giovedì 31 gennaio 2019

9° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (41-45)

Nono gruppo di film, pieno di pistole anche se i colpi sparati sono relativamente pochi. Nello specifico sono tuttavia di generi molto diversi. Due classici degli anni ’70, uno dei quali con 5 Oscar, due crime comedy (una della nuova stagione e l’altra misconosciuta di qualche anno fa) e un film francese indefinibile ma senz’altro ber costruito e interpretato. Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.

    

43  The French Connection (William Friedkin, USA, 1971) tit. it. “Il braccio violento della legge” * con Gene Hackman, Roy Scheider, Fernando Rey * IMDb  7,8  RT 98% * 5 Oscar (miglior film, regia, Gene Hackman protagonista, sceneggiatura e montaggio) e 2 Nomination (fotografia, Roy Scheider non protagonista e sonoro)
Uno dei migliori polizieschi di sempre, con un Gene Hackman in grande spolvero che meritatamente ottenne il primo dei sue due Oscar, l’altro lo ebbe per Unforgiven (Gli spietati) ma come non protagonista.
Su una trama apparentemente banale, Friedkin riesce a costruire ottimi momenti di tensione fra pedinamenti e inseguimenti, giungendo infine ad una conclusione perfetta che lascia allo spettatore l’interpretazione dell’ultimo colpo di pistola.
Friedkin è stato regista poco prolifico (solo 19 film in 45 anni) e ha prediletto i film d’azione, alcuni combinati con la commedia, anche se quello successivo a The French Connection fu di tutt’altro genere, ma comunque una pietra miliare: L’esorcista.
Il braccio violento della legge (questo è il titolo italiano) è un film da non perdere o da riguardare con piacere.

45  Professione: reporter (Michelangelo Antonioni, Ita, 1975) tit. int. “The Passenger” * con Jack Nicholson, Maria Schneider, Jenny Runacre * IMDb  7,6  RT 91% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Ottimamente girato, con pochi dialoghi e assenza di commento sonoro, storia intricata e avvincente, ma un po’ surreale. Non è certo paragonabile ai migliori film di Antonioni, quelli degli anni ’60, tanto per intenderci. Oltretutto Jack Nicholson non è del tutto convincente e sembra che  Maria Schneider (certamente non grande attrice) sia nel film solo per questione di cassetta, essendo improvvisamente diventata famosa 3 anni prima con Ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972, con Marlon Brando).
Resta l’eccezionale padronanza delle inquadrature e delle sequenze da parte di Antonioni; memorabile è la lunga ripresa quasi finale fra le sbarre della grata della finestra dell’hotel. 


      

41  L'homme du train (Patrice Leconte, Fra, 2002) tit. it. “L'uomo del treno” * con Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François Stévenin * IMDb  7,3  RT 94% * a Venezia 2 Premi del pubblico (miglior film e Jean Rochefort protagonista), Nomination Leone d’Oro
Due uomini maturi in apparenza completamente diversi si incrociano in una piccola cittadina di provincia e per un paio di giorni condividono l’attesa di eventi che possono cambiare la loro vita. Due tipi assolutamente solitari e quasi misantropi, che giungeranno a confidarsi e ad invidiare ognuno la vita dell’altro.
Come anticipato, non è un vero dramma, né una vera commedia, né un thriller. Ci sono elementi di generi molto vari, ma in sostanza è uno di quei classici buoni film francesi nei quali sembra che non succeda niente ma senza dubbio un occhio attento può trovarci molto. Molto ben interpretato dal solito Jean Rochefort e da un sorprendente Johnny Hallyday, non proprio nuovo al cinema, ma certamente molti lo ricordano più come famoso cantante di una cinquantina di anni fa.
Film piacevole, interessante e ben diretto, con una acuta descrizione dei personaggi.

44  Stand Up Guys  (Fisher Stevens, USA, 2012) tit. it. “Uomini di parola” * con Al Pacino, Christopher Walken, Alan Arkin * IMDb  6,5  RT 39%
Ho scelto di guardare questo film attirato dall'insolito trio di attori, due dei quali bravi e a me simpatici, il terzo altrettanto bravo ma secondo me sopravvalutato (ovviamente mi riferisco ad Al Pacino). Commedia dark che si sviluppa in meno di 24 ore nell'ambiente della malavita, sul filo di un regolamento di conti relativo ad avvenimenti di 28 anni prima. I dialoghi non sempre sono brillanti e a varie scene geniali si alternano purtroppo varie banalità. L’essenza del soggetto è sostanzialmente molto interessante e si sarebbe potuta sviluppare in modo migliore, evitando casomai delle cadute di stile innecessarie.
Una commedia senza grandi pretese che può anche essere piacevole se non si è troppo pignoli e si ha la pazienza di aspettare i momenti più divertenti e sagaci.

42  The Old Man & the Gun (David Lowery, USA, 2018) * con Robert Redford, Sissy Spacek, Casey Affleck, Tom Waits * IMDb  6,9  RT 95% * Nomination Golden Globe per Robert Redford
Nonostante il cast di rilievo, mi ha deluso abbastanza. Lento e ripetitivo a dir poco. Casey Affleck non è certo attore malvagio, ma se di tanto in tanto aprisse la bocca quando parla sarebbe più chiaro e potrebbe esprimere di più. Non credo che abbia qualche effettivo limite, piuttosto che ormai si è cucito addosso un certo tipo di personaggio che a lungo andare stanca e certo non gli rende merito. L’ottimo e inconfondibile (sia per la voce che per l’aspetto) Tom Waits è relegato in un ruolo marginale, insieme con Danny Glover. E neanche la coppia Robert Redford - Sissy Spacek riesce a salvare una sceneggiatura mediocre anche se basata su fatti reali.
La regia non si fa notare. Peccato. 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

martedì 29 gennaio 2019

8° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (36-40)

Questo ottavo blocco, con tre “ripescaggi” (teoricamente di qualità) e due novità (una delle quali acclamata e l’altra molto criticata), mi ha riservato varie delusioni e una piacevole sorpresa. Alla fine, i due che ho preferito sono stati i meno titolati. Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.

