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lunedì 13 dicembre 2021

Micro-recensioni 361-365: ultimo indiano e 4 noir USA classici

Praticamente 5 noir, due dei quali uniti da nome e soggetto e uno di essi è collegato ad un altro per ruolo della cattiva stampa (quella scandalistica) che ad arte accende gli animi diffondendo notizie più o meno distorte e/o voci non confermate.

 
Fury (Fritz Lang, 1936, USA) tit. it. Furia

Primo film di Lang oltreoceano, con un tema che qualcuno vuole assimilare a quello di M – il mostro di Dusseldorf (1931) anche se il delitto in questione è di differente tipo. Il lingiaggio al quale si assiste non è di quelli visti e rivisti in tanti film, di stampo razzista, portati a termini per strada o casomai di notte con tanto di incappucciati e croci in fiamme. Qui sono tutti bianchi e si tratta semplicemente di feroce vendetta verso un sospettato, ancora non processato e tantomeno colpevole. Sembra singolare che le immagini che vengono proposte per descrivere l’assalto alla prigione al centro della cittadina somiglino tanto a quelle viste in tutto il mondo neanche un anno fa, con una massa di esagitati (donne comprese) che hanno la meglio su uno sparuto gruppo di tutori della legge e distruggono tutto ciò che trovano (visto anche in Italia poche settimane fa). In 85 anni niente è cambiato ed il protagonista Joe Wilson (Spencer Tracy) ha perfettamente ragione quando afferma: The mob doesn't think. It has no mind of its own. (La folla non pensa. Non ha una sua propria mente). Nomination Oscar per la sceneggiatura.

The Sound of Fury (Cy Endfield, 1950, USA) aka Try and Get Me! - it. L'urlo della folla

Il regista fu uno di quelli che a causa del maccartismo decise di venire oltreoceano (in UK) per continuare a lavorare alla luce del sole, mentre altri abbandonarono la professione o operarono sotto falso nome (fra i più famosi il regista Edward Dmytryk e lo sceneggiatore Dalton Trumbo), percorso inverso a quello che effettuarono tanti mitteleuropei (specialmente se di origine ebrea) negli anni ’30 e, per nostra fortuna, migliorarono la qualità media dei prodotti hollywoodiani. Prima di dirigere i suoi primi corti Cy Endfield ebbe occasione di apprendere molto da Orson Welles il quale si era interessato a lui per la sua abilità nella micromagia, arte della quale era appassionato. Questo è il secondo e ultimo lungometraggio USA ed ha in comune il soggetto con l’appena commentato Fury: un linciaggio moderno, con assalto alla prigione del distretto di polizia. In questo caso buona parte della colpa viene attribuita a giornalista che, pur senza elementi certi, aizza i più facinorosi che a loro volta scaldano gli animi della folla.

  
Scandal Sheet (Phil Karlson, 1952, USA) tit. it. Ultime della notte

Sono sempre stato affascinato dai tempi della stampa americana, cioè dai quotidiani che in presenza di notizie fresche e di interesse delle masse (specialmente quelle scandalistiche) stampavano più edizioni al giorno per poi mandarle subito in vendita con l’aiuto degli strilloni. Un giornale di questo tipo ha un nuovo redattore capo privo di scrupoli che mira solo ad aumentare le vendite, contro l’opinione dei tradizionali proprietari ma appoggiato da aspiranti giornalisti rampanti. Le cose si complicano quando lui stesso si troverà invischiato per puro caso in una storia da prima pagina. Buon noir non convenzionale.

Somewhere in the Night (Joseph L. Mankiewicz, 1946, USA) tit. it. Il bandito senza nome

Soggetto apparentemente semplice: un militare torna dal Pacifico con una amnesia totale; ha solo un nome e pochissimi indizi per ricostruire la propria identità. La sceneggiatura diventa così molto intricata, piena di sorprese e con tanti personaggi che mentono continuamente e a ragion veduta in quanto sono in ballo 2 milioni di dollari, scomparsi tre anni prima. Quasi nessuno è certo della vera identità degli altri e ancor meno sono chiari i loro ruoli. Nel corso del film aumentano costantemente i misteri e i morti; una buona sceneggiatura originale scritta in parte dallo stesso regista. Consigliato.

