Quasi tutte poco conosciute, eppure
mediamente più che buone soprattutto quelle graffianti, fra grottesco e humor
nero. Due francesi, due americane e una spagnola, prodotte fra 1962 e il 1997.
La commedia forse più nota, dei generalmente apprezzati fratelli Coen, è senz’altro
la più deludente.
Familia (Fernando León de Aranoa, Spa, 1996)
Si tratta una commedia grottesca più
che buona, della quale nel 2012 fu realizzato un remake (Una famiglia
perfetta) diretto da Paolo Genovese, con Sergio Castellitto
nelle vesti di protagonista, ma anche in questo caso il remake non vale l’originale.
Familia segna l’esordio di Fernando León de Aranoa, regista
molto poco prolifico, solo 8 film in una trentina di anni, il più recente dei
quali è il discusso Loving Pablo (2017), con Javier Bardem
e Penélope Cruz. I primi, come Barrio (1998) e Los
lunes al sol (2002), al contrario sono stati quelli più apprezzati da
pubblico e critica. A dire il vero, non mi aspettavo molto, ma la messa in
scena e le interpretazioni, tutte convincenti, mi hanno positivamente sorpreso
e senz’altro lo consiglio, possibilmente in versione originale. In particolare
quando un film si basa su rapporti fra amici e/o familiari, i dialoghi sono
infarciti di modi di dire, frasi fatte e forme colloquiali, spesso
intraducibili in altre lingue con pari effetto.
Wag the Dog (Barry Levinson, USA, 1997)
Distribuito in Italia con il titolo Sesso
e potere, l’essenza del soggetto mi ha inevitabilmente ricordato La
dictatura perfecta (2014, Mex, Luis Estrada), ma non è
assolutamente un remake. Nel primo il fixer Robert deNiro è impegnato a
distrarre l’attenzione mediatica da un possibile scandalo sessuale alla Casa
Bianca, nel secondo viene creato di rapimento per coprire un lampante caso di
corruzione con consegna di valigetta piena di contanti, registrata in video e
trasmessa. In Wag the Dog l’operazione si conta sulla
collaborazione di un produttore cinematografico (Dustin Hoffmann), nel
film messicano è quasi tutto realizzato da uno studio televisivo. Le parti più
divertenti e geniali (tristemente vere) sono quelle della creazione di set e
immagini da propinare al pubblico, spesso con spiegazione dei motivi. Guardando
questo film, molti sospetteranno che gran parte di quanto propinato dalle tv
sono fake. Ottenne
2 Nomination Oscar (Dustin Hoffmann
protagonista e sceneggiatura, nonché il Premio Speciale della Giuria a Barry
Levinson a Berlino).
Piacevole sorpresa, merita una visione.
Cléo de 5 à 7 (Agnès Varda, Fra, 1962)
Secondo film della regista belga, l’unica
donna del gruppo dei fondatori della Nouvelle Vague, autrice di 22 corti
e solo 12 lungometraggi; questo è il suo secondo dopo La Pointe-Courte
(1956). Si svolge in tempo quasi reale in un pomeriggio parigino, seguendo il
girovagare di una nota cantante sull’orlo dell’ipocondria, in attesa dei
risultati di analisi mediche. La storia è relativamente poco importante, ciò che
dà valore al film è la tecnica, in assoluto stile Nouvelle Vague. Particolari
sono le tante soggettive che ritraggono gente per strada che, ignara di cosa
stia succedendo, guarda sorpresa l’operatore. Anche tempi e dialoghi sono
studiati ad arte. Chi apprezza questo stile non rimarrà certamente deluso,
mentre chi è abituato a strutture e tecniche più canoniche resterà probabilmente
perplesso.
Les aventures de Rabbi Jacob (Gérard Oury, Fra, 1973)
La sceneggiatura è buona e scorre fluida
fra mille equivoci, scambi di persone e ribaltamenti di situazioni, sullo
sfondo di razzismo, antisemitismo, terrorismo, un matrimonio, un sequestro, e
tanto altro. Peccato per l’esagerata
attuazione di Luis de Funès, ma si sa che il gesticolare e le tante
smorfie furono la sua caratteristica comica dopo aver iniziato con film più
seri e commedie più moderate come La traversata di Parigi (1956,
di Claude Autant-Lara), al fianco di Jean Gabin e Bourvil.
Sorprende la presenza di Renzo Montagnani in un ruolo non proprio secondario …
ma all’epoca aveva appena iniziato la sua carriera da protagonista di commedie
all’italiana.
Pur essendo chiaramente insensato e
grottesco, può valere la pena guardarlo per un’ora e mezza di distrazione.
Arizona Junior (Joel Coen, Ethan Coen, USA, 1987)
Uno dei più deludenti film dei fratelli
Coen, che in generale apprezzo specialmente per il loro dark humor. In
questo caso, alla sceneggiatura a dir poco scadente si aggiunge un cast traballante,
con tante performance troppo sopra le righe, sequenze da cartoon, ogni occasione
sembra buona per urlare, alla fine i migliori risultano essere gli interpreti del
poppante Arizona Junior e suo padre naturale. Una giustificazione potrebbe
essere che questo fu il loro secondo film, ma dopo quello d’esordio (l’ottimo Blood
Simple) ci si sarebbe aspettato molto di più.
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domenica 31 maggio 2020
Micro-recensioni 191-195: altre 5 commedie del XX secolo
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mercoledì 10 aprile 2019
24° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (116-120)
Cinquina di commedie molto leggere, visioni poco
impegnative adatte ad un viaggio che comportava varie interruzioni e continui rumori di
ambiente.
Ad un classico dei Marx Bros. ed un film francese, fanno seguito 3 pellicole messicane con Cantinflas protagonista, brevemente trattate in blocco.
116 A Night
at the Opera (Sam Wood, USA, 1935) tit. it. “Una notte all’opera”
* con Groucho Marx, Chico Marx,
Harpo Marx * IMDb 8,0 RT 97%
Ultimo dei buoni classici dei fratelli Marx,
almeno secondo me.
Traendo vantaggio dall'ambiente teatrale si inseriscono alla perfezione
le acrobazie musicali al piano di Chico,
a volte aiutato da Harpo che di
esibisce anche in assolo all'arpa.
Come spesso accade nei loro film, il meglio viene con la sarabanda
finale, qualche giorno fa erano all'ippodromo ritardando in ogni modo,
possibile e impossibile, la corsa di galoppo, stavolta si inventano di tutto
per far cantare il loro protetto alla prima del Trovatore a New York
ostacolando l'arrogante famoso tenore Lasparri. Compariranno all'improvviso in
ogni angolo del teatro, dal palcoscenico ai camerini, dalle quinte alla platea
e ai palchi, inseguendo ed essendo inseguiti da staff, tenore, impresario e
sceriffo con i suoi scagnozzi.
Da guardare assolutamente in versione originale, non essendo possibile
tradurre i loro giochi di parole ed equivoci letterali.
117 Le gentleman d'Epsom (Gilles Grangier, Fra,
1962) tit. it. “Il re delle corse” *
con Jean Gabin, Luis de Funès, Madeleine Robinson, Frank Villard * IMDb
6,3 RT 62%publ.
Jean Gabin è stato un
ottimo attore, longevo e certamente poliedrico, passando con gran disinvoltura
da un genere all’altro e impersonando i personaggi più vari. Nei polizieschi ha
interpretato tante volte sia il commissario (p.e. Maigret) che i peggiori
criminali, è stato latin lover e macho, comico in commedie e protagonista in lavori
classici come Les misérables (ovviamente nei panni di Jean Valjean).
Qui è protagonista assoluto in quanto Luis de Funès è relegato
a parte breve e secondaria a differenza del famoso La traversée de Paris (1956, Claude Autant-Lara) nel quale alla coppia si aggiunse anche Bourvil.
In questo caso Jean Gabin interpreta
un piccolo truffatore che si fa passare per un gran signore, già ufficiale di
cavalleria e quindi grande esperto di cavalli e di corse.
La visione scorre fluida ma non particolarmente brillante anche se, fra i tanti personaggi raggirati dall’abile millantatore Le Commandant, ce ne sono numerosi ben caratterizzati ed interpretati.
La visione scorre fluida ma non particolarmente brillante anche se, fra i tanti personaggi raggirati dall’abile millantatore Le Commandant, ce ne sono numerosi ben caratterizzati ed interpretati.
118 Por mis pistolas (Miguel M. Delgado, Mex, 1968) * con Cantinflas, Isela Vega, Gloria
Coral * IMDb 6,7 RT 75%publ.
119 El profe (Miguel M. Delgado, Mex, 1971) * con Cantinflas, Marga López, Víctor
Alcocer * IMDb 6,8 RT 79%publ.
120 El ministro y yo (Miguel M. Delgado, Mex, 1976) * con Cantinflas, Chela Castro, Lucía
Méndez * IMDb 6,5 RT 75%publ.
Per rifarmi l'orecchio al castellano mexicano ho deciso di guardare
3 film di Cantinflas, un ottimo
esercizio visto il suo linguaggio classico, popolare e molto vario. Si tratta
di commedie del suo ultimo periodo (El
ministro y yo fu il terzultimo
dei suoi 44 film) e gli oltre 60 anni pesano sulla sua gestualità, sui suoi classici balletti e il suo tipico saltellare (caratteristico
quello a piedi uniti, tipo banderillero) nei quali risulta,
giustamente, un po’ meno sciolto e dinoccolato.
Mario Moreno (vero nome
dell’attore) fu uno dei più amati dal pubblico messicano, un cocktail di Totò e i fratelli Marx (per quanto riguarda i giochi di parole e le battute
sempre pronte) adattato a parodie di vari generi e tanti diversi mestieri e
professioni (dallo spazzino all’ambasciatore, dal sacerdote al fotografo, dal
medico al mago, al pompiere ...).
La sua comicità era quindi immediata, semplice, diretta al grandissimo
pubblico, costituito all’epoca anche da tanti analfabeti (fu protagonista anche
di El analfabeto, 1961) e
nella maggior parte dei casi i suoi personaggi (buoni ed altruisti) combattevano
le ingiustizie e le prevaricazioni e i film terminavano con un classico lieto
fine.
Chiaramente, è molto messicano, con tanto slang, giochi di parole,
proverbi popolari, americano storpiato e modi di dire.
Le trame sono abbastanza articolate, spesso con una (poco) velata
critica sociale e reggono bene anche le due ore, contando anche su vari colpi
di scena.
Piacevoli visioni, buon intrattenimento leggero.
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog.
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