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giovedì 14 aprile 2022

Microrecensioni 101-105: Epoca de Oro messicana, anni ‘50

Cinquina monografica, messa insieme recuperando film di seconda fascia della Epoca de Oro che non avevo ancora visto. Come più volte scritto, negli anni ’40 e ’50 la cinematografia messicana visse i suoi anni migliori grazie ad un nutrito gruppo di cineasti locali ai quali si affiancarono alcuni giunti dall’Europa, a cominciare dai russi Eisenstein e Arcady Boytler, per non parlare dello spagnolo Luis Buñuel che già nel 1949 ottenne la nazionalità messicana. A parte la piacevolezza e l’originalità della maggior parte delle trame sia per i film della rivoluzione che di quelli musicali di cabareteras e rumberas, come dei melodrammi ambientati nella capitale (con case ricchissime con scaloni, colonne e ricchi arredi) o in aree rurali in enormi ranchos, dai noir ai crime classici, in tutti risalta sempre con la marcata connotazione nazionalista della quale i messicani sono sempre andati molto fieri. Inoltre, si apprezza la loro peculiare e gradevole cadenza (in particolare per le classi più povere e gli indigeni) e anche il loro vocabolario che spesso si discosta, e non poco, dal castigliano peninsulare (della Spagna). Trovo che la visione di questi film sia un ottimo modo per imparare o rinfrescare il proprio spagnolo visto che sono parlati per lo più molto chiaramente, fermo restando le differenze fra spagnolo peninsulare, latino (dagli USA agli stati settentrionali del sudamerica) e rioplatense (Argentina e Uruguay). Nel complesso non memorabili, ma per lo più piacevoli e interessanti

 
La ausente (Julio Bracho, 1952, Mex)

Arturo de Córdova, uno dei più apprezzati attori dell’epoca, estremamente versatile, qui interpreta un vedovo che nasconde qualcosa in merito alla moglie e alla sua morte in un incidente stradale. Rimasto solo con la figlia di 5 anni, per la quale stravede) dovrà affrontare tre donne che ambiscono a prendere il comando della enorme residenza e della famiglia. Come se non bastassero sorella e cognata, apertamente in contrasto ancor prima dell’evento, si aggiunge infatti la giovane istitutrice della bambina della quale il vedovo si innamora. Tanti i segreti che vengono svelati a poco a poco, fino al colpo di scena finale.

La escondida (Roberto Gavaldón, 1956, Mex)

Classico della rivoluzione, uno dei pochi girati a colori, con due star di assoluto valore nei panni dei protagonisti: María Félix e Pedro Armendáriz. Sono gli anni della fine del porfiriato e l’ascesa di Madero, segnati da repentini cambi di bandiera come quelli che caratterizzarono anche gli anni successivi. A partire da una storia d’amore fra i due in una grande hacienda dedicata alla coltivazione del maguey (agave per la produzione di tequila, mezcal e pulque) la storia si sviluppa fra rivoluzionari e federali, con vari cambi di casacca. Melodramma a sfondo storico con esaltazione dei contrasti fra la misera vita dei magueyeros (i peones) e quella ricchissima di latifondisti, politici e ufficiali di rango.

  
Cuatro contra el mundo (Alejandro Galindo, 1950, Mex)

Buon noir dalla struttura classica, del genere rapinatori mal assortiti che mettono a segno un ricco colpo quasi senza lasciare indizi, tranne qualche vittima. I quattro pensano di restare nascosti insieme per qualche tempo, aspettando che le acque si calmino, contando anche sul fatto che la polizia ha grandi difficoltà a risalire alla loro identità. I caratteri molto diversi e la presenza di una donna metteranno ben presto in contrasto il gruppo.

Los dineros del diablo (Alejandro Galindo, 1953, Mex)

Altro noir di medio livello, come la maggior parte dei lavori di Galindo, molto prolifico nei più svariati generi, ma raramente memorabili. Originale la sceneggiatura che mette insieme alcolismo, famiglia, tradimento, furti, ricettazione e l’inevitabile storia d’amore. Senza infamia e senza lode.

