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martedì 19 luglio 2022

Microrecensioni 201-205: film molto particolari

Cinquina molto varia composta da cult e film difficilmente inquadrabili in un determinato genere, di 5 paesi diversi. Quattro sono degli effervescenti anni ’70, il quinto è un moderno film indiano che affronta l’eterno problema della convivenza fra hindu e mussulmani che, di tanto in tanto, sfocia in violenze inaudite, spaccando società e perfino famiglie. Volendo fare un succinto excursus in ordine cronologico, c’è il western revisionista (o anti-western) di Altman, giudicato fra i migliori del genere ancorché poco conosciuto; poi uno dei 2 capolavori del geniale e poliedrico Jodorowsky (l’altro è El topo, 1975); segue un ottimo adattamento di un romanzo di Dino Buzzati, con un ricchissimo cast che comprende tante indiscusse star del cinema europeo dell’epoca; un film praticamente sperimentale del meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague francese, Jacques Rivette; infine il già citato dramma indiano, ben diverso dai prodotti standard di Bollywood, prima regia dell’attrice Nandita Das.

 
La montagna sacra (Alejandro Jodorowsky, Mex, 1973)

Film esplosivo, surreale, onirico, pieno di simbolismi, colori, costumi originalissimi, con contenuti politici, economici, etici e puramente filosofici. Si assiste ad una continua rapida serie di scene legate fra loro da un sottile filo logico, ognuna ben diversa dalla precedente e tutte sorprendenti. L’alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky) guida il spedizione dei nove protagonisti alla conquista della Montagna Sacra dove li metterà di fronte all’ultima sorpresa. Avvincente sia per le idee e le asserzioni proposte che per la parte strettamente visuale, una gioia per gli occhi, certamente un cult per i cinefili.

McCabe & Mrs. Miller (Robert Altman, USA, 1972)

Come in vari film di questo genere, gli stereotipi del western classico, dei suoi personaggi e delle trame ripetitive vengono completamente sovvertite. Questo, invece che nelle usuali praterie del sud-ovest, è ambientato in un piccolo centro minerario che in un gelido inverno si trasforma velocemente da accampamento di tende a piccolo villaggio fra le montagne dell’Oregon. Dopo aver battuto per tutta la prima parte sulla creazione del postribolo di lusso dei due protagonisti, ci si avvia lentamente allo showdown conclusivo, certamente originale. Nomination Oscar per la protagonista Julie Christie, notevole anche la colonna sonora interpretata da Leonard Cohen.



  
Il deserto dei Tartari (Valerio Zurlini, Ita, 1976)

Inizi del secolo scorso, una fortezza ai confini dell’Impero (si allude a quello austro-ungarico) in una zona montuosa e desertica, oltre la quale si suppone ci sia il nemico. Un film bellico ma senza guerra effettiva, un’attesa snervante di qualcosa che potrebbe non succedere mai, un nemico che non si vede, una perenne tensione fra gli ufficiali della sparuta guarnigione. Palesemente critico nei confronti della mentalità militare, del rispetto delle gerarchie e dei regolamenti a qualunque costo, anche se molti si rendono conto che non hanno alcun senso. Il gruppo di interpreti è a dir poco eccezionale: Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Jacques Perrin, Francisco Rabal, Fernando Rey, Laurent Terzieff e anche un buon Giuliano Gemma.

Firaaq (Nandita Das, Ind, 2008)

Ambientato nei giorni dei disordini del 2002 in Gujarat che causarono un migliaio di morti (tre quarti dei quali mussulmani), ragione per la quale ne fu impedita la circolazione in quella regione. I protagonisti appartengono ad entrambe le comunità religiose, come le due amiche di credo diverso e una coppia borghese (lui islamico, lei hindu). Nandita Das è un’attrice indiana, protagonista fra gli altri di due film della famosa trilogia di Deepa Mehta, Fire (1996), Earth (1998), quindi apprezzatissima anche all’estero, spesso impegnata in lavori di valenza sociale e, soprattutto, a sostegno della situazione femminile. Il suo secondo film Manto (2018) fu presentato a Cannes.

