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martedì 26 ottobre 2021

Micro-recensioni 306-310: un musical-non-musical e una comedia negra su tutti

Si tratta del famosissimo Gli ombrelli di Cherbourg che portò all’attenzione mondiale Jacques Demy e di una commedia grottesca del 1962 che tutti gli spagnoli conoscono; trattandosi di rapinatori assolutamente non professionisti e oltretutto incapaci, potrebbe equivalere al nostrano I soliti ignoti (1958, di Monicelli) nel quale però i protagonisti si atteggiavano a professionisti.


Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964, Fra)

Stavolta comincio con Nomination e Premi; questo musical molto sui generis (non poteva essere diversamente considerato che il regista/sceneggiatore condivideva le idee di rottura della Nouvelle Vague pur non essendo fra i fondatori né fra i più rigorosi) ottenne 5 Nomination Oscar, stranamente quella come miglior film straniero nel 1965 e solo l’anno successivo le altre 4 (sceneggiatura, canzone, musiche e commento musicale). Mi sembra che le ultime 3 elencate siano troppo simili e direi che ne mancano un paio in categorie più importanti quali scenografia e costumi. L’intero film è un’esplosione di colori sgargianti, contrastanti, pieno di abbinamenti oserei dire kitsch, dall’incrocio dei tanti ombrelli visti dall’alto durante i titoli di testa agli abiti dei protagonisti, dai parati alle suppellettili. Trama certamente originale e non sempre scontata. La palla al piede del film (secondo molti) è che i dialoghi sono interamente cant(icchi)ati e, di contro non si vede un singolo passo di danza, certamente un’anomalia per un musical classico, ma qui non se ne sente la mancanza. Palma d’Oro e altri due premi a Cannes per Jacques Demy.

 

Atraco a las tres
(José María Forqué, 1962, Spa)

Nei decenni ’50-’60 in Spagna si produssero con gran successo numerose commedie fra il satirico e il grottesco, con critiche sociali e politiche relativamente velate, abbastanza da essere comprensibili ma non tanto da essere censurate dal franchismo. Maestri nell’eludere gli ottusi ma inflessibili censori furono Berlanga e Azcona, ma a quel periodo appartengono anche altri film come questo che rimangono nella storia del cinema spagnolo insieme con Bienvenido Mister Marshall!, El Verdugo, Placido, quest’ultimo addirittura ottenne anche la Nomination Oscar come miglior film in lingua non inglese. Il cast, raccogliendo numerosi attori e caratteristi fra i più noti e bravi dell’epoca, già è indice di garanzia, ma la trama con tante sorprese, i personaggi molto realistici e le scene con i piccoli problemi di vita quotidiana nei quali tutti si riconoscono aggiungono ulteriore sapore a questa commedia. Da non perdere!

Lust, Caution (Ang Lee, 2007, Tai)

Penso che nessuno metta in dubbio l’abilità di Ang Lee nella regia e nella messa in scena, ma talvolta si imbatte (o sceglie di cimentarsi) in sceneggiature poco solide, per non dire abbastanza sconclusionate, come in questo caso. E sembra non essere solo mia opinione visto che fra le 85 nomination solo 2 sono per la sceneggiatura, mentre – ovviamente – la maggior parte sono relative a miglior film, regia, fotografia, scenografia, costumi. Fra i tanti premi, Lussuria - Seduzione e tradimento (titolo italiano) ottenne anche il Leone d’Oro per Ang Lee e il Premio Osella per il direttore della fotografia Rodrigo Prieto (3 Nomination Oscar per The Irishman, Silence, Brokeback Mountain). Bravi gli attori a cominciare da Tony Leung (apprezzato in tanti film diretti da Wong Kar-wai, ben 7) ma ciò che più colpisce sono gli ambienti, arredamenti e costumi, ben messi in evidenza da una fotografia di alta qualità.  

 

  • documentari sociali e politici di Cecilia Mangini (1959-1964, Italia)
  • documentari etnografici di Cecilia Mangini (1965-1969, Italia)

Molto pubblicizzati dalla Cinemateca Portuguesa, questi corti (per lo più documentari) di Cecilia Mangini (prima donna documentarista italiana) e dei suoi colleghi Lino Del Fra e Gian Franco Mingozzi mi sono sembrati troppo artefatti e un po’ superficiali, pur rimanendo interessanti. In un primo gruppo sono stati presentati da collaboratori della regista (scomparsa a gennaio di quest'anno) filmati erano del primo periodo della cineasta, datati fra 1959 e 1964, tutti relativi alla cultura rurale meridionale essendo lei pugliese di nascita. I documentari affrontano (sulla carta) temi interessanti, ma non riescono a coinvolgere veramente e spesso risultano ripetitivi. Ecco i titoli:

  • Maria e i giorni di Cecilia Mangini, 1959 10’
  • L’inceppata di Lino del Fra, 1960, 10’
  • La taranta di Gian Franco Mingozzi, 1961, 19’
  • La passione del grano di Lino del Fra e Cecilia Mangini, 1963 10’
  • Divino amore de Cecilia Mangini, 1964, 11’
  • Stendalì di Cecilia Mangini, 1965, 11’

Per quanto riguarda quelli sociali, quasi in ogni momento risulta evidente lo spirito propagandistico e certamente la sua fede politica. Infatti sono tutti vicini agli ideali della sinistra, dal PSI a Rifondazione; alcuni le furono specificamente commissionati dai partiti. 

