Visualizzazione post con etichetta Kusturica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kusturica. Mostra tutti i post

sabato 31 dicembre 2022

Microrecensioni 361-365: intrattenimento con commedie, sci-fi e buona musica

Come intermezzo, prima di chiudere l’anno con altri film di qualità, ho messo insieme tre   commedie grottesche abbastanza originali spesso al limite del demenziale e certamente non superlative, uno sci-fi di oltre 20 anni fa che sembra anticipare l’attualissimo metaverso e un dvd musicale (fra biografia e spettacolo) di un cantaora di flamenco appartenente a una grande famiglia di artisti.

 
eXistenZ (David Cronenberg, Can/UK, 1999)

Non fu tanto ben accolto da critica e pubblico questo sci-fi scritto e diretto da David Cronenberg, eppure mi piacque (pur non essendo il mio genere) e l’ho guardato di nuovo con piacere. Si sviluppa quasi completamente nella realtà virtuale e in una ulteriore realtà virtuale a partire da questa. Tante situazioni futuristiche (poco reali) e personaggi dal comportamento molto strano costituiscono l’ambiente che vede contrapposti i produttori di giochi in ambienti virtuali e i loro feroci oppositori che vogliono solo la realtà; tutti pronti ad eliminare gli avversari in maniera violenta. Alcune scene possono risultare sgradite per chi è di stomaco debole, ma nel complesso hanno una loro giustificazione per la funzionalità della contorta e sorprendente trama. Oltre ai protagonisti Jude LawJennifer Jason Leigh, si apprezzano anche Ian HolmWillem Dafoe in parti secondarie. Orso d’Argento a Berlino, 4° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

Casacueva y Escenario (Morente, Spa, 2008)

Ottimo dvd che raccoglie tre diverse esibizioni di Estrella Morente, per una durata totale di oltre 2 ore. Quasi la metà è montaggio dei pezzi interpretati nel corso di un concerto tenutosi nel Patio del Aljibe De La Alhambra di Granada nel 2004; le altre due parti sono invece informali, praticamente riunioni familiari con pochi amici intimi, ovviamente tutti artisti del flamenco. Pezzi estemporanei e qualche passo di danza oltre alla protagonista vedono impegnati noti chitarristi come Juan Habichuela e Miguel Carmona, varie cantaoras fra le quali spicca l’ineffabile Isabel la Golondrina. Queste due parti furono registrate in una cueva originale del Sacromonte di Granada (abitazione rupestri del quartiere tipicamente gitano) e nella casa del padre di Estrella, il famoso Enrique Morente, regista del dvd. Partecipano anche i germani di Estrella (Soleá e Kiki), nonché Aurora Carbonell, madre dei tre, già bailaora conosciuta come la Pelota. Tutto si svolge quindi in una atmosfera rilassata, cordiale e scherzosa, palesemente genuina.  

  
Be Cool (F. Gary Gary, USA, 2005)

Commedia crime grottesca, realizzata da un eclettico regista/produttore, che è riuscito anche in questo caso a coinvolgere tanti volti noti di Hollywood (attori e commedianti bravi e meno bravi) in un progetto confuso, satirico e a volte divertente includendo ridicole morti e violenze fra numerosi stereotipi del mondo delle produzioni cinematografiche e musicali, fra usurai, mafiosi russi, aspiranti attori, bande di ipermuscolosi afroamericani che vanno in giro con potenti Hummer, grosse pistole ben in evidenza e musica a tutto volume. Vale la pena di citare almeno i più conosciuti elementi del cast che si sono prestati a questo pastiche: John Travolta, Uma Thurman, Harvey Keitel, The Rock, Danny DeVito, James Woods, Steven Tyler, Vince Vaughn. In quanto a F. Gary Gary, ha iniziato dirigendo video musicali pluripremiati e di grande successo, solo successivamente si è cimentato in vari film d’azione (e di cassetta) fra i quali The Negotiator (1998), The Italian Job (2003) e Straight Outta Compton (2015), il suo più quotato, Nomination Oscar per la sceneggiatura. Be Cool fu stroncato dalla critica americana e ha ancora rating bassi, tuttavia ha incassato il doppio di quanto speso per la produzione.

Rocknrolla (Guy Ritchie, UK, 2008)

Terzo film a tema malavita londinese, fra balordi e mafia russa, con tanta violenza, truffe e spargimenti di sangue, dopo Lock Stock (che fece conoscere Guy Ritchie e lanciò Jason Statham) e Snatch con Brad Pitt e Benicio del Toro. Non vale gli altri due che almeno erano una novità; la violenza (per quanto palesemente finta) è esagerata e le vicende dei due russi indistruttibili a metà film è del tutto ridicola. Peccato perché l’intricata struttura di minacce, collusioni e tradimenti poteva essere sceneggiata molto meglio.

Promettilo (Zavet) (Emir Kusturica, Ser, 2007)

Altro film al di sotto degli standard del regista. Qui Kusturica non riesce ad incidere, storia troppo surreale anche se alcune trovate possono essere viste come geniali e divertenti, passi che diventino una specie di tormentone. La musica balcanica è piacevole come al solito e la brass band commenta tutto in modo appropriato l’intero film. Come scritto nel preambolo, anche questa è una commedia leggera, senza pretese, adatta per il clima festivo di questo periodo. Guardabile.

domenica 31 ottobre 2021

Micro-recensioni 311-315: gruppo indie a prevalenza asiatica

I tre film indiani sono ricordati soprattutto per i loro contenuti, non usuali nella cinematografia del loro paese, e anche per il modo in cui furono realizzati. Si inizia con una storia di introspezione di un integerrimo dirigente delle ferrovie, si passa al tema del maschilismo che si dovrà confrontare con una parziale ribellione dell’altro sesso e si finisce mettendo in luce il lato oscuro di Bollywood con i film illegali di exploitation softcore di serie C. Completano la cinquina un buon esordio coreano (quasi tutto al femminile) e un singolare film americano di tagliente critica sociale.