Aquí está Heraclio Bernal (Roberto Gavaldón, 1958, Mex)

Certamente è uno dei meno apprezzati film di Gavaldón, già regista di ottimi lavori come La diosa arrodillada (1947), Rosauro Castro (1950), En la palma de tu mano (1951) e La noche avanza (1952). L’ambiente è quello di un piccolo villaggio nel quale risiedono i minatori dipendenti di imprenditori stranieri che li sfruttano e li imbrogliano con il beneplacito e la partecipazione del potere locale. A metà strada fra western drammatico e film con temi sociali e sindacali.

giovedì 7 aprile 2022

Microrec. 96-100: un Rohmer, 3 buoni messicani della Epoca de Oro e un pessimo giapponese

Ennesimo piacevole film del gran narratore Rohmer, accompagnato da tre film poco conosciuti (comunque di livello più che buono) del miglior periodo della cinematografia messicana, ricca di ottimi registi e interpreti, ed anche le trame non sono da meno essendo spesso molto originali e non brutte copie degli stili americani traslati in Messico. La commedia giapponese, pur godendo di buona critica, mi ha invece molto deluso.

 
Pauline à la plage (Éric Rohmer, 1983, Fra)

Si tratta del terzo film della serie Comédies et proverbes (1981-87) ed il proverbio al quale fa riferimento è “Chi parla troppo danneggia se stesso”, attribuito a Chrétien de Troyes, autore medioevale che per primo trattò diffusamente di Lancillotto, Parsifal e del Sacro Graal. La storia si sviluppa nel corso di pochi giorni passati in una località balneare della Normandia dalla 15enne Pauline, affidata alla cugina Marion di parecchi anni più grande. Solo sei personaggi, dei quali uno secondario, intrecciano le loro storie fra innamoramenti, avventure, tradimenti, corteggiamenti e bugie. Con narrazione scorrevole e piacevole, come suo solito, Rohmer ben descrive i protagonisti e nella sua sceneggiatura riesce anche ad inserire tante considerazioni sull’amore, visto da vari punti di vista, da persone di varia età. Tre premi a Berlino e Nomination all’Orso d’Oro. 

El asesino X (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

I film che trattavano di rivoluzione della rivoluzione lo resero uno dei più famosi registi messicani, ma Juan Bustillo Oro in questo caso si cimenta in un lavoro inusuale per lui, reso ancor più particolare da Carlos López Moctezuma in uno dei suoi rarissimi ruoli di uomo di legge, di sani principi morali e non il solito perfido spietato infame. Tratto da un romanzo, narra la storia di X a partire dall’omicidio (apparentemente per vendetta) di un uomo che viveva sotto falso nome. Dopo questo ottimo inizio noir, e dopo una brevissima parte investigativa, il film diventa un court room movie con l’accusato che continua a ribadire che non sa niente e non ricorda niente (neanche il proprio nome) e il direttore della prigione (anche penalista) che lo difende pur trattandosi di un caso disperato visto che X è reo confesso che si è consegnato spontaneamente alla polizia. Interessanti gli interrogatori che alternano momenti kafkiani a momenti da commedia, mettendo in ridicolo il pubblico ministero.

  
Pecadora (José Díaz Morales, 1947, Mex)

Ninón Sevilla in questo film ricopre un ruolo secondario (comunque di ballerina cabaretera), mentre la vera protagonista è Emilia Guiú. Pertanto non rientra nel classico genere rumbera ma è una storia romantica che si sviluppa al margine della vita dei locali notturni e tende al noir in più occasioni. Infatti non mancano ricatti e pistolettate e, più che pecadora, la protagonista è perseguitata da incontri inopportuni e sfortunati e le sue disgrazie ricadono anche su chi le sta vicino. Quindi sono poche le esibizioni nei cabaret, ma non mancano i classici boleros e un po’ di musica caraibica.

Camino del infierno (Miguel Morayta, 1961, Mex)

Melodramma tragico che inizia come un classico noir ma ben presto si trasforma in una storia d’amore prima contrastata e poi di gran passione per passare infine a una tragica conclusione piena di buoni sentimenti e gran finale di nuovo noir/crime. Protagonisti Pedro Armendáriz (da poco uscito di galera seppur innocente) e Leticia Palma, nei panni di donna fatale che mira solo ad avere amanti ricchi disposti a spendere fortune per i suoi capricci. In effetti sono due poco di buono che si trovano insieme per caso dopo un colpo andato più che male e, pur essendo evidentemente incompatibili, iniziano una storia che sarà un calvario un po’ per colpa loro, ma saranno anche perseguitati dalla mala sorte.