  • Essere donne di Cecilia Mangini, 1965, 31’
  • Tommaso di Cecilia Mangini, 1965, 11’
  • La scelta di Cecilia Mangini, 1967, 13’
  • Brindisi’65 di Cecilia Mangini, 1967, 16’
  • V&V di Lino del Fra, 1969, 15’

venerdì 15 ottobre 2021

Micro-recensioni 286-290: World Cinema, di ieri e di oggi

Si spazia da uno dei più famosi film egiziani di metà secolo scorso (noto sia per qualità che per lo scalpore che suscitò) a un paio di recenti film dell'estremo oriente, passando per la Nouvelle Vague francese e un documentario su un discusso ma apprezzato regista-sceneggiatore hollywoodiano.

 
Cairo Station (Youssef Chahine, 1958, Egy)

Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò questo che a tutt’oggi è il suo film più famoso: Bab el hadid (trad. lett. Il cancello di ferro). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali claudicante ossessionato dalle donne. Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da Il posto delle fragole (1957, Ingmar Bergman). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che lì cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione. All’uscita in Egitto fu molto apprezzato dalla critica, ma condannato dal pubblico e dai benpensanti tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le molte scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Buñuel), sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi, hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo, dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.

Lola (Jacques Demy, 1961, Fra)

Film di esordio di uno dei registi dello sparuto gruppo di iniziatori del movimento della Nouvelle Vague francese. Tuttavia, Demy si distinse ben presto dai suoi sodali come Truffaut e Godard per dedicarsi (con gran successo) ai musical che lo resero famoso pochi anni dopo: Les parapluies de Cherbourg (1964, 5 Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Les demoiselles de Rochefort (1967, Nomination Oscar). Questo suo primo film invece è molto più fedele ai principi della Nouvelle Vague con tanta camera a mano e piani sequenza, una storia semplice con tanti personaggi e storie secondarie ben distribuite. La prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma lo giudicò miglior film dell’anno; la protagonista Lola è interpretata da Anouk Aimée. Piacevole visione, non demerita certo nei confronti di tanti altri film della stessa epoca e con gli stessi intenti.

  
Sam Peckinpah: Man of Iron (Paul Joyce, 1993, USA)

Ottimo e ironico documentario descrittivo del personaggio Peckinpah … anche se non è strutturato come un documentario classico con voce narrante e un certo ordine nei temi. In effetti si tratta di una serie di interviste e commenti di suoi stretti collaboratori e attori che da lui sono stati diretti, in primis James Coburn, Kris Kristofferson, Jason Robards, Ali MacGraw e qualche suo fedelissimo come L.Q. Jones. Si alternano commenti sulla personalità e vita privata del regista e sui suoi metodi di gestire il set, il montaggio e i sempre difficili rapporti con i produttori. Un relativo limite per godersi il documentario è quello della conoscenza dei film di Peckinpah e quindi degli interpreti e dei ruoli ricoperti.

Moving On (Dan-bi Yoon, 2019, Kor)

Esordio (e per ora unico film) di una giovane promettente regista-sceneggiatrice coreana. Delicato ritratto di parte di una famiglia che si ritrova a vivere nella casa dell’anziano e malandato nonno. I primi ad arrivare sono il figlio con i suoi due figli, abbandonati dalla madre. Si aggiunge la figlia che si trova prossima al divorzio. I ragazzi (lei 14enne e lui una decina di anni) vivono tutti i problemi della loro età e, pur andando sostanzialmente d’accordo, hanno anche i loro scontri. Gli adulti (a questo punto tutti single. il nonno è vedovo) cercano di organizzarsi quanto meglio possibile anche se economicamente non se la passano benissimo. Ciò che risulta e risalta è lo spirito di famiglia e l’affetto di ognuno dei confronti di tutti gli altri. Un buon ritmo e le buone interpretazioni rendono questo film quasi corale, anche se il padre e i due ragazzi sono i veri protagonisti.    

Fuku-chan of FukuFuku Flats (Yosuke Fujita, 2014, Jap)

Commedia ricca di personaggi tipicamente giapponesi, tutti con le loro manie, i loro problemi di relazione, con tanti tipici ossequi, formalità e salamelecchi, salvo poi esplodere in episodi di violenza più o meno gratuita e in effetti ingiustificata. I protagonisti molto particolari e in sostanza diversi fra loro vengono messi a confronto in situazioni e ambienti disparati, a volte con sarcasmo, a volte con humor nero, altre volte con aspetti buonisti e romantici. Ne risulta un film discontinuo con trovate quasi geniali contrapposte a varie banalità e cadute di stile a cominciare dalla pressoché inutile scena iniziale. Sufficiente come curiosità antropologica, si gusta un po’ di più se si consceo almeno qualcosa della cultura nipponica.