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giovedì 19 agosto 2021

Micro-recensioni 211-215: ottimi docufilm di musica etnica

Avevo cominciato con Buena Vista Social Club che però, di nuovo, non mi ha del tutto convinto e quindi ho proseguito con Cuba feliz, molto più semplice e spontaneo, poche chiacchiere (non c’è commento), più musica (mai in palcoscenico) e vera vita quotidiana cubana. Volendo completare una cinquina di world music, ho recuperato Latcho drom, altro documentario non commentato, solo immagini e musica che ricalcano l’itinerario secolare dei rom dall’India alla Spagna, e Iag Bari, affascinante e coinvolgente mediometraggio dalla creazione della brass band balcanica Fanfare Ciocarlia fino ai loro primi successi internazionali. Ho completato con un video riassuntivo del Encuentro Internacional del Mariachi y la Charrería di Guadalajara (2003), il più grande raduno di mariachi al mondo. Trovate quasi tutto in HD su YouTube.

 

Latcho drom
(Tony Gatlif, 1993, Fra)

Questo film non ha praticamente dialogo, le poche parole che vengono scambiate spesso non sono neanche tradotte nei sottotitoli che invece includono i testi significativi come che si riferiscono alle persecuzioni subite da parte dei nazisti e poi di Ceausescu, all’ingiustificato disprezzo di tanta gente, agli sloggiamenti. Inizia in un deserto del Rajasthan (India) e finisce in Spagna, passando per Egitto, Turchia, Romania, Ungheria, Slovacchia e Francia. Tutti i partecipanti, suonatori, cantanti, ballerini e astanti sono effettivamente di etnia rom. Nelle varie tappe è evidente il cambiamento culturale che si riflette su ritmi e strumenti, ma risulta altrettanto palese lo spirito di comunità, l’attaccamento alle tradizioni e l’importanza della musica come elemento aggregante, soprattutto in chiave festiva. Degli interpreti spesso viene citata solo La Kaita (nota cantaora gitana), ma partecipano tanti altri gruppi che, almeno all’epoca, si esibivano regolarmente. Fra questi i più noti erano i Taraf de Haidouks, che potrete apprezzare in questo video con tanti eccellenti violinisti accompagnati da altri strumenti tradizionali fra i quali vari cimbalom. Se Fanfare Ciocarlia è la più veloce brass band balcanica, questi certamente sono i violinisti altrettanto rapidi ... e nessuno ha mai frequentato alcun conservatorio.

Brass on Fire (Ralf Marschalleck, 1993, Ger) tit. or. Iag Bari

I 12 componenti della Fanfare Ciocarlia si definiscono la più veloce brass band balcanica, e probabilmente hanno ragione. Ci sono solo un paio di percussionisti mentre tutti gli altri suonano (magistralmente) clarinetti, sassofoni, trombe, bassotuba, corni. Nel filmato di circa un’ora viene riassunta la loro storia, da quando furono scoperti dal tecnico del suono Henry Ernst nel villaggio di of Zece Prajini (Moldavia, Romania) mentre era alla ricerca di musica rom originale. Ognuno dei componenti ha appreso a suonare nell’ambito della famiglia; localmente erano già molto apprezzati e per questo sempre ingaggiati per matrimoni e feste in genere in tutta la regione. In questo breve e a tratti ironico documentario, si va dalla riunione del gruppo al recupero di strumenti molto malandati, da esibizioni locali fino a scene dei successivi concerti in Germania, Italia e perfino in Giappone. Per un certo tempo sono rimasti assolutamente “naturali”, basti vedere come andavano in giro, e perfino sul palco si presentavano con i loro abiti di uso quotidiano, senza aggiunte e fronzoli. Altro elemento da sottolineare è l’allegria con la quale si esibiscono, concedendo poco o niente allo spettacolo, alla moda e al sensazionalismo. 

Per saperne di più consiglio di leggere questa dettagliata scheda informativa (in inglese) e guardando il video in alto (non un vero trailer, ma un mix di scene) ci si può fare un'idea della folle e contagiosa allegria del gruppo.

  
Cuba feliz (Karim Dridi, 2000, Fra)

El Gallo (all’anagrafe Miguel Del Morales) è un cantautore e chitarrista itinerante cubano, 76 anni all’epoca di questo documentario, conosciuto anche come “memoria vivente del bolero cubano”. Il regista francese Karim Dridi lo segue con la sua piccola videocamera da La Habana a Trinidad, da Guantanamo a Santiago de Cuba e di nuovo a La Habana nei suoi incontri con vecchi amici, giovani rapper, colleghi e ammiratori, mentre canta per strada, in case private o anche nel treno. Sia ben chiaro, tecnicamente non è comparabile con il più conosciuto e professionale Buena Vista Social Club di Wim Wenders (1999), ma i suoi meriti consistono proprio nella maggiore spontaneità ed è un documentario per modo di dire in quanto non c’è alcun commento aggiunto. Per darvene un’idea, vi propongo un clip con una particolare interpretazione della famosa Lagrimas negras, intervallata da strofe estemporanee e duetti scherzosi fra Zaida Reyte sull’uscio di casa e i quattro musicisti in strada (El Gallo è il chitarrista con il cappello e gli occhiali scuri). Nomination a Cannes 2000. Da non perdere. 

Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999, Ger)

Un po’ documentario su Cuba, un po’ riprese da concerti, un po’ brevi biografie dei grandi musicisti (Compay SegundoIbrahim FerrerRubén González, ecc.) che si esibiscono nel film. Nel complesso molto gradevole, ma quasi nessuno rimane del tutto soddisfatto. Al di là della bravura degli artisti e della piacevolezza della loro musica, Wenders non riesce a fornire un prodotto uniforme e bilanciato. Ry Cooder, certamente ottimo chitarrista e coordinatore del progetto (i cinefili di certo lo ricordano per il tema di Paris, Texas) insieme con suo figlio Joachim è troppo presente, quasi invadente. Anche in vari pezzi dal vivo il suo intervento musicale sembra a dir poco fuori luogo, stonato. Ho riscontrato un’altra piccola pecca: in molti casi la musica è preponderante rispetto alle voci e non sempre si riesce ad ascoltare il testo. Tuttavia i simpatici terribili vecchietti coinvolgono talmente lo spettatore/ascoltatore sia con i loro ricordi che con le loro performance che tutto viene perdonato a Wenders, a Cooder e al tecnico del suono.  Nomination Oscar miglior documentario.

Mariachi, the spirit of Mexico (2003) Placido Domingo

Ogni anno, per 10 giorni, centinaia di mariachi si ritrovano a Guadalajara (Jalisco, Messico) per celebrare la loro musica, nata proprio in quella regione. Ai gruppi messicani se ne uniscono altri dell’America Latina e, sorprendentemente anche di altre parti del mondo (nel filmato c’è una band croata!). Consta soprattutto di semplici esibizioni riprese dal vivo, ciascuna introdotta da un commento di Placido Domingo il quale, alla fine della manifestazione, cantò Paloma Querida (famosissimo pezzo di José Alfredo Jimenez) accompagnato da tutti i gruppi che riempivano il Teatro Degollado, suonando sia sul palco che nella platea. Oltre alle riprese in teatro, vengono mostrate anche esibizioni itineranti per strade e piazze non solo della capitale dello stato ma anche delle cittadine di Tequila e Cocula, culla dei mariachi, nonché sulle rive del lago Chapala. Oltre a quelli più famosi (Mariachi Vargas e Mariachi America) partecipano anche gruppi storici come quello multietnico cubano Real Jalisco e Los Camperos de Nati Cano di Los Angeles (California, USA). Per la XXVIII edizione, che avrà inizio venerdì prossimo, è prevista anche la partecipazione di un gruppo canadese e uno svedese!

martedì 13 ottobre 2020

Micro-recensioni 346-350: gruppo cosmopolita, film di 5 nazionalità diverse

L’unico noto è Baci rubati di Truffaut, un classico della Nouvelle Vague, gli altri film sono produzioni pressoché sconosciute, un iraniano e tre dell’America Latina; ognuno di essi ha le sue particolarità e tutti godono di buona critica tant’è che il rating medio su IMDb è di 7,5. Tuttavia, vari di essi mi hanno un po’ deluso.

 

Muerte de un burocrata (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1966)

Divertente e arguta commedia diretta grottesca e co-sceneggiata da Tomás Gutiérrez Alea, uno dei più conosciuti registi cubani al di fuori dell’isola, avendo diretto Fragole e cioccolato (1993, Nomination Oscar, Premio della Giuria e Orso d’Argento a Berlino per la regia). Tagliente critica alla burocrazia in genere e a quei dirigenti e impiegati che pretendono di seguire ciecamente leggi e regolamenti, anche quando è impossibile applicarli. Si presenta una situazione kafkiana, con circostanze degne di Comma 22, esaltata dal fatto che al centro del problema c’è un cadavere. Ottusità e paradossi regnano incontrastati in questa descrizione della lotta impari contro la burocrazia che alcuni di noi, di tanto in tanto, si trova a dover affrontare. Penso che il soggetto si potrebbe adattare a qualunque paese e a qualunque epoca; il limite della versione cubana consiste in alcune scene troppo paradossali ed esagerate, che contrastano con tutto il resto che è purtroppo abbastanza vicino alla realtà.

Consigliato come sagace e pungente passatempo.

La bestia debe morir (Román Viñoly Barreto, Arg, 1952)

Interessante noir narrato quasi interamente con un lungo flashback, a partire da una (probabile) morte per avvelenamento. La chiave della storia è una serie di casualità/coincidenze estremamente improbabili pur essendo certamente possibili, cosa assolutamente non nuova nei thriller. Interessante e ben messo in scena, descrive una ricca famiglia borghese nella quale regnano ipocrisia, gelosia, tradimenti, prevaricazione e anche violenza.

Film segnalato in una delle tante liste, peccato per la scarsa definizione e la pessima qualità del sonoro del file che ho trovato.

Curiosità: il soggetto è tratto da una storia di Cecil Day-Lewis, autore inglese padre del celebrato attore Daniel (Oscar per Il petroliere, Lincoln, Il mio piede sinistro, Nomination per Gangs of New York, Nel nome del padre e Il filo nascosto).

  

Sombra verde (Roberto Gavaldón Mex, 1956)

Gavaldón è uno di quei registi messicani che pur non avendo mai diretto capolavori assoluti è sempre affidabile, sceglie delle buone sceneggiature e dirige bene anche attori non famosissimi. Con narrazione svelta passa dai moderni uffici di una grande azienda nella capitale ad un avventuroso viaggio nella selva caraibica e infine ad un soggiorno “forzato” in un inaspettato “paradiso”, che proprio tale non è. Più che buone sono le riprese nella selva, mai semplici; il viaggio è occasione per pubblicizzare non solo l’ambiente, ma anche tradizioni come i voladores de Papantla e archeologia con El Tajin e la sua Piramide delle nicchie, singolare monumento maya poco conosciuto ma unico nel suo genere. Fra film d’avventura e dramma passionale-romantico, propone anche la visione indigena della selva e della sua sombra verde.

