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lunedì 16 dicembre 2019

Viaggio in Israele (1982), vecchie foto e curiosità

Risistemando le raccolte di foto della mia sezione viaggi, ieri ho rimesso al loro posto una sessantina di foto divise in due album, uno relativo a Gerusalemme (quasi esclusivamente parte vecchia) e un misto di Mar Morto, Eilat e relativi dintorni.
Scrivo questo post perché penso sia interessante sottolineare alcuni particolari, tenendo anche presente che solo poche settimane dopo ebbe inizio la guerra-invasione-crisi (chiamatela come volete) libanese; quindi, la situazione che vissi era ancora (almeno apparentemente) abbastanza tranquilla, non solo nella parte meridionale del paese, ma anche a Gerusalemme
A dimostrazione di ciò ecco due foto con il “posto di blocco/frontiera” fra Israele ed Egitto e il castello dei Crociati sull’isola del Faraone (Egitto), oggi località turistica, una quindicina di km a sud di Eilat
Questa è la città israeliana più meridionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aqaba (Giordania) con una decina di km di costa fra il confine giordano a est e quello egiziano a sud. Devo comunque precisare che il controllo passaporti veniva effettuato al limite della città.

   

Nell’album Israele mix ho inserito varie foto animali particolari, gli iraci (Procavia sp.) che somigliano a tanti altri roditori, ma è stato appurato che geneticamente i loro parenti più stretti sono … gli elefanti! Ce ne sono anche varie degli stambecchi della Nubia (Capra nubiana) che, come i precedenti, vivono numerosi nei dintorni del Mar Morto; sono imparentati con quelli delle Alpi (Capra ibex) ma mediamente più piccoli.

   

Veniamo alla raccolta di foto scattate a Gerusalemme … in questo caso, essendo il mio primo viaggio in Medio Oriente, mi dedicai soprattutto ad osservare stili dii vita con noti contrasti e la città vecchia offriva spunti a non finire come, per esempio, risulta evidente guardando queste foto di scolaretti.
   

Nei vicoli del centro storico si incontravano venditori ambulanti di tè, si trasportavano merci con l’ausilio di cavalli e c’era anche chi seraficamente giocava a backgammon. Una moltitudine di personaggi estremamente eterogenea, un ambiente particolarmente interessante nel quale tutto e tutti meritavano rispettosa attenzione.

 

Molto interessante anche il mercato (che nelle foto appare in attività e poi vuoto) ma anche al suo esterno si vendeva praticamente di tutto. Un'altra particolarità che mi colpì fu la presenza di "armi pesanti" portate con assoluta indifferenza, non solo dai militari (quelli nella foto a destra sono studenti). 

   

Ovviamente non ho trascurato i luoghi simbolo delle diverse religioni quali la Spianata delle Moschee e il Muro del Pianto, ma nelle due raccolte c'è anche altro. 

In questa pagina http://www.giovis.com/travels/hpagetrav.htm potrete seguire i vari aggiornamenti, che saranno ancora tanti. Tutti i link ripristinati sono evidenziati in giallo; l'icona lampeggiante indica le pagine o i singoli album ri-caricati più di recente. 

giovedì 28 novembre 2019

73° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (361-365)

Gruppo relativamente vario, con due dei migliori film di Jean Cocteau, due sagaci commedie di confronto etnico (una fra cinesi americani e cinesi asiatici e l’altra fra israeliani e palestinesi) e, per finire, un giapponese dal quale si sarebbe potuto trarre un eccezionale spaghetti western.
Con questa cinquina ho raggiunto, con oltre un mese di anticipo la media di un film al giorno, traguardo ormai abituale da vari anni.