Survival Family (Shinobu Yaguchi, 2016, Jap)

L’idea sembrava buona (blackout totale della durata di vari mesi) ma è sviluppata in modo pessimo e oltretutto non era assolutamente necessario trascinare la storia per quasi due ore fra incongruenze, situazioni impossibili, twist scontati e spesso ridicoli. Desolante ritratto di una famiglia giapponese moderna (ma esteso alla classe media borghese) completamente standardizzata in quanto a stile di vita e alimentazione, con totale perdita di vista delle realtà naturali e tradizionali. Da evitare.

sabato 12 marzo 2022

Microrec. 71-75 del 2022: messicani, della Epoca de Oro, di fine secolo e di pochi anni fa

Buona cinquina latina con un paio di “prime” (per me) della Epoca de Oro e tre argute comedias negras moderne che ho voluto guardare di nuovo … e non me ne sono pentito!

En el último trago (Jack Zagha Kababie, 2014, Mex) aka “Cinque tequila”

Per apprezzarlo, o quanto meno comprenderne il senso, è importante conoscere un po’ l’ambiente messicano ed in particolare la musica tradizionale del secolo scorso. I protagonisti sono degli ottuagenari (si definiscono un’anomalia in quanto hanno superato l’aspettativa media di vita) che per rispettare l’ultimo desiderio di un amico partono da Ciudad de Mexico alla volta di Dolores Hidalgo, Guanajuato, per consegnare la bozza originale del testo di una canzone scritta di proprio pugno da José Alfredo Jimenez su un tovagliolo, con tanto di autografo e dedica, al museo. Urge spendere qualche parola a proposito di questo cantautore messicano, il migliore di tutti i tempi, senz’altro il più prolifico (con oltre 1.000 canzoni, principalmente rancheras, huapangos e corridos) ed ancora oggi il più interpretato. Nella sua cittadina natale (l’incredibile nome completo e ufficiale è: Dolores Hidalgo, Cuna de la Independencia Nacional) si trova non solo il suo monumento e la sua tomba, ma anche la sua casa-museo e nell’anniversario della sua morte si tiene un importante e seguitissimo festival che comprende concorsi musicali, cinematografici, pittorici, sfilate, mariachi in giro per le cantine e tanta gastronomia. Il punto d’incontro del festival è denominato Sigo siendo el Rey (= sono sempre il Re, da El Rey) e i famosi versi tratti dalla stessa canzone No hay que llegar primero, pero hay que saber llegar (= non importa arrivare primi, ma si deve saper arrivare) è ripetuto più volte nel film in quanto attinente alla loro volontà di giungere alla meta, in un modo o nell’altro, e assolvere al loro compito. Per i gli amici del defunto il tovagliolo sul quale José Alfredo Jimenez (da loro chiamato semplicemente José Alfredo o El Maestro) era quindi una reliquia e il viaggio di poche centinaia di km, che pensavano di poter concludere in una giornata ma che si rivelerà pieno di imprevisti e più complicato e di quanto immaginassero, quasi un pellegrinaggio. Ci sono innumerevoli riferimenti alle canzoni e quasi in ogni discorso sono inserite citazioni di famosi versi (estrapolati da rancheras) che in Messico sono divenuti comuni modi di dire, quasi proverbi. Lo stesso titolo è ripreso dalla famosissima canzone omonima e oltre alle citazioni da El Rey, Camino de Guanajuato (La vida no vale nada, frase ripetuta anche in un’altra canzone che contiene anche 5 tequilas, titolo italiano) e chissà quante mi sono sfuggite. Non a caso in apertura del film è stato aggiunto Omaggio a José Alfredo Jimenez a mo’ di sottotitolo. In conclusione, è una classica comedia negra tendente al road movie, con anziani incontinenti vicini alla fine dei loro giorni, ma svegli e combattivi, che affronteranno con decisione situazioni inaspettate, si troveranno di fronte personaggi bizzarri ma assolutamente plausibili (e che fanno pensare), dalla bruja (strega) alle prostitute di un burdel e al catalan de Cataluña che va in giro a manifestare contro le corride, e metteranno in evidenza situazioni tristemente note quali la distanza fra figli e genitori anziani, traffico, case di riposo, assistenza, ecc. Tanta carne a cuocere, temi seri trattati con tagliente ironia, tante sorprese e buona musica, fanno di En el ulltimo trago un film per tutti e non solo per anziani. Non è certo la migliore commedia di sempre, ma di sicuro di gran lunga migliore e più intelligente di quelle normalmente nelle sale.