     

40  The House That Jack Built (Lars von Trier, Den, 2018) * con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman * IMDb  7,0  RT 58%
Il regista danese Lars von Trier, noto per essere il creatore di Dogma 95 con Vinterberg, per i suoi alti e bassi, per le sue storie e affermazioni spesso estreme, si cimenta con un quasi thriller, quasi dark comedy, certamente truculento e in alcuni casi disturbante, volutamente provocatorio. Un film articolato e complicato costituito da tre parti ben distinte eppure interlacciate, che singolarmente possono essere ammirevoli o stracriticabili.
La parte visuale (riprese, montaggio, inserti, ...) è senza dubbio eccezionale, i dialoghi sono certamente discutibili ma sollevano tante questioni interessanti (non riesco a ricordarne di banali, nel caso ci siano), la trama è quella che può dar più fastidio anche se molto del potenzialmente rivoltante è palesemente finto ... si rifugge dall’idea non dall’immagine (si vede molto di peggio sia in tanti acclamati film di guerra che in horror di cassetta).
Nei panni del protagonista c’è un Matt Dillon in grande spolvero, quasi onnipresente durante l’intero film. Questo è diviso in 5 "incidenti" più l'epilogo e viene accompagnato da un dialogo fra il protagonista e tale Verge che, a giudicare dal continuo sciabordio, sembrano avanzare nell'acqua nel buio più assoluto. Solo verso la fine saranno rivelati ruolo e volto di Verge, interpretato dal quasi 80enne Bruno Ganz che qualcuno ricorderà come protagonista di opere maestre del Nuovo Cinema tedesco come Nosferatu (1979) di Herzog, L'amico americano (1977) e Il cielo sopra Berlino (1987) di Wenders, L’inganno (1981, di Schlöndorff).
La costruzione del film e il montaggio sono unici e spesso geniali, cambi di ritmo, tanta camera a mano, inserti bianco e nero, disegni animati, stili di ripresa contrastanti, immagini di opere d'arte di tutti i tipi e di ogni epoca, disegni, dipinti, incisioni e sculture, cambi di formato.
I dialoghi toccano i temi più vari filosofia, religione, misoginia e misantropia, ingegneria e architettura, caccia, prede e predatori, storia e politica, arte. In quest’ultimo campo il regista ha selezionato e inserito sia immagini reali di un’incredibile serie di opere, sia scene che a esse fanno riferimento, tutte collegate ai temi del film; così come mentre scorrono i titoli di coda si ascolta Hit the road jack, il famoso pezzo lanciato da Ray Charles nel 1961, qui nella versione di Buster Poindexter.
A dimostrazione di come il film abbia diviso sia pubblico che critica, ricordo che alla prima mondiale a Cannes 2018 quasi un centinaio di spettatori abbandonarono la sala (alcuni dopo neanche un’ora), ma i più restarono fino alla fine (due ore e mezza) ed espressero il loro apprezzamento con una lunga standing ovation. Considerate che ad una al Festival di Cannes si suppone che assistano addetti ai lavori, critici, distributori, giornalisti.
Aggiungo che, se la prestigiosa e storica rivista francese Cahiers du Cinéma pone The House That Jack Built all’ottavo posto fra i migliori film dell’anno, deve pur avere vari meriti. Purtroppo molti si fermano a Hollywood, Disney e ora Netflix, ma c’è anche chi produce non mirando solo ed esclusivamente al successo al botteghino, indipendentemente dal piacere o meno. Ci sono tanti film di qualità che restano emarginati nei paesi di produzione (Estremo Oriente e America Latina su tutti) e altri indipendenti che, pur essendo di produzione europea o americana, non vengono adeguatamente distribuiti.
Direi "questo è cinema", a prescindere dal fatto che possa piacere o meno, ma c'è creatività, gusto dell'immagine pur trattando spesso scene violente e cruente.
Se non siete troppo sensibili, è un film da non perdere.

38  La tía Alejandra (Arturo Ripstein, Mex, 1979) tit. int. “Aunt Alejandra” * con Diana Bracho, Isabela Corona, Manuel Ojeda * IMDb  7,0 
Ho trovato un altro film di Ripstein, singolare come gli altri, ma stavolta si tratta di un'incursione (unica del regista e con il solo scopo di proporre un film popolare) nel mistery/horror. Questo è un genere non molto comune nella cinematografia messicana e i pochi cult sono sempre al limite, abbastanza distanti dagli horror puri. L'eccellente Macario (di Roberto Gavaldón, 1960, 8,4 su IMDb, candidato Oscar e Palma d'Oro, spesso paragonato a Il settimo sigillo di Bergman) tende nettamente al filosofico, El esquéleto de la señora Morales (8,2 con l’ottimo Arturo de Córdova) alla comedia negra, El vampiro (1957, di Fernando Méndez) è praticamente l'unico che rientra negli schemi classici.
La capacità di Ripstein si vede già dalla scena iniziale, ancor prima dei titoli di testa, con una perfetta inquadratura fissa dal basso, con il soggetto che si allontana rimanendo esattamente al centro dello schermo. Seppur minimalista e senza grandi effetti, La tía Alejandra avvince e allo stesso tempo lascia volutamente molte questioni aperte e sarà lo spettatore a decidere dove finisce la possibile magia nera (la brujería, in America Latina molto più trattata del vampirismo) e dove comincia altro.
Non certo uno dei più graffianti film di Ripstein, che si esprime al meglio nelle rappresentazioni di ambienti degradati ed esseri umani tormentati, emarginati eppure vitali. 

      

Questi tre film, oltremodo sopravvalutati, sono a pari merito i peggiori dei 5, nonostante la loro fama e in vari casi il coinvolgimento di registi o di ottimi attori di indiscusso livello. Non sapendo decidere quale mi ha deluso di più, li elenco in ordine di visione.