   

364  Orphée (Jean Cocteau, Fra, 1950) tit. it. “Orfeo” * con Jean Marais, François Périer, María Casares * IMDb 8,0 RT 97% 
Eccellente film del poliedrico artista francese Jean Cocteau, da molti giudicato il suo capolavoro. Dopo aver guardato il suo surrealista/sperimentale Sang d’un poet, mi sono avventurato nella visione di questa versione della storia di Orfeo ed Euridice e del successivo La belle et la bête (commentato in questo stesso post). Il racconto mitologico (un classico della mitologia greca, poi ripreso da Virgilio e Ovidio) è riproposto in tempi contemporanei (al momento della realizzazione) ed è ampiamente modificato non solo nella struttura, ma anche nel finale. La versione proposta da Cocteau è un ottimo noir/fantasy, molto ben articolato, realizzato e interpretato, e conta su una eccellente fotografia.
La storia è tanto piena di sorprese e personaggi, da far diventare Euridice quasi una figura secondaria. Per evitare spoiler mi limiterò a dire che l’Orfeo del film è un poeta famoso osannato dal pubblico (specialmente quello femminile) tanto odiato dai suoi colleghi da arrivare anche all’aggressione fisica.
Singolari i titoli di testa, scritti a mano dallo stesso Cocteau, con gesso su una lavagna.
Film imperdibile per gli amanti del vero cinema!

365  La belle et la bête (Jean Cocteau, Fra, 1956) tit. it. “La bella e la bestia” * con Jean Marais, Josette Day, Mila Parély * IMDb 7,9 RT 95%  *  Nomination a Cannes
Confesso di non aver mai visto alcuno dei tanti adattamenti cinematografici e di non conoscere neanche una delle numerose varianti della storia nel dettaglio, pur conoscendo i punti essenziali della favola. Di conseguenza non farò riferimenti o paragoni, mi limiterò a commentare brevemente solo quanto visto.
La scenografia è accattivante, in particolare per quanto riguarda i magici interni della dimora della Bestia, dai candelabri viventi alle statue osservanti. Anche l'aspetto della mostruosa creatura, considerata l'epoca, è assolutamente notevole; ho letto che Cocteau ci lavorò per vari anni prima di ottenere il risultato voluto.
Per pura curiosità, sono andato ad indagare in merito alle varie versioni (scritte, teatrali e cinematografiche) e questa di Cocteau (suoi adattamento, sceneggiatura e dialoghi) mi sembra che si distacchi in più punti da quelle più tradizionali riuscendo ad essere quindi abbastanza originale.
Se si è interessati al genere vale senz’altro la visione, pur sapendo già come va a finire. Dal punto di vista strettamente cinematografico non penso sia facile realizzare qualcosa di meglio.

      

363  Tel Aviv On Fire (Sameh Zoabi, Lux/Bel/Isr/Fra, 2019) tit. it. “Tutti pazzi a Tel Aviv” * con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton * IMDb 6,9 RT 91%  -  2 Premi e una Nomination a Venezia
Divertente commedia satirica sui rapporti fra israeliani e palestinesi, basata sulle loro differenze culturali e non solo politiche, ma soprattutto sulla dipendenza (da entrambe le parti) dalle serie televisive locali che riproducono parte dei problemi effettivamente esistenti fra le due comunità.
La storia è sostanzialmente semplice e lineare, ma riserva tante sorprese, ben distribuite, alcune sono più o meno prevedibili (piacevolmente, anche l'attesa di qualcosa che si è certi che avverrà ha i suoi pregi, se rimandata più volte) altre sono davvero ingegnose trovate. I dialoghi sono spesso taglienti, specialmente quando in modo più o meno esplicito si riferiscono agli "attriti" palestino-israeliani; i personaggi sono molto vari e ben caratterizzati. Ognuno, a modo suo e per quanto nelle sue possibilità, tenterà di condizionare un novello sceneggiatore per far proseguire una telenovela (con militari, spie e “terroristi”) secondo i propri desideri.
Piacevole commedia palesemente e volutamente non schierata; penso che nessuno con un minimo di senso umoristico possa sentirsi offeso, tutto rimane ampiamente nell'ambito di una sana arguta ironia.
Piacevole intrattenimento, merita la visione.