 
Por si no te vuelvo a ver (Juan Pablo Villaseñor, 1997, Mex)

Anche qui i protagonisti sono arzilli ed intraprendenti anziani (amanti della musica) che addirittura fuggono da una casa di riposo, questa volta per portare le ceneri di una ospite (ex cantante) a Tijuana, suo paese natale. Riusciranno ad esibirsi in pubblico (il loro sogno) ma si troveranno coinvolti in vari pasticci, addirittura traffico di droga. A tratti un po’ lento, ma sostanzialmente valido per mettere in risalto i problemi degli anziani scaricati dalle famiglie in centri che non sempre hanno buona cura dei propri ospiti.

Dos crímenes (Roberto Sneider, 1994, Mex)

Il protagonista di questo buon film (a metà strada fra thriller e comedia negra) è un architetto che, dopo essere stato accusato ingiustamente di omicidio fugge da Ciudad de Mexico e ripara da parenti che vivono in una enorme casa, in un piccolo paesino. Il problema è che lo zio è ricco e molto malato e i parenti che lo curano “amorevolmente” lo fanno solo per accaparrarsi la cospicua eredità e quindi vedono il cugino appena arrivato (dopo 8 anni di assenza) come un pericoloso concorrente. Alle bugie, velate minacce e perfino tentativi di omicidio si aggiungono i comportamenti delle varie donne che seducono o sono sedotte dal protagonista. La sceneggiatura è buona così come il cast, per lo più ben scelto, che oltre a Damián Alcázar comprende noti caratteristi quali Pedro Armendáriz Jr. (certamente non al livello del padre) e José Carlos Ruiz.

 
Un día de vida (Emilio Indio Fernández, 1950, Mex)

Fra i film diretti da El Indio è fra i meno conosciuti, forse per essere troppo focalizzato su un singolo avvenimento nell’ambito della rivoluzione, ma senza alcuna azione. Per certi versi può essere rapportato a Paths of Glory (Orizzonti di gloria, 1957, Stanley Kubrick, 62° miglior film di sempre su IMDb) in quanto per una pura scelta morale un colonnello viene accusato di tradimento e chi lo fa arrestare, suo malgrado, è il suo miglior amico. La storia si svolge in poche ore, prima della prevista fucilazione. In questo dramma vengono quindi messi in risalto i contrasti fra morale e regole militari, fra onore e amicizia.

Perdida (Fernando A. Rivero, 1950, Mex)

Uno dei film meno conosciuti di Ninón Sevilla, ballerina cubana interprete di tanti successi nel genere cabareteras; infatti seguirono i ben noti e apprezzati Aventurera (1950, Alberto Gout, Mex), Victimas del pecado (1951, Emilio Indio Fernández) e Sensualidad (1951, Alberto Gout). La storia alterna una serie di avvenimenti drammatici a numeri di ballo e vede la protagonista passare da una situazione all’altra, ma anche quelle che sembrano promettere bene finiranno poi abbastanza male. Qui si anticipa, ma molto in breve, una circostanza che poi sarà la chiave di Aventurera (4° miglior film messicano di tutti i tempi nella famosa classifica del 1994 redatta da critici per la rivista Somos) dove però gli sviluppi saranno ben differenti.

venerdì 6 dicembre 2019

76° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (376-380)

Gruppo molto eterogeneo per data e provenienza se non per la coppia di film messicani, per puro caso simili nel proporre lo sfruttamento degli indigeni specialmente nel secolo scorso. Gli altri tre sono un anglo-americano e un nippo-singaporiano attuali e un francese del 1936. 
Nel complesso una più che soddisfacente qualità e varietà. 