Don't Cry for Salim (Saeed Akhetar Mirza, 1989, Ind)

Un piccolo delinquente di basso livello, appoggiato da due compari più scalcagnati di lui, giustifica le sue attività per aiutare la famiglia, con padre disoccupato e sorella da sposare. Dopo aver disprezzato in un primo momento il possibile sposo (colto e musulmano, ma con scarsi mezzi economici) si rende conto che molti dei propri valori sono sbagliati. Tenterà di uscire dal giro e riabilitarsi con un lavoro onesto ma, si sa, lasciare tale ambiente non è facile, in nessuna parte del mondo. Come mostrato in molti altri film dell’epoca, la questione della divisione fra hindu e musulmani, anche dopo la scissione del Pakistan (di religione islamica) dall’India (hindu), è stato causa di attriti, ripicche e anche tanti atti violenti. Nel film glia argomenti divisivi religiosi si uniscono quindi a quelli della piccola criminalità che taglieggia anche i più poveri.

mercoledì 2 giugno 2021

TOLOMEO 2021 e Cinema, il punto dopo la lunga pausa

Penso di non essermi mai concesso una pausa di 3 settimane senza aggiornare né sito né blog, quindi ricomincio trattando i temi che, ultimamente, mi stanno più a cuore: il progetto TOLOMEO 2021 e l’altro cinema (quello meno commerciale, spesso misconosciuto).

L’argomento più caldo è senz’altro il primo, considerato che siamo partiti di slancio a Sorrento, realizzando gran parte del lavoro nei primi tre mesi dell’anno, mentre al di qua dello Spartimiento (leggi Massa Lubrense) si è ancora titubanti fra approvazioni già ottenute, richieste di nuove approvazioni e tentate deleghe di responsabilità.

Per rendere edotti i tanti camminatori, escursionisti e operatori turistici che – di persona, via filo o email – continuano a chiedermi “A che punto state a Massa?” chiarisco che l’attuale situazione di stallo è conseguenza della lentezza nelle risoluzioni in merito ad alcuni tratti non transitabili. Ciò nonostante già nella sintesi allegata al preventivo, protocollato il 14 gennaio, avessi anticipato l’importanza della “prontezza con la quale i Comuni interessati confermeranno itinerari, sistema di segnatura e tipologia della segnaletica (tutto già verbalmente concordato)". Nella determinazione di conferimento incarico del 26 febbraio, oltre a qualche errore, riscontrai l’inserimento di una data di conclusione dei lavori non presente nella mia proposta. Pur avendolo fatto notare e ricordando che ancora non erano stati approvati i percorsi, non ricevetti alcun riscontro scritto, ma mi fu garantita (verbalmente) flessibilità in merito. Il 21 aprile tornai sul tema richiedendo di effettuare scelte in merito ad alcuni percorsi problematici e, non avendo ricevuto risposta, il 19 maggio inviai un sollecito. In precedenza, con D.G. del 9 aprile (ma pubblicata solo il 12 maggio ed in pari data inoltratami) veniva affidata a Penisolaverde S.p.A. “la pulizia e la segnatura dei sentieri su indicazioni del progettista incaricato” e, con mia sorpresa, dalla “RELAZIONE ILLUSTRATIVA” appresi anche che “solo successivamente alla consegna del progetto si potrà provvedere alla sua approvazione” … fino a quel punto, ingenuamente ed evidentemente sbagliando, avevo inteso che fosse già stato approvato. Di conseguenza, ho provveduto ad aggiornare la versione già in possesso dell'Amministrazione, integrandola con quanto già realizzato dal lato sorrentino e quanto concordato con l’Ass. alla Sentieristica e al Direttore Generale di Penisolaverde (verbalmente, in videoconferenza Skype) e a protocollarlo lunedì 31 maggio. A questo punto, logicamente, attenderò l’approvazione ufficiale del Progetto e solo dopo che me l’avranno comunicata potrò ricominciare ad effettuare sopralluoghi e programmare la segnatura e la posa di nuove mattonelle, se e dove ne sarà approvato l’uso.