Noroît (Jacques Rivette, Fra, 1976)

Pur essendo un ammiratore dei lavori di Rivette, spesso giudicati criptici e/o estremamente lenti, devo ammettere che questo mi ha deluso, specialmente sapendo che fu pensato come elemento della quadrilogia mai completata Scènes de la vie parallèle, della quale fa parte anche Duelle (1976), certamente più interessante e coinvolgente. Le protagoniste sono delle piratesse (in abbigliamento moderno), fra le quali si insinua un’altra donna (interpretata da Geraldine Chaplin) con propositi vendicativi.

lunedì 23 novembre 2020

micro-recensioni 396-400: eccomi a 400 i film guardati nel 2020

Cinquina quasi tutta dedicata a Luis Buñuel, con 4 suoi film messicani spesso sottovalutati. Il quinto è il secondo sonoro di Jean Renoir, ripescato per essere l’originale di Scarlet Street (1955, Fritz Lang) suo remake americano, menzionato pochi giorni fa. Dei 4 di Buñuel, due sono di genere vagamente “passionale", gli altri due certamente di genere religioso. Comincio da questi ultimi.

 

Nazarin (Luis Buñuel, Mex, 1959)

Se gli altri 3 sono fra i meno conosciuti del regista di Calanda, Nazarin pur non essendo famosissimo ha certamente recensioni e valutazioni molto superiori (IMDb 7,9 * RT 86%, Premio Internazionale e Nomination Palma d’Oro a Cannes). Un sacerdote "rivoluzionario" (Francisco “Paco” Rabal) osteggiato dai più diventa un vagabondo ma senza rinunciare ad assistere il prossimo a sopportare qualunque offesa interpretando nel migliore dei modi il messaggio della bibbia. Illuminate dalla sua apparente santità, lo seguono 2 prostitute. I tanti incontri ed avvenimenti forniranno lo spunto per trattare argomenti sociali e religiosi. Come per Simón del desierto e The Young One il direttore della fotografia fu Gabriel Figueroa, ulteriore ragione per guardare questo film.

Simón del desierto (Luis Buñuel, Mex, 1965)

La storia è al limite del surreale e presenta l'anacoreta Simón (Claudio Brook) che vive da anni in cima ad una colonna, nel deserto. Tanti sono quelli che lo venerano come santo, che chiedono consigli, che lo sfidano su temi teologici e c'è anche il diavolo (Silvia Pinal) che appare sotto diverse spoglie e lo tenta nei modi più svariati. Ci sono anche varie citazioni come la bara che si muove velocemente fra le dune (che fa pensare a Nosferatu, 1922) e le formiche che escono a frotte dalla tana (dalla mano mozzata in Un chien andalou). (IMDb 8,0 * RT 86%, Premio FIPRESCI, Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia).

Aggiungo alcune notizie in merito alla produzione. Si trovano due motivazioni molto diverse fra loro come giustificazione della durata anomala del film. Quella più comune (vaga e non documentata) è la riduzione della durata per mancanza di fondi ma Silvia Pinal (protagonista e moglie del produttore Gustavo Alatriste) in un’intervista raccontò tutt’altra storia che tirava in ballo grandi nomi del mondo del cinema. Il progetto originale prevedeva tre storie e questa diretta da Buñuel era una di esse. Gli altri due registi avrebbero dovuto essere Federico Fellini, entusiasta ma pretendeva di avere sua moglie Giulietta Masina come protagonista, e Jules Dassin che avanzò simile richiesta proponendo sua moglie Melina Mercouri. A questo punto Alatriste dichiarò di voler dirigere anche lui sua moglie (che nell’idea iniziale doveva essere protagonista di tutti e tre gli episodi) ma Silvia Pinal si oppose volendo essere diretta di nuovo da Buñuel come negli pochi anni prima negli apprezzatissimi Viridiana (1961) e El ángel exterminador (1962). La stessa attrice propose due registi di primissimo livello quali Vittorio de Sica e Orson Welles per i restanti segmenti ma non se ne fece niente. C’è ancora un punto di contatto fra i mancati protagonisti di questa intricata vicenda in quanto in alcuni circuiti Simón del desierto fu distribuito in programma unico insieme con The Immortal Story (1968, 58’) diretto da Orson Welles.