36  If Beale Street Could Talk (Berry Jenkins, USA, 2018) tit. it. “Se la strada potesse parlare” * con KiKi Layne, Stephan James, Regina King * IMDb  7,8  RT 95% * 3 Nomination Oscar (sceneggiatura adattata, Regina King non protagonista, commento sonoro)Ho cominciato a sbadigliare dopo appena 20' ed era il primo spettacolo pomeridiano, non l'ultimo a notte fonda. Dialoghi banali e risibili, riprese scure e deprimenti, panoramiche lentissime, talvolta impiegate al posto del classico campo/controcampo, verso la fine tanti primi piani fissi con l’attore di turno che guarda diritto nell’obiettivo, vociare e rumori di ambiente senza che si veda nessuno in giro e di pioggia senza che si veda una goccia  ... per fortuna non l’hanno candidato anche per la regia!. Ho contato solo 3 situazioni/dialoghi un po' più movimentati. Musica estenuante (c'è solo un brevissimo spezzone di un brano di qualità cantato dall’inconfondibile Nina Simone). Chiude in modo penoso con una serie di foto di schiavi, afroamericani arrestati, perquisiti e maltrattati mentre la voce fuori campo ricorda tutti i torti e soprusi da loro subiti.
Chiedendomi cosa avessero trovato altri in questo film sono andato a guardare i commenti su IMDb (attualmente 7,8, ma prevedo una discesa). Se andate a dare uno sguardo almeno ai titoli e ai voti vedrete quante insufficienze ci sono.
Certamente è molto sopravvalutato, probabilmente per l’eredità del regista Jennings che 2 anni fa con Moonlight vinse l’Oscar (meritato?) per la sceneggiatura e fu candidato per la miglior regia.
Sconsigliato ... scegliete altro.

37  Hair (Milos Forman, USA, 1979) * con John Savage, Treat Williams, Beverly D'Angelo * IMDb  7,6  RT 89%
Non essendo amante dei musical (pur apprezzando quelli ben realizzati) avevo sempre rinviato la visione del famoso Hair. Sono rimasto molto deluso sotto quasi tutti i punti di vista. La storia non è plausibile, i brani cantati (tranne un paio più conosciuti come Aquarius e Let the Sunshine In) non mi sono sembrati un granché, le poche coreografie insoddisfacenti (anche se quella inziale con i cavalli lasciava ben sperare), trama e personaggi tendenti al ridicolo. Tutto gira attorno a un piccolo gruppo di hippies (sesso, droga e rock'n'roll) che non riescono ad essere empatici ed i loro discorsi e azioni non sono assolutamente convincenti.
Un mediocre film di Bollywood non ha niente da invidiare a questo Hair, generalmente giudicato un pessimo adattamento del lavoro teatrale. Nel campo dei musical c’è molto di meglio, anche in quegli stessi anni.

39  Shakespeare in Love (John Madden, USA, 1998) tit. it. “Vice - L'uomo nell'ombra” * con Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Geoffrey Rush, Julie Dench, Colin Firth * IMDb  7,1  RT 92% * 7 Oscar (miglior film, Gwyneth Paltrow protagonista, Julie Dench non protagonista, sceneggiatura, scenografia, musica, costumi) e 6 Nomination (regia, Geoffrey Rush protagonista, fotografia, montaggio, sonoro, trucco)
Un film che ottiene 13 Nomination (uno sproposito in assoluto), 7 delle quali convertite in Oscar, dovrebbe essere qualcosa di sensazionale, rasentando la perfezione sotto quasi ogni punto di vista. La mia delusione è stata ancor maggiore per essere giunto alla visione di Shakespeare in Love dopo aver ri-guardato l’ottimo Saving Private Ryan (5 Oscar da 11 Nomination nella stessa edizione) e quindi avevo un preciso termine di paragone. Sono rimasto allibito dalla pochezza del film, nonostante la presenza di vari ottimi attori e mi è tornato in mente il famoso fantozziano commento “... una cagata pazzesca!”, perfetto per questo film di Madden, certamente non per La Corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (1925). 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

venerdì 25 gennaio 2019

7° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (31-35)

Questo settimo gruppo è molto vario ma l’eccellenza è solamente una: la saga epica di Siberiade. Il tanto “pompato” La favorita supera Picnic solo per lo sfarzo della scenografia e dei costumi. Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.

    

33  Sibiriada  (Andrey Konchalovski, Rus, 1979) tit. it. Siberiade” * con Nikita Mikhalkov, Vitali Solomin, Sergey Shakurov * IMDb  8,1  RT 35% * Gran Premio della Giuria e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Famoso (ma non in Italia) film epico di Konchalovski, che già si era fatto apprezzare quale sceneggiatore di Andrej Rublev (di Tarkovski, 1966), che narra le vicende di una minuscola comunità della Siberia, dagli inizi del ‘900 fino agli anni ’60. Sostanzialmente segue i burrascosi rapporti fra due famiglie (una di possidenti e una di proletari) che ovviamente invertono la loro posizione sociale dopo la rivoluzione. Un film senz’altro ottimo, la cui trama può essere presa come valida per qualunque altro posto situato ai confini della civiltà e quindi trascurato per poi diventare oggetto di interesse per la sua ricchezza nascosta vale a dire i giacimenti gas e petrolio.
Nella descrizione di personaggi ed eventi, Konchalovskiy inserisce spesso molta ironia e varie scene fanno venire in mente alcune di quelle proposte da Kusturica un paio di decenni più tardi. Interessanti anche gli spezzoni di filmati originali che separano le varie epoche, da quelli relativi alla rivoluzione a quelle della guerra e a quelle conclusive dell’industrializzazione.
Purtroppo, non ho potuto apprezzarlo appieno in quanto la versione proposta in dvd era stata ridotta di circa un’ora dalle originali 4 ore e 35’. Comunque, 3h30’ sono più che sufficienti per farsi una buona idea della qualità del film. Ho visto che in commercio esiste anche la versione integrale, agli eventuali interessati consiglio di controllare la durata prima di procedere all’acquisto o al download.

32  Te doy mis ojos (Icíar Bollaín, Spa, 2003) tit. it. Ti do i miei occhi” * con Laia Marull, Luis Tosar, Candela Peña * IMDb  7,5  RT 91% * 7 Goya, 4 Premi a San Sebastian
Buon film sul tema della violenza coniugale, molto apprezzato non solo in Spagna dove è sempre inserito fra i migliori nelle varie classifiche (per quanto contino). Seppur in Festival “minori”, ha raccolto oltre 40 premi in tutto il mondo. Buora la sceneggiatura e ottime le interpretazioni di tutto il cast e non solo dei mattatori Laia Marull e Luis Tosar, nei ruoli secondari si nota Antonio de la Torre, all’epoca non ancora divenuto uno dei migliori attori ispanici attuali.
L’analisi dei personaggi e gli avvenimenti sono in linea di massima più che credibili, senza essere edulcorati né esagerati. In questo sostanziale equilibrio mi è sembrato di leggere anche una non tanto velata critica a chi dovrebbe fornire supporto psicologico (in questo caso inefficace e non lungimirante), mentre viene sottolineato l’indispensabilità del sostegno di familiari e amici.
“Piccolo film”, serio e ben realizzato. Risulta essere stato distribuito anche in Italia.
      