Prevedo, e temo, che prima di poter procedere dovrò attendere un bel po’. …

Di tutt’altro tono il tema cinefilo … con la speranza di poter trattare e raccontare di tanti titoli sconosciuti ai più fra un paio di mesi!

Pur avendo sospeso del tutto le visioni nelle ultime tre settimane (il che spiega la mancata pubblicazione di micro-recensioni) ho continuato a ricercare film e a informarmi in merito a recuperi e restauri segnalati da Cineteca Nacional de Mexico, Filmoteca UNAM, Cinemateca Portuguesa, Filmoteca Española, Cineteca Madrid, Criterion, Janus Film, BFI, MUBI, ma la buona notizia è di diversa provenienza. Temevo di non poter andare neanche quest’anno al Festival di Bologna Il Cinema Ritrovato (20-27 luglio) in attesa della seconda dose di vaccino il 28 …, ma come tutti sanno un recente decreto stabilisce che già 15gg dopo la prima si ottiene la certificazione verde (aka green pass) e quindi non ci sarà necessità di tamponi ogni 48 ore o altro! Chi non conoscesse questo Festival sappia che è ben differente dalla maggior parte degli altri che presentano nuove pellicole, non sempre di gran qualità (trattandosi di manifestazione più o meno commerciali). Questo guarda più al passato, non include la pagliacciata del red carpet e ogni anno propone nuovi restauri (il laboratorio di Bologna è uno dei più apprezzati del mondo intero) oltre a varie sezioni dedicate a specifici registi, attori o sceneggiatori, alcune ai film di 100 anni prima e via discorrendo. In totale si proiettano varie centinaia di film, quasi tutti prodotti nel secolo scorso. 

Nel programma di quest’anno nella sezione Il Paradiso dei Cinefili ci sono:

  • Ritrovati e restaurati: 8 film recentemente restaurati, dalla rara commedia muta Erotikon (1920) a Watermelon Man (1970), passando per Vampyr (1932, C. Th. Dreyer) e Nightmare Alley (1947, di Edmund Goulding con Tyrone Power - foto sopra -, del quale è annunciato un remake diretto da Guillermo del Toro);
  • Romy, vita e romanzo (dedicato alla Schneider)
  • Qualcosa per cui vivere: il cinema di George Stevens
  • Omaggio ad Aldo Fabrizi
  • Herman Mankiewicz: un talento disperso
  • Super8 & 16mm – piccolo grande passo

Nella sezione La macchina dello spazio sono compresi 

  • I documentari della Iwanami
  • Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte (“il solo regista del dopoguerra il cui lavoro è stato importante per le culture cinematografiche di entrambe le repubbliche tedesche”), 
  • Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il parallel cinema indiano (“con titoli rarissimi, quasi mai visti fuori dall’India”), 
  • Cinemalibero: femminile, plurale (10 film di esordio di registe di Angola, Cuba, Senegal, Venezuela, Ungheria, Bulgaria, Algeria, Portogallo, Polonia).

Nella sezione La macchina del tempo si trovano tanti muti del 1901, del 1921 (100 anni fa), film rari in prestito da una preziosa collezione privata giapponese, una selezione di film di Buster Keaton, documenti e documentari.

