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domenica 1 agosto 2021

Micro-recensioni 181-185: selezione di film di Jean-Pierre Melville

Cinque film di Jean-Pierre Melville, semisconosciuto fra i non addetti ai lavori ma molto apprezzato non solo dai cinefili ma anche dai cineasti, in particolare fu autore di riferimento per quelli della Nouvelle Vague. Dei suoi migliori, fra i solo 13 diretti, mancano gli ottimi Le silence de la mer (1949, suo primo lungometraggio) e Le doulos (1963), entrambi guardati di recente.

 

Bob le Flambeur
(Jean-Pierre Melville, 1956, Fra)

Primo film a soggetto criminalità francese, con stile inspirato ai simili prodotti americani che il regista dichiaratamente apprezzava. Anche in questo caso risulta evidente quanto Melville desse molto più importanza alle riprese che ai dialoghi, spesso quasi del tutto assenti per svariati minuti. Nel cast non ci sono ancora nomi noti come Delon, Belmondo, Ventura, …, ma sono già presenti un buon numero di fidati caratteristi (a cominciare da Paul Meurisse) che saranno presenti in molti dei suoi film successivi. Al contrario dei suoi altri lavori del genere (dei quali fu sempre anche sceneggiatore) in questo caso spicca il finale molto differente da tutti gli altri, con una evidente vena ironica invece che tragica. Altro elemento che risulterà ricorrente e che qui viene anticipato è il relativamente buon rapporto fra chi dirige le indagini e il criminale protagonista della storia. Il film si è meritato un remake con altro titolo (The Good Thief, 2002, di Neil Jordan, con Nick Nolte) e, come al solito non all’altezza dell’originale … guardate questo del ’56, tutt’altra atmosfera e qualità.

Le deuxième souffle (Jean-Pierre Melville, 1966, Fra)

Dietro al ridicolo titolo Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide con il quale fu distribuito in Italia si cela questo interessantissimo noir francese (IMDb 8,1 RT 100%), per il quale Melville si avvalse di un’ottima sceneggiatura nella quale riuscì a collegare le due storie ben distinte incluse del romanzo originale (Un reglement de comptes) di José Giovanni. Questi fu autore di romanzi e dialoghi per i film, regista e sceneggiatore, personaggio molto singolare e senz'altro discutibile ma fondamentale per i polizieschi francesi per avere una perfetta conoscenza degli ambienti malavitosi essendo stato gangster, collaborazionista dei nazisti, estorsore, assassino, ricattatore e una decina di anni di galera sulle spalle ... non vi sembra abbastanza? A lui la Cinemateca Portuguesa dedicò quasi un’intera pagina delle 4 della dettagliata ed interessantissima scheda del film, insieme ai dati tecnici e commenti di critici e storici del Cinema. Corso, all’anagrafe Joseph Damiani, visse nell’ambiente criminale fino a quando alla fine della guerra, non avendo più protezione, fu arrestato e gli furono comminati 20 anni di lavori forzati; poi, aggiungendo altre condanne, addirittura la pena di morte che però fu successivamente commutata in lavori forzati a vita, poi ridotta e infine fu liberato nel 1956 dopo solo 11 anni di galera. Appena un anno dopo pubblicò il suo primo romanzo (Le trou) con lo pseudonimo José Giovanni edito dalla più prestigiosa casa editrice dell'epoca (Gallimard) ... ma rimaneva l'ex gangster Damiani. Nel '60 fu prodotto l'omonimo adattamento cinematografico (Il buco) e subito dopo un altro suo romanzo-film: Classe tous risques (Asfalto che scotta). Fra sceneggiature, stesure dialoghi e soggetti ha collaborato a oltre 30 film ed è anche stato egli stesso regista 13 volte. Fra i suoi lavori ci sono molti dei migliori film polizieschi francesi degli anni ’60 e ‘70 film di successo in fra i quali, oltre ai già citati, anche Il clan dei siciliani (1969), I 3 avventurieri (1967), Ultimo domicilio conosciuto (1970), Lo zingaro (1975), ... quasi tutti film di primo livello con gli attori più famosi in questo genere come Lino Ventura, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo. I suoi precedenti rimasero ben nascosti fino al 1993 quando 2 giornalisti svizzeri rivelarono che dietro lo pseudonimo Giovanni si nascondeva il criminale Joseph Damiani nonché i dettagli del suo passato, ma avendo scontato la pena e chiuso i conti con la giustizia rimasero solo le chiacchiere e minacce di cause e querele non portate a termine.