31  The Favourite (Yorgos Lanthimos, Irl/UK, 2018) tit. it. La favorita” * con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz * IMDb  8,0  RT 94%  *  10 Nomination Oscar 2019  *  Premio della Giuria a Venezia e premio Olivia Colman miglior attrice
Avevo già anticipato questa recensione (più lunga del solito) qualche giorno fa ... la ripropongo a beneficio di chi non l’avesse letta.
Pur non conoscendo tutti gli altri candidati penso che siano certamente giustificate le Nomination nelle categorie scenografia, costumi, fotografia e montaggio. Per le altre 6 (la metà delle quali alle attrici e poi miglior film, regia e sceneggiatura) concedo il beneficio del dubbio, ma non penso che siano effettivamente da Oscar. Non mi consola più di tanto il fatto che almeno non sia stato preso in considerazione anche il molto sui generis commento sonoro che a pertinenti brani di musica da camera alterna minuti interi scanditi da un ossessionante ticchettio con due suoni ben distinti che si alternano ritmicamente.
The Favourite mi è apparso troppo commedia provocativa e dissacrate (per l’ambiente della corte inglese) e in più occasioni scade in inutili seppur brevi scene di dubbio gusto, che poco o niente hanno a che vedere con la trama principale. Lanthimos indubbiamente spicca un gran salto in avanti rispetto ai suoi precedenti lavori, tutti molto discussi e discutibili, ma anche in questo caso, pur avendo la critica dalla sua parte, ha diviso nettamente il pubblico (basta dare un’occhiata alle tante recensioni da 1 e 2) e, man mano che il film giunge nelle sale dei vari paesi, il rating scende.
In questo film il regista propone varie soluzioni interessanti ma eccede nella quantità. Le riprese con grandangoli o addirittura fisheye sono a volte geniali, ma nel complesso troppe e quindi stucchevoli e ripetitive; lo stesso valga per le riprese frontali con il soggetto che si muove ma sempre alla stessa distanza dall’obbiettivo; le luci molte volte sono quasi naturali (cosa che apprezzo a differenza di chi improvvisamente illumina una stanza a giorno con la flebile fiamma di una sola candela), ma non è certo paragonabile a ciò che fece Kubrick in Barry Lindon oltre 40 anni fa, mentre altre volte sono assolutamente inconsistenti con il solo scopo di mettere in mostra i ricchissimi arredamenti, oggetti e suppellettili.
In conclusione, un film dalle qualità molto contrastanti e certamente non omogenee, secondo me sopravvalutato che comunque vale la pena guardare ... ma non aspettatevi un capolavoro.

34  Picnic (Joshua Logan, USA, 1956) * con William Holden, Kim Novak, Betty Field * IMDb  7,2  RT 27% * 2 Oscar (scenografia e montaggio) e 4 Nomination (miglior film, regia, Arthur O'Connell non protagonista, commento sonoro)
Film a me assolutamente sconosciuto, che tuttavia si è rivelato essere niente male. Sul versante dei “pro” ci sono la buona descrizione della vita in una piccola cittadina di provincia, emblema del sogno americano, e le ottime interpretazioni dei tanti personaggi che ruotano attorno ai protagonisti. Tanti volti noti, specialmente fra gli adulti, fra i quali spiccano Arthur O'Connell (che fu candidato all’Oscar) e Rosalind Russel (che in carriera vanta ben 4 Nomination).
Di contro c’è l’inadeguatezza della scelta degli interpreti principali (evidenti le maggiori età rispetto ai personaggi) e la parte - per fortuna breve - della improbabile love story. A parte questo, il film è ben strutturato e la maggior parte dei personaggi “comuni” sono ben descritti e assolutamente reali.

35  I'm Sam (Jessie Nelson, USA, 2001) tit. it. Io sono Sam” * con Sean Penn, Michelle Pfeiffer, Dakota Fanning * IMDb  7,6  RT 35% * Nomination Oscar Sean Penn protagonista
Pieno di buone intenzioni, spesso tendente allo strappalacrime, politically correct ma molto poco plausibile, come le prospettive proposte che non sono neanche oggettivamente condivisibili. Senz'altro bravo Sean Penn ed anche la quasi esordiente Dakota Fanning; originale il gruppo di amici del protagonista. Infine, un film del genere non dovrebbe durare oltre due ore barcamenandosi fra scene ripetitive e/o scontate.

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martedì 22 gennaio 2019

6° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (26-30)

In questa sesta cinquina scegliere i primi due è stata cosa facilissima in quanto si trovano, meritatamente, fra i primi 200 film di sempre (secondo IMDb) e per di più gli altri tre sono commedie dark non perfettamente riuscite. Due di queste, per pura coincidenza, pur essendo di taglio molto differente, propongono una situazione comune: un innocente coscientemente accetta di confessare un crimine e quindi di andare in prigione al posto di un altro ... ma quando torna in libertà ...
Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.
  