Capirete bene che un cinefilo incallito come me avrà solo il problema di dover scegliere fra tanto ottimo materiale, da guardare su schermo grande in buone sale (per fortuna non troppo distanti fra loro); senza dimenticare le proiezioni serali all’aperto in Piazza Maggiore! (foto sotto)

Per saperne di più: festival.ilcinemaritrovato.it

mercoledì 5 maggio 2021

micro-recensioni 96-100: 5 film, 9 Oscar, 21 Nomination

Candidature Oscar sempre più deludenti; pur volendo considerare le limitazioni della pandemia che hanno condizionato le produzioni e hanno rinviato qualche uscita in attesa della riapertura delle sale, si conferma la tendenza al ribasso della qualità media degli ultimi anni. Fra questi 5 (che dovrebbero essere i migliori) non c’è un solo vero film di gran livello. Proprio così, poiché l’ottimo The Father con un eccezionale Anthony Hopkins è un gran pezzo di teatro (ben riportato sullo schermo, ma sempre teatro è), Nomadland è un quasi-documentario con una sola (ottima) attrice, Druk avrebbe meritato qualcosa di più ma i plot secondari non sono al livello del principale, Mank (sul quale contavo per il soggetto cinematografico e il b/n) è in sostanza piatto e ripetitivo e non capisco come abbia potuto vincere l’Oscar per la (ridicola) fotografia e, infine, il tanto decantato Minari è assolutamente noioso, privo di una vera struttura o di alcun senso. Ecco le singole micro-recensioni.

The Father (Florian Zeller, 2020, UK) Oscar Anthony Hopkins protagonista e sceneggiatura e 4 Nomination (miglior film, Olivia Colman non protagonista, montaggio e fotografia)

Senza dubbio il miglior film del lotto e forse meritava anche l'Oscar come miglior film in assoluto. Ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che abbia vinto la statuetta per la migliore “sceneggiatura non originale” … senza tener conto che l’autore del lavoro teatrale dal quale è tratto sia co-sceneggiatore nonché regista (Florian Zeller, alla sua prima e per ora unica regia, tanto di cappello). Veramente non si sa come dividere i meriti fra sceneggiatura originale adattamento, regia e interpretazioni (al plurale perché anche quella di Olivia Colman – candidata non protagonista – è più che apprezzabile). La costruzione del plot che vaga perennemente fra realtà, immaginazione, ansie e ricordi è a dir poco perfetta. La trama che, se raccontata, può sembrare banale è avvincente e coinvolgente. Distorsione dei tempi e dei personaggi, intervallata da lampi di lucidità del protagonista, basati sulla pura logica. Come anticipato, l’unico appunto che si possa fare è quella di essere più teatro che cinema, ma va bene così!

 

Druk (Another Round) (Thomas Vinterberg, 2020, USA) Oscar miglior film non in lingua inglese e 1 Nomination (regia)

Quando non (s)cadono nell’inutilmente deprimente, trovo i lavori dei registi del Dogma 95 più che apprezzabili e questo, con la sua vena di dark comedy, ne è un perfetto esempio. L’alternanza degli ambienti scuola, famiglia e gruppo ristretto di amici di bicchiere è perfettamente bilanciata, purtroppo quella familiare è meno incisiva e tende all’avvilente e banale visto e rivisto. Inoltre, ho trovato interessante la teoria portante del film che è perfettamente compatibile con gli stili di vita di tante culture o comunità che consumano costantemente alcol o simili con moderazione, senza mai scadere nelle esagerazioni di alcuni popoli nordici. Buona la solita tanta camera a mano (ben utilizzata) e l’inserimento di un paio di scene/situazioni fuori contesto ma perfettamente piazzate come il bambino occhialuto e il ballo finale.

Nomadland (Chloé Zhao, 2020, USA) Oscar miglior film, regia e Frances McDormand protagonista e 3 Nomination (sceneggiatura, montaggio e fotografia)

Dopo il tanto parlarne, mi aspettavo di più. Come forse alcuni ricordano, già conoscevo i precedenti due film di Chloé Zhao, anch’essi un po’ documentaristici è ambientati nel west, fra praterie, cavalli, nativi e gruppi sociali al limite della “società americana”. Pertanto, l’ho trovato un po’ ripetitivo, simile agli altri per struttura e per la intrinseca solitudine dei protagonisti (quasi sempre tutti “buoni”). La regista evidentemente si trova a suo agio con queste comunità isolate (non le definirei emarginate) e appare fruttuosa la sua collaborazione con Joshua James Richards, direttore della fotografia di tutti e 3 i suoi film, che certamente sa approfittare degli immensi spazi (apparentemente) vuoti.