   

376  Rocketman (Dexter Fletcher, UK/USA, 2019) * con Taron Egerton, Jamie Bell, Richard Madden * IMDb 7,4  RT 89% * Nomination Queer Palm a Cannes
Film ovviamente biopic musicale ma solo poche scene sono da musical (con coreografie). Come tutti sanno, ricostruisce la vita di Elton John mostrando avvenimenti salienti e persone che hanno avuto ruoli importanti nel campo affettivo e/o artistico. 
La buona regia porta ad una narrazione snella, ben strutturata, con un montaggio spesso rapido che predilige i particolari; le interpretazioni sono sostanzialmente buone, anche quelle dei giovani Elton (Matthew Illesley e Kit Connor, 9 e 14 anni) e senz'altro quella di Taron Egerton che ricopre il ruolo di Elton John adulto. Non so se i numerosissimi costumi e accessori sfoggiati sono esatte repliche di quelli esibiti dall'artista, ma certamente sono affascinanti per creatività e colori (in particolare occhiali e calzature).
Film più che piacevole e, nel complesso, ben realizzato che tende a mostrare molto del lato umano di Elton John lasciando quasi in secondo piano le sue notissime canzoni delle quali frequentemente si ascoltano brevi spezzoni.
Ottimo film di genere montato con vari flashback. 
Consigliato ... e non lo dice un rockettaro.

377  Ramen Shop  (Eric Khoo, Jap/Sing, 2018) Ramen Teh * con IHARA, Takumi Saitoh, Seiko Matsuda * IMDb 6,8  RT 83% 
Il soggetto riporta un po' alla mente la trama del cult culinario Tampopo, (1985, Jûzô Itami) ma in questo caso procede parallelamente ad una non semplice storia familiare e a rivendicazioni etnico politiche fra giapponesi, cinesi e singaporiani.  
Chi ha familiarità con le cucine orientali non potrà fare a meno di avere l'acquolina in bocca, entusiasmarsi guardando gli ingredienti, le preparazioni e le pietanze impiattate, invidiare quelli che le stanno degustando. La parte relativa alla famiglia multietnica, che comprende tre generazioni è più complicata, a tratti toccante.
Anche se il titolo rimanda ai ramen (tipo di vermicelli comuni soprattutto in Cina e Giappone) la ricerca del protagonista è più orientata a ritrovare dei sapori della sua infanzia, in particolare quelli della pork rib soup (zuppa di costine di maiale).
Risulta coinvolgente (per chi ha esperienza nel ramo) la passione con la quale vari dei protagonisti parlano delle ricette, le mettono in pratica e assaggiano con sguardo trasognato.
L'alternanza fra i complicati rapporti umani e i dettagli gastronomici è bilanciata e ben gestita, anche se si potrebbe obiettare che, forse, i flashback sono un po' troppi.
Buon film per tutti, ottimo per appassionati di cucine orientali.

      

380  Le crime de Monsieur Lange (Jean Renoir, Fra, 1936) * con René Lefèvre, Florelle, Jules Berry * IMDb 7,4  RT 100% 
Difficile da categorizzare con precisione in quanto il rapido svolgimento degli avvenimenti presenta parti romantiche e parti quasi da commedia, c’è ovviamente un crimine e il criminale in fuga e questo non è uno spoiler in quanto si tratta della prima scena, poi il film prosegue quasi completamente con un lungo flashback. Un accorsato editore, con tanto di grande tipografia e decine di dipendenti, vive molto poco moralmente circuendo ragazze (per lo più sue dipendenti), imbroglia, truffa, appare sotto mentite spoglie, accumula debiti, ma tentando sempre di apparire come uomo di mondo, ricco e generoso … purtroppo non è così.
Ben diretto ed interpretato, scorre piacevolmente in un turbine di avvenimenti, amoreggiamenti e seduzioni. Da sottolineare che adattamento e dialoghi sono di Jacques Prévert, storia e sceneggiatura di Renoir.
Merita certamente la visione.