  

Abismos de pasiòn (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Non conosco il libro, ma la maggior parte di quelli che lo hanno letto sostengono che si tratti dell'adattamento che meglio rappresenta l'essenza di Cime tempestose (Wuthering Heights, 1847, di Emily Brontë), con i suoi personaggi tormentati e le sue passioni violente, perfettamente rese dal regista (artefice principale della sceneggiatura), come suo solito quando si tratta di temi forti e viscerali. Ottime le interpretazioni anche se gli attori non sono famosissimi; avvincenti anche le scenografie, così come la trasposizione in ambiente messicano. 

The Young One (La joven) (Luis Buñuel, Mex, 1960)

Storia torbida, violenta e scabrosa, con componenti di religione e razzismo, tutta messa in scena su un’isola con due case di legno e 5 attori in tutto. L’unica presenza femminile è quella della modella Key Meersman (la giovane) che poi, curiosamente, è apparsa solo in un altro film, anch'esso ambientato su un'isola (L'isola di Arturo, 1962, di Damiano Damiani, dal romanzo di Elsa Morante). Si tratta di uno dei soli due film con cast internazionale girati in inglese, l'altro è Robinson Crusoe (1954).

La chienne (Jean Renoir, Fra, 1931)

I fatti salienti sono praticamente molto simili ma i caratteri dei personaggi principali molto diversi. Qui il travet-pittore (Michel Simon) vessato dalla moglie è meno docile e condiscendente di E. G. Robinson in Scarlet Street, ed è più intraprendente con Lulù (Janie Marèse) che è invece molto più remissiva nei confronti del suo amato Dédé. La questione dei quadri è quasi del tutto tralasciata e anche il finale è abbastanza diverso. In conclusione, vale la pena guardarli entrambi per essere film più che buoni, con ottimi protagonisti (Simon e Robinson); sono godibilissimi anche se (più o meno) si sa come andrà a finire la storia. La cagna (1972, di Marco Ferreri) è omonimo film italiano ma con tutt'altra trama … è infatti adattamento del romanzo di Ennio Flaiano.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 9 novembre 2020

Micro-recensioni 376-380: un thriller e 4 a soggetto filosofico - religioso

I quattro (di 4 paesi diversi) hanno tuttavia approccio e stile completamente diverso, dal rigoroso rispetto delle sacre scritture al confronto con idee eretiche, dal confronto Dio / Diavolo / Morte alla satira dissacrante che propone un ampliamento della Trinità e tira in ballo Apocalisse e Paradiso. Per quanto riguarda i contenuti è inutile approfondirli in quanto, ovviamente, ognuno di noi ha le proprie idee e convinzioni e non sono argomenti da esaurire in poche righe. Tutti risultano più interessanti e comprensibili a chi ha almeno discrete conoscenza religiose.

Sono film da guardare e, soprattutto, ascoltare con attenzione e poi discuterne in buona compagnia. Nel complesso si tratta di 5 ottimi film, 3 dei quali candidati Oscar e hanno rating medi del 98% su RT. Per essere tanto diversi, mi è difficile metterli in ordine di gradimento e quindi procederò in ordine cronologico.

 

The Fallen Idol (Carol Reed, UK, 1948)

Un ottimo film tratto da un ottimo racconto (The Basement Room, 1936) di Graham Greene; essendo uno dei miei autori preferiti avevo letto prima la short story e poi scoprii l’esistenza del film, dal titolo diverso. Notevoli anche le interpretazioni di Ralph Richardson e Michèle Morgan, nonché il piccolo Bobby Henrey (9 anni) perfetto nel ruolo dell’insopportabile figlio dell’ambasciatore, intrigante e bugiardo seppur (secondo lui) a fin di bene. Comportamento che ricorda molto quello di Bobby Driscoll, protagonista in The Window (1949, di Ted Tetzlaff) che non viene preso nella debita considerazione dalla polizia e neanche dai propri genitori (consiglio di recuperarlo e guardarlo, Nomination Oscar per il montaggio). La storia di The Fallen Idol è perfetta, con tanti incidenti di percorso, incontri casuali quanto inopportuni e colpi di scena. Le situazioni nella parte finale, con gli interrogatori del sospettato, della presunta complice e del testimone, cambiano vorticosamente considerato che tutti mentono, seppur per motivi diversi. Non ve lo perdete … 100% su RT e 2 Nomination Oscar (regia e sceneggiatura)

Macario (Roberto Gavaldón, Mex, 1959)