   

30  Stalker (Andrei Tarkowski, Rus, 1979) * con Aleksandr Kaydanovskiy, Anatoliy Solonitsyn, Nikola Grinko,Alisa Freyndlikh  *  IMDb  8,1  RT 100% *  193° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Spielberg avrebbe avuto miglior sorte in un’altra cinquina, ma si è trovato davanti un avversario quasi insuperabile. Stalker è un film affascinante sotto ogni punto di vista, con una fotografia eccezionale (sia le parti in bianco e nero all’inizio e alla fine che quelle a colori nella lunga parte centrale), testi significativi a prescindere dall’azione (per la verità poca), regia perfetta. Ho letto un commento interessante, con il quale sostanzialmente concordo: del film si possono anche guardare solo le immagini o prendere in considerazione solo i dialoghi, in entrambe i casi si recepiscono i più che apprezzabili contenuti.
Ogni inquadratura, da quelle fisse alle lunghe lentissime carrellate, è significativa, ogni dettaglio conta. L’acqua, fotografata in modo sensazionale, è onnipresente. Ogni frase può essere sviluppata in elucubrazioni etiche e filosofiche e quindi dar inizio a discussioni senza fine. Lo stesso Tarkovski non ha mai voluto fornire spiegazioni precise in merito alle idee esposte nel film che è indubbiamente lento e, per qualcuno, lungo (2h35’) ... ma a ragion veduta, non poteva essere realizzato altrimenti.
Chiunque ami il Cinema (volutamente con la C maiuscola) dovrebbe guardare questo film anche se capisco che a qualcuno può pesare. La buona notizia è che la MosFilm ha reso di pubblico dominio una ottima copia del film in HD 720p che si trova su YouTube, con oltre una dozzina di sottotitoli (l’italiano tuttavia non è ben sincronizzato). Vi invito a fare almeno un test cliccando sul video in basso, apprezzerete subito la qualità delle immagini, anche in fullscreen.  


27  Saving Private Ryan (Steven Spielberg, USA, 1998) tit. it. “Salvate il soldato Ryan” * con Tom Hanks, Matt Damon, Tom Sizemore * IMDb  8,6  RT 93% * 5 Oscar (miglior regia, fotografia, montaggio, suono, effetti speciali) e 6 Nomination (miglior film, sceneggiatura originale, Tom Hanks protagonista, scenografia, trucco, commento sonoro) * 29° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Senz'altro un ottimo film, meravigliano i mancati Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale che, per entrambe le categorie, furono assegnati a Shakespeare in Love (che dovrei riuscire a guardare di nuovo in settimana). In effetti c'è un solo attore di nome (Tom Hanks) non considerando Matt Damon, la cui parte è brevissima e il personaggio non sviluppato, ma ci sono tanti coprotagonisti di ottimo livello, come Paul Giamatti, Vin Diesel o Barry Pepper.
Nel complesso, regge benissimo questi primi 20 anni e mettendolo a confronto con i film bellici recenti come Dunkirk o Hacksaw Ridge questi risultano di gran lunga inferiori, sotto ogni aspetto.

      

26  Abracadabra (Pablo Berger, Spa, 2017) * con Maribel Verdú, Antonio de la Torre, Priscilla Delgado * IMDb  6,0  RT 100% (ma su solo 5 recensioni)
Avendo letto alcuni titoli di commenti, non mi aspettavo molto, ma ho voluto guardarlo comunque per l'eccellente lavoro precedente del regista Pablo Berger (Blancanieves) e per la coppia di attori protagonisti Antonio de la Torre e Maribel Verdú, molto bravo e versatile il primo, brava e con una grande mimica facciale la seconda.
Come c'era da aspettarsi da Berger, ci sono tante citazioni cinematografiche, le più evidenti delle quali sono Shining, 2001 Odissea nello spazio, Saturday Night Fever, L'uccello dalle piume di cristallo, oltre a vari altri film horror, campo nel quale non sono tanto ferrato da citarne i titoli.
Parte bene, presenta una varietà di personaggi singolari e crea ben presto i presupposti per una commedia nera geniale. Purtroppo, si perde per strada e non riesce a mantenere le aspettative. La conclusione, con la parte onirica, è piuttosto deludente.
Nel complesso appena sufficiente, si lascia guardare.

29  Buffalo ‘66 (Vincent Gallo, USA, 1998) * con Vincent Gallo, Christina Ricci, Ben Gazzara * IMDb  7,5  RT 78%
Film molto strano, che mi aveva incuriosito per i numerosi commenti assolutamente discordanti (oltre 300 su IMDb, con tanti 9 e 10 e tanti 1 e 2) e per il cast che non ho idea di come possa essere stato messo insieme! Il quasi illustre sconosciuto Vincent Gallo (regista, sceneggiatore, protagonista e autore del commento sonoro) è riuscito a coinvolgere in Buffalo ’66 vari attori ben più noti di lui, che appaiono in piccole parti o solo in una singola scena. Oltretutto Ben Gazzara, Anjelica Huston, Mickey Rourke, Rosanna Arquette, Jan-Michael Vincent (oltre a Gallo e alla co-protagonista Christina Ricci) sono gli unici professionisti, mentre quasi per tutti gli altri questa fu la loro unica apparizione sullo schermo.
La storia si sviluppa in meno di 24 ore, dal rilascio del protagonista dopo 5 anni di carcere al confuso finale. Qualche pregio da film indipendente ce l’ha, ma i dialoghi sono terribili ... ogni concetto è ripetuto almeno due o tre volte, spesso con frasi assolutamente identiche, nello stile dei piccoli mafiosi di Little Italy ai quali il cinema ci ha abituato. Le interpretazioni, anche quelle dei “grandi nomi”, sono molto sopra le righe (spero volutamente) e comunque lasciano molto a desiderare.

28  Llamenme Mike (Alfredo Gurrola, Mex, 1973) tit. int. “Call me Mike” * con Sasha Montenegro, Alejandro Parodi, Víctor Alcocer *  IMDb  7,3 
In patria (Messico) è quasi un cult, soprattutto per mettere in mostra (e in ridicolo) la ben nota corruzione nell’ambito della polizia, e per questo motivo ebbe problemi con la censura. Al di là della storia in sé e per sé, ci sono brevi scene geniali di puro humor nero, ma nel complesso è abbastanza scadente e spesso tende al livello di avanspettacolo.
Volevo recuperarlo per averne sentito parlare più volte, ma certamente non lo guarderò di nuovo.
Film evitabile.