 

Lucky Chan-sil
(Cho-hee Kim, 2019, Kor)

Esordio alla regia e anche alla sceneggiatura della 44enne coreana Cho-hee Kim, dopo una decina di anni di attività come produttrice. C’è (probabilmente) tanto di autobiografico visto che la maggior parte dei personaggi principali lavorano o hanno lavorato nell’ambiente cinematografico. La protagonista Chan-sil (interpretata dall’esordiente Mal-Geum Kang, numerosi riconoscimenti per lei) è una produttrice 40enne che si trova improvvisamente senza lavoro, sua sorella è attrice, l’insegnante di francese di quest’ultima è un regista di corti e c’è anche il fantasma di un attore, già idolo di Chan-sil. L’ultimo personaggio importante del film (che non ha niente a che vedere con il cinema) è l’anziana padrona di casa, semianalfabeta e un po’ scorbutica, ma saggia. La passione per il cinema internazionale di qualità della regista (certamente una vera cinefila) traspare anche in vari dialoghi con citazioni di film del maestro giapponese Ozu (1953, Viaggio a Tokio), del tedesco Wenders (1987, Il cielo sopra Berlino) e del serbo Kusturica (1988, Il tempo dei gitani) … ma, per bocca della protagonista, si chiede come possano piacere i film di Christopher Nolan in confronto ai suddetti! Non meraviglia quindi che questo film tratti di tormenti personali, relazione con gli altri, solitudine, ricerca di stimoli per un futuro personale migliore. Senz’altro da consigliare, ma solo a chi piace Ozu.

Metropolitan (Whit Stillman, 1990, USA)

Commedia satirica molto apertamente critica di un certo ambiente newyorkese. I protagonisti sono un gruppo di studenti benestanti che si ritrovano nel periodo delle feste natalizie, passando da una casa all’altra, sbevazzando, (s)parlando di conoscenze comuni, facendo giochi sociali (quello della verità avrà immediate conseguenze), tentando raramente di elevare il livello degli argomenti. Il film inizia con l’incontro casuale della comitiva con tale Tom, certamente non del loro ambiente ma colto e dalle idee non banali, che si lascia convincere a partecipare alle loro serate/nottate. Chiaramente un indie (secondo IMDb budget di 230.000$), con attori quasi tutti senza grande esperienza (ma non malvagi) e che non hanno continuato la carriera seriamente, regista/sceneggiatore all’esordio (anche lui solo 5 film in quasi 30 anni) che tuttavia ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura. Girato quasi tutto in interni (i vari salotti e qualche locale) si basa quindi sui dialoghi che mettono a confronto le varie personalità e idee, queste ultime spesso usate come provocazione e non per convinzione. Il quadro è abbastanza deprimente se si pensa che molti di quei giovani sarebbero diventati parte della classe dirigente, in posti di comando.

  

Mirch Masala
(Ketan Mehta, 1986, Ind)

Ambientato in un piccolo villaggio rurale nel quale l’unica occupazione sembra essere la produzione di peperoncino (colpiscono le riprese con rosse distese di spezie messe a seccare). Siamo nel periodo coloniale inglese e, come atteso, un giorno giunge un arrogante e prepotente esattore dei tributi, accompagnato da un manipolo di soldati. Subito si incapriccia di una donna che, dopo averlo platealmente respinto, si rifugia nel molino di spezie. Il militare pretende di averla e minaccia ritorsioni su tutto il paese in caso di rifiuto. Visto che il marito della donna ha appena abbandonato il villaggio la sua difesa resta a carico di pochi benpensanti mentre il resto vorrebbero che si consegnasse. Questo tema interessante viene ben esposto sullo schermo con dialoghi e piani ravvicinati ma, purtroppo, nelle scene in campo aperto il film cade nel sensazionalismo di basso livello fra slow motion, temi dilatati, punti di vista non congruenti, inseguimenti incredibili, chiaramente tutto per il gran pubblico. 

L’unica scena all’aperto interessante, molto ben girata e montata, la potete vedere in questo video nel quale, in occasione di una festa, si riuniscono un cantante e tante donne che ballano in circolo, mentre arrivano il capovillaggio e poi l’esattore, mentre due giovani organizzano la loro fuga d’amore. Anche senza dialoghi, tutto è ben chiaro! Interessante e originale, classico esempio del cinema indipendente indiano degli anni ’80, il cosiddetto Parallel Cinema, transizione fra i classici e i moderni Bollywood.

Bhuvan Shome (Mrinal Sen, 1969, Ind)

Un funzionario delle ferrovie di mezz’età va a caccia in un’area rurale e si confronta con una giovane donna (moglie di un ferroviere) che con la sua franchezza e ingenuità gli farà riconsiderare molte delle sue idee e gli aprirà la mente ad un diverso approccio con la vita. Ironica favoletta morale con personaggi un po’ caricaturali ma piacevolmente proposti.

