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venerdì 29 luglio 2022

Microrecensioni 211-215: Chahine, indiscusso miglior regista egiziano

Youssef Chahine studiò in California, nel 1954 lanciò Omar Sharif (già da protagonista) in The Blazing Sun, premiato in varie volte a Berlino e Venezia, nel 1997 a Cannes gli fu conferito il premio alla carriera. In occasione della sua morte (2008), sul Guardian fu pubblicato questo interessante articolo nel quale viene ben descritta la sua filosofia e quindi può servire (a chi non lo conosca) come introduzione ai suoi film, spesso in difesa di diritti civili e libertà. Completa la cinquina un film indiano in malayalam, idioma molto meno utilizzato nel cinema in confronto ai soliti hindi e bengali.

 

The Land
 (Youssef Chahine, Egy, 1969)

Uno dei migliori film del primo Chahine, ambientato nel mondo rurale e di sviluppo simile al succitato The Blazing Suncon il problema dell'irrigazione, ossia dell'acqua che viene negata da politici e latifondisti ai piccoli proprietari. È interessante comprendere (seppur molto parzialmente) le particolari scale gerarchiche e i rapporti con polizia e militari. Un film sostanzialmente politico, che mette in evidenza la quasi inesistenza della legge che dovrebbe garantire anche il popolo quando il potere è gestito per perseguire fini personali o come merce di scambio. Ovviamente a pagarne le spese sono le fasce alla base della piramide sociale ... niente di nuovo sotto il sole! 

The Return of the Prodigal Son (Youssef Chahine, Egy, 1978)

Dramma familiare in provincia, una famiglia benestante, proprietaria dell'apparentemente unica attività industriale del paese viene praticamente sconvolta messa in subbuglio dal ritorno di un ingegnere partito con grandi ambizioni e assente da 12 anni, 3 dei quali trascorsi in carcere. Il dispotico fratello che nel frattempo ha preso in mano le redini di azienda e famiglia allargata, è per lo più malvisto e in tanti sperano che il "figliuolo prodigo" (molto più umano e benvoluto) possa mettere le cose a posto in breve tempo. I rapporti familiari e quelli con i dipendenti si rivelano tesi e complicati e sfoceranno in tragedia. Questo buon film è purtroppo rovinato da vari pezzi cantati, alcuni dei quali in stile musical, assolutamente fuori contesto, che oltretutto allungano inutilmente la durata a oltre 2 ore ... evidentemente queste erano le necessità commerciali del momento. Peccato!

 
Al-massir (Il destino) (Youssef Chahine, Egy, 1997)

"Le idee hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo.”
Con questa frase (attribuita ad Averroè) si conclude il film mentre si vede il grande rogo dei libri del filosofo arabo (1126-1198) che rappresenta il personaggio chiave nei contrasti fra fazioni di mori che all’epoca governavano a Granada (Al-Andalus, poi Andalusia). Pur seguendo una trama prosaica (con amori, tradimenti, attentati, canti e danze) questo lavoro di Chahine potrebbe definirsi filosofico visto che si tirano in ballo molti dei suoi convincimenti che, ovviamente, davano molto fastidio a tanti, soprattutto agli integralisti. Si parla tanto di libri, filosofia, religioni, leggi e libera circolazione delle idee. Per chiarire, ecco alcune delle citazioni attribuite ad Averroè, alcune delle quali estremamente attuali:

  • L’ignoranza conduce alla paura, la paura all’odio, e l’odio conduce alla violenza. Questa è l’equazione.
  • Le donne dovrebbero essere trattate come esseri umani, non come animali domestici.
  • Il mondo è diviso fra uomini che hanno saggezza e non religione e uomini che hanno religione e non saggezza.
  • La religione cristiana è la religione delle cose impossibili; la giudaica, è religione da fanciulli; la maomettana, da porci.
  • Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi soltanto; la seconda, invece, è per tutti.
  • Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.
Ancora una volta Chahine non si limita a raccontare pedantemente una storia per immagini ma, oltre a rappresentarla bene e con interessanti movimenti di macchina, fornisce lo spunto agli spettatori attenti e avidi di sapere per informarsi o approfondire le loro conoscenze in merito all’Epoca d’Oro islamica, durante la quale il mondo arabo fu indiscusso centro intellettuale mondiale di scienze, filosofia, matematica, medicina, astrologia, alchimia e non da ultimo arte.