lunedì 21 gennaio 2019

Stufato di capra canario, qui semplicemente CARNE CABRA

Si tratta di un piatto tipico delle Canarie, veramente tradizionale come il gofio.
Quando arrivarono gli spagnoli a conquistare l’arcipelago, capre e pecore erano gli unici mammiferi allevati, portati secoli prima dalle popolazioni provenienti dalle coste africane. 
Ancora oggi la maggior parte dei tanti prodotti caseari sono interamente o parzialmente prodotti con latte caprino e/o ovino. Anche se ora le carni più utilizzate sono certamente maiale, pollame e carne vaccina, andando nei posti giusti si trova ancora qualche locale che propone il tipico stufato di capra, localmente detto semplicemente carne cabra (senza il de fra le due parole).
Come qualunque altra vecchia ricetta tipica, nei secoli ha subito variazioni ma pur trovandosi di fronte a tante ricette diverse, la sostanza è quasi identica.
La carne (tagliata in pezzi con tutte le ossa ... in particolare il midollo dà sapore) affronta praticamente 3 cotture differenti. Prima viene bollita per circa un quarto d’ora con una cipolla tagliata a metà e pezzi di limone, poi viene soffritta per pochi minuti e infine viene stufata per almeno un’ora e mezza.
Ma andiamo per ordine. Nella prima fase, la cipolla è indispensabile, il limone quasi e si possono aggiungere aromi a gusto come alloro, menta, finocchio e pepe o peperoncino.
Qualcuno prima di soffriggere i pezzi di carne, ma dopo averli sciacquati sotto acqua corrente fredda, li irrora con limone, altri procedono semplicemente a dorarli velocemente. 
Terminata questa operazione, nella stessa padella e con lo stesso olio si prepara la base con cipolle, carote a rondelle, peperoni dolci verdi e rossi a pezzetti, .. facoltativi i pomodori.
Infine si unisce tutto in una pentola e, a crudo, si aggiungono le spezie (timo, origano, rosmarino, coriandolo, aglio, noce moscata) pestate insieme a mandorle. Si copre con vino (molti utilizzano bianco e rosso insieme, ma anche uno solo dei due va bene) allungato con poca acqua. Dopo una decina di minuti di bollitura si corregge di sale ed eventualmente pepe o peperoncino, quindi si abbassa la fiamma al minimo e si fa cuocere fin quando la carne non è tanto tenera da potersi rompere con le dita. 
Mediamente sono necessarie da un’ora e mezza a due ore.
Come tanti altri piatti di questo tipo, gli intenditori preferiscono mangiare la carne cabra il giorno seguente ... deve riposare. Quando so che Tata (la cocinera dell’omonima tasca di Punta Brava dove mangio quasi ogni giorno) sta preparando la capra, mi affretto a prenotarne una porzione per il giorno dopo.
La prima foto mostra il piatto come è arrivato sul mio tavolo (da tale quantità di carne in un “ristorante stellato” ne avrebbero fatto dalle 4 alle 6 porzioni ...) insieme a una mezza dozzina di papas arrugadas da tagliare (così come sono, con tutta la buccia) e insaporirle con nel sugo dello stufato.
Si può apprezzare l'abbondanza della generosa porzione sia usando coltello e forchetta come metro di paragone che dalle dimensioni delle ossa vi convincerete che si tratta di capra e non di un capretto. Ulteriore nota: è consentito (anzi apprezzato) l'utilizzo delle mani per essere sicuri di spolpare bene le ossa e riuscire a succhiare il midollo.


Vi assicuro che la carne cabra è una vera delizia. Se vi trovate alle Canarie, mettete da parte i preconcetti e provatela ... non ve ne pentirete!
Come potrete notare dall'ultima foto, io ho gradito.

sabato 19 gennaio 2019

5° gruppo di 5 micro-recensioni (21-25)

Ho iniziato e concluso questa quinta cinquina con due western classici degli anni ’40, entrambi ottimi, ma meno conosciuti e visti di tanti altri ben più noti, forse per essere in bianco e nero. Degli altri tre, il più famoso è finito all’ultimo posto, in quanto gli altri due, pur essendo poco incisivi, almeno hanno una sostanza ... mi dispiace per il giovane Sean Connery. Eccoli in ordine di mio gradimento.

   

  
21  The Ox-Bow Incident (William A. Wellman, USA, 1943) tit. it. “Alba fatale” * con Henry Fonda, Dana Andrews, Matt Briggs, Anthony Quinn * IMDb  8,0  RT 90% * Nomination Oscar come miglior film
Western all’antica, di quelli senza grandi sparatorie e senza indiani, senza infinite scazzottate e senza lunghissimi inseguimenti, pur essendoci ovviamente buoni e cattivi, mandriani, posse e sceriffi. Lo definirei un western “morale”, con una sua valenza che va ben al di là del periodo e dei luoghi. Infatti tratta, e molto bene, di verdetti affrettati e giustizia sommaria, frequenti allora e talvolta anche adesso, soprattutto in campo mediatico.
Alba fatale è quasi un film corale in quanto sono in tanti a confrontarsi e a discutere sul da farsi, padri contro figli, sceriffo contro il suo vice, un predicatore di colore, un giudice, un ubriacone rissoso e fra i più esaltati perfino una donna di una certa età che cavalca al lato degli altri, ben armata.
Un film poco relativamente poco conosciuto, che tuttavia è quasi un must per gli appassionati dei western e dei film di quell’epoca in generale.
 
25  My Darling Clementine (John Ford, USA, 1946) tit. it. “Sfida infernale” * con Henry Fonda, Linda Darnell, Victor Mature  *  IMDb  7,8  RT 100%
Altro western classico degli anni ’40, che stavolta si basa su un evento quasi mitico del West che vide protagonista uno dei più famosi sceriffi di sempre: Wyatt Earp. Il primo dei tanti western ad occuparsi di lui ed in particolare della sparatoria all’OK Corral (storicamente vera) fu Law and Order (1932, appena 3 anni dopo la morte di Earp); questo film di 14 anni dopo era già il quinto e altri 11 passarono prima di vedere la prima versione a colori, probabilmente quella più conosciuta: Gunfight at the O.K. Corral (1957, John Sturges) con Burt Lancaster and Kirk Douglas. Prima di fine secolo altri due film con grandi budget (e con grande rivalità) si occuparono della storia e uscirono quasi contemporaneamente: Tombstone (1993) con Kurt Russell e Wyatt Earp (1994) con Kevin Costner.
Come Alba fatale, anche Sfida infernale è un western asciutto, essenziale, con una ottima fotografia b/n degli esterni (al contrario, i fondali dei set sono troppo evidentemente posticci) e con attori che, pur senza godere di grandissima fama, certo non sfigurano al fianco dell’indiscusso protagonista Henry Fonda. Molti vedono la performance di Victor Mature (“Doc” Holliday) come la sua migliore e fra gli si distingue, ovviamente, Walter Brennan (il “vecchietto” di tanti western) che stavolta è un cattivo ... cattivissimo.