Miss Lovely (Ashim Ahluwalia, 2012, Ind)

Come anticipato in apertura, ecco un altro film in ambiente cinematografico, ma in questo caso quello più deteriore, dove di arte se ne vede ben poca e il tutto è gestito da criminali con pochi scrupoli, fra sfruttamento delle ragazze, prodotti censurabili, distribuzione illegale e via discorrendo. Tuttavia, la trama si sviluppa seguendo le storie di 2 fratelli produttori/distributori che si intrecciano quella di un’attricetta bugiarda. Nomination a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Ci sono dei buoni momenti, ma certamente non è un granché.

mercoledì 9 dicembre 2020

micro-recensioni 411-415: kolossal muto italiano e 4 georgiani

Cinquina quasi monotematica con film georgiani del periodo in cui il  paese faceva ancora parte dell’URSS ai quali ho aggiunto Cabiria, pietra miliare del cinema italiano, ancorché sconosciuto alla gran parte del pubblico (non ha niente a che vedere con le Notti di Cabiria, 1957, di Federico Fellini, Oscar miglior film straniero).

 

Cabiria (Giovanni Pastrone, Ita, 1914)

Fu il primo vero kolossal italiano e fece storia nel mondo intero, ispirando i successivi lavori di Cecil B. DeMille e D. W. Griffith; a detta di Scorsese, Pastrone fu il vero creatore del kolossal epico.  In effetti, l’anno prima Enrico Guazzoni aveva diretto Quo vadis?, anch’esso ovviamente storico e primo in Italia a servirsi di centinaia di comparse, ma niente a che vedere con Cabiria. Il soggetto e sceneggiatura sono basati su testi di Tito Livio e sul romanzo di Salgari Cartagine in fiamme e vi collaborò lo stesso Pastrone, mentre Gabriele D’Annunzio (al quale spesso tutti i meriti) fu solo l’autore dei numerosi aulici cartelli nonché dei personaggi e dei loro nomi. Fu proprio lui il creatore di Maciste, qui interpretato da Bartolomeo Pagano, uno scaricatore del porto di Genova, che così diventò una star del cinema interpretando lo stesso personaggio in un’altra quindicina di film; nella prima metà degli anni ’60 il buon forzuto tornò in gran voga come protagonista di oltre 20 film, interpretati però da attori diversi.

Anche se il concetto di carrellata già esisteva, Pastrone ideò e brevettò il macchinario e lo utilizzò in numerose scene di Cabiria. Al contrario dei film dell’epoca fece anche ampio uso di montaggio e tutti i vari metodi di ripresa allora disponibili. Volle una colonna sonora composta specificamente per il film che sottolineasse le scene più drammatiche. Grande fu anche il successo internazionale, il film restò in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York. Con tutti i limiti di un film di oltre un secolo fa, Cabiria è comunque affascinante contando su scenografie spesso grandiose, una gran varietà di costumi ed una recitazione senza troppi esagerati sbracciamenti, tipici dei muti, né eccessivi primi piani. Le scene d’azione sono molto ben realizzate, dai sacrifici al Moloch, all’eruzione dell’Etna, all’assalto alle mura.  

Nel 2006 è stata realizzata una versione restaurata con aggiunta di scene per molti anni non disponibili, raggiungendo una durata di circa 3 ore. Fu presentata l'anno successivo al Festival di Berlino. Certamente un must per cinefili, ma apprezzabile anche da tanti altri amanti delle arti visive. Consigliato!

Blue Mountains (Eldar Shengelaya, Geo, 1983)

Seppur un po’ ripetitiva, la satira socio-politica che domina in questo film dalla prima all’ultima scena risulta più che divertente e arguta, proponendo un gran numero di personaggi che “lavorano” in una delle tante strutture dell’apparato statale sovietico. Nessuno si prende responsabilità, demandandole ad altri, ci sono sempre firme che mancano sui documenti, molti sono i perditempo, i perennemente assenti e quelli che giocano a scacchi, ma tutti aspirano ad aumenti e bonus. Le copie del manoscritto del protagonista passano di mano in mano, si perdono, riappaiono ma nessuno le legge e nonostante ciò tutti esprimono opinioni e commentano. Le dichiarazioni nel corso della riunione finale evidenziano questa linea, mentre l’intera struttura (metaforicamente e praticamente) mostra le sue crepe e sta per crollare. Una commedia dell’assurdo, basata sull’impotenza del cittadino di fronte alla cieca burocrazia, in puro stile kafkiano. Da non perdere.

  

Trilogia di Tengiz Abuladze (in ordine di mio gradimento)

The Wishing Tree (Tengiz Abuladze, Geo, 1976)

Nell’ambito della trilogia, questo è il mio preferito per essere confuso e creativo al punto giusto, anche se nell’ultima parte passa da essere divertente commedia stracolma di personaggi peculiari, degni dei film di Kusturica o di Fellini, ad un tono prettamente drammatico. Numerose storie si intrecciano nella trama, alcune più indipendenti, altre meglio connesse al contesto sociale del piccolo paesino di campagna; i tanti brevi eventi/episodi (ho letto che sono 23) sono incatenati in sequenza per avere almeno un protagonista in comune, e molti sono i personaggi appaiono in più occasioni. Nel 1979 vinse il David di Donatello come miglior film straniero, presentato con titolo L’albero dei desideri. Consigliato.