Alexandria … Why? (Youssef Chahine, Egy, 1979)

Primo segmento della quadrilogia semiautobiografica di Chahine, riferito al periodo dell'adolescenza, in una Alessandria (d'Egitto) cosmopolita ancora in mani inglesi, con il timore dell'arrivo dei tedeschi. Il giovane Youssef deve combattere strenuamente in famiglia (agiata ma non ricca) per ottenere di coronare il suo sogno di andare a studiare negli USA. I fatti sono un po' romanzata, ma in effetti Chahine riuscì in extremis ad imbarcarsi ed andare a Pasadena, California, alla scuola di teatro e televisione; dei circa 200 iscritti solo 13 furono ammessi agli esami finali e solo 4 li superarono e lui fu il primo.

Manoharam (Anvar Sadik, Ind, 2020)

Singolare commedia moderna indiana beccata per puro caso, per una similitudine di titoli, ma nel cambio ci ho certo guadagnato. Trama sulla carta semplice e lineare, ma alla resa dei conti estremamente contorta e piena di intoppi. Alcune situazioni sono certamente prevedibili, ma il percorso per arrivarci certamente no. Altro merito sono varie scene montate freneticamente che, grazie a tanti veri e propri flash di un secondo o meno, in poche decine di secondi descrivono perfettamente l'ambiente e ciò che sta succedendo, inserendo anche tanti fotogrammi avulsi dalla storia vera e propria. Queste scene sono anche accompagnate da appropriato commento sonoro ma niente a che vedere con Bollywood. Le due ore passano rapidamente grazie ai tanti rovesciamenti di situazione e il regista/sceneggiatore ci risparmia un finale banale con una secca battuta degna di una buona short story. Il chiaro e condivisibile messaggio è che la sola tecnologia non può sostituire l'arte.

venerdì 15 ottobre 2021

Micro-recensioni 286-290: World Cinema, di ieri e di oggi

Si spazia da uno dei più famosi film egiziani di metà secolo scorso (noto sia per qualità che per lo scalpore che suscitò) a un paio di recenti film dell'estremo oriente, passando per la Nouvelle Vague francese e un documentario su un discusso ma apprezzato regista-sceneggiatore hollywoodiano.

 
Cairo Station (Youssef Chahine, 1958, Egy)

Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò questo che a tutt’oggi è il suo film più famoso: Bab el hadid (trad. lett. Il cancello di ferro). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali claudicante ossessionato dalle donne. Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da Il posto delle fragole (1957, Ingmar Bergman). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che lì cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione. All’uscita in Egitto fu molto apprezzato dalla critica, ma condannato dal pubblico e dai benpensanti tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le molte scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Buñuel), sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi, hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo, dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.

Lola (Jacques Demy, 1961, Fra)

Film di esordio di uno dei registi dello sparuto gruppo di iniziatori del movimento della Nouvelle Vague francese. Tuttavia, Demy si distinse ben presto dai suoi sodali come Truffaut e Godard per dedicarsi (con gran successo) ai musical che lo resero famoso pochi anni dopo: Les parapluies de Cherbourg (1964, 5 Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Les demoiselles de Rochefort (1967, Nomination Oscar). Questo suo primo film invece è molto più fedele ai principi della Nouvelle Vague con tanta camera a mano e piani sequenza, una storia semplice con tanti personaggi e storie secondarie ben distribuite. La prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma lo giudicò miglior film dell’anno; la protagonista Lola è interpretata da Anouk Aimée. Piacevole visione, non demerita certo nei confronti di tanti altri film della stessa epoca e con gli stessi intenti.

  
Sam Peckinpah: Man of Iron (Paul Joyce, 1993, USA)

Ottimo e ironico documentario descrittivo del personaggio Peckinpah … anche se non è strutturato come un documentario classico con voce narrante e un certo ordine nei temi. In effetti si tratta di una serie di interviste e commenti di suoi stretti collaboratori e attori che da lui sono stati diretti, in primis James Coburn, Kris Kristofferson, Jason Robards, Ali MacGraw e qualche suo fedelissimo come L.Q. Jones. Si alternano commenti sulla personalità e vita privata del regista e sui suoi metodi di gestire il set, il montaggio e i sempre difficili rapporti con i produttori. Un relativo limite per godersi il documentario è quello della conoscenza dei film di Peckinpah e quindi degli interpreti e dei ruoli ricoperti.