      

22  Land and Freedom (Ken Loach, UK, 1995) tit. it. “Terra e libertà” * con Ian Hart, Rosana Pastor, Icíar Bollaín  *  IMDb  7,6  RT 80%
Tratta della Guerra Civile spagnola della fine degli anni ’30 e mette in risalto la partecipazione di volontari stranieri nei gruppi rivoluzionari e soprattutto gli scontri fra le varie fazioni che, probabilmente, contribuirono involontariamente ma colpevolmente alla vittoria dei militari e alla successiva ascesa al potere di Franco. Il protagonista è un comunista inglese che si trova a combattere fianco a fianco, oltre che con spagnoli, con italiani, tedeschi, francesi. Lui, forse più degli altri, si trova spiazzato dagli attriti che si vengono a creare fra Brigate Internazionali, sindacati, anarchici, comunisti, esercito popolare, esercito basco e altri che, in teoria, avrebbero dovuto fare fronte comune.
Non ho approfondito i dettagli ma, conoscendo la serietà di Loach su questi temi, sono certo che la quasi totalità di quanto mostrato è storicamente vero e le varie vicende collaterali plausibili.
Film molto interessante, soprattutto per questo mostra di eventi storici e politici poco conosciuti (parlo per me, ma sono convinto di non essere il solo a sapere poco).
A parte i contenuti, e cinematograficamente parlando, non è fra i migliori di Loach.

24  Factotum (Bent Hamer, USA, 2005) * con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei *  IMDb  6,6  RT 76% 
Uno dei vari film con che trattano del mondo di Bukowski... cominciò Marco Ferreri con Storie di ordinaria follia (1981, con Ben Gazzara) tratto dall’omonoma raccolta di short stories più o meno autobiografiche del discusso autore. Dopo vari altri lavori fra i quali Barfly (1987, con Mickey Rourke e Faye Dunaway) si giunge a questo Factotum che non è malvagio, ma certamente non coinvolge, lo definirei "ignavo". Si trascina stancamente e viene ravvivato solo da qualche citazione dai testi di Charles Bukowski che qui appare col nome Henry Chinaski (interpretato da Matt Dillon), pseudonimo che effettivamente utilizzava.  
A titolo di curiosità, sappiate che Factotum è stato il primo film al mondo ad essere proiettato con sistema digitale 4K (nel 2005, a Trondheim, Norvegia)

23  Goldfinger (Guy Hamilton, UK/USA, 1964) * con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman  *  IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar per i migliori effetti speciali
Ho visto l’edizione speciale (restaurata e digitalizzata in 4k) di uno dei film più famosi di 007 e ho deciso di dargli una seconda opportunità (non sono amante del personaggio). Pur volendo concedere che molte pecche sono dovute agli oltre 50 anni di età, ho trovato la trama e il suo sviluppo veramente insulsi e scontati e le trovate originali e divertenti sono veramente limitate.
Ci sono film che reggono al passare degli anni, altri - come questo - che vanno bene solo per la loro epoca. Si deve però riconoscere che, a partire dalle varie interpretazioni di James Bond (casi nei quali si limitava ad apparire come il bel fusto di turno), Sean Connery ha fatto molto strada e si è dimostrato attore versatile e più che decente.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

giovedì 17 gennaio 2019

Palmetum di Tenerife, una bella storia

Il Palmetum di Santa Cruz de Tenerife fu aperto al pubblico a gennaio 2014, dopo 18 anni di lavori, ma in questo caso non a causa dei ritardi ai quali siamo abituati per tante opere pubbliche, bensì per i tempi necessari ad avere un vero e proprio giardino botanico degno di tale nome. 
   
Il Palmetum nasce su una piccola altura in riva al mare, fra un’area industriale e il Parque Marítimo César Manrique con il vicino Auditorium (foto sopra), convertendo “miracolosamente” una orrenda e maleodorante discarica a cielo aperto in un piacevolissimo ed interessante giardino botanico focalizzato soprattutto sulle palme, come chiaramente indicato dal nome. La discarica fu ufficialmente chiusa nel 1983, ma solo nel 1996 fu approvato il progetto dell’ingegnere agronomo Manuel Caballero, esperto e amante delle palme in genere, che ha portato allo straordinario risultato, oggi sotto gli occhi di tutti.
   
Una lunga rampa in lieve pendenza porta alla parte superiore, pressoché piana, dove si concentrano la maggior parte delle piante. Ci sono palme dappertutto, ma ci sono anche zone dedicate a specifiche aree geografiche (Madagascar, Nuova Caledonia, Hawai, Melanesia, ...) con diverse caratteristiche specie.
   
Ci sono tante altre piante più che interessanti, come le tante Araucaria columnaris (detto Pino colonna, anche se non è esattamente un pino) che formano un boschetto nell'area della Nuova Caledonia (foto sopra a dx) o l'originale Crinum asiaticum, una Amaryllidacea enorme (se comparata ai vari Amaryllis "commerciali") con delle splendide infiorescenze. La pianta delle foto in basso è supera 3 metri di altezza!
 
Al centro sorge il cosiddetto octógono (ottagono), una depressione artificiale nella quale è stato ricreato un ambiente umido con tanto di piccolo corso d’acqua e qualche cascatella, protetto dai venti dal muro di pietre che lo circonda e coperto da reti ombreggianti.
Oltre alla zona umida vera e propria, nella parte alta è stata creato un laghetto dal quale l'acqua scorre in un ruscelletto parallelo ad uno dei sentieri principali.
Dove non ci sono palme si continuano ad aggiungere specie di ogni dimensione e provenienza, prediligendo chiaramente quelle di provenienza tropicale e subtropicale. Per esempio, questa della foto a sinistra, particolarmente vistosa, è una Calliandra houstoniana, Mimosacea caratteristica dell'America Centrale.