  

Mank (David Fincher, 2020, USA) Oscar sceneggiatura e fotografia (sic!) e 8 Nomination (miglior film, Gary Oldman protagonista, regia, Amanda Seyfried non protagonista,sonoro, musica, trucco e costumi)

Deludente per la sceneggiatura, per la controfigura di Orson Welles, per la sceneggiatura e, soprattutto, per le luci assolutamente irreali che ho trovato addirittura fastidiose. Luci assolutamente bianche e nette, da quelle emanate dai lampioni a quelle che entrano da porte e finestre quasi come un sole di mezzogiorno che però sta all’orizzonte (ma neanche in tali casi si sarebbero creati quegli effetti). I dialoghi non sono un granché e il di solito più che apprezzabile Gary Oldman qui appare svogliato e sottotono. I personaggi di contorno sono, a dir poco, per niente credibili. Se credessi a tali cose, penso che sia Welles che Mankiewicz si stiano rivoltando nella tomba.

Minari (Lee Isaac Chung, 2020, USA) Oscar non protagonista a Yuh-Jung Youn e 5 Nomination (miglior film, Steven Yeun protagonista, regia, sceneggiatura e musica)

Delusione totale, nemmeno la “nonna” vincitrice del premio Oscar come non protagonista mi è sembrata veramente meritevole del premio. La storia non è su una comunità di immigrati asiatici né sul loro inserimento nella società americana, né su intraprendenti agricoltori nel mid-west, né sulle dinamiche di una giovane famiglia coreana, né sull’ambiente. Il regista (anche sceneggiatore unico) ha inserito un po’ di tutto senza concludere niente; senz’altro fra i suoi colleghi in patria ce ne sono di molto più meritevoli.

martedì 9 marzo 2021

micro-recensioni 56-60: cinquina con 3 a tema razzismo e 3 Mankiewicz

È vero che 3 + 3 non fa 5, ma No Way Out diretto da Mankiewicz rientra in entrambe le categorie. Partito con il filone razzismo nei film americani dell’immediato dopoguerra, ho completato la cinquina con il primo e l’ultimo film Mankiewicz; tutti film mai sentiti nominare, ma mediamente di livello più che buono.

 

Sleuth (Joseph L. Mankiewicz, 1972, UK/USA)

L’ultimo film di Mankiewicz è la versione cinematografica di una argutissima commedia drammatica teatrale che conta sull’ottimo copione di Anthony Shaffer e solo due attori, ma che attori! Si tratta di due icone del teatro e cinema inglese: Laurence Olivier e Michael Caine, entrambi vincitori di Oscar (per questo film ottennero “solo” la Nomination come protagonisti). Un famoso scrittore di romanzi polizieschi, appassionato di giochi, invita l’amante di sua moglie nella sua magione in campagna per discutere della possibile rinuncia alla donna. Fra i due ha subito inizio un gioco, a tratti molto pericoloso, che si sviluppa fra complicità in un possibile reato, minacce di morte, indovinelli, tentativi di incastrare l’opponente, bugie e aggressioni, con frequenti cambi di posizione predominante. Ottima la regia che riesce a non essere statica pur avendo solo due personaggi per oltre due ore in uno stesso edificio. Singolari i tanti automi (molti dei quali musicali) collezionati dallo scrittore, in più occasioni tutti in movimento contemporaneamente. Consigliatissimo!

No Way Out (Joseph L. Mankiewicz, 1950, USA)

Anche in questo film Mankiewicz (Nomination Oscar per essere co-sceneggiatore) conta su due ottimi attori che si confrontano e si affrontano: Sindney Poitier e Richard Widmark. Il secondo interpreta un piccolo malfattore, violento e quasi psicopatico, apertamente razzista, spesso con le stesse espressioni da folle viste pochi giorni fa in Kiss of Death (1947), al suo esordio. L’altro sarà oggetto delle sue fissazioni omicide, pur essendo un medico armato dei migliori sentimenti ed ideali. Singolare noir che merita una visione, per la regia, per la sceneggiatura e per le interpretazioni. Non credo che il ridicolo titolo italiano abbia giovato al film: Uomo bianco tu vivrai! (da più l’idea di un western dalla parte dei nativi).