Moving On (Dan-bi Yoon, 2019, Kor)

Esordio (e per ora unico film) di una giovane promettente regista-sceneggiatrice coreana. Delicato ritratto di parte di una famiglia che si ritrova a vivere nella casa dell’anziano e malandato nonno. I primi ad arrivare sono il figlio con i suoi due figli, abbandonati dalla madre. Si aggiunge la figlia che si trova prossima al divorzio. I ragazzi (lei 14enne e lui una decina di anni) vivono tutti i problemi della loro età e, pur andando sostanzialmente d’accordo, hanno anche i loro scontri. Gli adulti (a questo punto tutti single. il nonno è vedovo) cercano di organizzarsi quanto meglio possibile anche se economicamente non se la passano benissimo. Ciò che risulta e risalta è lo spirito di famiglia e l’affetto di ognuno dei confronti di tutti gli altri. Un buon ritmo e le buone interpretazioni rendono questo film quasi corale, anche se il padre e i due ragazzi sono i veri protagonisti.    

Fuku-chan of FukuFuku Flats (Yosuke Fujita, 2014, Jap)

Commedia ricca di personaggi tipicamente giapponesi, tutti con le loro manie, i loro problemi di relazione, con tanti tipici ossequi, formalità e salamelecchi, salvo poi esplodere in episodi di violenza più o meno gratuita e in effetti ingiustificata. I protagonisti molto particolari e in sostanza diversi fra loro vengono messi a confronto in situazioni e ambienti disparati, a volte con sarcasmo, a volte con humor nero, altre volte con aspetti buonisti e romantici. Ne risulta un film discontinuo con trovate quasi geniali contrapposte a varie banalità e cadute di stile a cominciare dalla pressoché inutile scena iniziale. Sufficiente come curiosità antropologica, si gusta un po’ di più se si consceo almeno qualcosa della cultura nipponica.

martedì 28 settembre 2021

Micro-recensioni 266-270: 2 classici egiziani, 2 moderni pulp russi e un sovrastimato brasiliano

 
Gli egiziani sono di ottima qualità, specialmente se opportunamente inquadrati nella loro epoca e nella cultura sociale arabo-egiziana; i due russi sono entrambi diretti Aleksey Balabanov (regista di Brat aka Brother) con il suo classico stile e con protagonisti i consueti esagerati personaggi del mondo criminale, ma sono di livello ben diverso fra loro, essendo The Stoker di gran lunga superiore; infine, c’è l’adattamento del più famoso romanzo del brasiliano Jorge Amado, mal proposto sullo schermo eppure è il più conosciuto dei 5 ... ma non il più apprezzato dai cinefili.

 
The Blazing Sun (Youssef Chahine, 1954, Egy)

Bello e interessante questo film diretto dal più riverito regista della cinematografia egiziana classica, Youssef Chahine. Segna il debutto di Omar El Cherif, l’attore che sarebbe poi diventato internazionalmente noto come Omar Sharif. Esordì al fianco della star femminile dell’epoca, la già affermata Faten Hamamah (nota come The Lady of the Arabic Screen, all’epoca 23enne, ma già con oltre 50 film al suo attivo), indipendente e femminista nella vita e spesso anche sullo schermo, che sarebbe diventata (l’unica) sua moglie l’anno successivo. Anche se con un finale troppo melodrammatico, il film fornisce una bella descrizione della società agricola lungo le sponde del Nilo, con il ricco pascià che vive in uno splendido ed enorme palazzo, lo sceicco capovillaggio, il bey, l’effendi, con il potere gestito in modi illeciti e senza alcuno scrupolo … spettacolari gli esterni girati fra le imponenti rovine millenarie di Karnak (foto in basso). 

 
Oggettivamente, Omar Sharif deve il suo successo più al suo misterioso aspetto esotico che alle capacità di attore, anche se in questo film le sue carenze sono giustificate per l’età ed essere all’esordio (pare voluto proprio dalla Hamamah). Nel complesso, certamente merita una visione; Nomination Grand Prix a Cannes.

The Nightingale's Prayer (Henry Barakat, 1959, Egy)

Melodramma popolare che a margine delle tormentate storie d'amore evidenzia il contrasto fra la moderna cultura cittadina influenzata dallo stile europeo e quella tradizionale, in questo caso beduina; la sceneggiatura è un adattamento di un romanzo dell’illustre letterato e politico Taha HusseinBen realizzato e interpretato, alterna scene di vita quotidiana in case borghesi a quella dei mercati e delle taverne con ballerine e veggenti, oppone l’onore della famiglia all’amore e alla vendetta. Candidato egiziano all’Oscar, Nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
The Stoker (Aleksey Balabanov, 2010, Rus)

Dopo aver guardato Brat e Brat 2, ho voluto guardare altri due film del russo Balabanov; dei due questo è quello buono, senz’altro di pari livello se non addirittura superiore ai Brat. Ciò che colpisce è la scarsezza di dialoghi, con le lunghe carrellate e i silenzi dei protagonisti sottolineati da un singolare commento sonoro, che o si apprezza o non si sopporta; anche i pezzi moderni rock della colonna sonora si inseriscono alla perfezione nel tutto. Buon ritmo, gran assortimento di personaggi, fra i quali spiccano il fuochista (stoker) e il killer che non parla quasi mai. Il fuoco è presente quasi in ogni scena, visto attraverso le bocche delle fornaci alimentate dal protagonista o delle massicce stufe casalinghe. Il protagonista e sua figlia sono di etnia yakuti, ma il regista ha chiarito che lui voleva quell’attore, ma non per la sua razza e quindi non ci sono altri motivi reconditi. La Yakutia è una enorme regione della Siberia settentrionale, estesa 10 volte l’Italia ma con meno di 1 milione di abitanti, dei quali meno della metà sono veri yakuti.

Dead Man's Bluff (Aleksey Balabanov, 2005, Rus)

Questo, quindi, è quello che mi ha deluso, troppi morti, troppo sangue, troppo parlare a vanvera, troppi killer non professionisti, storia debole e relativamente lenta. Confermando il mio apprezzamento per gli altri 3 film di Balabanov già visti, sia per il ritmo che per il modo di presentare personaggi e situazioni, sempre con un curato sottofondo musicale (può piacere o meno, ma è certamente originale), direi che questa visione ve la potete anche risparmiare. Sembra uno scadente tentativo di copiare Quentin Tarantino.

Dona Flor e Seus Dois Maridos (Bruno Barreto, 1976, Bra)

Non mi convinse a suo tempo e, dopo questa nuova visione a distanza di vari decenni, confermo la prima impressione. Mi ha dato l’idea di essere troppo superficiale e affrettato nel trattare i personaggi secondari che, ha quanto ho letto, hanno invece grande importanza nel libro di Amado fornendo quindi un più preciso ritratto dell’ambiente e dell’epoca; risulta sbilanciato a causa del concentrarsi sulla sola protagonista (Dona Flor) tralasciando il contorno. Troppe volte scade a livello caricaturale e, in generale, la recitazione lascia molto a desiderare. Considerato che inizia con scena carnevalesca, mi ha fatto tornare in mente un altro film brasiliano di gran lunga superiore, che certamente consiglio: Orfeo Negro (1956, Marcel Camus, Bra/Fra, Oscar miglior film straniero, Palma d’Oro a Cannes). Due note in merito al regista … diresse questo film (il suo terzo lungometraggio) a soli 21 anni, ma è lecito pensare che la sua precoce carriera fosse dovuta al fatto di essere figlio di due importanti produttori brasiliani e non merito delle sue capacità.

giovedì 4 gennaio 2018

Le migliori sorprese fra i 443 film visti nel 2017

Chiarisco subito che non vengo a stilare classifiche, ma mi limito a segnalare agli appassionati di cinema film, cinematografie e registi solitamente meno frequentati (almeno da me) o addirittura in precedenza sconosciuti. Ho raggruppato i titoli in modo vario e non ho preso in considerazione quelli che hanno già fatto tanto parlare di sé e che quindi presumo tutti conoscano. 
Mi sono imbattuto in queste piacevoli “sorprese” seguendo i lavori di registi, attori o autori, cercando di approfondire la conoscenza di cinematografie poco conosciute, o guardandole per puro caso in cineteche o rassegne. I film che cito mi sono piaciuti e/o mi hanno colpito per vari motivi e appartengono a generi, epoche e stili molto diversi; pur non essendo certo tutti capolavori, meritano senza dubbio e comunque una visione per ampliare i propri orizzonti cinematografici.
     
Nel 2016 mi ero avvicinato a Satyajit Ray (regista indiano stimato e apprezzato dai critici e da tutti i migliori registi europei e americani) con la sua Trilogia di Apu e nel 2017 sono riuscito a guardare un’altra dozzina di suoi film, tutti di ottimo livello e di generi abbastanza diversi. Fra essi i miei preferiti sono stati Jalsaghar (The Music Room, 1958), Devi (The Goddess, 1960) e Agantuk (The Stranger, 1991). 
      