Repentance (Tengiz Abuladze, Geo, 1984)

Si inizia con la morte del protagonista, un personaggio politico caricaturale frutto di una combinazione delle caratteristiche di Hitler, Mussolini, Stalin e il suo fido Beria (per oltre 20 anni a capo della polizia segreta e politico). A causa delle poco velate allusioni agli ultimi due (entrambe georgiani) il film fu bloccato per 3 anni e solo nel 1987, grazie alla glasnost di Gorbaciov, fu messo in circolazione in Unione Sovietica e anche all’estero. Divenne candidato all’Oscar per il suo paese (ma non fu incluso nel gruppo finale) e vinse il Golden Globe miglior film straniero e 3 Premi a Cannes, fra i quali il Gran Premio della Giuria assegnato all’unanimità. Ovviamente gran parte del film è composto da flashback, ma c’è anche una parte al limite del surreale con il cadavere che, dopo essere stato sepolto, riappare più volte. Quindi una dark comedy a tema politico, con vari spunti fantastici.

The Plea (Tengiz Abuladze, Geo, 1967)

Decisamente un film “troppo” artistico, con dialoghi sostituiti da versi, spesso ripetuti più volte, del poeta georgiano Vaja-Pshavela, vissuto nell’ultimo periodo dell’Impero Russo. Pur trattando temi interessanti che spaziano dalla faida all’ostracismo e dall’intoccabilità dell’ospite alla vendetta, la poca azione e la voce non sincronizzata rendono la visione impegnativa. Notevole senz’altro la fotografia (b/n) e la regia. Certamente di genere ben diverso dagli altri due e non destinato al grande pubblico.

venerdì 31 luglio 2020

Micro-recensioni 246-250: altro Kusturica

Dopo la ri-visione del noto Underground, ho recuperato il secondo film di Kusturica (novità per me), prodotto 10 anni prima, per poi proseguire con tre film sovietici (uno in due parti) non completamente allineati alle direttive statali, tutti recuperati tramite l’interessantissimo sito Russian Film Hub
 
Assa (Sergey Solovev, URSS, 1987)
Cult giovanile, almeno per quelli che hanno vissuto gli anni della rivoluzione culturale, in particolare musicale, degli anni ’80. Allo sdoganamento della musica giovanile undergroung e rock (Viktor Tsoy, elemento di spicco del rock sovietico è fra i protagonisti del film) si affiancano una storia d’amore impossibile, uno sguardo al mondo della malavita con intrusione del KGB, un salto all’indietro nel tempo di quasi due secoli, con la rappresentazione dell’assassinio dell’imperatore Paolo I, Zar di tutte le Russie, nel 1801 e, come se non bastasse, due sequenze di cinema sperimentale – “psichedelico” che rappresentano altrettanti sogni del musicista. In chiusura, una dirigente legge tutte le regole alle quali dovevano sottostare quelli che si esibivano in pubblico.

Welcome, or No Trespassing (Elem Klimov, URSS, 1964)
Per puro caso, subito dopo la conclusione di Assa con le regole che gli artisti dovevano seguire nelle loro performance, ho guardato questo film satirico ambientato in un campo estivo per bambini e bambine, diretto da un inflessibile (e ottuso) direttore. Anche quei giovanissimi devono sottostare ad innumerevoli regole, alcune delle quali giuste e logiche per una buona educazione e convivenza, altre frutto della pedissequa applicazione dei dettami del Partito. Divertente e ben girato peccato per la conclusione non all’altezza della prima ora.
 
BEG - The Flight (Aleksandr Alov, URSS, 1971)
Il film giunse nei cinema d’oltrecortina in due parti separate ma fu poi presentato a Cannes l’anno successivo come opera unica di 3h16’. Il soggetto è liberamente tratto da tre lavori di Bulgakov, non strettamente collegati fra loro: La Guardia Bianca (1925), La fuga (1927) e Il Mar Nero (1936). In particolare il progetto di adattamento teatrale del primo fu censurato dallo stesso Stalin e neanche l’intervento di Gorki sbloccò la situazione. Materia del contendere era il modo nel quale venivano rappresentati gli ufficiali della Guardia Bianca. La prima parte riguarda il caos provocato dalla fine della rivoluzione mentre nella seconda si seguono le vicende di alcuni “fuggitivi” sulle coste del Mar Nero e a Parigi. Storicamente interessante e molto ben realizzato, con le consuete ottime interpretazioni degli attori russi. Merita la visione anche per lo spaccato che offre delle relazioni sociali militari, rivoluzionari e borghesi dell’epoca.

Papà... è in viaggio d'affari (Emir Kusturica, Yug, 1985)
Nonostante vanti la Nomination Oscar fra i film stranieri e la Palma d’Oro e Premio FIPRESCI a Cannes, non mi ha convinto del tutto e non mostra la verve e l’esplosivo humor nero dei film successivi che lo hanno reso famoso.

sabato 18 luglio 2020

Micro-recensioni 241-245: altri 4 film messicani e uno dei due famosi di Kusturica

Due film di spicco  e tre nella (buona) norma. Ognuno ha le sue ragioni di essere e i suoi meriti e quindi risultano essere interessanti visioni, specialmente se valutate nel loro contesto di tempo e di luogo di produzione.
  