379  Rosa Blanca  (Roberto Gavaldón, Mex, 1961) * con Ignacio López Tarso, Christiane Martel, Reinhold Olszewski * IMDb 7,4
Come anticipato, è per puro che mi è capitato di guardare i due film messicani di questo gruppo uno dopo l’altro. Dicevo in parte simili in quanto questo si occupa dell’esproprio (ma si tratta di vera e propria rapina) di una fiorente attività agricola e di allevamento da parte delle compagnie petrolifere americane. I fatti si svolgono nello stato di Veracruz verso la fine degli anni’30 e si fa riferimento ad avvenimenti storici reali che poi portarono alla nazionalizzazione del petrolio messicano (PEMEX) e alla espulsione delle compagnie statunitensi.
Insolito film per Gavaldón per la sua chiara valenza politica (per 11 anni bloccato, uscì in Messico solo nel 1972); negli anni ‘40 e ‘50 il regista si era dedicato più che altro (e con successo) ai noir, crime e drammatici, e nel 1960 il suo Macario (per i contenuti spesso paragonato al Il settimo sigillo di Bergman, 1957) era stato candidato Oscar come miglior film straniero.
Buon film, ben interpretato e diretto, che conta anche sull’ottima fotografia di Gabriel Figueroa, un genio del bianco e nero, che fra i suoi oltre 200 film ne annovera tanti con Emilio Fernández “El Indio” e vari con Luis Buñuel.

378  La rebelión de los colgados  (Alfredo B. Crevenna, Mex, 1954) tit. it, “La ribellione degli impiccati” * con Pedro Armendáriz, Ariadne Welter, Víctor Junco * IMDb 6,8  * Nomination Leone d'Oro a Venezia
Al contrario del precedente nel quale una grande compagnia straniera si impossessava di un rancho messicano ben amministrato e con un buon trattamento dei peones, in questo caso lo scontro è tutto fra messicani … con avventurieri senza scrupoli e i loro capataz che letteralmente schiavizzavano quelli costretti (con ricatti e truffe) a lavorare per loro nello sconsiderato sfruttamento delle foreste di caoba, albero utilizzato per il suo pregiato legname, simile al mogano.  
Il titolo italiano chiaramente sbagliato anche se, questa volta, semplicemente tradotto male. Se fossero stati gli impiccati si ribellarsi si sarebbe trattato di un horror; in questo caso l’interpretazione corretta di colgados è “appesi”, non “impiccati”. Infatti chi era insubordinato o non riusciva a tagliare la quantità di legname diaria stabilita veniva lasciato penzoloni l’intera notte con i polsi legati insieme, dopo essere stato frustato.
La sceneggiatura è un adattamento del quinto romanzo (1936) facente parte del cosiddetto Ciclo della Caoba di B. Traven ed ambientato in Chiapas, durante gli ultimi anni della dittatura di Porfirio Díaz, si riferisce quindi ad avvenimenti di poco precedenti a quelli narrati in Rosa Blanca
Anche questo merita la visione non solo per il modo nel quale è realizzato (alla regia contribuì anche Emilio Fernández “El Indio”, seppur uncredited) ma anche per lo spaccato storico-sociale del Messico degli ani ’30.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

martedì 31 ottobre 2017

Ironiche (ma non troppo) considerazioni su movieholic, falsi critici e Doña Liber

Cercando una foto da aggiungere alla micro-recensione #346 del 2017, mi sono imbattuto in un divertente, ma molto arguto, post pubblicato su revistacinefagia.com dal titolo appunto La mujer que no tuvo infanciaL’articolo, a firma di  Marco González Ambriz, inizia con una considerazione che posso riassumere così: 
Ci sono nomi che fanno impallidire anche il più irriducibile “cinéfago” e che sono capaci di curare chiunque dalla dipendenza dalla settima arte
Fra i suddetti attori e registi include perfino nomi di fama internazionale come Manuel de Oliveira e Theo Angelopoulos (ovviamente qualcuno non è d’accordo ... e altri non hanno la benché minima idea di chi siano), per poi passare ai messicani e prosegue: 
“Ciò che li accomuna è che i loro film non devono essere viste neanche per scherzo. La cinefagia ha i suoi limiti. Giunge un momento nella vita di chiunque nel quale ci si deve chiedere se vale la pena di sorbirsi film come Parola e Utopía giusto per “completismo”. E’ vero che per i veri amanti del cinema l’importante è divorare quanti più film possibile (François  Truffaut diceva “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte” n.d.r.) senza preoccuparsi dei riconoscimenti o dei record di incassi, ma questo a volte conduce a esperienze molto poco gradevoli. Per questo motivo è consigliabile conoscere la lista di attori, registi, sceneggiatori da evitare ad ogni costo.”
E qui entra in gioco Libertad Lamarque, da alcuni vista come
l'emblema del melodramma lacrimevole e stucchevole, con sentimentalismo superficiale, esagerato e falso, che servì da modello per la creazione delle telenovelas, che lo superarono in quanto a morale ipocrita e ad idiozia, fino a divenire intrattenimento preferito di spettatori cerebrolesi.” (sic!)
Per onor del vero Doña Liber (così veniva chiamata) si guadagnò questa fama con numerose interpretazioni del genere tanto che molti giovani messicani che non focalizzano immediatamente ottimi caratteristi come Joaquín Pardavé, Andrés Soler o Sofía Álvarez, collegano invece immediatamente il nome Libertad Lamarque a quella signora con accento argentino che sparge lacrime a iosa, si mette le mani nei capelli, si lamenta delle sue sventure strepitando a piena voce e, appena può, canta ... una specie di Julie Andrews latina.
A questo punto Marco González Ambriz attacca senza mezzi termini Emilio García Riera (autore della “Historia Documental del Cine Mexicano”, 18 volumi nei quali commenta oltre 3.500 film prodotti fra il 1929 e il 1976) contestandogli di essere un “collezionista di dati” e non uno storico del cinema. Le critiche mosse a La mujer que no tuvo infancia dimostrano palesemente che non avesse visto il film che invece, secondo lui, è una sottile e arguta presa in giro di quel tipo di melodrammi di medio e basso livello, pieni di luoghi comuni, personaggi stereotipati e gioventù assolutamente poco rispondente alla situazione reale che alla fine dei ’50 si evolveva rapidamente. In pratica sostiene che, nonostante la presenza della famigerata Libertad Lamarque, il film ha i suoi pregi e quindi implicitamente la esclude dalla lista nera.

346 La mujer que no tuvo infancia (Tito Davison, Mex, 1957) 
con Libertad Lamarque, Pedro Armendáriz, Elsa Cárdenas * IMDb  7,5
Personalmente sono d’accordo con González Ambriz in quanto mi pare evidente che Tito Davison (regista e co-sceneggiatore del film, certo non fra i più titolati cineasti messicani ma lungi dall'essere un inetto incapace) tratta la storia, di per sé abbastanza scontata, senza eccessi, con garbo, senza personaggi troppo poco plausibili e con una buona dose di satira sociale dipingendo un ambiente già ampiamente sfruttato in precedenza, ma quasi sempre con poco gusto, e mirando al ridanciano di basso livello.
Nel film Libertad Lamarque, già sposa bambina e appena divenuta vedova, soffre di uno sdoppiamento della personalità (più che altro dell'età) e si trova a combattere gli avidi e bigotti vecchi cognati Matilde, Cleotilde e Andrés, per fortuna con l'aiuto dell'esecutore testamentario interpretato da Pedro Armendáriz che certo non ricorderà questo film come uno dei suoi più memorabili, ma probabilmente si divertì a non interpretare (una volta tanto) il cattivo, duro, rude classico macho messicano ... non per niente Luis Buñuel lo ritenne perfetto per il ruolo di protagonista in El bruto (1953).
   
In effetti Libertad Lamarque negli anni ’40 era già famosa attrice drammatica e apprezzata interprete di boleri, tango e canzoni popolari latine e a quel tempo si guadagnò il soprannome "La Novia de América" (la sposa dell’America), ma dopo una decina di anni era diventato “Regina del melodramma".

Con un salto di oltre 30 anni, mi accingo alla visione di una decina dei 15 film che non ho ancora visto delle “30 mejores peliculas mexicanas 1990-2012”.