Baci rubati (François Truffaut, Fra, 1968) 

Non sono mai stato un gran ammiratore di Truffaut, ma continuo a guardare i suoi film in quanto riconosco che, in particolare i primi, introdussero un modo di filmare relativamente diverso da quello che all’epoca si considerava ortodosso.

Volutamente abbastanza banale e insulso, trovo Jean-Pierre Léaud perfetto per il ruolo data la sua insipienza. Da sottolineare invece la presenza di Delphine Seyrig, meteora nell'ambito della Nouvelle Vague, che esordì in L'année dernière à Marienbad (Alain Resnais, 1961); lei stessa regista sperimentale soprattutto di corti e documentari, oltre che attrice. Nomination Oscar film straniero.

Mossafer - Le passager (Abbas Kiarostami, Iran, 1974) 

Dei vari film di Kiarostami che ho guardato questo mi sembra essere il meno convincente. Si tratta del suo secondo lungometraggio che, come quasi sempre, è basato su una sua sceneggiatura originale che tratta di vite comuni, in piccole cittadine, spesso con protagonisti giovani e non professionisti.

Non appassionante, è comunque interessante per dare uno sguardo alla vita comune in Iran mezzo secolo fa.

#cinema #cinegiovis

giovedì 18 giugno 2020

Soy Cuba (1964), ottimo film, particolarmente apprezzato dai fotografi


Nel portare a termine una serie di una mezza dozzina di film girati in bianco e nero negli ultimi decenni (quindi per precisa scelta), mi è tornato in mente questo eccellente eppure semisconosciuto film cubano, “scoperto” e guardato l’anno scorso, ritrovato recentemente in rete (in calce i link), che propone 4 storie cubane nel periodo della transizione, mostrando in stile quasi documentaristico scene dei club de La Habana, dei campi, degli scontri di piazza e della guerriglia.

Soy Cuba (Cuba/URSS, 1964)
di Mikhail Kalatozov
IMDb 8,2  RT 100%

Scovai questa perla della cinematografia nella videoteca della Cineteca Nacional Mexico, una co-produzione cubano-sovietica, composta da 4 storie che si svolgono sull’isola caraibica a fine anni ’50, nel periodo della fuga di Batista e l’avanzata di Fidel Castro. Chiaramente si tratta di visioni parziali e di parte della vita cubana, di taglio più o meno propagandistico a seconda dei casi (ma, vista epoca e produttori, non poteva essere altrimenti). La sua eccezionalità non risiede nella sceneggiatura, comunque più che buona, bensì nella qualità delle riprese, in particolare quelle della prima metà. Gli ambienti si alternano, si inizia con i grandi hotel dell’epoca di Batista frequentati da ricchi americani in cerca di avventure es(r)otiche, si passa al dramma di una famiglia estromessa dalla piantagione di canna da zucchero della quale si occupava, si torna in città per le violente proteste studentesche e si finisce con la guerriglia nella selva.
Caratteristiche comuni sono un uso pressoché continuo di grandangolo su camera a mano e piani sequenza affascinanti, il tutto sostenuto da una perfetta fotografia bianco e nero. Verticalità e linea d’orizzonte orizzontale sembrano essere un’opzione raramente presa in considerazione dal regista. Con il fermo immagine, quasi da ogni scena si potrebbero ricavare tante foto degne di essere presentate in un’esposizione. 
Questo mostrato nella clip è uno dei più famosi piano-sequenza è ripreso su vari livelli di un roof top di un grande albergo, con tanto di bar e piscina, musica dal vivo e beauty contest. Dopo varie “acrobazie” con la cinepresa, l’operatore quasi vola due livelli più in basso al bordo della piscina nella quale poi entra e continua a filmare sott’acqua. Ottimo sia per creatività che per qualità di realizzazione, specialmente considerando che all’epoca non esistevano i sofisticati stabilizzatori, né il digitale, né leggere steadicam. Ma anche le riprese fra le canne da zucchero e quelle con ambienti geometrici all’università, giusto per citarne qualcuna, sono estremamente interessanti.

Superconsigliato, cinematografia eccezionale!

Qui potete guardare o scaricare la versione originale (480p)
Da questa pagina potete invece scaricare i sottotitoli,anche italiani

#cinegiovis #cinema #film

mercoledì 10 giugno 2020

Micro-recensioni 206-210: animazioni molto particolari e la "trilogia marsigliese"

