo Parallel Cinema indiano e un documentario su un premio Oscar storico.

 
The servant (Joseph Losey, UK, 1963)

Seconda sceneggiatura cinematografica di Pinter, subito dopo The Caretaker, dello stesso anno (regia di Donner, con un ottimo trio di protagonisti: Alan Bates, Donald Pleasence, Robert Shaw). Da parte sua, Losey ha messo mirabilmente in scena il sottile gioco psicologico nel quale i ruoli iniziali vengono completamente sovvertiti, dirigendo un più che valido, seppur ridotto, cast nel quale spicca Dirk Bogarde con al lato la giovane Sarah Miles, appena al suo secondo film. Il regista americano (trasferitosi in UK dopo essere stato accusato di attività sovversive a seguito della tristemente nota caccia alle streghe del maccartismo) cura maniacalmente quasi ogni inquadratura e si è certamente sbizzarrito con originali punti di ripresa delle scale e nelle composizioni attorno agli specchi. Invito a leggere questo interessante articolo che spiega le origini di questo lavoro, derivato da una situazione reale trasformata in racconto da Robin Maugham (nipote del ben più famoso Somerset) e infine adattato a sceneggiatura da Pinter. L'originale era certamente più osé e necessariamente è stato edulcorato per il cinema ... infatti negli anni '60 l'omosessualità era ancora un reato.

Hearts of Darkness: A Filmmaker's Apocalypse (Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola, USA, 1991)

Documentario molto ben strutturato, che svela interessantissimi i retroscena relativi alla produzione di Apocalypse Now (1979, Francis Ford Coppola, 2 Oscar e 6 Nomination), uno dei migliori colossal di tutti i tempi, assemblati in un mix di interviste, brevi spezzoni del film, riprese amatoriali effettuate all’epoca dalla moglie di Coppola, Eleanor. Vengono alla luce l’infarto che colse Martin Sheen nel bel mezzo delle riprese, il timore di non poter portare a termine la produzione per problemi finanziari, l’imprevedibilità di Marlon Brando, i rapporti con gli indigeni sospettati di essere tagliatori di teste, motivazioni delle aggiunte e dell’eliminazione vi varie scene (alcune poi reinserite nella versione Redux), l’uso e l’abuso di alcool e droghe, i problemi delle riprese sul fiume e nelle foreste filippine (il film non fu girato in Vietnam), la correlazione con l’originale racconto Cuore di tenebra (Heart of Darkness, scritto da Joseph Conrad nel 1899 ma ambientato in Congo) e tanto altro. Consigliatissimo a chi ha già apprezzato il film, gli altri cominciassero a guardare almeno una delle due versioni.

  
The Kaleidoscope (Chaalchitra) (Mrinal Sen, USA, 1981)

Mrinal Sen è stato uno dei maggiori esponenti del Parallel Cinema indiano ed in questo film urbano e quasi neorealistico non solo tratta di temi sociali (come suo solito) ma sembra essere quasi chiaroveggente sollevando il problema dell’inquinamento atmosferico anche se si tratta di quello derivante dalle innumerevoli fornacelle a carbone casalinghe, che tuttavia a Calcutta erano centinaia di migliaia. L’ambientazione in un caseggiato popolare fornisce spunti per affrontare anche tanti altri aspetti della vita quotidiana familiare e delle prospettive sociali, oltre a quelli ovvi dei danni causati dai fumi ai polmoni e delle morti conseguenti ad intossicazione idi monossido di carbonio.

Charade (Stanley Donen, USA, 1963)

Commedia brillante fra il romantico e il crime, con un eccellente cast e una sceneggiatura niente male … molti sostengono che avrebbe meritato la regia di Hitchcock, il quale, ricordate, non ha diretto solo thriller ma anche commedie e non ha mai fatto mancare l’ironia nei suoi film. Una giovane e avvenente recentissima vedova (Audrey Hepburn), scopre di essere stata lasciata senza una lira dal ricco marito, che questi aveva traffici loschi e amici ancor più loschi i quali sostengono che il defunto avrebbe fatto sparire una ingente somma di denaro. Essendo tutti convinti che lei sappia dove sia il malloppo, inizia una caccia alla quale partecipano personaggi subdoli e più o meno minacciosi e violenti (molti dei quali non sono chi dicono di essere), in parte alleati fra loro, in parte ansiosi di eliminare i concorrenti. I colpi e cambiamenti di scena non si contano, rafforzati dalle incisive interpretazioni del romantico Cary Grant, del protettivo Walter Matthau e dei minacciosi James Coburn e George Kennedy e il solo apparentemente innocuo Ned Glass. Commedia classica d’altri tempi, ben diretta e interpretata, quasi per famiglie.