  

Storm Warning (Stuart Heisler, 1951, USA)

Qui si trovano invece due protagoniste, star dell’epoca, che tuttavia non ci si aspetta di vederle insieme in un film in cui interpretano due sorelle: Ginger Rogers e Doris Day. C’è anche un altro interprete dal nome molto conosciuto, ma non come attore (veramente pessimo) bensì per essere poi diventato Presidente USA: Ronald Reagan. Una sorella, di passaggio nella piccola cittadina nella quale vive l’altra, è testimone oculare di un’esecuzione da parte del Ku Klux Klan e fra i partecipanti riconosce il cognato. Parlerà per senso di giustizia, tacerà per non rovinare la sorella o per pura paura delle poco velate minacce del KKK? Buono quasi tutto il film con la tensione che monta continuamente, ma il finale mi è sembrato molto all’acqua di rose e sostanzialmente poco credibile.

Intruder in the Dust (Clarence Brown, 1949, USA)

Altro film a tema razzista nel quale un afroamericano (ora si dice così, ma nel film si usano altri appellativi) viene accusato di un omicidio che chiaramente non ha commesso. Ambientato in Mississippi negli anni ’40, mostra come in tanti altri casi la facilità con la quale la gente viene manipolata, specialmente se soffre di preconcetti razzisti. Anche questo mi è sembrato un po’ edulcorato e quasi un film “morale” per teenagers visto che un ragazzo (bianco) è quello che dovrà contribuire a discolpare “l’incastrato”, avvalendosi dell’aiuto dello zio avvocato e di una simpatica e intraprendente anziana signora. Il titolo italiano (ridicolo come al solito è Nella polvere del profondo Sud).

Dragonwyck (Joseph L. Mankiewicz, 1946, USA)

Dopo decine di collaborazioni alle sceneggiature a partire dal 1929 (per lo più uncredited), nel 1947 Mankiewicz diresse il primo dei suoi 20 film, per i quali ottenne 4 Oscar. L’inusuale ambientazione ci porta alla metà dell’800, nei territori dove sopravvivevano (molto bene) i patroons, latifondisti che godevano ancora dei privilegi stabiliti negli anni in cui parte degli stati di New York e New Jersey erano colonia olandese (New Netherland). Nel ruolo del patroon si apprezza Vincent Price che a mio parere, nel diventare icona horror, è da molti ancora considerato come caratterista. In questo film ritrova Gene Tierney con la quale aveva lavorato due anni prima nell’ottimo noir Laura diretto da Otto Preminger.

mercoledì 24 giugno 2020

Micro-recensioni 221-225: film di 5 generi diversi

Un noir, un drammatico, un horror, una commedia e un western, dal 1949 al 2001, registi classici e moderni (due dei tres amigos messicani a inizio carriera) con in mezzo uno scadente che dirige un attore sulla cresta dell’onda, poi diventato ottimo regista. La qualità dei due classici si stacca nettamente dalla mediocrità degli altri.
House of Strangers (Joseph L. Mankiewicz, USA, 1949)
Noir poco conosciuto e non del tutto allineato con i classici schemi di criminali o ingiustamente accusati in fuga, si tratta di un ottimo dramma all’interno di una famiglia di italoamericani a New York. Il capofamiglia (mirabilmente interpretato da Edward G. Robinson) ha creato una propria banca dal nulla, ma al limite dell’usura. I suoi 4 figli sono alle sue dipendenze, ma in posizioni molto diverse e il prediletto finirà in prigione. Gli scontri fra padre e figli, così come fra fratelli sono il tema conduttore di questo film nel quale anche le donne hanno la loro influenza sugli sviluppi del dramma. Chi guarderà la versione originale potrà apprezzare anche la rappresentazione realistica dell’ambiente, sottolineata da vari dialoghi in italiano e dall’accento italoamericano (vedi trailer). Consigliato.