Underground (Emir Kusturica, Yug, 1995)
Kusturica ha diretto solo una decina di film nel corso dei suoi 40 anni di carriera, ma partì con il piede giusto e molti suoi film hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Esordì nel 1981 con il poco conosciuto Ti ricordi di Dolly Bell? (4 premi a Venezia e Nomination Leone d’Oro), seguito 3 anni dopo da Papà... è in viaggio d'affari (Nomination Oscar e Palma d’Oro e e Premio FIPRESCI a Cannes) e nel 1988 da Il tempo dei gitani (Miglior regia a Cannes). Dopo aver tentato il salto a Hollywood (Arizona Dream, 1993) tornò a occuparsi di dei Balcani e dei gitani con i due film che gli hanno dato vera fama internazionale visto anche il successo di pubblico: Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Ho quindi ri-guardato con molto piacere il primo anche se l’altro rimane il mio preferito per essere più graffiante, esplosivo e grottesco, oltre che conciso. In entrambe ha un ruolo fondamentale la musica, interpretata in scena dalla fantastica banda di ottoni Musika Akrobatika. Questo è forse è un po’ lungo e dispersivo, considerato che inizia con l’occupazione nazista, prosegue per tutta l’epoca di Tito e termina con le guerre interne della Iugoslavia in disfacimento, sotto il “controllo” delle forze ONU.
Senz’altro da guardare (e ascoltare), così come gli altri suoi migliori film.

Dos monjes (Juan Bustillo Oro, Mex, 1934)
Si distingue nettamente fra i messicani di questa cinquina, e per due motivi molto diversi. Uno è lo stile, fortemente influenzato dall’espressionismo tedesco del decennio precedente, nonché dall’emulazione dei registi russi che in quel periodo collaboravano con i messicani a cominciare da Eisenstein. L’altro è la sceneggiatura, che anticipa di quasi una ventina d’anni quella del ben più famoso Rashomon di Akira Kurosawa. Infatti, la storia si basa su due monaci che si ritrovano per caso in uno stesso convento molti anni dopo essersi scontrati per questioni di cuore, prima di prendere i voti. Nel corso delle confessioni al priore presenteranno diverse versioni degli eventi. Le scenografie sono in puro stile espressionistico, così come le luci e i forti contrasti. Purtroppo, le interpretazioni sono molto deludenti … peccato!
  
El Peñón de Las Ánimas (Miguel Zacarías, Mex, 1943)
Rosenda (Julio Bracho, Mex, 1948)
El brazo fuerte (Giovanni Korporaal, Mex, 1958)
Due degli altri 3 messicani sono diretti da registi di spicco della Epoca de Oro e interpretati da attori altrettanto noti, bravi e amati dal pubblico: Jorge Negrete e María Félix sono i protagonisti del primo e Fernando Soler e Rita Macedo del secondo. Senz’altro buoni ma non certo fra i migliori del loro genere.
Il terzo, invece, è quasi del tutto sconosciuto ai più, ma è tornato alla ribalta per essere stato di recente restaurato e la prima è stata proposta dalla Cineteca Nacional Mexico poche settimane fa. Si tratta di un film indipendente dell’allora esordiente Giovanni Korporaal, uno dei primi esempi di satira politica messicana (si parla di corruzione e usurpazione di potere) e per tal motivo addirittura bloccato dalla censura per oltre 15 anni.

venerdì 5 giugno 2020

Micro-recensioni 196-200: tre commedie grottesche slave e …

Due film americani (che inseguivo da tempo) con tanti nomi altisonanti, ma non all’altezza delle potenzialità, e tre semisconosciute dark comedy slave.
Who's Singin' Over There? (Slobodan Sijan, Yug, 1980)
Road movie che narra di un viaggio su uno sgangherato bus di linea, lungo le strade sterrate della campagna iugoslava, nelle ore in cui le truppe tedesche occupavano Belgrado (6 aprile 1941). Loro malgrado, dovranno convivere una coppia di novelli sposi in fuga, un cacciatore, un filonazista, un sacerdote, un cantante, un anziano militare, due suonatori girovaghi “zingari”, padre e figlio che si alternano fra guida e assistenza passeggeri (preparando anche una grigliata) e tre maialini vivi. Succederà più o meno di tutto e le scene grottesche si alternano a dialoghi taglienti … il politically correct, per fortuna, non era stato ancora inventato. Personaggi ben descritti e interpretati e cast scelto alla perfezione ne fanno quasi un antesignano delle commedie di Kusturica, ma con protagonisti meno esagerati.

Cabaret Balkan (Goran Paskaljevic, Yug, 1998)
Anche in questo caso la linea temporale è molto limitata ed è “quasi” un road movie che si svolge in una lunga notte con tanti personaggi che vengono introdotti in scene diverse (per lo più violente o potenzialmente violente) e che poi, nel loro girovagare, si ritrovano in altre situazioni in altri luoghi. Goran Paskaljevic, che gode fama di essere fra i migliori registi serbi, riesce a dare continuità e suspense a scene al limite del surreale, con persone apparentemente “normali” che si devono confrontare con personaggi per lo più fuori di testa (almeno uno per ciascuna situazione). Si susseguono vorticosamente litigi, un tentato linciaggio, aggressioni sessuali, irragionevoli scontri che vanno da quelli semplicemente fisici, all’uso di bottiglie rotte, coltelli, armi da fuoco e perfino una bomba a mano. In vari punti mi ha ricordato molto Storie pazzesche (di Damián Szifron, 2014, Nomination Oscar). Penso di aver dato l’idea, riuscendo allo stesso tempo ad evitare spoiler.
Optimisti (Goran Paskaljevic, Ser, 2006)
Quest’altro film di Goran Paskaljevic è dichiaratamente diviso in 5 storie che non hanno niente a che vedere fra loro se non il vago concetto di ottimismo a tutti i costi; quello definito da Voltaire nel suo Candido, “… sostenere che tutto va bene quando tutto va male." Molto meno convincente rispetto a Cabaret Balkan, in questo caso protagonisti e situazioni tendono più alla stupidità che alla follia, tuttavia non mancano le scene violente che sembrano confermare lo stereotipo della perenne litigiosità delle etnie slave … innata o storica? Appena sufficiente nel complesso, solo in alcuni episodi ci sono situazioni notevoli, per il resto procede lentamente con pochi spunti arguti.