Le voyage dans la lune (George Méliès, USA, 1902)

Come scritto in apertura, con questo corto (13’-14’ a seconda delle versioni) di Méliès dimostrò che attraverso il cinema, con pochi semplici ingenui trucchi (oggi) più che evidenti, si potesse intrattenere ed affascinare il grande pubblico con fantasie e ipotesi scientifiche, molte delle quali, come in questo caso, erano già stata avanzate da Jules Verne vari decenni prima. La migliore versione attualmente disponibile è quella colorizzata (a mano) all’epoca, ritrovata nel 1993, restaurata digitalmente fotogramma per fotogramma (oltre 13.000) e fruibile dal 2010. Curiosità per cinefili, per questi imperdibile.

giovedì 21 ottobre 2021

Micro-recensioni 296-300: Losey misconosciuto, Renè Clair e altri 2 Audry

Due film semisconosciuti ma molto interessanti, uno più che discreto che ha segnato un punto di svolta nel cinema francese e due abbastanza scadenti.

 

King & Country
(Joseph Losey, 1964, UK) aka Per il Re e per la Patria

Altro film anti-bellico, che in un certo senso ricorda Paths of Glory (1957) di Stanley Kubrick, con Kirk Douglas. Un saggio ufficiale inglese (Dirk Bogarde) ha il compito di difendere davanti alla corte marziale un soldato che si era allontanato dal fronte, ma non propriamente disertato. Parte del film mostra le condizioni nelle quali sopravvivano i soldati, nel fango e sotto una pioggia battente che non dà tregua; l’altra parte sostanziale è dedicata invece al processo vero e proprio, che si svolge in simili condizioni. Il film ottenne 4 Nomination BAFTA, Premio Volpi per Tom Courtenay (il “disertore”) e Nomination Leone d’Oro per Losey a Venezia.

Paris qui dort (Renè Clair, 1925, Fra)

Esordio alla regia (e sceneggiatura) per Renè Clair in questo film quasi fantascientifico arricchito di molta ironia. La storia è molto semplice: uno scienziato un po’ fuori di testa (ma senza alcun fine malvagio) ferma qualsiasi attività con un raggio invisibile (The Invisible Ray è anche uno dei titoli inglesi) e tutte le attività vengono congelate e le persone cadono in una specie di catalessi. Gli unici immuni sono il guardiano della Torre Eiffel e un gruppo (mal) assortito di persone che alle fatidiche 3:25 (altro titolo utilizzato) si trovavano in volo da Marsiglia verso Parigi. Dopo essersi resi conto di essere praticamente gli unici sopravvissuti (con una sola donna e 5 uomini fra i quali un poliziotto che conduceva in prigione un ladro di livello internazionale) si danno per un po’ alla pazza gioia per poi cadere quasi in depressione e infine scoprire che non sono veramente soli. Originale, specialmente per l’epoca, e portato avanti con molto sarcasmo. La visione alla Cinemateca è stata impreziosita da buona musica dal vivo, solo pianoforte.

  
Olivia (Jacqueline Audry, 1951, Fra)

Uno dei più noti film della Audry, attirò l’attenzione della critica e della censura (per visioni opposte, ovviamente) per trattare (quasi) esplicitamente di passioni fra alcune insegnanti e allieve di un collegio femminile per ragazze di alta società. Pur essendo tratto dall’omonimo romanzo di Dorothy Bussy (pubblicato con successo nel 1949) la versione cinematografica fece scalpore e il film fu addirittura vietato ai minori in Francia e UK, pur non mostrando niente di esplicito. Viene considerato il primo film commerciale francese nel quale si fa comunque riferimento ad una relazione omosessuale femminile. A Edwige Feuillère, che interpreta la direttrice Mademoiselle Julie, fu attribuito il BAFTA come migliore attrice straniera. Ben realizzato e interpretato, interessante per rendersi conto della (falsa) morale di quei tempi.

Les petits matins (Jacqueline Audry, 1962, Fra)

A detta dei critici non sarebbe il meno convincente dei film della Aubry, ma io l’ho trovato veramente di scarso livello. Si riduce ad una serie di sketch fra la giovane autostoppista belga che, insofferente alle piogge del nord, decide di raggiungere con qualunque mezzo la Costa Azzura. Incontri scontati con giovani pappagalli, maturi uomini benestanti che ci provano (ma qualcuno invece no), pugili dilettanti, rappresentanti e anche un ricco folle con la mania dell’omicidio. Tranquillamente evitabile senza rimpianti … da segnalare solo l’ennesimo personaggio femminile della Aubry che cerca l’indipendenza andando oltre le convenzioni e la morale comune.

Os Inconfidentes (Joaquim Pedro de Andrade, 1972, Bra)

Presentato come uno degli ultimi buoni film del Cinema Novo Brasileiro, delude per essere troppo teatrale, sia nella recitazione che nella scenografia, e troppo teso a rimarcare il concetto che con le sole parole e buone intenzioni non si possono fare rivoluzioni. Il film (co-prodotto dalla RAI) è stato proposto dalla Cinemateca come segno di supporto alla Cinemateca Brasileira di São Paulo che si trova in una difficile situazione finanziaria e, come se non bastasse, il 29 luglio scorso ha visto buona parte dei suoi archivi distrutti da un incendio.