Cinquina che si può facilmente dividere in due blocchi: due film d’animazione con tecnica e soprattutto sceneggiature molto particolari e 3 film di derivazione teatrale con gli stessi personaggi ed interpreti, diretti da tre registi diversi ma scritti dalla stessa ottima penna, quella di Pagnol.
Seder-Masochism (Nina Paley, USA, 2018)
Secondo lungometraggio di Nina Paley, di nuovo a sfondo religioso e anche in questo caso in senso critico e ironico. Se nel primo (Sita Sings the Blues, 2008) si riferì all'induismo trattando degli avvenimenti del poema epico Ramayana (che lasciò intendere pochi conoscano a fondo per essere lungo con trama articolata e una miriade di protagonisti), in questo tratta del seder, la cena rituale che gli ebrei tengono in occasione della cosiddetta Pasqua ebraica. Il film viene presentato come un’intervista della regista (sotto forma di una capretta) che intervista suo padre (rappresentato come Dio) parlando sia di religione che della vita personale e dei loro rapporti familiari. Per la maggior parte del tempo, però, rivisitano in maniera critica e sincera la narrazione dell’esodo dall’Egitto come proposto dalla Haggādāh, versione rabbinica dell’Esodo sostanzialmente simile a quella del libro dell’Antico Testamento. Se una seppur minima conoscenza di Mosè e del suo bastone, delle piaghe d’Egitto, dell’apertura delle acque, delle tavole del Decalogo, la manna, eccetera consente di apprezzarlo meglio, in ogni caso è possibile seguire facilmente l'azione la narrazione. Questa è proposta in stile musical sia con semplici disegni, spesso replicati e che si muovono a ritmo, sia con altre tecniche che vanno dalla stop-motion con ricami, al collage di foto, a breve inserti di filmati di cronaca reale, L’ultima cena (di Juan de Juanes, metà XVI sec., esposta al Prado) con personaggi animati e parlanti, tante diverse rappresentazioni della Grande Madre che ballano con animazione semplice ma fluida.
Colonna sonora molto ricca e varia, con particolare attenzione ai testi il che giustifica che di alcuni brani si ascolta una sola frase; si va dal Gospel al Rhythm and Blues, dal Rock al Pop e, in quanto a interpreti, da Louis Armstrong ai Beatles, da Gene Kelly ai Led Zeppelin, da Gloria Gaynor a Herb Alpert, da cori bulgari a musica tradizionale ebrea. 
Tanto per dare un'idea, ecco il trailer:
La poliedrica artista scrive, disegna e monta i suoi film riuscendo così a produrre ottimi lavori con cifre ridicole ... per questo film IMDb riporta un budget di 20.000 dollari! C’è da aggiungere, ed è cosa non da poco, che Nina Paley è fautrice della Free Culture e pubblica i suoi lavori in rete già alla prima uscita sottolineando che cede i diritti e invita a guardare e diffondere liberamente i suoi filmati, per ognunoo dei quali esiste specifico sito. Da questa pagina è possibile scaricare Seder-Masochism in qualità fino a 4K e accedere a tante altre informazioni.

Más vampiros en La Habana (Juan Padrón, Cuba, 2003)
Sequel di Vampiros en La Habana (1985) e come quello pieno di riferimenti politici e storici, alla stregua di un film di propaganda seppur in questo caso l’ironia è chiara. Nel primo la questione era ristretta allo scontro fra varie etnie di vampiri con il gruppo di Chicago diretto da Al Tapone mentre quello di New York si chiama Capa Nostra, i componenti di quello tedesco hanno i baffetti alla Hitler, gli italiani la classica coppola siciliana, ... e così via. Ogni gang ha il suo accento caratteristico e si accentuano anche le varie parlate latine, mentre tutti i locali esaltano la caratteristica cadenza cubana. Qui si ritrova molto di ciò, ma sono passati più di 10 anni e siamo in piena seconda guerra mondiale e quindi fra i protagonisti appaiono Hitler e Mussolini (ovviamente i cattivi), spie russe, soldati, scagnozzi di Batista e tanti cubani che invece continuano a suonare, cantare e ballare. Cala molto nel finale ma resta comunque divertente e originale.
La Trilogia marsigliese di Marcel Pagnol
Marius (Alexander Korda, Fra, 1931)
Fanny (Marc Allégret, Fra, 1932)
Cesar (Marcel Pagnol, Fra, 1936)

Marcel Pagnol fu commediografo famosissimo in Francia e la gente si precipitava al teatro al solo sapere che si trattasse di un suo lavoro. I primi due lavori della trilogia contavano già un paio d’anni sui palcoscenici teatrali prima di essere adattati per il cinema, la sceneggiatura del terzo fu scritta direttamente per il grande schermo e l’autore volle dirigerlo personalmente.
L’origine teatrale della storia, specialmente per Marius e Fanny, è ben evidente, con pochi personaggi che parlano tanto, sempre in ambienti limitati, e sono in stretta continuità … il terzo si svolge quasi 20 anni più tardi e quindi compare un nuovo personaggio (e ovviamente interprete), vale a dire il figlio di Marius e Fanny.
Si tratta di tre commedie drammatiche che si svolgono presso le banchine del porto di Marsiglia dove Cesar gestisce il Bar de la Marine con suo figlio Marius, lì davanti Fanny e sua madre Honorine vendono pesce e frutti di mare, a poca distanza c’è il negozio del ricco vedovo Panisse, velaio. Questi sono i personaggi principali ai quali si affiancano 3 avventori fissi del bar e pochi altri secondari, ognuno con un mestiere e carattere diverso, regolarmente deriso a turno dagli altri che quindi inventano storie e maldicenze apparentemente bonarie, in pratica un bel gruppo di bugiardi matricolati anche se in molti casi sono convinti di mentire a fin di bene, se non altro per evitare guai peggiori.
I personaggi, con le loro personalità molto varie, sono ben descritti e nei loro conflitti amichevoli (seppur accompagnati da terribili minacce) danno luogo a situazioni indubbiamente divertenti per quanto reali. Parallelamente si sviluppano i drammi amorosi, ma anche questi vengono proposti in modo abbastanza ironico. C’è da sottolineare che, anche se in un primo momento i produttori del primo film della trilogia (Marius) avevano in mente di scritturare attori cinematografici di grido, una volta guardata la commedia al teatro decisero di scritturare l’intera compagnia e quindi per quasi tutti loro, attori navigati e apprezzati, tecnicamente si trattò di un esordio.
Questi film meritano senz’altro una visione ma, per apprezzarli appieno, è importante guardarli tutti e tre e nel giusto ordine.

mercoledì 1 maggio 2019

35° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (171-175)

Sempre più eterogeneo. Stavolta ho recuperato due ottimi film di discendenza sovietica (Cuba/URSS e Georgia), uno giapponese (un Ozu insolito e poco conosciuto) e un turco (fra i primi lavori di un regista oggi affermato), entrambi meritevoli, e un austriaco abbastanza scadente.