Tornando al film, l’ho trovato ottimo, avvincente (le 2 ore e mezza non pesano assolutamente), molto ben interpretato. Interessante anche la varietà di personaggi proposti dai due commissari rivali che procedono con metodi completamente opposti, i due fratelli criminali che procedono su binari diversi, il misterioso e ambiguo Orloff, Manuche (proprietaria di un locale apparentemente signorile, rispettata da tutti) e ovviamente l’evaso Gu (Ventura) che si trova preso in una rete di ricatti, tranelli e bugie. Senz’altro un film da non perdere, altro che megaproduzioni moderne con attori iperpagati (e per lo più incapaci) ed effetti speciali a più non posso. Ah, dimenticavo ... ovviamente è girato con un opportunissimo bianco e nero. Di Le deuxième souffle è stato prodotto un (pessimo) remake nel 2007 con un cast improponibile ... Daniel Auteuil nel ruolo di Gu (con tutto il rispetto per Auteil, lo si può paragonare a Lino Ventura e specialmente in nelle vesti di un gangster?) e l’unico fondamentale personaggio femminile fu affidato a Monica Bellucci, che certo grande attrice non è.

  
Le Cercle Rouge (Jean-Pierre Melville, 1970, Fra)

Molto interessante la struttura della trama che scaturisce da una serie di incontri casuali e contatti intrecciati, mentre risulta eccessiva la struttura del minuzioso piano del grande furto … quasi un’americanata. Notevole il cast con il metodico e pacato commissario Mattei (Bourvil) che persegue i criminali interpretati da Alain Delon, Gian Maria Volontè e Yves Montand. Spicca l’abilità di Melville nel delineare i caratteri molto differenti dei personaggi, in questo caso particolarmente attento ai tre che non si conoscevano precedentemente.

L'armée des ombres (Jean-Pierre Melville, 1969, Fra)

In questo film i protagonisti sono i partigiani francesi durante l’occupazione nazista dei primi anni ’40 e, come nel caso di Le silence de la mer (1949), il regista descrive situazioni vissute o quasi. Infatti, nel 1940, entrò a far parte della resistenza e proprio in tale occasione scelse per sé lo pseudonimo Melville, essendo grande estimatore di Herman Melville, l’autore di Moby Dick; il suo vero cognome era Grumbach. Le star di questo film sono Lino Ventura e Simone Signoret, ben coadiuvati da Serge Reggiani, dal solito Paul Meurisse e Jean-Pierre Cassel (padre di Vincent). Certamente più politico e più cruento degli altri, specialmente se confrontato con il suo succitato film d’esordio nel quale l’ufficiale tedesco venne presentato come una persona colta e rispettosa degli altri, certo non lo stereotipo nazista di tanti altri film.

Un Flic (Jean-Pierre Melville, 1972, Fra)

Ultimo film di Melville, di nuovo con Alain Delon come protagonista, ma stavolta dall’altra parte, vale a dire che interpreta il commissario invece che il malvivente come in Le Samurai (1967) e Le Cercle Rouge (1970). Se ho espresso il mio disappunto per il furto alla gioielleria in Le Cercle Rouge, qui esagera ulteriormente con due diversi ed elaborati colpi, il secondo dei quali addirittura con l’utilizzo di un elicottero. Come altre volte, risultano fondamentali i rapporti fra i protagonisti, siano essi di omertà, rispetto o amicizia che quindi costituiscono il vero nucleo del film, lasciando ai crimini parti secondarie. Restano quindi intatte la gran qualità della narrazione per immagini e le buone interpretazioni.

 
A chi si destreggia con l’inglese consiglio la lettura di Jean-Pierre Melville’s Cinema of Resistance, articolo apparso sulla rivista The New Yorker.

giovedì 17 settembre 2020

Micro-recensioni 306-310: fra Messico e Francia, un cult western

Gruppo abbastanza vario (due francesi, due messicani dell'ultimo decennio e un indie americano), composto da film interessanti ancorché generalmente poco noti. I due cult degli anni '60 sono diretti da registi conosciuti quasi esclusivamente da cinefili e da questi molto apprezzati. Il film di Chabrol è praticamente un omaggio al suo regista di riferimento (Clouzot) e dei due messicani moderni uno si è rivelato veramente interessante.

  

Le doulos (Jean-Pierre Melville, Fra, 1963)

Uno dei più famosi noir diretti da Melville, regista francese profondamente e dichiaratamente influenzato dallo stile hollywoodiano, a sua volta punto di riferimento per la Nouvelle Vague e successivamente per tanti registi dell’estremo oriente. Ha diretto solo 13 film (quasi tutti anche sceneggiati da lui) che hanno rating medi molto vicini al 100% su RT … eppure è quasi sconosciuto in Italia. Storia molto articolata piena di sorprese e omicidi che vede quali interpreti principali Jean-Paul Belmondo e Serge Reggiani

Ne consiglio la visione così come raccomando il recupero degli altri suoi film.

The Shooting (Monte Hellman, USA, 1967)

Altro regista poco conosciuto eppure punto di riferimento per gli autori indie americani. Oltre questo western, conta vari altri famosi film cult quali Two-Lane Blacktop (1971) e Cockfighter (1974), tutti interpretati dal suo attore di riferimento dell’epoca, il sottovalutato e ineffabile Warren Oates. Questo è un western assolutamente sui generis, basato su un lungo, lento ma inesorabile inseguimento condotto da una donna (stavolta protagonista e non “bella del villaggio”). È interessante sapere che, appena terminate le riprese, iniziò a girare un altro western anomalo ma apprezzato dai cinefili (Ride in the Whirlwind, a detta di TarantinoUno dei più autentici e brillanti western mai realizzati”) con i due coprotagonisti di questo The Shooting, vale a dire Millie Perkins e Jack Nicholson, quest’ultimo anche unico sceneggiatore.

Come Melville, anche Hellman e i suoi cult sono sconosciuti ai più.

  

Sueño en otro idioma (Ernesto Contreras, Mex, 2017)

Soggetto singolare per un film ben concepito e ben realizzato. Un giovane ricercatore universitario linguista cerca di coinvolgere gli ultimi due uomini che parlano zikril, misterioso idioma precolombiano (mai esistito, creato per il film), a collaborare alle sue indagini. Grandi amici in gioventù, i due non si parlano da 40 anni e rimetterli in contatto non sarà impresa semplice e non mancheranno le sorprese. Con vari flashback ben distribuiti vengono svelati i motivi della rottura. Un finale soprannaturale conclude una storia ben narrata, ma forse con qualche twist di troppo. Molto buona la fotografia dell’ambiente naturale.

Merita una visione.

L'enfer (Claude Chabrol, Fra, 1994)

Altro film con storia singolare, in questo caso una lunghissima gestazione. Infatti la prima stesura della sceneggiatura fu opera dell’ottimo Henri-Georges Clouzot il quale, nel 1964, iniziò anche le riprese con Romy Schneider and Serge Reggiani nei panni dei protagonisti. A causa delle cattive condizioni di salute sia di Clouzot che di Reggiani, il film non fu mai completato ma Chabrol ne volle acquisire i diritti e si fece carico dell’adattamento agli anni ’90 sia per le scene che i dialoghi.

Si tratta di un dramma della gelosia che sfocia nella paranoia e si conclude con la singolare frase “SANS FIN” (senza finale), che appare sullo schermo nero.

Los insólitos peces gato (Claudia Sainte-Luce, Mex, 2013)

Commedia drammatica buonista, abbastanza ben messa in scena, ma con un gruppo di personaggi (5 su 6 della stessa famiglia) troppo slegati fra loro, ognuno descritto un po’ troppo sopra le righe. Pur non mancando qualche buona interpretazione, nel complesso risulta poco credibile e resta nella fascia dei “senza infamia e senza lode”.  

martedì 24 dicembre 2019

80° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (396-400)

Altro gruppo molto vario in quanto a nazionalità e anni di produzione, i due francesi di oltre mezzo secolo fa praticamente agli antipodi in quanto a stile e soggetto, sono affiancati da un ottimo crime americano moderno, un insulso seppur quotato horror coreano e un iraniano “di contrabbando”, recentemente premiato a Cannes.

   

398  Gone Baby Gone (Ben Affleck, USA, 2007) tit. it. “L’angelo sterminatore” * con Morgan Freeman, Ed Harris, Casey Affleck, Amy Ryan * IMDb 7,6  RT 94% * Nomination non protagonista per Amy Ryan
Avevo guardato questo bel film di Ben Affleck, del quale è protagonista suo fratello minore Casey (un paio di anni fa per Manchester by the Sea), solo all'uscita in sala e in questa nuova visione (come spesso accade) ho apprezzato meglio il contorno e il l'intreccio della trama e certamente di più della prima volta le interpretazioni avendo potuto usufruire della versione originale.
La storia corre al limite fra il drammatico e il poliziesco, tragica non solo per il suo sviluppo ma anche per i temi trattati. A ulteriore merito degli sceneggiatori, si deve dire che vanta un ottimo finale che lascia aperte le porte a varie possibilità in merito a cosa succederà dopo e, negli ultimi minuti, solleva interrogativi molto seri in quanto ad affidamento e abbandono di minori.
Nel cast, oltre al giovane Affleck, si distinguono due interpreti femminili (Amy Ryan e   Amy Madigan, la prima ottenne la Nomination Oscar non protagonista) e nel reparto maschile non solo Ed Harris, ma anche i caratteristi Titus Welliver e John Ashton, Morgan Freeman ha una parte troppo striminzita e secondaria.
Interessanti anche le riprese dell’ambiente del quartiere popolare con i suoi abitanti sempre presenti sulle scale di casa e che sembrano conoscersi tutti, riprese quasi in stile documentaristico.
Senz’altro da guardare.

396  Casque d'or (Jacques Becker, USA, 1952) tit. it. “Casco d’oro” * con Simone Signoret, Serge Reggiani, Claude Dauphin * IMDb 7,7  RT 100% 
Un quasi noir francese, dico “quasi” in quanto è praticamente in costume, ambientato nei primissimi anni del secolo scorso. La storia prende spunto da fatti reali e segue un piccolo gruppo di malviventi e le loro donne (varie prostitute). L’avvenenza di una di queste, detta casco d'oro e interpretata da Simone Signoret, sarà causa di una serie di gelosie e si concluderà in modo ovviamente tragico. Buona la descrizione dei quartieri malfamati dell’epoca e ben congegnato l’intreccio fra delinquenti, donne, personaggi del tutto estranei all’ambiente e i poliziotti.
il protagonista maschile è un giovane Serge Reggiani ed il personaggio che interpreta è quello che porterà lo scompiglio nella banda e causerà varie morti violente.
Bella la fotografia in bianco e nero e le scenografie, sia per quanto riguarda gli interni sia quelle degli esterni, per o più lungo il fiume.
Seppur molto datato, certamente merita la visione.

      

397  Une femme mariée  (Jean-Luc Godard, USA, 1964) tit. it. “Una donna sposata” * con Bernard Noël, Macha Méril, Philippe Leroy * IMDb 7,3  RT 85% 
Film di Godard fra i suoi meno conosciuti, a metà strada fra sperimentazione e avantgarde, alterna ottimi momenti cinematografici/fotografici con lunghe serie di rapide inquadrature di dettagli del corpo di Macha Méril con Bernard Noël o Philippe Leroy (rispettivamente amante e marito) a lunghi discorsi tendenti al filosofico quasi senza movimenti di macchina.
Ma la parte più interessante è forse la critica al consumismo che si ripete in tutto il film tra pubblicità, inquadrature di titoli di giornali che poi vengono sezionati estrapolando parti di parole in modo da conferire altro significato, riviste di moda, ecc., tutto relativo al boom economico degli anni ’60, certamente con un taglio critico. La fotografia bianco e nero e più che apprezzabile ma, ripeto, è il contrasto fra i due aspetti del film che fanno perdere la continuità lasciando comunque l’impressione di un'opera mal assortita è incompiuta.
Vale la pena guardarlo, soprattutto per il suo valore “storico”.

400  A Man of Integrity   (Mohammad Rasoulof, Iran, 2017) tit. or. “Lerd” * con Reza Akhlaghirad, Soudabeh Beizaee, Nasim Adabi * IMDb 7,2  RT 100%  *  Mohammad Rasoulof vincitore del premio un Certain Regard a Cannes
Questo è uno di quei film che ottiene visibilità per questioni non strettamente cinematografiche. Infatti, è stato girato quasi in clandestinità e poi fatto arrivare sul mercato occidentale. La sceneggiatura è un aperto atto di accusa nei confronti del regime iraniano ed è logico che il regime non abbia gradito, ma sono situazioni che a livello locale o nazionale si riscontrano in quasi ogni parte del mondo (vedi anche il film bulgaro della cinquina passata).
Non è certo malvagio ma altrettanto certamente non è un capolavoro.

399  Train to Busan (Sang-ho Yeon, Kor, 2016) * con Yoo Gong, Yu-mi Jung, Dong-seok Ma * IMDb 7,5  RT 93% 
Alla fine sembrava quasi che avesse preso una buona strada per una conclusione originale, purtroppo non è stato così ed è rimasto nella banalità. Ne avevo letto bene tempo fa e, pur rimanendo scettico in quanto questi film mi sembrano tutti uguali, ho voluto guardarlo sperando in qualcosa di nuovo o diverso, casomai ben realizzato. Del resto I coreani in questi ultimi anni stanno producendo vari film di buon livello. La storia è nota e se non fosse così vi sarà chiara dopo pochi minuti; questi pseudo-zombie sono ridicoli, i tempi sono completamente sbagliati, le velocità pure, la logica (seppur distopica) completamente assente. In tutto il film ci sono solo pochi momenti buoni e qualche ripresa originale. A meno che non siate appassionati di zombie e simili evitate questo film, checché se ne dica.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.