Restando in Asia, ho anche approfondito le mie conoscenze di cinema giapponese classico con una mezza dozzina di film di Yasujirô Ozu (particolari, ma mi sono piaciuti tutti) e tre di Masaki Kobayashi fra i quali l’eccezionale e imperdibile Seppuku (Harakiri, 1962), ma ho anche visto molto altro di HongKong, Korea e Taiwan. 
Fra i sudamericani ho visto tanti film abbastanza buoni, ma niente di memorabile; vale però la pena ricordare i lavori di Miguel Littin per quello che ha rappresentato nella cinematografia cilena durante il periodo di dittatura a causa della quale ha condotto una carriera nomade.
Risalendo l’America Latina fra alcuni buoni film colombiani, p.e. Los colores de la montaña (2011), e il guatemalteco Ixcanul (2015) arrivo alla cinquantina di film messicani con vari di Emilio Fernández “El Indio (una garanzia, in particolare quando il direttore della fotografia è Gabriel Figueroa, che “sintetizza tutta l’energia de l’Indio”) e altri della “Epoca de Oro”. Oltre a questi ho trovato varie vere sorprese come l’ultimo film di Luis Buñuel che mi mancava, poco visto e quasi disconosciuto dal regista Los ambiciosos (1959, aka La fiebre sube a El Pao) che mi è piaciuto più di quanto mi potessi aspettare, anche grazie alla fotografia dell’appena citato Figueroa.
       
Fra i più recenti segnalo il drammatico Sin nombre (2009, esordio di Cary Fukunaga, regista di Beasts of No Nation, del 2015) e le ottime comedias negras in puro stile messicano come Dos crimenes (1994), Todo el poder (2000) e, soprattutto, Matando Cabos (2004). Quest'ultima rivaleggia con l’omologa spagnola El mundo es nuestro (2012) per essere la migliore del genere del 2017 e quindi consiglio la visione di entrambe.
Sorprese dal vicino oriente sono arrivate da due film israeliani Remember (Atom Egoyan, 2015) e Women's Balcony (Emil Ben-Shimon, 2016) e, assolutamente inaspettate, dall’Egitto. 
      
Per puro caso durante un volo intercontinentale ho avuto occasione di guardare Hepta: The Last Lecture (2016) che mi ha affascinato e mi ha spinto a cercare altri titoli e così sono giunto al più famoso regista egiziano Youssef Chahine, del quale ho poi visto Bab el hadid (aka Cairo Station, 1958), Djamila (1958) e Al-Massir (Il destino, 1997) nonché a Al-mummia (di Chadi Abdel Salam, 1969).
      
Concludendo con l’Europa è strano che abbia visto i film che più mi sono piaciuti in Messico e se i moderni (come The Party e The Square, il primo veramente eccezionale) teoricamente dovrebbero circolare anche nelle sale italiane, certamente non è facile guardare La belle noiseuse (1991) di Jacques Rivette, forse il meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague, nella sua versione integrale di 3h58’ e non in quella ridotta di sole 2h05’. 
      
A questi aggiungo 1945 (di Ferenc Török, 2017) un bellissimo film ungherese in bianco e nero, degno della migliore tradizione magiara, che con una splendida fotografia e una sapiente regia racconta una storia piena di mistero e suspense in un piccolo villaggio, nell'arco ore diurne di un solo giorno.
Nel 2017 ho avuto anche occasione di guardare più documentari del solito, per la maggior parte ben fatti e molto interessanti, e due di essi, entrambi di argomento cinematografico, meritano una menzione particolare.
Genius: A Tribute to Erich von Stroheim è assolutamente anomalo in quanto esiste solo su YouTube ed è semi-amatoriale, realizzato da tale Robert Hicks il quale ha montato (molto bene) in ordine cronologico spezzoni di altri documentari (professionali) che si erano occupati del grande e bizzarro regista e attore austriaco trapiantato a Hollywood; il risultato è più che soddisfacente e le quasi due ore passano senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. L’altro è l'eccellente e molto più professionale Lumière! (di Thierry Frémaux, 2016) che in circa 1 ora e mezza mostra un centinaio di film dei Lumière, dagli inizi fino al 1905, con un interessantissimo commento tecnico.
      
Infine l’animazione ... ho già scritto molto su Coco e sugli argomenti che tratta e ora che è arrivato in Italia certo non è più una sorpresa ma quando lo vidi lo un paio di mesi fa lo fu, e molto piacevole. Passo quindi a Loving Vincent che so che in Italia è stato distribuito in un numero limitato di sale, in pochi giorni infrasettimanali. Si tratta del primo film di animazione i cui disegni sono stati realizzati ad olio da un centinaio di pittori professionisti, nell’arco di una mezza dozzina di anni, con personaggi tratti direttamente dai dipinti di Vincent van Gogh ... assolutamente innovativo ed imperdibile.
   