Questo è il film “filosofico” del gruppo in quanto al poverissimo e affamatissimo protagonista viene chiesto in successione da Dio, dal Diavolo e dalla Morte, di offrire parte del suo sognato, e finalmente ottenuto, tacchino al forno tradizionale del Dìa de Muertos. Lo dividerà solo con uno e da ciò deriveranno fama e denaro con conseguenti problemi. Ottenne la Nomination Oscar come miglior film straniero (prima candidatura per il Messico), ma il premio andò a La fontana della vergine (Ingmar Bergman); questo non è il suo solo legame con il regista svedese visto che molti vedono in Macario molti punti in comune con uno dei suoi migliori film: Il Settimo sigillo (1957).

  

Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964)

Terzo lungometraggio di Pasolini, diretto un anno dopo RoGoPaG nel quale è compreso La ricotta, corto che diede la stura a feroci polemiche e, in parte trattava argomento simile (rappresentazione di ultima cena e crocefissione). Tuttavia il taglio in questo caso è totalmente diverso e i testi sono ripresi alla lettera da una versione approvata del Vangelo. Certamente il contesto e la messa in scena conta e per questo ebbe qualche critica, ma in linea di massima ebbe il plauso anche degli ambienti e alte sfere religiose. A parte ciò, tecnicamente è un gran bel film che conta sulla fotografia (b/n) di Tonino delli Colli, una eccellente direzione di attori non professionisti, i costumi di Danilo Donati e suggestiva e calzante colonna sonora che spazia dalla musica classica, al gospel e al Gloria della Missa Luba. Interessantissima anche la scelta delle location fra le quali spicca la Gerusalemme ambientata nei Sassi di Matera, sfollati nel decennio precedente. Ottenne 3 Nomination Oscar (costumi, scenografia e colonna sonora).

La via lattea (Luis Buñuel, Fra, 1968)

Anche Buñuel si attenne esattamente ai testi e cronache ufficiali, ma si occupò soprattutto delle eresie e quindi delle diverse interpretazioni della Bibbia e ciò è messo ben in chiaro nei titoli di coda nei quali appare questa dichiarazione: “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.” Per collegare i vari eventi e teorie sviluppatesi in secoli diversi la narrazione segue il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela di due francesi che si troveranno “miracolosamente” in luoghi ed epoche diverse. Film premiato a Berlino.

Así en el cielo como en la tierra (José Luis Cuerda, Spa, 1995)

Infine, il più moderno, il più folle e irriguardoso, fedele allo stile di Cuerda. Anche lui si basa sulle sacre scritture, richiamate numerose volte, ma soprattutto sull’Apocalissi di Giovanni. In questa commedia grottesca si immagina che ogni paese abbia il proprio Paradiso e che questo ne rispecchia tradizioni, cultura e stato sociale (in questo caso la Spagna). Dio (Fernando Fernán Gómez), insoddisfatto della situazione sulla terra decide di avere un secondo figlio ma ben presto si rende conto che la cosa non è semplice e le conseguenze potrebbero portare a più gravi problemi. Nello stile classico della comedia negra spagnola, sulla scia di Berlanga e Azcona, Cuerda (sceneggiatore unico) propone in maniera ironica i mille problemi e contraddizioni derivanti dall’interpretazione letterale delle Bibbia in contrasto con i tempi attuali. Spiccano le interpretazioni di Paco Rabal (San Pietro) e dell’ineffabile Luis Ciges nei panni di un gioviale ubriacone appena giunto in Paradiso.


#cinema #cinegiovis

venerdì 25 settembre 2020

Micro-recensioni 316-320: solo Gabo (Gabriel García Márquez)

Quattro film hanno sceneggiatura originale di Gabo (Nobel per la letteratura nel 1982), l’altro è adattamento del suo ultimo romanzo. I testi di Márquez (romanzi, racconti, sceneggiature) sono stati molto utilizzati in ambiente cinematografico, soprattutto centroamericano, ma con alterne fortune. Eccezione furono Cronaca di una morte annunciata (1987, di Francesco Rosi) e una produzione ciascuno per Giappone, Cina e Russia, assolutamente niente di memorabile.