Il grido (Michelangelo Antonioni, Ita, 1957)
Antonioni (anche soggettista e co-sceneggiatore) presenta una sequela di personaggi delusi, disillusi, pessimisti e disperati che si incontrano, si lasciano e si ritrovano nei paesini popolati da braccianti e operai nelle campagne fra Veneto e Romagna, mostrate quasi sempre sotto cieli grigi e con tanto fango.
Diretto con maestria, e non c’era da aspettarsi altro, descrive molto bene anche quei personaggi che hanno parti più brevi nella storia, ma non per questo meno significativi nel suo contesto.
Si sa bene che Antonioni non è per tutti ed anche in questo caso posso suggerirlo solo a chi lo sa comprendere e apprezzare.
Cronos (Guillermo del Toro, Mex, 1993)
Film d’esordio di Guillermo del Toro che tuttavia aveva già buona esperienza in campo cinematografico nel settore degli effetti speciali e trucco. Ben nota è la sua passione per i temi fantastici, horror e simili, coltivata fin da bambino … a 8 anni già produceva i suoi corti con la Super8 del padre. Non è certo al livello dei film che hanno reso famoso il regista, ma penso che Cronos sia sottovalutato (IMDb 6,7 RT 89%), specialmente se comparato con il suo amigo Cuarón che trovo assolutamente sopravvalutato, a partire dai suoi primi film … secondo me neanche Roma è la meraviglia che molti si ostinano ad osannare. Singolare il cast internazionale e i nomi attribuiti ai 3 protagonisti: l’argentino Federico Luppi è Jesus (Gesù), Claudio Brook (messicano, l’asceta di Simón del desierto di Buñuel, 1965) è il “cattivo” assistito dal nipote Angel De la Guardia (angel de la guarda = angelo custode) interpretato dall’americano Ron Perlman che dopo essersi fatto notare come Salvatore in Il nome della rosa (1986) era apparso in soli altri 2 film). La trama è abbastanza articolata e originale e conta su varie buone sorprese, nonché su una certa dose di humor nero; la direzione e più che buona così come gli effetti e il marchingegno creati dallo stesso Del Toro.  
Interessante, certamente da guardare per gli amanti del genere.

Y tu mamá también (Alfonso Cuarón, Mex, 2001)
Come anticipato, non ho gran stima per Alfonso Cuarón, la settimana scorsa ho guardato il suo deludente film d’esordio (Sólo con tu pareja, 1991), ho voluto dare una seconda chance a questo suo quarto film, già guardato una decina di anni fa, prima che vincesse i suoi Oscar con Gravity e Roma. La mia opinione non è cambiata, l’ho trovato di nuovo un insulso soft-porn (forse neanche tanto soft), per gran parte del film i protagonisti (due viziati idioti figli di papà) se non fanno sesso ne parlano, a loro si aggiunge la più esperta e di 10 anni più grande Luisa (Maribel Verdú) e ben presto si trovano in sintonia. Cambia un po' verso la fine e la rivelazione conclusiva salva solo parzialmente la storia. Noiosa anche la voce fuori campo che commenta alcuni eventi e informa su ciò che è avvenuto in passato o avverrà a vari personaggi. 
Trovo assolutamente esagerato il 7,6 di IMDb, il 92% di RT e ancor di più la Nomination Oscar per la sceneggiatura … sono sempre più convinto che il regista abbia “santi in paradiso”.

Hang 'em High (Ted Post, USA, 1968)
Poche parole per questo pretenzioso western, probabilmente prodotto pensando che bastasse la presenza di Clint Eastwood in quel momento sulla cresta dell’onda per aver appena concluso la trilogia di Sergio Leone. Senza molto senso, abbastanza mal girato, a metà strada fra western classico e spaghetti western. Molti lo ricorderanno con il titolo italiano Impiccalo più in alto. Da evitare.