362  The Hoodlum Priest (Kimiyoshi Yasuda, Jap, 1967) tit. or. “Yakuza bozu” * con Shintarô Katsu, Mayumi Ogawa, Hôsei Komatsu * IMDb 6,5
Parafrasando il termine “spaghetti western”, lo si potrebbe tranquillamente definire un “ramen (o udon) western”. Sapendo quanto è stato attinto da questo genere di film giapponesi da parte di sceneggiatori e registi occidentali, meraviglia non trovare menzione di un remake, riconosciuto come tale, al di là del Pacifico. Si deve tuttavia precisare che il film non ha mai avuto grande successo ed è rimasto a livello di cult, ma non lo definirei assolutamente un B-movie.
Un protagonista estremamente combattivo, sempre al limite (o oltre) la legge si confronta con chi è più prepotente, avido, violento e corrotto di lui. Pur essendo palesemente un arrogante fuorilegge, quando può aiuta i più deboli vessati da yakuza e funzionari corrotti e collusi, una specie di Robin Hood travestito da prete, in fondo simpatico pur essendo un ubriacone frequentatore di postriboli, ricattatore, ladro e (probabilmente) baro. Certamente abilissimo nelle arti marziali.
La sua snellezza, la buona narrazione, l’ottimo intreccio di storie, la trama non scontata e la giusta quantità di combattimenti (vari ma tutti di breve durata) lo rendono una piacevole visione.
Non penso che sarà facile trovarlo ma, se vi capitasse, non ve lo perdete.

361  The Farewell (Lulu Wang, USA/Cina, 2019) tit. it. “Una bugia buona” * con Shuzhen Zhao, Awkwafina, X Mayo * IMDb 7,9 RT 99%  *  Premio del pubblico al Sundance
Commedia più che altro cinese per essere quasi tutti i protagonisti di tale etnia. Con la scusa ufficiale di un matrimonio, una intera famiglia si ritrova al lato di una combattiva nonna per la quale si prevedono pochi altri mesi di vita. Dopo una trentina di anni torna così in Cina uno dei suoi figli, con famiglia al seguito, e con mentalità abbastanza occidentalizzata. Lo scontro, fra il drammatico e l’ironico, è quindi servito ed il ruolo più importante sarà quello della giovane Billi (Awkwafina), affezionatissima alla nonna ma quasi del tutto integrata nella American way of life, che si troverà in disaccordo quasi con tutti.
Alcune esagerazioni sono proprie delle nonne, di qualunque parte del mondo siano, così come quelle dei giovani nei confronti di genitori e nonni. In sostanza personaggi credibili e realistici, sostenuti da buone interpretazioni.
Può valere la pena guardare questa commedia piacevole e arguta, almeno per gli occidentali … non so se i cinesi avranno qualcosa da obiettare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 12 marzo 2017

Giornata multietnica: udon e kaki-age, film israeliano, matrimonio hawaiano, musica giapponese

Cominciamo con il pranzo, in una specie di fast food giapponese, ma niente a che vedere con quelli americani. Non penso sia necessario ribadire che dal Mediterraneo all’Estremo Oriente, passando per i paesi meridionali dell’Asia la cucina rapida, il cibo acquistato e consumato per strada, in piedi o su un banchetto al lato della cucina aperta e spesso mobile, è una tradizione millenaria e quelle sono le origini non solo dei fast food ma anche del finger food e dello street food ora tanto di moda.
Avendo voglia di udon sono andato a sperimentare un locale atipico per Chinatown, essendo abbastanza spazioso e moderno, ma il nome Marukame Udon diceva chiaramente che gli udon sono la loro specialità e le file (una per il take away una per sedersi all’interno) lasciavano molto ben sperare.
Gli udon sono uno dei tanti tipi di pasta orientale, in particolare giapponesi, ma pare assodato che lo stile sia stato importato da Cina e Corea. Sono preparati con semplice farina di grano e tradizionalmente sono a sezione quadrata (in quanto si tagliavano e non si estrudevano), molto spessi e di consistenza “interessante” ... essendo freschi non possono mai essere certo al dente come mangio io la pasta, ma non sono certo morbidi e collosi come la pasta scotta. Sono più lunghi dei nostri vermicelli e, una volta scolati vengono arrotolati a mano in una coppetta da un apposito addetto che poi la rovescia su un piano, pronti per essere impattati definitivamente con gli altri ingredienti richiesti o in una zuppa. 
Oltre ai vari piatti a base di udon il locale offre un ottimo tempura bar, con una vasta scelta di carne, pesce e verdure fritti in pastella ... sempre ancora almeno tiepidi. Fra tante note fritture si distingue una meno comune, il kaki-age (tradotto per il pubblico non nipponico come onion bomb = bomba di cipolle). La maggior parte di questa specie di “gomitolo” è effettivamente composto da cipolle ma, come si vede nella foto, queste sono miste ad altre verdure. Infatti, il kaki-age nasce come piatto prettamente casalingo e sempre diverso in quanto si utilizzano varie verdure, spesso quelle rimaste, tagliate in lunghe sottili strisce mischiate in pastella e infine fritte. Una delizia! (almeno per me che sono un'appassionato di fritture)
Dopo pranzo direttamente all’Honolulu Museum of Art a guardare The Women's Balcony, un interessante film israeliano sui contrasti fra normali osservanti e ultraortodossi (micro-recensione e trailer), nell'ambito deJewish Film FestivalConsiderato il fatto che questo film è stato campione di incassi in Israele, appare chiaro che il pubblico anche lì sia per la maggior parte a favore dei "normali osservanti" e non da quella degli oppressivi fondamentalisti.
Una storia simile raccontata da israeliani e inclusa nel programma ufficiale del cinema ebreo è certamente più credibile di quelle fatte all'estero al solo scopo di criticare gli uni o gli altri.
  
Mi sono poi trasferito all’Ala Moana Park and Beach dove, oltre alle solite coppie si sposi alle prese con le fotografie, c’era anche un matrimonio celebrato sul posto, fra le palme vicino al mare, e il ricevimento era organizzato sul prato poco distante, fra gli alberi. 
Come potete vedere, in questi casi l'officiante non si presenta con una quantità di inutili accessori e tutta la cerimonia si volge in un clima molto più tranquillo e rilassato. Oggi, data di pubblicazione, c'era un altro matrimonio, stesso officiante. In più c'erano 4 file di sedie unite da un lungo festone bianco e giallo, disposte in modo da creare un corridoio centrale per gli sposi. C'era anche la musica dal vivo, one man orchestra, un cantante che si accompagnava con un classico ukulele.
Infine, sono andato all'Ala Moana Center sul cui palcoscenico centrale si esibiva un gruppo di percussionisti giapponesi di taiko.
Con il termine taiko si indicano quasi tutti i tamburi tradizionali giapponesi, per lo più a forma di botte o semplicemente coni lati bombati, dalle dimensioni molto variabili. Si suonano con bacchette di diametro più o meno proporzionale alla grandezza del tamburo, quindi da quelle sottili per i più piccoli fino a vere e proprie mazze per quelli più grandi. Come si può notare nei video, i taiko vengono posti su appositi supporti che li mantengono in posizioni diverse in modo da avere la superficie orizzontale, diagonale o verticale.
La tradizione dell'uso di questi grandi tamburi, spesso usati anche in guerra, è antichissima e sembra che abbia avuto origine in Corea. Infatti, si hanno notizie certe di giapponesi che già nel VI secolo d.C. lì si recavano proprio per apprenderne l'arte. 
Osservate la veemenza con la quale i suonatori di taiko battono sulle pelli, spesso accompagnando i colpi con grida e smorfie.

domenica 27 novembre 2016

"BAR BAHAR" donne palestino-israeliane di nuova generazione

Tre giovani donne palestino-israeliane evolute si scontrano con gli effimeri e spesso falsi venti di libertà e progresso. In Bar Bahar la giovane regista Maysaloun Hamoud offre agli spettatori uno spaccato della vita di alcune donne palestinesi dei nostri giorni, molto diverso da luoghi comuni e stereotipi. 
Come in ogni altra società, i modi di vita di tre co-inquiline (molto diversi fra loro) non possono certo rappresentare quelli di tutte le donne e meno che mai in questo caso, tuttavia è importante che si sappia che esistono anche quei tipi di problemi che, in fin dei conti, sono simili a quelli occidentali, di quell’Europa alla quale più volte fanno riferimento.
In un moderno appartamento di Tel Aviv (Israele) alla cristiana lesbica con piercing e tatuaggi, aspirante DJ, e all’avvocatessa disinibita e dall’abbigliamento stravagante e provocatorio, gran fumatrice e facente uso di droghe, inaspettatamente si aggiunge una studentessa di informatica, musulmana osservante, con tanto di hiyab.
Tutte e tre si troveranno ad avere a che fare con possibili (improbabili) partner e con le loro famiglie che non accettano i loro stili di vita e che, al di là della facciata di liberalismo e progresso, ostacolano per quanto possono la loro libertà scelta. Nel breve periodo descritto nel corso del film Laila, Salma e Nour riusciranno solo a prendere coscienza delle loro idee e a stringere un solido legame di rispetto e amicizia, a dispetto delle loro diversità.
   
Ovviamente non può né vuole essere esaustivo, ma in tutta l’inaspettata modernità quasi si fondono la tolleranza nei confronti degli omosessuali (un loro amico a dichiaratamente gay), alcool, droga, ecc. e i vincoli dettati dalle famiglie patriarcali e dalle religioni.  
Trailer con sottotitoli in inglese, se li preferite in spagnolo ecco il link
Sono quasi certo che il film ha ottenuto tutti i premi ai quali concorreva in tre festival diversi (3 a San Sebastian, 2 a Haifa e uno a Toronto) proprio per il fatto di descrivere queste giovani che non accettano “l’obbligo” di dover rimanere in casa ad occuparsi solo della cucina e dei figli, ma con la chiara volontà di raggiungere l’emancipazione e l’autodeterminazione. Storie inaspettate e quasi sorprendenti per chi conosce quelle realtà solo attraverso le immagini violente che vengono propinate dalle tv e avvenimenti tragici raccontati dai giornali, eppure storie vere e reali. 
Come ho più volte scritto, i film stranieri seri di paesi di cui si sa poco o niente, al di là della loro qualità tecnica e artistica, sono fondamentali per aprirci la mente, per comprendere alcuni aspetti della vita quotidiana in altre culture, e Bar Bahar non fa eccezione.
Questo è il primo lungometraggio della regista palestinese la quale, oltre a dirigerlo, ne ha anche scritto la sceneggiatura e questa è una lunga intervista (in spagnolo) rilasciata durante il Festival di San Sebastián di settembre scorso. Al termine della stessa Maysaloun Hamoud (seconda da sinistra nella foto) afferma che nelle sue intenzioni Bar Bahar dovrebbe il primo di una trilogia, il secondo si chiamerà Bar (Terra) e il terzo Bahar (Mare).
Il film è appena giunto nelle sale esordendo in Spagna (25 novembre), al momento non ci sono anticipazioni di uscite in altri paesi, se non quella in Israele a gennaio 2017. Se siete interessati, ogni tanto fate una ricerca ricordando che il titolo è quello originale in arabo, ma in ebreo è Lo Po, Lo Sham, quello internazionale per ora è In between, in spagnolo è stato aggiunto Entre dos mundos, chissà come sarà in italiano, se mai verrà distribuito nel “bèl paése”.
   
Per vostra conoscenza, i palestinesi israeliani sono circa 2 milioni, poco meno del 20% della popolazione complessiva di Israele. Non sono tutti musulmani e tantomeno terroristi, molti sono cristiani. Molte giovani sono assolutamente indipendenti, professioniste e cercano di vivere in stile più occidentale ma, nonostante molte conquiste e miglioramenti rispetto al passato, il percorso sembra essere ancora molto lungo.
 
361° film del 2016: un film al giorno (366, essendo bisestile)
Bar Bahar” (Maysaloun Hamoud, Israele, 2016) 
con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura
Film molto interessante anche se non di eccelsa qualità, notevole anche la colonna sonora ... consigliato.