Oltre ai più noti, vale la pena ricordarne due quasi del tutto sconosciuti in Italia, eppure molto apprezzati oltreoceano, per vari motivi: En este pueblo no hay ladrones. (1965, di Alberto Isaac) e Tiempo de morir (1966, film d’esordio di Ripstein, IMDb 7,4 - RT 100%, esiste anche un remake diretto da Jorge Alí Triana, 1985). In quanto al primo, c’è da dire che vi parteciparono tanti personaggi dell’ambiente colto messicano dell’epoca. Racconto di Márquez adattato dal regista Alberto Isaac e del critico cinematografico Emilio García Riera con cast d’eccezione visto che la maggior parte degli interpreti non erano attori professionisti, ma registi quali Luis Buñuel, Arturo Ripstein e Alfonso Arau, lo stesso Márquez, José Luis Cuevas e Juan Rulfo (scrittori e sceneggiatori), Ernesto García Cabral e Abel Quezada (famosi caricaturisti), Carlos Monsivais e Emilio García Riera (giornalisti e critici).

 

Milagro en Roma (Lisandro Duque Naranjo, Col, 1989)

Los niños invisibles (Lisandro Duque Naranjo, Col/Ven, 2001)

Questi due film del regista colombiano sono un classico esempio di argomenti e stile (realismo magico) preferiti di Márquez. Nel primo c’è anche tanta vis polemica nei confronti del clero e della burocrazia, piena di ironia, al limite del surreale. Inizia in una cittadina rurale della Colombia e si conclude a Roma, Vaticano. Inspiegabilmente, il corpo di una bambina morta e sepolta da 12 anni viene trovato assolutamente integro. Si grida al miracolo e c'è chi la vuole santa. Da questo punto in poi il padre avrà a che fate con parroci, vescovi, diplomatici, ambasciatori, millantatori, polizia ...

Nel secondo si apprezza l’abilità nel collegare sogni, credenze e superstizioni alla vita reale nella quale una serie di opportune coincidenze continua a far credere ai tre ragazzini che aspirano a diventare invisibili che la cosa sia possibile.

In effetti nessuno dei due è un granché dal punto di vista cinematografico ma resta il fascino delle idee, storie e personaggi creati da Gabo.

   

Edipo alcalde (Jorge Alí Triana, Col/Spa/Mex, 1994)

Altro regista colombiano, lo stesso del succitato remake di Tiempo de morir, che mette in scena l’ennesimo adattamento dell’Epipo Re di Sofocle, storia in questo caso trasferita a fine secolo scorso fra le montagne colombiane con i relativi guerriglieri. Originale e parzialmente riuscito il salto di due millenni, tuttavia poco convincenti le performance nonostante la presenza di attori del calibro di Ángela Molina (Giocasta), Francisco Rabal (Tiresia).

Memoria de mis putas tristes (Henning Carlsen, Mex/Spa/Den, 2011)

Messa in scena dell’ultimo romanzo di Gabo, pubblicato nel 2004. Ottima la fotografia e le ricostruzioni d’ambiente (interni, arredamenti e abiti), così come la scelta delle location. Tuttavia, sembra che il regista danese non sia riuscito a gestire in modo adeguato i continui salti temporali, i battibecchi con persone non presenti, sogni e allucinazioni, ma si intuisce che il testo originale deve essere ben altra cosa. Anche in questo film appare Ángela Molina stavolta affiancata dalla figlia Olivia (quasi identica a pari età) ed infatti interpretano lo stesso personaggio a qualche decennio di distanza.  

Cartas del parque (Tomás Gutiérrez Alea, Cub/Spa, 1988)

Tomás Gutiérrez Alea è uno dei più stimati registi cubani che però divenne noto nel mondo solo dopo aver diretto Fragola e cioccolato (1993). Si tratta di una storia trita e ritrita, affrontata nel tempo da vari punti di vista, in epoche e ambienti diversi, con piccole varianti ma identica morale: chi si affida a terzi per questioni di cuore rimane spesso buggerato.

Nella città di Matanzas (Cuba) agli inizi del secolo scorso il giovane sognatore Juan si affida allo scrivano/poeta Pedro per corteggiare Maria. Buona la messa in scena che mostra la Cuba dell’epoca, con classe dirigente e borghesia ricca e prospera, ma la storia ovviamente abbastanza banale e scontata.