Sono sempre più convinto che fra i film d'epoca, di paesi cinematograficamente sconosciuti o giudicati insignificanti, o indipendenti si possano trovare piccole perle, seppur con tutti i loro limiti dovuti a budget, tecnologia, situazione politica.

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lunedì 29 maggio 2017

Nei buoni film si trovano infinite occasioni di scoperta e riflessione ...

... e spunti che attendono solo di essere approfonditi, qualunque siano i propri settori di interesse. Io che ne vedo tanti non sempre riesco a stare dietro a parole, luoghi, nomi, opere d'arte o letterarie che attraggono la mia attenzione e mi intrigano. Non da ultimo, personalmente mi incuriosiscono modi di dire e proverbi (uno dei miei tanti campi di interesse) mai sentiti prima, sconosciuti, talvolta dal significato molto ambiguo o addirittura misterioso. 
Fra questi, di recente mi sono imbattuto in uno secondo me affascinante, ascoltato in Accattone (1961), prima regia di Pier Paolo Pasolini, e si tratta di:  
nun tene cielo 'a guardà, né terra pe' cammenà” (Non ha cielo da guardare, né terra su cui camminare). 
Praticamente un “quadro della disperazione” che fa il paio con il più noto “nun tene manco ll’uocchie pe’ chiagnere” (non ha neanche gli occhi per piangere) o, in senso lato "essere ai piedi di Pilato".
A parte tutti gli altri meriti riscontrati nel lavoro di esordio di Pasolini regista, mi ha particolarmente entusiasmato la tipologia dei dialoghi, apparentemente livellata verso il basso, ma in effetti tendente alla filosofia pura. Come ho già scritto nella mia mini-recensione di Accattone qualche giorno fa, trovo estremamente piacevole e “saggia” la conversazione “popolare”, un tipo di comunicazione apparentemente sciocca e superficiale eppure arguta nella sua semplicità, caratterizzata da quella filosofia spicciola frutto di osservazioni ed esperienze accumulate nei secoli e quindi più che affidabili.
Purtroppo questo tipo di eloquio sembra che al giorno d’oggi sopravviva solo nei piccoli centri, dove tutti si conoscono, ognuno ha la battuta adatta per qualsiasi persona e/o evenienza, la risposta ancor più pronta e, a seconda della familiarità e della confidenza, è consentito prendersi qualche libertà senza risultare “troppo” offensivi. Quando si vuol dire qualcosa lo si fa per lo più attraverso proverbi arguti e calzanti, modi di dire, parafrasi, allegorie, similitudini e iperboli talvolta create al momento e se non si ha niente da dire .. si agisce esattamente nello stesso modo.
Qualche settimana fa mi sono invece imbattuto in “You believe what you choose, I believe what I know” (Tu credi ciò che vuoi, io credo a quello che so), frase proferita dal protagonista del romanzo di John Berendt Midnight in the Garden of Good and Evil”, nel 1997 portato sullo schermo da Clint Eastwood. Questa affermazione è tanto vaga e applicabile a qualsiasi situazione, quanto assolutamente vera per chiunque non viva eternamente nel dubbio. 
   
Infine, mi sembra giusto citare  Al-massir (Youssef Chahine, Egitto, 1997, tit. it. “Il destino” ), il cui  personaggio principale è il filosofo arabo Averroè (1126-1198) nato a Granada, Spagna, ai tempi del califfato. Il film è quindi infarcito di citazioni attribuite al filosofo (ma anche medico, teologo, geografo, matematico, musicologo, astronomo e giurista), vecchie di secoli eppure assolutamente attuali. Alcune sembrano chiare, tuttavia nella loro semplicità sono profonde e non sempre è facile giungere alla loro essenza in quanto talvolta rasentano il paradosso. Per esempio:
  • La Rivelazione include la Ragione e la Ragione include la Rivelazione
  • Certi ragazzi confondono Religione e Ignoranza, certi adulti trasformano l’Ignoranza in Religione
  • Le idee (il pensiero) hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo
Continuo la mia ricerca di modi di dire, massime, aforismi e proverbi sia nei film che nei libri, e non solo in italiano, ma anche e soprattutto in vernacolo e in altre lingue.