Rancho Notorius (Fritz Lang, USA, 1952)
Strano western diretto da Fritz Lang, con Marlene Dietrich (ad Hollywood nel 1930 sull’onda del successo in L’angelo azzurro, e Oscar l’anno seguente per Morocco, entrambi diretti da Josef von Sternberg) e Arthur Kennedy, che quell’anno ottenne la seconda delle sue 5 Nomination. Il soffre non solo di una debole sceneggiatura ma anche e soprattutto di scenografie di quart’ordine … completamente girato negli studios di Hollywood, con pessimi fondali. I classici campi lunghi, gli ampi panorami e le cavalcate sono del tutto assenti. Lo stimato regista fa quello che può ma non riesce a salvare Rancho Notorius.

The Fugitive (John Ford, USA, 1947)
Sorprendentemente, The Fugitive ha risultati ancora peggiori del suddetto film di Lang, nonostante la combinazione di tanti ottimi artisti (nei vari campi) che non ha prodotto che un film mediocre. La sceneggiatura è adattamento di uno di più celebrati romanzi di Graham Greene (The Power and the Glory), messa in scena da 2 registi di indiscussa fama (John Ford e Emilio “Indio” Fernández, il secondo uncredited), conta su tre star internazionali come protagonisti quali Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro Armendáriz e, come se non bastasse, la fotografia è affidata all’ottimo Gabriel Figueroa, un maestro del bianco e nero. In effetti l’unico all’altezza dei suoi trascorsi è quest’ultimo, anche se l’unico riconoscimento al film fu il Premio Internazionale attribuito a John Ford a Venezia. La croce di fuoco (questo il pessimo titolo italiano) è lento, basato su stereotipi, su poche scene prolungate, discontinuo e spesso illogico in quanto a tempi e luoghi, con il carattere del prete in fuga (Henry Fonda) proditoriamente stravolto rispetto al personaggio creato da Greene

giovedì 2 gennaio 2020

82° e ultimo gruppo di micro-recensioni 2019 (406-409)

Ecco gli ultimi 4 del 2019 … quale 409° e conclusivo dell’anno ho voluto scegliere un film divertente, folle, oserei dire geniale e tendente al demenziale come le commedie che piacciono a me: Gatto Nero, Gatto Bianco. Con i precedenti ho comunque mantenuto fino in fondo la mia predilezione per la varietà e peculiarità (quando non mi dedico a visioni quasi esaustive di autori o generi) e quindi prima del film jugoslavo di Kusturica, ho scelto di guardare uno spagnolo, un americano e un australiano a me completamente sconosciuti, ma di rating relativamente promettente. 
Rimanendo in tema varietà, anticipo che il 2020 inizierà con Rams (islandese, vincitore pel Premio Un Certain Regard a Cannes), seguito da un film ambientato in Zambia (co-produzione UK/Ger/Fra/Zambia), diretto da una regista originaria di tale paese, vincitrice del Premio Outstandig Debut ai BAFTA e candidata alla Golden Camera a Cannes ma, nonostante questi e altri riconoscimenti internazionali, non se ne trova traccia in Italia.


 

409  Gatto Nero, Gatto Bianco (Emir Kusturica, Yug, 1998) * con Bajram Severdzan, Srdjan 'Zika' Todorovic, Branka Katic * IMDb 8,1  RT 88%  *  3 Premi e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Avendo guardato di nuovo e con rinnovato interesse questo film di Kusturica, mi sono chiesto se il regista avesse prima scelto il cast e poi attribuito i ruoli o avesse cercato per ognuno dei personaggi il volto e fisico perfetto. Il dubbio resta e a conforto delle mie perplessità c’è da sottolineare che Kusturica partì con l’idea di realizzare un documentario (Musika Akrobatika) sulle ottime e coinvolgenti musiche balcaniche (del genere di quelle di Goran Bregović, che aveva curato le colonne sonore di tre suoi precedenti film), ma in corso d’opera decise di legarle ad una trama, fornita dalla sceneggiatura di Gordan Mihić,.
Si tratta di una commedia caricaturale dell’ambiente “zingaro”, fra l'estremo e il demenziale, pieno di tutti i peggiori luoghi comuni e stereotipi, certamente lontano dall’ossessivo e ormai asfissiante politically correct
Chiunque abbia un certo spirito umoristico e senso del ridicolo non potrà che apprezzare ed amare ogni singolo personaggio. Inoltre, sono certo che tutto il cast e anche lo staff sia divertito un mondo a girare questo folle film sulle rive del Danubio con tutti i soggetti chiaramente esagerati sotto ogni punto di vista, così come i costumi, accessori, mezzi di locomozione e la storia in stessa.
Non mancano un paio di tormentoni come l’anziano boss che guarda all’infinito l’ultima scena di Casablanca e quello quasi surreale dell’enorme maiale che implacabilmente divora una Trabant abbandonata. 
Un film da guardare e basta!

408  Lantana (Ray Lawrence, Aus, 2001) * con Anthony LaPaglia, Geoffrey Rush, Rachael Blake * IMDb 7,2  RT 90%
A differenza dei due visti in precedenza, al di sotto delle pur limitate aspettative, questo film australiano mi è sembrato molto ben costruito e diretto; la sceneggiatura mette in contatto per cause più o meno fortuite quasi tutti i protagonisti di questo film quindi quasi corale. Una dozzina di personaggi, per lo più coppie con problemi di relazione, ognuno con le sue angosce e paure, incroceranno le loro strade in attesa che agli spettatori vangano chiarite le immagini mostrate all’inizio del film.
Le interpretazioni sono buone e i dialoghi sono interessanti e significativi, forse talvolta troppo in quanto sembra che per ogni situazione si voglia dare una spiegazione o un consiglio assoluto nella gestione dei rapporti interpersonali. Tuttavia, c'è da dire che molti di questi assiomi sono effettivamente abbastanza reali e credibili alcuni sono anche da sottoscrivere in pieno.
Gli avvenimenti precedenti a quanto mostrato in apertura verranno spiegato solo molto più avanti e la soluzione del caso sarà imprevista e originale, eppure del tutto plausibile.
In sostanza si tratta di un film molto più che sufficiente, che senza dubbio merita una visione.


 

407  White Oleander (Peter Kosminsky ,USA, 2002) * con Alison Lohman, Michelle Pfeiffer, Renée Zellweger, Robin Wright * IMDb 7,1  RT 68%
Non del tutto malvagio, ma confuso, discontinuo, con personaggi poco convincenti e tantomeno coinvolgenti. Michelle Pfeiffer interpreta la (pessima) madre di Alison Lohman, la prima non si rende del proprio egoismo quasi folle, la seconda si rende conto di essere quasi plagiata ma non fa molto per uscire da tale situazione.
La scelta di una 23enne (seppur minuta) per interpretare una teenager mi è sembrata poco appropriata. Certamente non fornisce una buona immagine del sistema di affidamento familiare per giovani rimasti senza famiglia che, in attesa di trovare accoglienza, vengono tenuti in strutture quasi carcerarie, pur essendo solo vittime di una “cattiva sorte”.
Senza infamia e senza lode.

406  Libertarias (Vicente Aranda, Spa, 1996) * con Ana Belén, Victoria Abril, Ariadna Gil * IMDb 7,1  RT 83%p 
Deludente … Aranda non riesce a prendere una strada definitiva fra i generi commedia, bellico, storico e drammatico. Interessante solo per apprendere qualcosa di più (specialmente se non spagnoli) in merito alla Guerra Civile della seconda metà degli anni ’30, che si concluse con l’ascesa al potere di Francisco Franco. Certamente risalta il caos che regnava nelle differenti fazioni che, pur essendo schierati dalla stessa parte, non erano assolutamente coordinate fra loro.
Evitabile … se interessati all’argomento, molto meglio leggere qualche testo, di punti di vista diversi.


Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 17 marzo 2019

18° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (86-90)

Cinquina molto varia per generi, anni e paesi di produzione. C’è un film tedesco candidato Oscar, il primo islandese che vedo in tanti anni da cinefilo, uno dei primi film della spagnola Bollaín e due film “minori” dei fratelli Marx.
   

90  La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler  (Oliver Hirschbiegel, Ger, 2004) tit. int. “Downfall“  tit. or. “Der Untergang “ * con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Ulrich Matthes * IMDb  8,2  RT 91% * Nomination Oscar
Ottimo film, fondato su solide basi storiche, che tratta degli ultimi giorni del III Reich. La sceneggiatura è infatti tratta da vari saggi redatti da storici rispettati e stimati, nonché su un paio di autobiografie, l'autrice di una delle quali appare all'inizio e alla fine del film. Si tratta di Traudl Junge, una delle segretarie personali del Fhurer durante la seconda metà della guerra che visse gli ultimi giorni di questa nello stesso bunker dove alloggiavano e/o si riunivano i politici più vicini a Hitler e i massimi responsabili delle forze armate. Leggendo vari qualificati commenti (dal punto di vista storico) sembra che il regista, oltre agli eventi in sé, sia veramente riuscito a descrivere in modo plausibile l'ambiente e lo spirito con il quale si vissero quei giorni.
Downfall conta su una delle migliori interpretazioni di Bruno Ganz (Hitler), recentemente scomparso  dopo aver aggiunto un’altra perla alla sua brillante (seppur sottovalutata) carriera nel film di The House that Jack Buit (2018, Lars von Trier).
Assolutamente poco commerciale e non destinato al grande pubblico, Downfall non solo è il più interessante di questa cinquina, ma anche un ottimo film in assoluto. Per quanto possa valere, fu candidato Oscar fra i film non il lingua inglese (quell'anno vinse Mar adentro, di Alejandro Amenábar) e si trova al 119° posto nella classifica IMDb dei migliori film di ogni tempo.

86  La donna elettrica (Benedikt Erlingsson, Isl, 2018) tit. or. “Kona fer í stríð“  tit. int. “Woman at War“ * con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Juan Camillo Roman Estrada * IMDb  7,6  RT 95%
Film originale, ben girato, con buoni momenti di cinema che rimediano a qualche carenza della sceneggiatura. Pur essendo senza pretese, tira in ballo argomenti seri e attualissimi a cominciare da quello dell’influenza dell’industria sul cambio climatico.
Seguendo la lotta quasi solitaria della protagonista contro il potere politico ed economico (energetico), Erlingsson riesce ad alternare dramma, thriller e azione, con le divertenti “interferenze”, certamente involontarie ma ben situate, di uno sfortunato cicloturista e il surrealismo delle onnipresenti 3 cantanti in abiti tradizionali ucraini che, nel fornire a colonna sonora dal vivo, si alternano alle apparizioni nei luoghi più improbabili dei tre suonatori che non possono non far venire in mente i film di Kusturica.
Gli esterni sono ovviamente affascinanti pur non essendo assolutamente di quelli fasulli, da spot turistico o da cartolina, e questo per me è un merito; infatti non sarebbe stato necessario un grande sforzo per trovare location spettacolari in Islanda.
Non poteva mancare il pessimo titolo italiano, unico nel suo genere; la maggior parte degli altri, incluso quello internazionale è fedele all’originale.
Film leggero, piacevole, con varie buone sorprese e pochi avvenimenti scontati, che comunque riesce a fornire tanti spunti di riflessione a chi è disposto a “pensare”. Suggerito.
      
87  Flores de otro mundo (Icíar Bollaín, Spa, 1966) * con José Sancho, Luis Tosar, Lissete Mejía * IMDb  7,1  RT 76%p * Premiato a Cannes
La madrilena Icíar Bollaín, oltre 20 apparizioni come attrice, esordì a 15 anni nell’ottimo film di El sur (1983, Victor Erice); nel 1995 firmò la prima delle sue 9 regie (questa è la sua seconda), si è fatta conoscere a livello internazionale con Te doy mis hojos (2003) e poi El olivo (2016).
Ha un’attenzione particolare nel descrivere personaggi femminili, sia donne indipendenti, che vittime di machismo o, al contrario, matriarche. L’occasione, in questo caso, viene fornita dall’organizzazione di una festa organizzata in un piccolo centro rurale per facilitare l’incontro di songe, con dichiarato scopo matrimoniale. Gli uomini, di età molto varia, sono residenti, le donne, molte delle quali immigranti in cerca di marito per regolarizzare la loro posizione,   arrivano in pullman.
Qualcuna coppia si forma, anche se non sempre va tutto liscio, e qualche relazione procede con soddisfazione reciproca.
Dato l’ambiente, è normale che ci siano anziani affezionati clienti del bar, giovinastri razzisti, il machista, il timido, il professionista, le donne prevenute e sospettose di queste straniere che vengono precedute da cattiva fama.
Non è certo perfetto, ma merita una visione.

89  A Day at the Races * (Sam Wood, USA, 1937) tit. it. “Un giorno alle corse“ * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  7,7  RT 100%
90  Go West (Edward Buzzell, USA, 1940) tit. it. “I cowboys del deserto” (sic!) * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  6,9  RT 89%
Prima di trattare molto brevemente di questi due film, penso sia opportuno richiamare, seppur molto concisamente, i precedenti dei fratelli Marx. Nati e cresciuti in una famiglia di artisti, quasi tutti abili in più campi essendo non solo attori ma anche provetti musicisti, cantanti e ballerini, esordirono ancora adolescenti nei primo decennio del secolo scorso.
Iniziarono in teatro con spettacoli vaudeville e a seguito del loro grande successo approdarono al cinema già nel 1921 con Humor Risk (aka Humorisk, ovviamente muto) che tuttavia non fu mai distribuito ed è andato perso. Si affermarono definitivamente con il sonoro che permetteva loro di sfruttare al meglio non solo la mimica, ma anche gli arguti giochi di parole di solito a carico di Groucho e Chico, visto che Harpo ha sempre interpretato un muto, pur non essendolo. Quindi il loro vero esordio sul grande schermo fu Cocoanuts (1929). Pur essendo conosciuti, non hanno mai avuto i giusti riconoscimenti in paesi non anglofoni a causa della oggettiva impossibilità di tradurre i tanti giochi di parole che spesso sono collegati a oggetti e azioni, e senza di essi indubitabilmente si perde molto. Ciò mi porta a citare il simile caso di Cantinflas, uno dei più amati attori messicani di sempre, scilinguato per eccellenza, che riusciva a fare rapidi discorsi logici eppure privi di senso così come a passare da un argomento ad un altro per analogie, assonanze e doppi significati, confondendo totalmente il suo interlocutore. Anche i suoi testi, è ovvio, sono praticamente intraducibili in qualsiasi altra lingua.
Groucho (che pur facendo dei doppi sensi il proprio cavallo di battaglia si vantava  di non essere mai scaduto in volgarità) fu il vero simbolo e il più emblematico del trio che formava con i suo fratelli Harpo e Chico, non volendo contare gli altri due più giovani Gummo (nessun film) e l'ultimo nato Zeppo (interprete di soli 5 film), di una quindicina d'anni più giovane del primogenito Chico.
Per chi ha poca dimestichezza con i Marx, e casomai li confonde, ricordo che Groucho è quello che cammina a gambe raccorciate, con gli occhiali, il sigaro e i non-baffi ... (quelli che si vedono non sono neanche posticci, sono semplicemente "dipinti" fra naso e labbro superiore, ma molti non ci hanno mai fatto caso), Harpo è il muto, con borse o tasche come quelle del disneyano Eega Beeva (aka Eta Beta, quello che mangia naftalina) dalle quali estrae di tutto e di più, Chico è quello che parla con accento italoamericano, eccellente pianista, il “cervello” del trio.
Il loro periodo d’oro  - Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932),  Duck Soup (1933) e A Night at the Opera (1935) - volgeva al termine e se A Day at the Races riesce a malapena a reggere il confronto con i precedenti, Go West è nettamente inferiore e le scene degne dei fratelli Marx si contano sulla punta delle dita.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.