#cinegiovis #cinema #film

venerdì 14 febbraio 2020

EL INDIO 2: verità e aneddoti di vita sentimentale

Secondo post relativo alla avventurosa vita di Emilio El indio Fernandez, da rivoluzionario, da emigrante clandestino, da cineasta, da vero messicano.
Nella tua casa-fortaleza riceveva artisti, musicisti, letterati, di solito nella sala di musica, con una scultura di Diego Rivera in ciascun angolo, dove furono ospiti Arthur Rubinstein, María Callas, José Alfredo Jiménez, Agustín Lara, Celia Cruz, e tanti altri.

Lì, da autentico e orgoglioso messicano, insegnava a quasi tutti i non compatrioti a bere tequila, quasi obbligando i malcapitati a ripetere innumerevoli volte i gesti rituali, l’uso del sale e del limón, la posizione delle dita. In una intervista, la figlia ricorda che una delle sue vittime fu Vittorio De Sica che terminò la serata con una borrachera (ubriacatura) memorabile. Nella foto a sx si vede invece un momento della lezione impartita a Marilyn Monroe, che (pare) fu anche vittima del fascino del rivoluzionario mestizo, che aveva fama (probabilmente giustificata) di essere un tombeur de femmes. Nella sua particolarissima casa aveva due scale di accesso alla sua camera da letto e il suo factotum era incaricato di avvertirlo tramite un codice musicale dell'eventuale arrivo di un’amante … con “diritto di precedenza", in modo che la prima ospite avesse il tempo di eclissarsi per l'altra scala. 
Anche se afferma che tutte le sue donne siano state per lui importantissime, sono tre quelle veramente importanti con le quali ha avuto relazioni che, seppur completamente diverse, sono durate per anni. L'amore platonico della sua vita fu Olivia de Havilland, quello saltuario ma molto duraturo con Dolores del Rio (affermò che non l'amava … "l'adorava") che lo raccomandò nei primi anni di carriera a Hollywood, poi fu compagna e musa a fasi alterne interpretando per lui molti famosi film e quello reale con Columba Dominguez (foto sotto) con la quale si sposò, anche lei protagonista di suoi film indimenticabili come La perla (1945) e Río Escondido (1947). La separazione fra i due, dopo 7 anni di convivenza, spinse Columba a venire in Europa dove conobbe Francisco Rabal del quale divenne buona amica ma, almeno ufficialmente, niente di più. Quando poi l’attore spagnolo andò a girare in Messico, la stampa locale scrisse addirittura che veniva a sposarla, cosa che El Indio non gradì. Finalmente beccò Rabal mentre parlava con il suo compatriota Luis Buñuel negli estudios Churubusco (Cinecittà messicana) e gli si avvicinò già con la mano sulla pistola, pronto a passare a vie di fatto … solo l’intervento del rispettato regista esiliato evitò uno spargimento di sangue!
Singolare, ma per motivi completamente diversi, il suo rapporto con Olivia de Havilland … mai incontrata di persona ma, essendone innamorato perso, le scriveva lettere appassionate che poi faceva recapitare nelle sue mani dal comune amico Marcus Goodrich, scrittore e sceneggiatore americano che lo aiutava con l'inglese, che però finì con lo sposare lui l'attrice. Non è chiaro se questa sia stata una storia alla Cyrano o meno. Non è dato di sapere se l’amico messaggero fece passare per sue le appassionate lettere di Emilio o l’amore nacque in modo diverso. Comunque sia, i puri sentimenti del regista non cambiarono e riuscì a far cambiare il nome della strada che fiancheggia casa sua in Calle Dulce Olivia.
Non ho riportato questi aneddoti come pettegolezzi, ma per far comprendere che, in sostanza, El Indio impersonava lo stereotipo di un certo tipo di messicano, da un lato machista e violento, dall’altro romantico appassionato, disposto a perdere tutto per amore, onore, denaro e finanche la vita … e molti dei protagonisti dei suoi film sono così. Per esempio, in questa scena di Enamorada (1946), il suo (quasi) alter ego Pedro Armendáriz, che interpreta un violento generale rivoluzionario che ha fatto incarcerare un onesto possidente locale, fa cantare il famosissimo e struggente son huasteco (huapango) Malagueña Salerosa alla figlia dello stesso, della quale si è fatalmente invaghito (Maria Felix), in un certo senso contraccambiato.
Nella sezione Cannes Classics 2018, Martin Scorsese presentò come evento speciale la versione restaurata del film, lì premiato nel 1947, che ha più volte affermato essere uno dei suoi preferiti, oltre ad apprezzare il cinema messicano in generale; non trascurò di elogiare anche Gabriel Figueroa, direttore della fotografia di questo e tanti altri ottimi film in bianco e nero. Enamorada era già stata riproposto nel corso del Festival 2005, in una proiezione pubblica e gratuita sulla spiaggia di Cannes.

venerdì 11 ottobre 2019

60° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (296-300)

Oltre a non essere certo fra i migliori film di Scorsese, Gangs of New York è capitato in un girone di ferro e, giustamente, nonostante l’indubbia relativa qualità e le 10 Nomination (ma nessun Oscar) finisce all'ultimo posto in questa cinquina molto varia. Questa scelta è stata facile in quanto i due muti sono capolavori dell’espressionismo tedesco (che non mi stancherò mai di ri-guardare) e gli altri due sono molto particolari, completamente differenti per stile, produzione e generi, ma senz'altro degli ottimi cult.
Nessuno dei 5 è stato per me una novità, e le nuove visioni dei primi 4 mi hanno assolutamente soddisfatto per l'ennesima volta avendo potuto apprezzare ulteriori dettagli; in quanto all’ultimo l’ho trovato complessivamente ancor più deludente ed esagerato, pur riconoscendo delle che ci sono ottime soluzioni registiche e una pregevole interpretazione di Daniel Day-Lewis.
Comincio con i due muti.

   

297  Metropolis (Fritz Lang, Ger, 1927, restauro 2010) * con Brigitte Helm, Alfred Abel, Gustav Fröhlich * IMDb  8,3  RT  100%  * 108° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Nei dati ho ritenuto necessario aggiungere "restauro 2010" in quanto le versioni proposte al pubblico fino ad allora erano di qualità abbastanza scadente e, soprattutto, molto più corte. Nel 2008 fu trovata una pellicola (quasi) integrale in Argentina; a partire da questa e con varie integrazioni derivanti dagli altri montaggi manipolati e accorciati, la più che benemerita Murnau Foundation di Wiesbaden ha messo insieme questa versione alla quale dovrebbero mancare ormai solo poche scene rispetto all'originale. 
Le immagini e la sceneggiatura sono estremamente attuali e sfido qualunque appassionato dei film sci-fi e/o distopici a non riconoscerei quante scene, riprese e scenografie di film di tali generi sono riprese o citazioni di Metropolis. Decine sono le rappresentazioni di una città futuristica a sviluppo verticale, con tanti grattacieli, strade sopraelevate, megafabbriche, videocontrollo e via discorrendo.
Ciò che fa la differenza e deve essere presa per quella che è, è la recitazione, classica del muto ed in particolare dell'espressionismo tedesco. 
Meraviglia pensare che questa produzione è di quasi un secolo fa, realizzata nei primi decenni della storia del cinema e senza sonoro!
Assolutamente imperdibile, anche per quelli che non sopportano né i muti, né il bianco e nero. 

296  Nosferatu (F. W. Murnau, Ger, 1922) * con Max Schreck, Greta Schröder, Ruth Landshoff * IMDb  8,0  RT  100%  nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
A differenza di Metropolis (un vero e proprio kolossal per l'epoca) questo è molto più contenuto, senza grandi scenografie, senza scene di massa, prodotto con un budget molto più ridotto. Eppure ha fatto scuola, rimanendo uno dei più famosi film del genere vampiresco, forse il capostipite, insieme con la pellicola dello stesso regista Phantom (1922, F. W. Murnau) e con il successivo Vampyr (1932, Carl Th. Dreyer). Inoltre, si tratta del film del quale nel 1979 Werner Herzog mise in scena un remake molto fedele, quasi un omaggio all'originale, con Klaus Kinski, Bruno Ganz e Isabelle Adjani come protagonisti. I giochi d'ombra, ombre che diventano protagoniste, atmosfere tetre e angoscianti, tengono con il fiato sospeso anche lo spettatore dei giorni nostri, immaginatevi quelli di un secolo fa. 
Altro film da guardare con attenzione, anche se tutti sanno come va a finire. 


   

300  Paris, Texas (Wim Wenders, Ger/Fra, 1984) * con Harry Dean Stanton, Natasha Kinski, Dean Stockwell * IMDb  8,1  RT  100%  * 244°
Uno dei migliori film di Wim Wenders fra quelli successivi al suo periodo prettamente tedesco, quello dell'innovatico stile Film und Drang dei vari Herzog, Schlondorff, von Trotta, Fassbinder, ecc.
Conta non solo sull'ottima sceneggiatura di Sam Shepard (lo stesso che una quindicina di anni prima aveva firmato quella di Zabriskie Point, 1970, Michelangelo Antonioni), ma anche e soprattutto sull'incredibile interpretazione di un attore che, forse per le sue caratteristiche, non ha mai avuto i giusti riconoscimenti a Hollywood, vale a dire Harry Dean Stanton.
In particolare la prima parte del film, che si svolge nel Mojave Desert (in California, confine con Nevada e Arizona) è affascinante per i paesaggi spettacolari e l'atmosfera surreale, egregiamente commentata dalla peculiare musica di Ry Cooder
Un film certamente drammatico, ma carico di umanità, con il rapporto fra i fratelli, il bambino con "due padri", e tutti gli altri protagonisti "di contorno" ma fondamentali nel contesto della storia.
Film da non perdere.

298  Así en el cielo como en la tierra  (José Luis Cuerda, Spa, 1995) * con Fernando Fernán Gómez, Luis Ciges, Francisco Rabal, Jesús Bonilla * IMDb  6,8  RT  89%p 
Commedia arguta a sfondo religioso, apprezzabile anche ad una lettura minimalista e superficiale, ancor più geniale se si conoscono un po' le Sacre Scritture (in particolare l'Apocalisse), i personaggi del Vangelo, agiografia e struttura della Chiesa. 
Cuerda, già autore di Amanece, que no es poco (1989, altro cult surreale) non risparmia nessuno, ma non si mostra mai né acido né irriverente, riuscendo a prendere in giro un po' tutti, sollevando problemi irrisolvibili, riproponendo domande alle quali nessuno può rispondere con chiarezza, creando nuove situazioni ancor più complicate, tendenti al paradosso, in quanto puramente surreali.
Non ne cito nessuna per evitare spoiler, ma aggiungo che, chi ha dimestichezza con la lingua di Cervantes, si delizierà anche nell'ascoltare una caterva di espressioni popolari e modi di dire. In quanto agli assurdi quesiti proposti, c'è da dire che potrebbero essere ottimi spunti per disquisizioni e speculazioni filosofiche, basate sulla logica, pur essendo assolutamente non plausibili ... in effetti lo schema di qualunque religione ...
Notevole anche il cast, che comprende i migliori attori e caratteristi spagnoli dell'epoca.
Anche questo imperdibile, purtroppo penso che non si trovi in italiano ... peccato per tanti!


299  Gangs of New York (Martin Scorsese, USA, 2002) * con Leonardo DiCaprio, Cameron Diaz, Daniel Day-Lewis * IMDb  7,5  RT  75%   *  10 Nomination (miglior film, regia, Daniel Day-Lewis protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia, montaggio, costumi, sonoro, canzone originale)
Come già sottolineato in apertura nonostante il cast, la sapiente regia di Scorsese, alcune ottime interpretazioni, scenografia di grande impatto, costumi certamente originali, questo film non riesce a convincere, soprattutto per una sceneggiatura troppo esagerata, poco credibile e l'eccessiva violenza che lo portano ad essere quasi uno splatter
Il personaggio di Cameron Diaz mi è sembrato assolutamente forzato e fuori luogo, molti altri sono poco credibili, il soggetto (sotto alcuni aspetti corrispondente a eventi reali) è stato troppo esagerato a fini chiaramente scenografici e di impatto sul pubblico.
Visto ai tempi dell'uscita nelle sale, ho concesso al film una nuova chance ma al termine resto dell'idea che i buoni registi dovrebbero sempre lavorare con budget limitati e concentrarsi sull'aspetto strettamente cinematografico, che non ha bisogno né di grandi nomi né di cifre esagerate (100 milioni di dollari nel 2002 erano veramente tanti!).

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.