   

172  Soy Cuba  (Mikhail Kalatozov, Cuba/URSS, 1964) * con Sergio Corrieri, Salvador Wood, José Gallardo  * IMDb 8,0  RT 100%    
Ho scovato questa perla della cinematografia nella videoteca della Cineteca Nacional Mexico questa strana co-produzione cubano-sovietica, composta da 4 storie che si svolgono sull’isola caraibica a fine anni ’50, nel periodo della fuga di Batista e l’avanzata di Fidel Castro. Chiaramente parziale e di taglio propagandistico (vista epoca e produttori non poteva essere altrimenti) non è eccezionale per la sceneggiatura, comunque più che buona, bensì per la qualità delle riprese, in particolare quelle della prima metà. Gli ambienti si alternano, si inizia con i grandi hotel dell’epoca di Batista frequentati da ricchi americani in cerca di avventure esotiche, si passa al dramma di una famiglia estromessa dalla piantagione di canna da zucchero, si torna in città per le proteste studentesche e si finisce con la guerriglia nella selva.
Caratteristiche comuni sono un uso pressoché continuo di grandangolo su camera a mano e piani sequenza affascinanti, il tutto sostenuto da una perfetta fotografia bianco e nero. In pratica da ogni scena, con un fermo immagine, si potrebbero ricavare foto degne di essere presentate in un’esposizione. Un piano sequenza che mi ha particolarmente colpito è ripreso su un roof top di un grande albergo, con tanto di bar e piscina; dopo varie “acrobazie” con la cinepresa, l’operatore entra in piscina e continua a filmare sott’acqua ... ottimo sia per creatività che per qualità. Ma anche le riprese fra le canne da zucchero e quelle con ambienti geometrici all’università, giusto per citarne qualcuna, sono estremamente interessanti.
Superconsigliato.

174  Namme  (Zaza Khalvashi, Geo, 2017) * con Mariska Diasamidze, Aleko Abashidze, Ramaz Bolkvadze * IMDb 7,5 
Altro film di “discendenza” sovietica ed in questo caso si tratta senza dubbio di un “devoto” di Tarkovski. Film lento ma affascinante, ottime inquadrature, tantissima acqua (anche quando non si vede, si sente) e non mancano immagini riflesse e fuoco. Zaza Khalvashi (classe 1957) è regista poco prolifico, solo 4 film in 20 anni.
Namme è il nome di una giovane donna che vive con il padre e insieme hanno cura di una fonte di acqua “miracolosa” e di un pesce ... gli altri 3 figli dell’uomo, fra i quali un pope ortodosso e un professore, si sono rifiutati di seguire la professione del padre, considerato un guaritore. I rapporti fra i familiari e fra questi ed il resto degli abitanti del villaggio sperduto fra le montagne è descritto con poche significative scene, sempre molto ben filmate. L’ambiente naturale riveste un gran ruolo, con l’acqua cristallina di un ruscello tuttavia talvolta reso biancastro dalle attività di cava, un lago dalla superficie quasi sempre immobile e quindi a specchio, neve, bruma, fango e alberi.
Cercando di saper qualcosa di più anche degli altri, dei quali perfino IMDb non riporta molto, ho cercato in rete e mi sono imbattuto nella pagina personale del regista su Vimeo. Qui, oltre ai trailer dei film e qualche altro video, si trova Mizerere (1996), il suo secondo film, scaricabile in HD 720p, con sottotitoli in francese.
Se non vi piace Tarkovski, non lo prendete in considerazione, vi annoiereste. Se, al contrario, apprezzate lo stile peculiare del regista russo, cercate questo film e godetevelo. Pur non raggiungendo i livelli del suo maestro, Khalvashi ha diretto un ottimo film.

      

175  What did the Lady Forget? (Yasujirô Ozu, Jap, 1937) tit. or. “Shukujo wa nani o wasureta ka” * con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saitô, Michiko Kuwano * IMDb 7,3 
Film poco conosciuto del maestro dei tatami shot, e per di più differente dalla maggior parte dei sui altri lavori in quanto si tratta di una pura e semplice commedia. 
Narrata con la solita leggerezza, con molto humor, sostenuta da ottime interpretazioni (ogni faccia o semplice sguardo dei protagonisti è da manuale) la storia tratta di una donna insopportabile, con due amiche intriganti e pettegole, il marito (un dottore professore universitario) che tenta di avere un po’ di tempo per sé raccontando bugie, una loro nipote giovane ed esuberante che porta lo scompiglio in casa, un paio di ragazzini abbastanza svegli e un assistente del professore che si trova coinvolto per più motivi in questa intricata trama, senz’altro divertente e arguta.
Un film di classe come era lecito aspettarsi visto il regista, una sorpresa per non essere “il solito Ozu” (come dicono i suoi denigratori).
Consigliato.

173  Nuvole di maggio  (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 1999) tit. or. “Mayis Sikintisi” * con Emin Ceylan, Muzaffer Özdemir, Fatma Ceylan * IMDb 7,5  RT 83%p    
In attesa di guardare il candidato alla Palma d’Oro The wild Pear Tree (insulsamente proposto in Italia come L'albero dei frutti selvatici, non potevano attenersi alla traduzione letterale come nel resto del mondo e titolarlo Il pero selvatico?), ho recuperato il secondo film di Nuri Bilge Ceylan. Questi vanta un invidiabile curriculum, dei suoi 8 lungometraggi i primi due sono stati sono stati presentati a Berlino (Premio Caligari e Nomination Orso d’Oro) e gli altri 6 a Cannes dove ha raccolto 8 Premi e 6 Nomination.  
Nuvole di maggio mi ha un po’ deluso all'inizio, apparendo lento e con una serie di inquadrature fisse e personaggi che tardano ad essere delineati. Verso la mezz'ora comincia a prendere corpo e i protagonisti vengono fuori, la macchina comincia a muoversi di più e le immagini diventano molto più interessanti, sia gli esterni che i primi piani. Si nota che Ceylan ha un suo stile e buon gusto per le immagini, in particolare quelle in ambiente naturale e dei volti altrettanto naturali, in questo caso vari anziani contadini.
Non entusiasmante, ma certamente degno di nota. Sono ansioso di vedere altri suoi film.

171  Angelo  (Markus Schleinzer, Aut, 2018) * con Makita Samba, Alba Rohrwacher, Larisa Faber * IMDb 5,6  RT 100% 
Il 5,6 su IMDb non prometteva bene e il contrastante 100% su RT non era tanto affidabile essendo basato solo su 6 recensioni; l’unico altro film di Schleinzer (2010, Michael) aveva suscitato un discreto scalpore trattando di un pedofilo che teneva un ragazzino di 10 anni segregato ... Nomination Palma d’Oro e Golden Camera a Cannes.
Narra la storia di un ragazzo africano "salvato dalla schiavitù" e trasformato in curiosità per nobili e ricchi della corte viennese del XVIII secolo, da esibire quasi come fosse un animale ammaestrato. Non mi aveva attirato questo poco che avevo letto, ma avendo tempo sono andato a guardarlo. In effetti è molto sbilanciato, nel senso che ci sono pochi aspetti meritevoli e tanti altri sono incomprensibili o veramente scadenti. Originali alcuni set come quello del luogo nel quale si vendono i ragazzi africani dopo averli ben ripuliti: un magazzino industriale moderno con pavimento in cemento, pilatri costituiti da grosse putrelle, illuminato da luci al neon. Singolare anche la scelta del formato 4:3, molto raramente usato nel XXI secolo. Molte altri ambienti sono minimalisti e, al di là di vestiti finto-sfarzosi (poco convincenti), molto poco dà l’idea di opulenza. La nota di merito se la guadagna per le luci, quasi naturali. Ambienti più o meno scuri, rischiarati solo dalle luci delle candele. Tornando alle pecche, una è quella dei troppi periodi della vita di Angelo rappresentati senza che si sappia niente di cosa sia successo nel frattempo. 
Singolare, ma certamente evitabile.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 11 gennaio 2019

3° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (11-15)

Come annunciato, questa è una cinquina composta da film che molti non avranno mai sentito nominare, eppure ognuno ha la sua importanza, a prescindere dalla qualità (comunque mediamente più che buona).
Leggere per credere ...
I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

    
11 La Commissaria (Aleksandr Askoldov, Rus, 1967-1987) tit. or. “Komissar” * con Nonna Mordyukova, Rolan Bykov, Raisa Nedashkovskaya * IMDb 7,6 * 4 premi e Nomination all’Orso d’Oro a Berlino 1988
Strano caso di un'opera prima, rimasta unica, edita dopo 20 anni dalla fine delle riprese. Il regista Askoldov, fu censurato per non aver voluto cambiare alcune scene del film (in particolare il personaggio ebreo) e, come se non bastasse, fu espulso dal partito per “inettitudine” e come “parassita sociale”, esiliato da Mosca e gli fu vietato di girare qualunque altra cosa. Solo col la glasnost di Gorbaciov le pizze (miracolosamente ancora custodite negli archivi KGB) furono recuperate e lo stesso Aleksandr Askoldov riuscì a completare il montaggio definitivo in modo da poter proiettare il film al Festival di Mosca 1987, ma solo l’anno seguente fu definitivamente sdoganato con la prima in Europa (occidentale) alla Berlinale, dove al regista furono attribuiti ben 4 premi oltre alla Nomination all’Orso d’Oro.
A prescindere da ciò, Komissar è un ottimo film, con una sceneggiatura interessante e significativa, ma soprattutto è ben girato. Veramente notevole il montaggio parallelo onirico parto/guerra.
Oltre a consigliarne caldamente la visione, suggerisco anche la lettura di questo articolo apparso sul New York Times in occasione della recente morte del regista (12/5/2018).

14 Timbuktu (Abderrahmane Sissako, Mauritania/Fra, 2014) * con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri, Toulou Kiki * IMDb 7,2  RT 98% * Nomination Oscar * 2 premi a Cannes e Nomination Palma d’Oro
Visualmente bello e ben fatto, i contenuti mi hanno lasciato un po' perplesso ... comunque un film che fa ulteriormente pensare alle idiozie e cattiverie umane, ancor più odiose quando le si vogliono mascherare e giustificare in nome di una religione ampiamente mal interpretata. 
Nonostante la drammaticità delle varie situazioni, viene proposta un'immagine di un ambiente oltremodo tranquillo, nel quale spesso, ma non sempre, le donne dimostrano maggior buonsenso. 
Un film da guardare, candidato all'Oscar 2015 come miglior film non in lingua non inglese; per la cronaca vinse il polacco Ida (che non ho visto) e gli altri 3 erano il russo Leviathan, il buon e più conosciuto argentino Relatos salvajes e l’ottimo estone/georgiano Mandariinid (del quale consiglio la visione).

  

      


13 Samsara (Pan Nalin, India, 2014) * con Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha Barthel * IMDb 7,8  RT 100% (da solo 5 recensioni)
Parte molto bene, con meravigliosi panorami tibetani esaltati da una splendida fotografia. Dal momento in cui appaiono i protagonisti si continua a rimanere incantati dagli edifici, dai coloratissimi originali costumi e dai dettagli dalla vita quotidiana di monaci e persone comuni. Il tema di fondo proposto nella prima parte è anch’esso avvincente e in qualche modo filosofico ma, dopo un po’ Samsara comincia a perdere slancio e diventa un semplice film ambientato nelle povere campagne del subcontinente indiano, con una banale love story, in parte romantica ma con inaspettate divagazioni kamasutra.
Ho letto che le riprese sono andate avanti per ben 7 anni e che per trovare gli unici tre attori professionisti sono stati necessari infiniti casting in ogni angolo del mondo (Shawn Ku è newyorkese, Christy Chung canadese, Neelesha Barthel tedesca) ... alla fine sembra tutta fatica sprecata. Ciò che c’è di buono nel film sono i paesaggi, le comparse e gli interpreti locali (tibetani originali) e il concetto di fondo che si può riassumere così: “è facile rinunciare a qualcosa che non si conosce direttamente, ma molto più difficile se si sono sperimentati i suoi lati positivi”. Anche la fotografia (perfetta all’inizio) scade molto con le riprese di interni con luci impossibili.
Senz’altro da guardare anche solo per i paesaggi e i costumi, ma siate pronti ad annoiarvi dopo la prima delle quasi due e mezza ora del film.

15 Salmo Rosso (Miklós Jancsó, Ung, 1972) tit. or. “Még kér a nép” * con Andrea Drahota, Gyöngyi Bürös, Erzsi Cserhalmi * IMDb 7,0  Nomination Palma d'Oro e premio come miglior regista a Jancsó a Cannes
Non è certo da disprezzare, ma non regge il confronto con gli altri 3 film di Jancsó visti appena pochi giorni fa, né come contenuti, né come realizzazione. Oltretutto si avvicina troppo al genere musical. Vale quanto già detto in merito a piani-sequenza, cavalli, puszta, e via discorrendo.

12 El elefante y la bicicleta (Juan Carlos Tabío, Cuba, 1994) * con Luis Alberto García, Lillian Vega, Raúl Pomares * IMDb 7,3

Commedia moderna cubana, basata su un'idea “quasi geniale", purtroppo non sviluppata a dovere. El Isleño, dopo aver trascorso 2 anni in prigione per una falsa accusa del ricco prepotente locale, ritorna alla sua piccola isola (un’immaginaria Santa Fe) con un carrozzone di cinema itinerante (siamo ancor in piena epoca del muto, anni '20) e trova la sua promessa madre di un figlio, certamente non suo. Tutto ciò che segue viene proposto fra sogno e realtà con gli veri abitanti che si vedono nel film proiettato nei panni dei “buoni” o dei “cattivi”, in situazioni parallele a quelle reali. Divertente e originale, ma molto amatoriale ... a parziale discolpa del regista si deve sottolineare che a Cuba 25 anni fa certamente non c’erano grandi studios né ricchi produttori.

giovedì 18 ottobre 2018

Fra tanti film sconosciuti se ne trovano sempre di interessanti

Mi sono imbattuto nell'ennesima lista di 100 migliori film, in questo caso ibero-americani.
Nel lungo ed articolato, sommariamente analitico preambolo, l’autore mette in risalto i pro e i contro di questa classifica del 2009, comuni a tante altre liste. Attenendosi strettamente alla logica, per determinare “il miglior film” (assoluto, di un tale genere, paese, anno o regista che sia) uno dovrebbe averli visti tutti, cosa praticamente impossibile a meno di insiemi molto ridotti. Ed anche in casi come questi (p. e. per quanto mi riguarda ho visto tutti i 13 film diretti da Kubrick e anche i 30 e passa di Buñuel) comunque resterebbe la soggettività di giudizio e anche se un certo numero di persone potrebbero trovarsi d’accordo sui primi 3 o 4, ma quasi sicuramente l’ordine dei rimanenti sarebbe diverso.
Pertanto, come a tutte le altre migliaia di liste delle/dei migliori 10-100-1000 film, cibi, vini, spiagge, paesi, ristoranti, fondi d’investimento, cellulari, ... si potrebbe continuare all’infinito, anche questa va presa molto con le pinze ma ha l’indubbio vantaggio di far conoscere titoli mai sentiti neanche nominare e farne ricordare altri di cui si era persa la memoria. Sta al cinefilo “ricercatore” approfondire ed indagare “l’ignoto” e molto probabilmente ne otterrà spesso giuste ricompense, anche se inframezzate da qualche delusione.
Non meraviglia che la parte del leone la faccia la Spagna con 22, seguita dal Messico con 17 e Argentina con 13. Può sembrare strano che Brasile e Cuba (una dozzina a testa) siano così vicini all’Argentina (in linea di massima con una migliore storia cinematografica) ma si devono considerare il numero dei votanti ed il fatto che poco o niente sia giunto in Italia da tali paesi. I titoli inseriti per i 5 suddetti paesi rappresentano  i 3/4 del totale. 
In questo caso, il primo della lista è Memorias del subdesarrollo (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1968 - Memorie del sottosviluppo), seguito dai ben più noti El laberinto del fauno (Guillermo del Toro, 2006), Los olvidados (Luis Buñuel, 1950) e  Cidade de Deus (Fernando Meirelles, 2002).
      
Conoscendo già quasi tutti i film spagnoli e messicani (me ne mancano 2 su 39) e 9 dei 13 argentini, ho cominciato a colmare le mie lacune per quanto riguarda la cinematografia brasiliana e ho subito recuperato 3 film (rispettivamente all’8°, 34° e 76° posto della succitata classifica, clicca sui titoli per le micro-recensioni) giunti a loro tempo in Italia in quanto pluripremiati nei più titolati festival internazionali:
Central do Brasil (Walter Salles, Bra, 1998) tit. int. Central Station * 2 Nomination Oscar (miglior film non in lingua inglese, Fernanda Montenegro protagonista) * a Berlino Orso d’Oro e Premio ecumenico per Walter Salles, Orso d’Argento a Fernanda Montenegro * Golden Globe miglior film non in lingua inglese, Nomination per Fernanda Montenegro
Bye Bye Brasil (Carlos Diegues, Bra, 1979) * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Tropa de elite (José Padilha, Bra, 2007) tit. it. Gli squadroni della morte * Orso d’Oro a Berlino per José Padilha
      
Mentre mi accingo a guardare un'altra decina di quelli che sono riuscito a recuperare fra i "mi mancano", vi invito a dare almeno un'occhiata ai titoli inclusi nel post Las 100 mejores películas iberoamericanas de la historia.

giovedì 15 dicembre 2016

"Los ultimos de Filipinas", dalla storia a modo di dire

Se frequentate spagnoli e in qualche occasione vi capiterà di essere proprio gli ultimi ad arrivare o ad andare via o a rendervi conto di qualcosa, è probabile che vi chiameranno scherzosamente "los ultimos de Filipinas". 
Questa locuzione si riferisce ad un evento assolutamente reale e ben documentato che ebbe luogo appunto nelle isole Filippine durante e oltre la fine della Guerra Ispano-Americana detta anche Guerra di Cuba. Alla fine dell’800 del vastissimo viceregno della Nueva España non rimaneva quasi più niente visto che praticamente tutte le regioni dell’America Latina e Centrale si erano già conquistate l’indipendenza e allo stesso tempo gli Stati Uniti continuavano la loro politica di espansione dopo aver già preso alla Spagna gran parte del nord del Messico (California, Texas, Arizona, Nevada, Colorado, ...).
Il conflitto scoppiò a seguito dell’esplosione della nave da guerra Maine nel porto dell’Avana (Cuba), che causò la morte di oltre 250 militari, ma non è stato mai accertato che fosse sabotaggio e non semplice incidente. La Guerra coinvolse anche altri territori, molto lontani fra loro, come Puerto Rico e le Filippine. Qui, come anche a Cuba, già operavano gruppi di indipendentisti-rivoluzionari e la Spagna di allora non aveva né uomini, né soldi, né mezzi per controllare tutti questi territori così vasti e così lontani. La Guerra durò meno di 4 mesi (dal 21 aprile al 13 agosto 1898) e il 10 dicembre fu firmato a Parigi l’accordo con il quale la Spagna si impegnava a cedere le Filippine agli Stati Uniti per 20 milioni di dollari, accordo ratificato l’11 aprile 1899.
Come in ogni guerra, ci sono soldati mandati a combattere con pochi mezzi, scarsa preparazione e senza conoscere esattamente i motivi del conflitto. Così capitò a 50 di loro che, a febbraio 1898 e sotto il comando di 4 ufficilai, furono mandati a Baler, piccolissimo e isolato villaggio a circa 200 km da Manila (Filippine), per sostituire la guarnigione che era stata quasi completamente trucidata dai rivoluzionari.
La loro storia divenne “esemplare” in quanto, fra alterne vicende, scontri con gli indipendentisti, malattie letali come il beriberi, scarsezza di viveri e qualche diserzione, resistettero per quasi un anno senza mai rendersi conto dell’inizio e della fine della Guerra.
Per la verità, sia i rivoluzionari (che non avevano un vero interesse nel cacciarli da una chiesa ormai diroccata priva di alcun valore strategico e che già erano passati a combattere i nuovi nemici, gli americani) sia un ufficiale spagnolo che rientrava in patria tentarono di convincerli ma l’irremovibile tenente Martín Cerezo non si fidò neanche dei documenti e ordini scritti, ritenendoli falsi. Alla fine cedette all’evidenza quando gli furono portati vari giornali e riviste che riportavano gli esiti della guerra.
   
Così, ai 33 sopravvissuti fu concesso l’onore delle armi e non furono fatti prigionieri, né dai filippini né dagli americani e rientrarono in patria dove Martín Cerezo fu decorato e continuò la sua carriera militare e infine scrisse un libro sui 337 giorni del sitio de Baler (l’assedio di Baler).
Da qualunque punto di vista si voglia giudicare questa storia che venne ampiamente riportata sui giornali dell’epoca, atto di eroismo, perfetta strategia, abnegazione o tattica militare, diventò esempio di resistenza ad oltranza e gli assediati simbolo degli ultimi in assoluto, nel bene o nel male.
Quindi gli ultimi a lasciare una festa, o gli ultimi ad arrivare (in gran ritardo), gli ultimi ad arrendersi all'evidenza dei fatti o ad una innovazione tecnologica vengono ancora oggi chiamati "los ultimos de Filipinas". La loro storia ha anche fornito lo spunto per un paio di film, uno appena uscito.

Concludo con una delle mie solite associazioni di idee, che non poteva sfuggirmi essendo un altro modo di dire: “tira (votta) ‘na bella filippina”. 
Non ci sono dubbi in merito al significato del termine, si tratta di un vento gelido e secco (di solito la tramontana) ma per estensione si applica anche a spifferi che entrano da una porta o finestra mal chiusa. L’origine non è certa, il solito Brak scrive “... è un prestito lucano (Tursi piccolo comune montano della provincia di Matera) con riferimento al vento particolarmente pungente che spira colà nel rione della Chiesa di san Filippo Neri”, ma mi sembra un po’ debole essendo troppo localizzato e per di più in un piccolissimo paese, ma altrettanto fantasiosa appare l’etimologia proposta nel Lessico etimologico del dialetto brindisino: