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giovedì 5 novembre 2015

Sferisterio di Napoli, storie di fine anni '70

Come scrivevo qualche giorno fa parlando del Frontón Mexico e jai alai, a parte le tante similitudini in quanto a campo e regole di gioco, l'ambiente dello sferisterio partenopeo era completamente diverso. L’imponente edificio ebbe vita relativamente breve in quanto, inaugurato negli anni ’50, smise di ospitare manifestazioni sportive (jai alai prima e tamburello poi) a seguito dei gravi danni subiti in occasione del terremoto del 23 novembre 1980 (foto in basso) e poi fu incendiato a fine dicembre 1986 


Tornando a parlare delle persone che ne frequentavano la tribuna, dimenticate i ricchi borghesi e i nobili decaduti messicani. Le attività erano per lo più notturne, si iniziava in tardissima serata e si andava avanti fin verso le 4 del mattino. Al frontón Fuorigrotta più passavano le ore e più personaggi strani arrivavano. Lenoni che facevano una pausa dopo aver "parcheggiato le signorine", ladri, imbroglioni di ogni genere e, se fosse già arrivata l'era dello spaccio a tappeto, sarebbero giunto anche qualche pusher.
Si aveva la netta sensazione che soldi che circolavano fossero quasi tutti di dubbia o illecita provenienza, salvo per i pochi curiosi, nottambuli e studenti che di solito si limitavano ad assistere agli incontri, divertendosi ad osservare questo zoo umano più unico che raro, e talvolta a piazzare una scommessa, ovviamente con la puntata minima.
Questa foto è tratta da un post su Diario Partenopeoche consiglio di leggere
Vi troverete anche altre foto particolarmente interessanti anche perché rare.

Le partite più importanti e seguite erano quelle a 30 punti, fra squadre di due, separate da vari mini tornei a 6 giocatori individuali. Ma il vero clou della serata era quella che si svolgeva verso le 2 (del mattino, ovviamente).
L'affluenza per il resto non era significativa, ma già verso 1:30 cominciavano ad arrivare tanti spettatori-scommettitori che regolarmente parcheggiavano le loro auto proprio davanti all’ingresso dello sferisterio, in seconda e terza fila, tanto erano tutti lì per lo stesso motivo.
All'epoca c'era ancora il tram notturno (linea 1, Bagnoli-stazione) che restava puntualmente bloccato dalle auto in sosta selvaggia. I tramvieri navigati, conoscendo l'andazzo e il motivo di quell’ostacolo, non protestavano né si perdevano d'animo, ma semplicemente invitavano tutti i passeggeri a scendere, chiudevano il veicolo e tutti insieme entravano per assistere alla partita tanto sapevano che, finché non fosse finita, nessuno sarebbe uscito per spostare l'auto.
Ho trovato in rete un simpatico e arguto commento relativo agli scommettitori incalliti i quali dopo aver perso all’ippodromo prima e al cinodromo poi, tentavano la fortuna allo sferisterio come ultima spiaggia. Leggi tutto il post su il napoletano, la pelota casca.
Altra significativa differenza, strettamente connessa con la "qualità" del pubblico era l'esistenza di una rete metallica, dal suolo al soffitto, fra pubblico e campo di gara. Ufficialmente serviva per proteggere gli spettatori da eventuali pallinate completamente fuori bersaglio, ma in effetti proteggere i giocatori dalle ire degli scommettitori. Quasi tutti erano convinti, o sapevano per certo, che molti incontri, se non tutti, erano combinati eppure nonostante l'enorme scritta che campeggiava sulla parete di fronte a loro "Chi non ha fiducia non scommetta" insieme con “La decisione dell’arbitro è inappellabile” continuavano imperterriti a scommettere, a perdere e a prendersela con i giocatori e, come in ogni altro sport, con l’arbitro. Gli atleti avevano dei nomi ufficiali (p.e. Lenci, Passetto, Vitale, Florio) che comparivano sul tabellone segnapunti, ma per il pubblico erano ‘o Cavallaro, Faccia Janca (faccia bianca), ‘o prufessore, ...
Solo avendo buona dimestichezza con il vernacolo si potevano apprezzare appieno i commenti, le prese in giro, le offese tra le più variegate e inusuali possibili che mettevano in evidenza la ben nota creatività partenopea. Molte locuzioni, similitudini e abbinamenti includevano vegetali e/o animali del tipo, per esempio, del famoso modo di dire “Tiene cchiù corna ca nu panaro 'e maruzze” (hai più corna di un paniere di lumache).
Impossibile descrivere la varietà di personaggi singolari che si incontravano nello sferisterio flegreo e ogni sera si poteva essere testimoni di situazioni sempre diverse ed estreme che tuttavia, per fortuna, raramente andavano oltre coloritissimi insulti a qualche spintone. 
Eppure una volta ho visto uno che, dopo continue discussioni a proposito di imbrogli e incontri combinati, si sfilò una scarpa e cominciò a batterla sulla testa di chi sedeva davanti a lui, a mo’ di novello Krusciov (1960, all’ONU - guarda gli 8" del video di Repubblica La ''scarpa di Krusciov''), quindi tenendola per la punta e colpendo con il tacco.
Pur essendoci molti malavitosi, almeno presunti tali, soprattutto di basso rango, lì si andava per passare il tempo, divertirsi, prendersi in giro, per il "brivido" della scommessa e, non da ultimo per insultare i giocatori che, a onor del vero, restavano per lo più o meno impassibili essendo abituati al “vivace e pittoresco pubblico”.
E proposito del rapporto quasi diretto, data la vicinanza, fra spettatori e giocatori ricordo un altro episodio che penso non dimenticherò mai. Al termine di un incontro combattutissimo (almeno apparentemente) i giocatori si avviarono a passo lento verso gli spogliatoi. Al termine di ciascun incontro tutti rientravano negli spogliatoi e quindi, per raggiungerli, quelli che si trovavano a sinistra della tribuna percorrevano la striscia fra il campo di gioco a gli spettatori, camminando lungo la rete di protezione. Uno scommettitore che chiaramente non aveva gradito il risultato finale cominciò a prendersela in particolare con Faccia Janca (non ne sono certo, ma mi sembra di ricordare fosse lui) e affiancandolo, seppur diviso dalla rete, lo insultò in ogni modo possibile tirando in ballo parenti, ascendenti, madre, sorelle, il suo onore, insomma di tutto, senza che il giocatore reagisse minimamente. Continuava a procedere lentamente, imperturbabile, come se non sentisse o pensasse che lo scommettitore non ce l’avesse con lui. 
Giunti in prossimità della porta degli spogliatoi, Faccia Janca, mantenendo la stessa apparente flemma, si voltò e, con “gesto di grande eleganza”, sputò in faccia allo spettatore e uscì dal campo. Nei minuti successivi un attento ricercatore avrebbe potuto raccogliere e catalogare quasi tutto lo scibile in merito al turpiloquio napoletano in quanto lo scommettitore, a ragione ancor più imbestialito di pocanzi, sciorinò una sequela interminabile di improperi aggrappato alla rete (ora capite a che serviva veramente), arrampicandovisi e scuotendola furiosamente, meglio e con più impeto della più arrabbiata delle scimmie.
Con un minimo di buon senso e prudenza, si potevano quindi passare un paio di ore spendendo poco, o anche niente, divertendosi a guardare pubblico e giocatori, alcuni dei quali non proprio ragazzini e con qualche chilo di troppo, eppure dotati di tecnica sopraffina, che mettevano a frutto semplicemente caracollando da un punto all’altro del campo e facendosi trovare pronti all’appuntamento con la palla ... a meno che non volessero. 

venerdì 30 ottobre 2015

Jai Alai al Frontón México (1983)


Ciudad de México, marzo 1983

Accingendomi a tornare per la terza volta a Città del Messico sto riscorrendo mentalmente le mie esperienze precedenti, per determinare quali voglio approfondire, quali ripetere (ove possibile e seppur con gli inevitabili cambiamenti derivanti dal tempo trascorso) e in quali luoghi voglio tornare.
Fra le esperienze assolutamente irripetibili, in quanto troppo legate alle persone e all’ambiente umano, sono le serate passate al Frontón Mexico nell’83. Ricordo che più che altro ci andai per assistere ad un incontro di Jai Alai (pelota vasca o cesta punta) uno sport del quale avevo spesso sentito parlare in termini più che positivi, in particolare per la sua spettacolarità. Infatti, ormai solo pochi se ne ricordano, la pelota si giocava anche nello Sferisterio di Napoli, a Fuorigrotta, ma quando fui abbastanza grande da andarci già era scomparsa e lì si giocava solo a tamburello (non quello da spiaggia, chiaramente). Ma di questo parlerò in altro post.
Terminata questa divagazione, passo a raccontare ciò che ricordo delle mie frequentazioni del Frontón Mexico nel 1983, un posto affascinante e interessantissimo dal punto di vista sociologico, ancor più che per quello sportivo, assolutamente da non sottovalutare. Al di là dell’intrattenimento fornito dagli spettatori c’è da dire che la pelota è un gioco altamente spettacolare, specialmente se giocato da professionisti. Su YouTube si trovano tanti video di incontri di Jai Alai, per ora accontentatevi di queste poche foto. I salti apparentemente incredibili dei giocatori sono veri e possibili in quanto sfruttano il muro per spingersi in alto. Potrete immaginare il tempismo e la coordinazione necessari per arrivare lassù nel momento esatto nel quale giungeva anche la velocissima pallina.


L’edificio, inaugurato nel 1929, aveva una capienza di circa 2.000 spettatori e un campo di 54m di lunghezza (il più lungo fra quelli regolamentari). In occasione delle Olimpiadi del 1968, in omaggio alla grande popolarità, la cesta punta, che nel frattempo aveva avuto successo anche negli U.S.A., fu addirittura inserita nel programma olimpico ed ovviamente il Frontón ospitò le partite più importanti. Per regolamenti, misure, tipi di incontri, e tutto quanto relativo al gioco vi rimando alle solite facili ricerche in rete, limitandomi ora a descrivervi quello che accadeva fuori della cancha (campo di gioco).
Come quasi tutti i luoghi nei quali si scommette (ippodromi, cinodromi) il Frontón attirava un pubblico molto eterogeneo, ma le categorie più numerose erano ricchi borghesi per lo più anziani nobili e malavitosi di un certo livello (almeno così apparivano). Infatti dovete sapere che non era possibile scommettere ufficialmente solo pochi spiccioli e che la puntata minima era di ben 500 pesos. Per avere un termine di paragone vi dico che il mio budget medio giornaliero con il quale coprivo le spese per un letto in un posto spartano ma decente, tre pasti al giorno, trasporti, ingressi, ecc. era di 750 pesos (all’epoca equivalenti a soli 5 dollari!). La suddetta puntata minima era quindi ben oltre le possibilità di molti messicani.
In uno sferisterio gli spettatori siedono tutti da un lato del campo in quanto gli altri tre presentano un alto muro che viene utilizzato per far rimbalzare la palla, come è ben evidente in questa splendida foto del Frontón de la Habana, Cuba, scattata nel 1904. (ingranditela, è di ottima qualità)

Nella foto è possibile notare vari personaggi fra pubblico e campo, quelli seduti sono chiaramente arbitri, ma chi saranno mai quelli in piedi, in giacca bianca, con un basco sulla testa (tutti gli altri hanno cappelli con tesa), rivolti verso il pubblico? Sono gli allibratori il cui basco, almeno nel 1983, era di un rosso vivo e avevano un curiosissimo modo di riscuotere le puntate e consegnare le relative ricevute. Durante tutto un incontro gridavano continuamente le loro quote, fino a quando mancava un solo punto alla conclusione del match. Negli incontri ai 30 tantos (punti) si affrontavano due squadre di due giocatori ciascuna, contraddistinte dai colori azul (azzurro) e rojo (rosso). A seconda dell’andamento della partita si passava, per  esempio, dalle grida “80 azul” a “90 azul” e dopo aver passato la parità, a “90 rojo” e via discorrendo, ma in caso di recupero si tornava a “xx azul”. 
Quindi gli interessati a scommettere, raramente in prima fila, alzavano la mano e l’allibratore gli lanciava una pallina da tennis con un taglio lungo circa mezza circonferenza, chiaramente fatto all’uopo. Premendo i poli al limite del taglio la pallina si apriva e lo scommettitore infilava la banconota di 500 o 1.000 pesos, o anche più banconote all’interno e quindi la rilanciava all'allibratore il quale contava i soldi, scriveva la ricevuta riportando l’importo e la quota di quel momento e con lo stesso metodo la restituiva allo scommettitore. 
Questo poster spagnolo del 1894 (sotto) pubblicizza due incontri fra Valenciani Baschi, contraddistinti in questo caso dai colori bianco e azzurro, con squadre di 4 giocatori che si sarebbero affrontati sulla distanza di 60 e 50 tantos.
   
Chiaramente per consentire un buon numero di scommesse i giocatori facevano spesso delle pause e riprendevano solo quando il “traffico di palline” diminuiva. In questi intervalli chi come me non era interessato a scommettere aveva tutto il tempo per osservare gli spettatori ed in particolare gli scommettitori che, posso assicurare, erano uno spettacolo nello spettacolo. In particolare ricordo una signora, sulla settantina, che scommetteva con grande continuità e quindi consistenti somme di denaro. Ma la cosa che non dimenticherò mai era la sua prontezza di riflessi e l’abilità nell’afferrare la pallina al volo, con una sola mano e senza mai fallire un colpo!
Come dicevo non ero il solo ad osservare gli altri ed in un’occasione la mia attenzione cadde su un paio di scommettitori seduti poco distanti da me che osservavano con grande insistenza un persona di origine asiatica vestito in modo molto appariscente e con vario oro ben in mostra, con due accompagnatori ben piantati che davano tutta l’idea di essere guardaspalle. Ascoltare i loro commenti era “interessantissimo” e divertente. Uno dei due invitava costantemente l’altro a replicare le scommesse del chino, seppur puntando molto meno del probabile “boss”, in quanto presumeva, come del resto tanti altri, che le partite fossero per lo più combinate. Un commento che, ammiccando, ripeté più volte al suo amico e che ricordo con estrema precisione era: “El chino sabe ...” (il cinese sa ...).

Tutto ciò, tuttavia, era ben lontano dalle scene al limite del surreale alle quali era facile assistere nelle interminabili notti di tamburello allo Sferisterio di Napoli, ma di questo parlerò un’altra volta in quanto necessita, e merita, un post a sé.