Tante altre informazioni e foto si trovano sul sito mutilingue del Palmetum, ma non vi aspettate l’italiano. Vi dovrete adattare a leggere in spagnolo, inglese, tedesco o russo ... o accontentarvi di guardare le immagini, comunque belle.

lunedì 14 gennaio 2019

4° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (16-20)

Ho iniziato questa quarta cinquina con tre film giapponesi molto diversi fra loro, due degli anni ’60 (uno diretto da un regista classico ma molto eclettico, Kobayashi, e l’altro da uno d’avanguardia, il solito Masumura) mentre l’ultimo è dell’inizio di questo secolo, diretto da Hirokazu Koreeda (ora sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters) e l’ho completata con due più che piacevoli sorprese. Eccoli in ordine di mio gradimento.

    
  
19  Paradise (Andrey Konchalovskiy, Rus, 2016) tit. or. “Ray” * con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth * IMDb  7,0  RT 70%  * Leone d’Argento per la regia, Nomination Leone d’Oro a Venezia 2016
Dopo un avvio lungo, lento e un po’ spiazzante, che tuttavia alla fine appare assolutamente giustificato, Paradise prende quota e con un montaggio solo apparentemente confuso, che include flashback alternati a "interviste" e vita reale, giunge a un ottimo finale. Altra particolarità di questo film è l'ottimo bianco e nero che si distingue dai soliti per essere spesso volutamente sovraesposto e perfino le dissolvenze sono al bianco e non al classico nero. Anche le "interviste" sono a ragion veduta montate come una semplice sequenza di spezzoni che si interrompono repentinamente, e particolare è anche l'inserimento di quelli che sembrano dei fine bobina. Anche le interpretazioni di Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne nei panni dei tre protagonisti sono più che convincenti.
Secondo me è uno di quei buoni film giudicabili solo alla fine della visione poiché si ha bisogno di tutti i pezzi per trovare la quadratura, per comprendere i personaggi e il motivo delle “interviste”.
Nonostante la struttura quasi da film sperimentale, è da non perdere.

16  The Inheritance (Masaki Kobayashi, Jap, 1962) tit. or “Karami-ai” con Keiko Kishi, Tatsuya Nakadai, Sô Yamamura *  IMDb 7,5
Altro ottimo film di Kobayashi, girato fra i suoi due capolavori: The Human Condition (1961, IMDb 8,8) e Seppuku (1962, aka Harakiri, IMDb 8,7  RT 100%). Non a caso è inserito nella collezione Criterion.
Il regista, uno dei membri del cosiddetto Yonki no Kai (Club of the 4 Cavalieri, con Akira Kurosawa, Keisuke Kinoshita e Kon Ichikawa), dirige alla perfezione questo adattamento del romanzo di Norio Nanjo, facendone un film non solo drammatico (come classificato da IMDb) ma un ottimo noir moderno giapponese. Infatti, sono in molti ad ambire alla ricca eredità di un magnate che sa di dover morire entro un anno e alleanze, bugie, tentativi di truffa e minacce si susseguono a ritmo vertiginoso e, ovviamente, con molti colpi di scena.
Più che consigliato, ma non dimenticate di guardare anche gli altri due succitati lavori di Kobayashi.

      

17  La casa degli amori particolari (Yasuzô Masumura, Jap, 1964) tit. or “Manji” tit. int. “Passion” * con Ayako Wakao, Kyôko Kishida, Eiji Funakoshi, Yûsuke Kawazu  *  IMDb 7,1
Altro originale film di Masumura, con una singolare trama che passa da una infatuazione fra due donne (di età e ceto diversi) a un quasi triangolo che strada facendo cambia un vertice. Fra dominazione, perdita di senso comune e ricatti, spesso lo spettatore viene sviato e sorgono dubbi in merito a chi sia la vera vittima e a chi persegue fini illeciti, senza essere chiaro come e quali siano. Per quanto a tratti incredibile, la dipendenza quasi totale per "amore" è fatto ben noto e, purtroppo, incontrovertibile ... e questo è il tema ben proposto dal film.
Nonostante l’ennesimo fuorviante titolo italiano (a dir poco creativo), è un film che merita senz’altro una visione.

20  The Great Flamarion (Anthony Mann, USA, 1945) tit. it. “La fine della signora Wallace” * con Erich von Stroheim, Mary Beth Hughes, Dan Duryea * IMDb  6,6 
Appena notato il volto di Eric von Stroheim sulla copertina del dvd, non ho esitato a prenderlo, anche contando sul fatto che il regista fosse Anthony Mann. Uno strano film noir degli anni ’40, che tuttavia si “suicida” partendo dalla fine e poi iniziando la narrazione degli eventi precedenti in un unico lungo flashback. Attori principali di livello con von Stroheim perfetto nel personaggio del tiratore infallibile Flamarion (ma lo preferisco senz’altro come regista), Dan Duryea nel ruolo di un alcolizzato poco di buono (inusuale per lui) e Mary Beth Hughes nei panni di un’artista fallita ma mangiauomini ne fanno un buon film, ma non capisco la decisione di eliminare la suspense anticipando il finale.
The Great Flamarion (tanto per cambiare distribuito in Italia con titolo ridicolo) è uno dei primi noir diretti da Mann ma nonostante il buon cast resta un film poco conosciuto anche se quasi tutti gli amanti del genere lo apprezzano e lo reputano ampiamente sottovalutato.
Da guardare.

18  Distance (Hirokazu Koreeda, Jap, 2001) * con Arata Iura, Yûsuke Iseya, Susumu Terajima  *  IMDb  7,1  RT 80%
Terzo film diretto da Hirokazu Koreeda, regista giapponese del momento per essere sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters (2018, probabile candidato all’Oscar, ne ho parlato la settimana scorsa). Essendomi piaciuti i suoi precedenti film ero rimasto deluso dal suo più recente lavoro e lo sono ancor di più da questo Distance, di ormai quasi 20 anni fa. L’ho trovato slegato e confuso, con dialoghi vaghi, assolutamente non coinvolgente nonostante la drammaticità degli avvenimenti. 
Se vi piacesse Shoplifters (il più facile da guardare in questi mesi al cinema) cercate di recuperare Little Sister (2015) e, in seconda battuta, anche Like Father, Like Son (2013) e After the Storm (2016), tutti e tre secondo me senz’altro migliori.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine