Visualizzazione post con etichetta Tarantino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tarantino. Mostra tutti i post

sabato 19 novembre 2022

Microrecensioni 321-325: ecco 5 road movie cult

Si tratta di 5 classici, quasi tutti alternativi, indipendenti e senza grandi nomi. I co-generi, e quindi i personaggi principali, sono molto diversi; nell’unico con star ci sono due evasi in fuga (a piedi), nel secondo dei fanatici di gare illegali su strada, nel terzo un ex-pilota, professionista delle consegne auto da uno stato all’altro, braccato dalla polizia, nel quarto, al contrario, il protagonista è proprio un poliziotto motociclista (che aspira a diventare detective) e infine ci sono due amici presi in ostaggio (con la loro auto) da un evaso. Oltre ad essere road movies, vari sono accomunati dalle location, strade desolate del sudovest americano, rettilinei senza fine nel deserto, piste sterrate fino alla California e anche al Messico. Due sono degli anni ’50, gli altri 3 degli inizi degli anni ’70, in pieno periodo di fermenti giovanili, comunità hippy e sulla scia del progenitore Easy Rider (1969, Dennis Hopper). Comincio con due super-cult (per i cinefili).

 
Vanishing point (Richard C. Sarafian, USA, 1971) tit. it. Punto Zero

Film che ha immortalato un’auto (la 1970 Dodge Challenger R/T 440 Magnum) e un nome, quello del protagonista: Kowalski. La macchina in questione (di serie, da portare da Denver, CO a Los Angeles, CA) era un mostro di 7.200cc, da 375 cv, 8 cilindri a V, modelli simili di tale potenza erano relativamente comuni negli USA all’epoca. Pensate che nel 1985 ho personalmente guidato una Pontiac Lemans del 1969 (6.100 cc, 330 cv) inviata da una madre di Los Angeles, CA a sua figlia che studiava a Eugene, OR (come se fosse una vecchia utilitaria!) e non persi l’occasione di percorrere la mitica Highway 101, la spettacolare strada costiera spesso a picco sul mare e con tante curve che avrete visto in centinaia di film! Il cognome Kowalski è stato utilizzato in vari altri film successivi, l’orologio e gli occhiali sono state citazioni, nel 1997 è stato prodotto un remake (scadente) con Viggo Mortensen. Oltre a Super Soul, conduttore (cieco) di una piccola radio indipendente che assiste a distanza l’ex pilota, militare e poliziotto, ci sono tanti altri personaggi incredibili che fanno brevissime apparizioni: dal catturatore di serpenti a sonagli, a comunità religiose, alla coppia gay Just Married che tenta di rapinarlo, un’affascinante autostoppista (una giovane Charlotte Rampling, scena tagliata nella prima versione), una ragazza completamente nuda su una moto Honda nel bel mezzo del deserto. Ottima la colonna sonora che mette insieme pezzi rock, country, soul e gospel. Film molto datato ma certamente rappresentativo di quell’epoca di rivoluzione giovanile, guerra in Vietnam, droga, rock, hippies, capelli lunghi, promiscuità e vestiti coloratissimi.

Two-Lane Blacktop (Monte Hellman, USA, 1971) tit. it. Strada a doppia corsia

Il titolo italiano, in questo caso, è quasi letterale in quanto blacktop si riferisce alle strade asfaltate (quindi nere) per distinguerle da quelle in cemento (grigie) comuni negli States. I protagonisti sono tre, tutti senza nome: the Pilot, the Mechanic e GTO (dal tipo di auto che guida). In effetti, per una parte del film c’è anche una autostoppista, ovviamente identificata con un vago the Girl. Warren Oates è lo sbruffone che viaggia da solo su una Pontiac GTO nuova della quale si vanta e sfida i due ragazzi che con una vecchia Chevrolet 1955 ampiamente modificata con la quale partecipano a gare legali e non dovunque si svolgano. Monte Hellman è regista semisconosciuto ai più, ma molto apprezzato fra i cineasti, è stato finanziato da Roger Corman ed ha influenzato Quentin Tarantino. In questo film, chiaramente indipendente, solo Warren Oates fu l’unico attore professionista, il pilota fu interpretato dal famoso cantautore James Taylor (100 milioni di dischi venduti) mentre per il ruolo del meccanico Dennis Wilson (batterista dei The Beach Boys) fu ingaggiato appena 6 giorni prima dell’inizio delle riprese. La prima versione montata da Monte Hellman era di 3 ore e mezza, per contratto fu obbligato a ridurla a 1h42’. Altro film specchio dell’epoca, con tanti giovani che impazzivano per gare su strada fra auto, dal quarto di miglio alle interstato (come in questo film) e moto modificate (chopper e co.).

  
The Hitch-Hiker (Ida Lupino, USA, 1953)

Ida Lupino fu stimata e conosciuta attrice dai primi anni del sonoro a metà anni ’50, ma fu anche una delle poche registe di qualità (una mezza dozzina di titoli), poi si dedicò alla tv sia come attrice che come regista. Anche questo viene reputato un classico cult, con mix di generi, fra road movie, crime, thriller, nonostante il cast “povero” che conta solo su caratteristi certamente bravi ma con nomi sconosciuti ai più. Due amici che avevano programmato di andare a pescare hanno la malaugurata idea di prendere a bordo un autostoppista che immediatamente si rivelerà essere un pericoloso criminale senza scrupoli, appena evaso e quindi braccato dalla polizia americana e poi anche da quella messicana visto che la fuga prosegue in Baja California.

The Defiant Ones (Stanley Kramer, USA, 1958)

Questo è quello con i grandi nomi a cominciare dal regista, ma si tenga presente che i due fuggitivi protagonisti del film sono interpretati da una coppia d’eccezione: Tony Curtis e Sidney Poitier. Ottenne 2 Oscar (sceneggiatura e fotografia) e ben 7 Nomination, 4 delle quali per le interpretazioni dei protagonisti e non protagonisti, le altre 3 per miglior film, regia e montaggio. Secondo me sopravvalutato e così sembrerebbe anche dalla poca notorietà, nonostante premi e star coinvolte. L'immancabilmente ridicolo titolo italiano è La parete di fango ...

Electra Glide in Blue (James William Guercio, USA, 1973)

Altro nome sconosciuto ed il fatto non meraviglia visto che questo è l’unico film diretto da James William Guercio. Tuttavia, in quell’epoca nella quale i road movies americani si affermavano, fu la proposta americana al Festival di Cannes del 1973. Senz’altro il meno avvincente del gruppo e l’inesperienza di Guercio come regista si fa notare; ebbe certamente molto più successo come produttore discografico … tutt’altra attività.

lunedì 17 ottobre 2022

Microrecensioni 296-300: due commedie romantiche e 3 splatter

Avevo cominciato con l’ultimo dei Contes des quatre saisons di Rohmer che ho abbinato ad una commedia muta di un altro maestro del genere: Ernst Lubitsch. Su MUBI è poi apparso un horror giapponese diventato subito un cult per aver incassato 1.000 volte la somma investita per la produzione. La mente è quindi andata ad un altro cult a bassissimo budget che ho voluto guardare di nuovo e ho completato la cinquina con uno splatter molto dark di Tim Burton.

One Cut of the Dead (Shinichirô Ueda, Jap, 2017) tit. it. Zombie contro zombie

La traduzione letterale del titolo originale è: Non fermare la ripresa! e si riferisce ovviamente al piano sequenza iniziale di 37 minuti realizzato per un programma televisivo in diretta. In effetti il film si può dividere in due parti ben distinte pur essendo sostanzialmente molto simili. Il tecnicamente molto pregevole (ancorché quasi amatoriale) piano sequenza con il quale si apre il film viene proposto come un programma in diretta sul tema zombie. Appena terminato, inizia un flashback che farà scoprire agli spettatori le origini dell’idea, il reclutamento del cast e infine come si è riusciti a portare a termine il lavoro nonostante i mille imprevisti che, ovviamente, non svelo. Di conseguenza, la prima parte si presenta veramente come un B-horror sgangherato, mentre la seconda appare molto più creativa e divertente svelando trucchi, improvvisazioni e incidenti … fino alla fine. Sostanzialmente è un’operazione perfettamente riuscita (100% di recensioni positive su RT, e sono 95, non due o tre) per questo gruppo composto per lo più da esordienti che hanno pagato loro stessi per produrre il film che è costato 25.000 $ e ne ha incassati 25 milioni! Un simile successo basato sull’idea di mostrare le riprese di un film amatoriale nel film fu The Blair Witch Project (1969) con 248 milioni incassati a fronte di 60.000$ investiti, anche se dopo l’enorme successo al Sundance fu sottoposto ad un gran lavoro di post-produzione raggiungendo il ½ milione). Fra gli altri film a ridottissimo budget diventi cult posso ricordare il geniale Tangerine (2015, di Sean Baker, girato con 3 iPhone) e El Mariachi (1992, esordio di Robert Rodriguez), che per tal motivo ho inserito in questa cinquina.

 
Conte d'automne (Éric Rohmer, Fra, 1998)

Ultimo dei Contes des quatre saisons che, a differenza degli altri, vede come protagonisti personaggi di mezza età, trattando solo marginalmente gli amori giovanili. Ambientato nelle campagne della valle del Rodano, propone un intreccio di relazioni amorose; varie amiche (ognuna senza dir niente alle altre) tentano di trovare un compagno ad una vedova che vive semi-isolata prendendosi cura del suo vigneto nell’Ardeche. Equivoci, casualità, discorsi accademici sull’amore e vita di coppia, aspirazioni, corteggiamenti e matrimoni, non fanno certo annoiare gli spettatori. Abbastanza più vario rispetto agli altri del ciclo.


El Mariachi (Robert Rodriguez, Mex/USA, 1992)

Primo lungometraggio di Robert Rodriguez, che diede seguito alla storia con Desperado (1995) nel quale inserì un cameo di Quentin Tarantino e da allora i due divennero collaboratori a tutti gli effetti. Infatti seguirono Dal tramonto all’alba (1996, sceneggiatura di Tarantino), l’ottimo Sin City (2005, co-diretto con Frank Miller e Quentin Tarantino come special guest director), Grindhouse (2007) doppio spettacolo con Planet Terror diretto da Rodriguez e Death Proof da Tarantino. Il regista aveva cominciato da piccolo a produrre short casalinghi e grazie a tale esperienza riuscì a girare questo film spendendo solo 7.000 dollari fungendo da produttore, regista, sceneggiatore, responsabile degli effetti speciali e operatore. La storia si basa su un classico scambio di persona: un mariachi itinerante con la sua chitarra e un pericoloso criminale che in una custodia simile nasconde un arsenale. Recitazione molto scadente ma per questo tipo di operazione, e a questi costi, tutto è giustificato. Premio del pubblico al Sundance.

 
The Marriage Circle (Ernst Lubitsch, USA, 1924)

Regista berlinese già applaudito in patria, nel 1923 iniziò la sua carriera hollywoodiana con Rosita (con Mary Pickford) e questa commedia sofisticata fu il suo secondo successo. Un intreccio di tentati corteggiamenti, speranze di divorzi, pedinamenti, quasi scambi di mogli e amicizie tradite nell’ambiente dell’alta società. Rispetto a molti film della stessa epoca, si distingue la moderazione nella recitazione, senza attori che si agitano in modo esagerato, controllo dei tempi e giusta quantità di cartelli. Non per niente Lubitsch fu un modello per tanti, ottenendo 3 Nomination Oscar e infine insignito dell’Oscar alla carriera nel 1947. Fra i suoi film più noti Ninotchka (1939), Il cielo può attendere (1943) Vogliamo vivere (1942, 228° miglior film di tutti i tempi).

Sweeney Todd (Tim Burton, USA/UK, 2007)

Penso che se Tim Burton avesse rinunciato proporlo in chiave musical, il film avrebbe potuto ottenere miglior successo. Troppe sono le canzoni e per niente avvincenti; a qualcuno probabilmente ha dato anche fastidio l’eccessivo spargimento di sangue conseguenza dei tanti sgozzamenti e lo “stile della cucina”. La sceneggiatura, comunque molto dark e con vari twist, è al contrario interessante e avvincente, con vari personaggi grotteschi interpretati da bravi attori, il tutto inquadrato nelle ottime scenografie completate da arredamenti e costumi di qualità.  Oscar per le scenografie a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, Nomination per i costumi e a Johnny Depp protagonista.

mercoledì 14 settembre 2022

Microrecensioni 266-270: fra i migliori neo noir (anni 2005-20)

Terza e ultima delle tre cinquine di neo noir, anche in questo caso quasi tutti i film vantano buoni rating e tanti premi e candidature Oscar. I due nettamente migliori, le prime due microrecensioni, contano su cast d’eccezione, ma anche il terzo propone solide interpretazioni, oltre ad una buona sceneggiatura.

 
Sin City (Frank Miller, Robert Rodriguez, USA, 2005)

Grafica molto accattivante con tanto cupo e molto contrastato bianco e nero dal quale emergono pochi colori sparati (soprattutto rossi, blu e gialli); trattandosi di qualcosa simile a un noir è tutto perfetto. La combinazione fra grafica e attori (alcuni dei quali sostanzialmente modificati) funziona più che bene. Tuttavia, mi sembra che si sia ecceduto con la voce narrante, per quanto classica dei noir. Tanti gli attori dai volti molto peculiari e tutti legati in un modo o nell’altro a film violenti, crime o thriller. L’originale montaggio di storie diverse, alcune delle quali divise in due parti, mi è sembrato un po’ confusionario ma è certo da apprezzare l’idea di far apparire nel bar tanti protagonisti delle varie storie, anche se la maggior parte non sono legati in alcun modo fra loro. Un film da guardare senz’altro a prescindere dall’essere o meno aficionados di graphic novels, ma i più sensibili sappiano che (pur se chiaramente esagerata finzione) c’è tanta violenza da fare invidia ai film splatter (e non c’è da meravigliarsi visti i registi). Particolarmente apprezzabili i passaggi al b/n quasi negativo, quasi come il teatro delle ombre cinesi. Concettualmente, il finale ricorda quello di Man on Fire (Tony Scott, 2004, con Denzel Washington). Con Jessica Alba, Clive Owen, Bruce Willis, Benicio Del Toro, Mickey Rourke, Rutger Hauer. Nel film appaiono anche i due registi / sceneggiatori ma non lo Special Guest Director Quentin Tarantino. Technical Grand Prize e Nomination Palma d'Oro a Cannes. Di questo cult nel 2014 si produsse il sequel A Dame to Kill For, basato su un’altra graphic novel di Miller, con vari personaggi in comune con il precedente, interpretati dagli stessi attori.

Before the Devil knows you're dead (Sidney Lumet, USA, 2011)

A mio modesto parere, se Lumet non avesse scelto di eccedere nel montaggio della prima metà del film in flashback e flashforward con continui salti temporali introdotti da “un giorno prima del ...”, “il giorno del ...”, “tre giorni prima del ...”, questo film sarebbe stato molto più lineare a piacevole. Ho trovato la seconda metà eccellente, dal momento in cui le cose si complicano ulteriormente e allo spettatore vengono suggerite varie possibili evoluzioni della trama, ma lasciando tutto in sospeso fino alla fine. Conducono il gioco tre ottimi attori, fra i quali trovo si distingua l’allora settantenne Albert Finney, alla sua ultima interpretazione da protagonista ma forte di una lunga esperienza in film di livello che gli hanno fatto guadagnare 5 nomination agli Oscar, quattro delle quali come attore protagonista; lo affiancano i sempre bravi Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke. In breve ecco l’argomento: due fratelli decidono di organizzare una rapina per sanare le proprie situazioni economiche, ma qualcosa va storto e il seguito della storia è un crescendo di intoppi e ulteriori difficoltà inaspettate. Singolare titolo originale con uno molto peggiore scelto, con la solita maestria, per la versione italiana Onora il padre e la madre ...  Ottima scelta per gli amanti del genere crime-thriller.

   
Killer Joe (William Friedkin, USA, 2011)

Della cinquina, questo è il più vero neo noir, con professionisti del settore veramente violenti e non criminali per caso. Penultima regia di William Friedkin che, pur avendo avuto i suoi alti e bassi, è certamente regista esperto e affidabile, specialmente in questo genere violento … come dimenticare The French Connection (1971, Oscar per la regia). Vincitore del Golden Mouse a Venezia e candidato al Leone d’Oro, il film conta su un buon cast, seppur privo di nomi di grido: Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Ansel Smith, Gina Gershon. Storia veramente torbida e piena di tensione, fra minacce e sensualità, con un finale quasi aperto a varie interpretazioni. Non eccezionale, ma certamente oltre le aspettative … merita una visione.

Nightcrawler (Dan Gilroy, USA, 2007)

Chi raccomanda da dinastia Gyllenhaal? Stephen Gyllenhaal si distinse (pare) come regista televisivo ma in quanto al cinema il suo miglior film fu A Dangerous Woman (un misero 54% su RT con un ancor peggiore 30% di gradimento da parte del pubblico). Eppure è riuscito a piazzare a Hollywood i suoi figli Maggie e Jake, nessuno dei quali mi è mai sembrato particolarmente brillante. Non fa eccezione l’interpretazione di Jake in questo film dove lo troviamo nei panni di un intraprendente giovane senza né arte né parte (e assolutamente senza scrupoli) che riesce a inserirsi e a far carriera nel mondo dei videoreporter che passano la notte a cercare lo scoop fra incidenti, incendi e crimini vari, più sangue e morti ci sono e meglio è. Il singolare soggetto, probabilmente (e tristemente) abbastanza attinente alla realtà, ha fatto ottenere al regista / sceneggiatore Dan Gilroy (al suo esordio) una candidatura Oscar per la sceneggiatura.  Fra gli altri numerosi riconoscimenti quelli per la sceneggiatura prevalgono sulla regia ma, a onor del vero, ce ne sono anche per Jake Gyllenhaal; in sostanza, film mediocre ma non proprio malvagio.

The kid detective (Evan Morgan, Can, 2020)

Peccato per la messa in scena, assolutamente insufficiente per una sceneggiatura abbastanza originale, con numerosi twist e veri colpi di scena. Il protagonista è interpretato da Adam Brody che, seppur apprezzato da alcuni, sembra che 40 film in una ventina di anni non siano stati sufficienti a farlo apparire minimamente credibile. Non che il personaggio lo aiuti, ma lui contribuisce senz’altro a rendere il film floscio e poco coinvolgente. Questo è forse uno di quelli che meriterebbe un buon remake con un regista e un cast di esperienza. In conclusione, secondo me, Evan Morgan (al suo vero esordio) è da promuovere come sceneggiatore (meglio dire soggettista), ma da bocciare come regista.

sabato 3 settembre 2022

Microrecensioni 256-260: fra i migliori neo noir (anni 1986-95)

Dopo aver guardato i 4 neo noir di David Lynch, sono andato a scavare nelle liste di film dello stesso genere che si trovano in rete. Scartando quelli visti di recente e quelli che non mi convincevano sono comunque riuscito a estrapolare 15 titoli che ho cominciato a guardare in ordine cronologico. Quindi questa è la prima di tre cinquine di neo noir, quasi tutti i film vantano ottimi rating e tanti premi, fra i quali anche vari Oscar.

 
Se7en (David Fincher, USA, 1995)

David Fincher è uno di quei registi che produce poco (18 film in oltre 30 anni) e, nonostante tanti successi (Fight Club, Zodiac, The Game …) e 3 Nomination Oscar (Benjamin Button, The Social Network e Mank), è poco conosciuto. Questo film si trova addirittura al 19° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi. La sceneggiatura è ottima e, anche se spesso propone scene a dir poco raccapriccianti, mantiene sempre viva l’attenzione del pubblico con tanti twist e colpi di scena nonostante il passo apparentemente lento. Alla qualità complessiva del film contribuiscono, e non poco, le interpretazioni di Morgan Freeman e Brad Pitt (protagonisti) e quella di Kevin Spacey sebbene relegato in una breve parte nel finale. Un detective a pochi giorni dal pensionamento e uno appena arrivato (inizialmente in contrasto fra loro) uniscono le loro forze quando si rendono conto di avere a che fare con un sadico serial killer che agisce secondo un suo piano preciso. Bestiale il finale sia dal punto di vista cinematografico che da quello della perversa logica del criminale. Nomination Oscar per il montaggio. Film da non perdere, ma non per stomaci deboli.

Mona Lisa (Neil Jordan, UK, 1986)

Produzione inglese, con un ottimo cast autoctono che conta su star come Michael Caine e soprattutto Bob Hoskins (Nomination Oscar come protagonista, premiato come miglior attore anche a Cannes, BAFTA e Golden Globes), ma c’è anche il caratterista Robbie Coltrane, quello che ormai tutti conoscono come il Rubeus Hagrid di Harry Potter. Singolare trama che vede un tracagnotto uomo di mezza età appena uscito di galera diventare l’autista personale di una call girl di colore che frequenta ambienti ben diversi di quelli ai quali lui era abituato. Tante sono le cose che vengono fuori e George (Bob Hoskins, l’autista) avrà modo di dimostrare la sua devozione alla sua (non ufficialmente) protetta. A farne le spese saranno vari uomini che tenteranno di infastidirla o addirittura minacciarla. Un film che procede in crescendo, secondo uno schema per niente tradizionale. Interessante visione.

  
House of Games (David Mamet, USA, 1987)

Anche in questo film ci sono psicologi, ma stavolta hanno a che fare con truffatori professionisti invece che con i soliti assassini psicopatici. La psicologa di turno entra in contatto con un giocatore di poker al quale un suo paziente deve una cospicua somma. Visto il suo interesse professionale, il truffatore e i suoi complici le mostrano una serie di imbrogli, dai più semplici e diretti a quelli organizzati con messe in scena che necessitano più persone. Restando affascinata da quell’ambiente, si trova poi implicata in una frode mirata ad ottenere una grossa somma di denaro. Non si contano le sorprese e i rovesciamenti di situazioni, fino ai colpi di scena finali. Bravi i protagonisti, pochi dei quali sono attori noti al grande pubblico; 4 premi a Mamet a Venezia e Nomination Leone d’Oro

True Romance (Tony Scott, USA, 1993)

Film in tipico stile tarantiniano, sceneggiato dallo stesso Quentin Tarantino, ma lungi dall'essere a livello dei migliori diretti dai suoi adepti (p. e. vari di Rodriguez). Può essere interessante sapere che è parte di una sceneggiatura molto più lunga, l’altra parte è stata lo script di base per Natural Born Killers (1994). True Romance parte discretamente, si affloscia, si riprende con il duetto fra Dennis Hopper e Christopher Walken, per poi riperdersi prima di giungere allo scoppiettante finale splatter. All'epoca, Scott doveva essere un tipo molto apprezzato a Hollywood, almeno socialmente, per essere riuscito a coinvolgere tanti attori noti che certo hanno partecipato più o meno a titolo di amicizia. Oltre i due succitati, appaiono più o meno brevemente altri che certamente non avrebbe potuto permettersi con il suo budget: Brad Pitt, Gary Oldman, Samuel L. Jackson, Val Kilmer ...  Christian Slater e Patricia Arquette sono invece i protagonisti, ma non convincono. A tratti divertente e originale, guardabile ma secondo me sopravvalutato ... non vale il 7,9 di IMDb né il 93% di RottenTomatoes.

Manhunter (Michael Mann, USA, 1986)

Ancora detectives, psicologi e psicopatici in questo film, il primo basato sul romanzo Red Dragon (1981, di Thomas Harris), che solo dopo il successo di The Silence of the Lambs (1991, di Jonathan Demme, 5 Oscar), adattato dallo stesso libro, è stato parzialmente rivalutato dopo essere passato quasi inosservato all’uscita. Qui Hannibal Lektor è interpretato da Brian Cox che certo non può competere con la famosa performance di Anthony Hopkins nel 1991, nei panni di Hannibal Lecter. Effettivamente, chi li ha visti entrambi non potrà che preferire il secondo, sotto ogni punto di vista, ma oggettivamente Manhunter non è malvagio.

martedì 30 agosto 2022

Microrecensioni 251-255: neonoirs, 4 di David Lynch

Cineasta apparentemente poco prolifico, con appena 12 lungometraggi (10 con sua sceneggiatura) dal ’77 ad oggi, ma al contrario non lo è assolutamente se si aggiungono una trentina di corti e le tante serie televisive, la più nota delle quali è Twin Peaks e la più recente Weather Report (ben 152 episodi), ma è anche annunciata Unrecorded Night della quale sono già pronte 13 puntate. Caratteristiche di David Lynch sono le sempre ottime colonne sonore, di vario genere, ma con pezzi sempre molto ben scelti, la fotografia molto curata con gran prevalenza di sfondi scuri, non disdegna certo parti erotico-sensuali, il montaggio molto meticoloso che riesce a mettere insieme le storie principali con vari sub-plot che talvolta, a prima percezione, sembrano aver ben poco a che fare con i protagonisti. In quanto a violenza, humor nero e spargimenti di sangue talvolta viene accostato a Quentin Tarantino ma rispetto a questo è certamente molto più elegante e raffinato. Certamente differenti per struttura e (sottilmente) genere, tutti e 4 i film di Lynch meritano la visione.

 
Mulholland drive (David Lynch, USA, 2001)

Comunemente riconosciuto come miglior film di Lynch, per quanto enigmatico e criptico possa essere … Nomination Oscar per la regia, miglior film dell’anno e del decennio per Cahiers du Cinéma, miglior regia (alla pari con The Man Who Wasn't There di Joel Coen) e Nomination Palma d’Oro a Cannes e un’altra 50ina di Premi e altrettante nomination. Cinematografia molto raffinata per una storia che ha fatto scervellare parecchi spettatori nel tentativo di mettere insieme i vari pezzi della storia, i particolari e personaggi sparsi qua e là, che apparentemente scompaiono e poi riappaiono, a volte con altri nomi e differenti ruoli. Non a caso in rete si trovano tante pagine dedicate specificamente all’interpretazione del film, ma non mancano voci discordanti … certamente una sceneggiatura molto interessante ma che lascia perplessi, specialmente alla prima visione. Un film da non perdere, ma per apprezzarlo lo si deve guardare con grande attenzione altrimenti veramente non si capisce niente!

Blue Velvet (David Lynch, USA, 1986)

Indagine personale di un intraprendente (aggiungerei molto imprudente) giovane che coinvolge nella sua fissazione per la ricerca della verità la figlia di un detective e si trova a doversi confrontare con pericolosi criminali. La parte investigativa avvicina il film al genere crime anche se il coinvolgimento della polizia è marginale. Sceneggiatura come al solito sorprendente, nella quale si inseriscono personaggi molto particolari, interpretati brillantemente da Isabella Rossellini, Dennis Hopper e Dean Stockwell. Nomination Oscar per la regia

   
Wild at Heart (David Lynch, USA, 1990)

Questo è più vicino al genere dark comedy che vero e proprio neo noir. Essendo popolato da personaggi a dir poco grotteschi a cominciare da quello del sempre bravo Willem Dafoe. Il cast comprende anche Diane Ladd (Nomination Oscar non protagonista), Harry Dean Stanton, di nuovo Isabella Rossellini e Laura Dern (che anche qui non convince) e Nicolas Cage (interpretazione veramente scadente, come spesso gli accade). Due giovani amanti vengono perseguitati dalla madre di lei, assolutamente contraria al rapporto, apparentemente solo per mancanza di stima ma pian piano nel corso del film verranno alla luce ben altri motivi. Palma d’Oro a Cannes

Lost Highway (David Lynch, USA, 1997)

Incentrato su storie parallele, vale a dire classico caso di doppelganger o sosia (entrambe interpretate da Rosanna Arquette). Al limite del surreale e fantasy, fra i piccoli ma fondamentali ruoli cari a Lynch troviamo un misteriosissimo personaggio interpretato dal piccoletto Robert Blake che ebbe il suo breve periodo di gloria una cinquantina di anni fa come protagonista del primo adattamento del noto lavoro di Truman Capote In Cold Blood (1967, Richard Brooks, 4 Nomination Oscar) e poi con Electra Glide (1973, James William Guercio, Palma d’Oro a Cannes). Il film si sviluppa quindi quasi con due cast differenti e storie apparentemente ben distinte se non fosse per la straordinaria somiglianza delle due giovani donne e il “personaggio misterioso”. Terzo miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

To live and die in L.A. (William Friedkin, USA, 1985)

Questo è stato il primo della cinquina, l’avevo visto vari decenni fa e avevo curiosità di guardarlo di nuovo, ma alla fine sono rimasto deluso, lo ricordavo migliore. William Friedkin non è certo regista da poco avendo diretto The French Connection (aka Il braccio violento della legge, 1971, 5 Oscar e 3 Nomination) e The Exorcist (1973, 2 Oscar e 8 Nomination), ottenendo l’Oscar nel primo caso ma solo la Nomination nel secondo. Questo poliziesco si presenta però come un’americanata con inseguimenti impossibili nel famoso L. A. River (attualmente un grande canale cementato, visto in tanti film) e lungo le autostrade di Los Angeles, anche contromano nonostante il traffico. I detective protagonisti si comportano spesso in modo insulso e vista la loro incapacità ci si meraviglia come siano ancora vivi, visto che hanno a che fare con criminali senza scrupoli della peggior specie. Si può evitare la visione.

giovedì 28 aprile 2022

Microrecensioni 116-120: il cinema di Johnnie To (HK)

Con oltre una cinquantina di film diretti e ancor più prodotti, Johnnie To è da decenni rispettato e apprezzato non solo nella natia Hong Kong ma anche in tutto l’Oriente, avendo oltretutto avuto successo in vari generi. Cominciò con la TV, nel 1980 passò al cinema con film wuxia e commedie, verso la fine del secolo fondò con Wai Ka-Fai la Milkyway Image con un nuovo stile di noir e crime, nei primi anni del 2000 tornò alle commedie per poi arrivare ad un successo mondiale partecipando a grandi Festival internazionali come Cannes, Venezia e Berlino. I suoi film che hanno avuto maggior diffusione in occidente sono comunque quelli del genere noir/crime e fra questi ci sono Breaking News, Election e Triad Election (visioni previste nella prossima cinquina). Completa la cinquina una commedia grottesca diretta e interpretata da Robert Carlyle (Begbie in Trainspotting). 

 

PTU
(Johnnie To, 2003, HK) 

Storia concentrata in poche ore notturne, alla ricerca della pistola di ordinanza persa da un ispettore di polizia. I membri della squadra speciale PTU (Police Tactical Unit) si danno un termine per cercare di recuperare l’arma e far passare l’incidente sotto silenzio, levando cosi dai guai il collega. Ben girato, con una ottima fotografia notturna delle strade, palazzi e vicoli semi-illuminati, con il gruppo di agenti che si muove lentamente in assoluto silenzio. Nel poco tempo della ricerca c’è comunque spazio per vari eventi, incontri inaspettati, twist, elementi di disturbo e sorprese (fino all’ultima scena). La pecca mi è sembrata quella dello scontro a fuoco conclusivo, molto ben costruito in stile shootout da western, ma in effetti mal realizzato.

The Mission (Johnnie To, 1999, HK)

Similmente a PTU, Johnnie To costruisce lentamente la storia, presentando i protagonisti e mostrando le loro relazioni e rivalità, per poi arrivare al sorprendente confronto finale. Anche se è molto apprezzato da Quentin Tarantino, sappiate che è ben lontano dalla violenza fine a sé stessa e certamente non ha niente di splatter. Gli spettatori, specialmente quelli occidentali, si rendono ben presto conto conto che, seppur con molte somiglianze, i poteri sono diversi così come, il rispetto per i capi e le punizioni inflitte a chi non rispetta le regole. I metodi dei cinque guardaspalle del boss e il loro confronto finale sono senz'altro ben messi in scena.

  

My Left Eye Sees Ghosts
 (Johnnie To, 2002, HK)

Si tratta di una delle commedie più note di To, con una trama che riesce ad essere originale e piena di sorprese, pur sfruttando il tema del fantasma/angelo custode, visto e rivisto in innumerevoli commedie classiche americane ed europee del secolo scorso. Simpatica l’ambientazione nella vita della ricchissima classe dirigenziale (di un’azienda diretta da solo donne, tutte parenti o quasi) nella quale piomba la giovanissima vedova, dichiaratamente interessata esclusivamente al denaro. Singolari anche le caratterizzazioni dei vari fantasmi che interagiscono con i viventi, nonché quelle degli esorcisti e esperti dell’aldilà. Descritto così può sembrare uno stupido guazzabuglio, ma in effetti è molto ben congegnato e, pur non essendo certo un capolavoro, si può tranquillamente definire una buona commedia romantica fantasy.

Throw Down (Johnnie To, 2004, HK)

Questo film, proposto su MUBI, mi ha fatto scoprire Johnnie To del quale, sinceramente, non avevo mai sentito parlare (questo è il bello del cinema, non si finisce mai di scoprire …). Si tratta di un dichiarato omaggio ad Akira Kurosawa ed in particolare al suo film di esordio Sanshiro Sugata (1943) che aveva temi simili e, a differenza di tanti altri film del regista giapponese pieni di combattimenti con varie arti marziali, qui si pratica solo judo. Inoltre il simpatico e socievole figlio ritardato di un boss si presenta sempre agli altri dicendo “Io sarò Sanshiro Sugata e tu Higaki”, i due protagonisti del film di Kurosawa. Un po’ noir, un po’ commedia, scorre con molti combattimenti, ma tutti di brevissima durata. Nel complesso si evidenzia il grande rispetto per quell’arte e il costante rispetto delle regole. Buono, ma non fra i migliori, con un passo lento ci fa conoscere un certo ambiente notturno, popolato da piccoli malviventi agli ordini di improbabili boss, avventori occasionali, bevitori e giocatori d’azzardo. Stranamente, le strade nelle quali si svolge parte dell’azione, sono quasi sempre semideserte e silenziose, illuminate ma non troppo, e, complice un originale commento musicale, forniscono una suggestiva atmosfera di Hong Kong. La premiere mondiale coincise con la proiezione fuori concorso a Venezia nel 2004.

Barney Thomson (Robert Carlyle, 2015, UK)

Prima e unica regia di Robert Carlyle che, certamente, sarà ricordato più come attore essendo stato protagonista di film che hanno fatto storia come Trainspotting (1996) e The Full Monty (1997). Si fa notare Emma Thompson (molto invecchiata grazie al trucco) nei panni della stravagante madre del protagonista interpretato dallo stesso regista. I personaggi sono ben caratterizzati in modo molto ironico, ma la storia è proposta in troppo esagerata, anche se in essa sono ben inseriti alcuni originali twist. Nel complesso risulta appena sufficiente, può andare bene per una visione a tempo perso …

martedì 30 novembre 2021

Micro-recensioni 346-350: noir giapponesi degli anni ’50-‘60

Pur avendo altra morale, differente tipo di criminalità e di codici rispetto agli americani, i noir giapponesi non sono da sottovalutare assolutamente, anche se in alcune situazioni mostrano segni di emulazione (plagio o omaggio?) nei confronti dei classici hollywoodiani dei decenni precedenti. Questa cinquina compone anche una collezione prodotta Eclipse e commercializzata da Criterion con l’elemento comune ben esplicitato nel titolo: Nikkatsu Noir. Di due film è protagonista la star dell'epoca Jô Shishido, riconoscibilissimo per le sue guance prominenti (chirurgicamente modificate), oltre 200 film al suo attivo interpretando per lo più gangster, yakuza e noir, ma a fine carriera partecipò anche a film erotici (i famosi roman porno), diventato estremamente famoso nel 1967 per il suo ruolo in Branded to Kill (diretto da Seijun Suzuki, tit. it. La farfalla sul mirino). 

Segnalo queste due interessanti pagine (in inglese) nelle quali si trovano succinte trame e recensioni dei film inclusi nel cofanetto.

Presentazione dei film del cofanetto su criterion.com

Dettagliate recensioni dal sito dvdbeaver.com

 

I Am Waiting (Koreyoshi Kurahara, 1957, Jap)

Senza dubbio il mio preferito fra i cinque, l’ho trovato veramente interessante, sia per la realizzazione che per la buona trama che si arricchisce di nuovi elementi man mano che si procede, fra il passato dei vari protagonisti che viene lentamente alla luce e gli sviluppi che ne conseguono.

Rusty Knife (Toshio Masuda, 1958, Jap)

Altro film con trama originale che si basa su avvenimenti degli anni precedenti che risultano poi essere la connessione fra il protagonista e la figlia di un ufficialmente suicida, invece assassinato. In sostanza si tratta di un giovane che vorrebbe cancellare il suo violento passato e cambiar vita, ma la riqualificazione, si sa, non è mai troppo semplice.

  

Cruel Gun Story
(Takumi Furukawa, 1964, Jap)

Costanti scontri a fuoco producono una vera strage, eppure il film non è splatter; si può scommettere che è fra quelli apprezzatissimi da Quentin Tarantino e Takeshi Kitano, che non hanno mai fatto mistero della loro ammirazione per questo genere. Un carcerato viene fatto evadere per collaborare ad un grosso colpo, un attacco ad un furgone blindato, pieno di milioni di yen, in banconote non rintracciabili visto che si tratta dell’incasso delle scommesse di un ippodromo. La spartizione del bottino non si rivelerà così semplice.

A Colt Is My Passport (Takashi Nomura, 1967, Jap)

In questo caso si tratta di un killer professionista che, dopo aver portato a termine il suo contratto in modo assolutamente professionale, si ritrova alle calcagna non solo gli scagnozzi della vittima, ma anche quelli del mandante. Dovrà cercare di salvarsi, insieme con il suo giovane assistente e questo legame d’onore costituisce parte fondamentale dell’intero film. Ben realizzato sotto tutti gli aspetti, fin dall’inizio colpisce anche il commento musicale di tipo western, anche con tanti fischiettii e trombe in stile Morricone / Leone.

Aim at the Police Van (Seijun Suzuki, 1958, Jap)

Questo è stato quello meno convincente, sia per la sceneggiatura che per la realizzazione. La storia è inutilmente intricata e il buono, pur non essendo un professionista, procede troppo facilmente e si destreggia fra una serie di tradimenti e personaggi misteriosi. Nel complesso risulta poco credibile, a tratti stucchevole e per lo più scontato.

martedì 28 settembre 2021

Micro-recensioni 266-270: 2 classici egiziani, 2 moderni pulp russi e un sovrastimato brasiliano

 
Gli egiziani sono di ottima qualità, specialmente se opportunamente inquadrati nella loro epoca e nella cultura sociale arabo-egiziana; i due russi sono entrambi diretti Aleksey Balabanov (regista di Brat aka Brother) con il suo classico stile e con protagonisti i consueti esagerati personaggi del mondo criminale, ma sono di livello ben diverso fra loro, essendo The Stoker di gran lunga superiore; infine, c’è l’adattamento del più famoso romanzo del brasiliano Jorge Amado, mal proposto sullo schermo eppure è il più conosciuto dei 5 ... ma non il più apprezzato dai cinefili.

 
The Blazing Sun (Youssef Chahine, 1954, Egy)

Bello e interessante questo film diretto dal più riverito regista della cinematografia egiziana classica, Youssef Chahine. Segna il debutto di Omar El Cherif, l’attore che sarebbe poi diventato internazionalmente noto come Omar Sharif. Esordì al fianco della star femminile dell’epoca, la già affermata Faten Hamamah (nota come The Lady of the Arabic Screen, all’epoca 23enne, ma già con oltre 50 film al suo attivo), indipendente e femminista nella vita e spesso anche sullo schermo, che sarebbe diventata (l’unica) sua moglie l’anno successivo. Anche se con un finale troppo melodrammatico, il film fornisce una bella descrizione della società agricola lungo le sponde del Nilo, con il ricco pascià che vive in uno splendido ed enorme palazzo, lo sceicco capovillaggio, il bey, l’effendi, con il potere gestito in modi illeciti e senza alcuno scrupolo … spettacolari gli esterni girati fra le imponenti rovine millenarie di Karnak (foto in basso). 

 
Oggettivamente, Omar Sharif deve il suo successo più al suo misterioso aspetto esotico che alle capacità di attore, anche se in questo film le sue carenze sono giustificate per l’età ed essere all’esordio (pare voluto proprio dalla Hamamah). Nel complesso, certamente merita una visione; Nomination Grand Prix a Cannes.

The Nightingale's Prayer (Henry Barakat, 1959, Egy)

Melodramma popolare che a margine delle tormentate storie d'amore evidenzia il contrasto fra la moderna cultura cittadina influenzata dallo stile europeo e quella tradizionale, in questo caso beduina; la sceneggiatura è un adattamento di un romanzo dell’illustre letterato e politico Taha HusseinBen realizzato e interpretato, alterna scene di vita quotidiana in case borghesi a quella dei mercati e delle taverne con ballerine e veggenti, oppone l’onore della famiglia all’amore e alla vendetta. Candidato egiziano all’Oscar, Nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
The Stoker (Aleksey Balabanov, 2010, Rus)

Dopo aver guardato Brat e Brat 2, ho voluto guardare altri due film del russo Balabanov; dei due questo è quello buono, senz’altro di pari livello se non addirittura superiore ai Brat. Ciò che colpisce è la scarsezza di dialoghi, con le lunghe carrellate e i silenzi dei protagonisti sottolineati da un singolare commento sonoro, che o si apprezza o non si sopporta; anche i pezzi moderni rock della colonna sonora si inseriscono alla perfezione nel tutto. Buon ritmo, gran assortimento di personaggi, fra i quali spiccano il fuochista (stoker) e il killer che non parla quasi mai. Il fuoco è presente quasi in ogni scena, visto attraverso le bocche delle fornaci alimentate dal protagonista o delle massicce stufe casalinghe. Il protagonista e sua figlia sono di etnia yakuti, ma il regista ha chiarito che lui voleva quell’attore, ma non per la sua razza e quindi non ci sono altri motivi reconditi. La Yakutia è una enorme regione della Siberia settentrionale, estesa 10 volte l’Italia ma con meno di 1 milione di abitanti, dei quali meno della metà sono veri yakuti.

Dead Man's Bluff (Aleksey Balabanov, 2005, Rus)

Questo, quindi, è quello che mi ha deluso, troppi morti, troppo sangue, troppo parlare a vanvera, troppi killer non professionisti, storia debole e relativamente lenta. Confermando il mio apprezzamento per gli altri 3 film di Balabanov già visti, sia per il ritmo che per il modo di presentare personaggi e situazioni, sempre con un curato sottofondo musicale (può piacere o meno, ma è certamente originale), direi che questa visione ve la potete anche risparmiare. Sembra uno scadente tentativo di copiare Quentin Tarantino.

Dona Flor e Seus Dois Maridos (Bruno Barreto, 1976, Bra)

Non mi convinse a suo tempo e, dopo questa nuova visione a distanza di vari decenni, confermo la prima impressione. Mi ha dato l’idea di essere troppo superficiale e affrettato nel trattare i personaggi secondari che, ha quanto ho letto, hanno invece grande importanza nel libro di Amado fornendo quindi un più preciso ritratto dell’ambiente e dell’epoca; risulta sbilanciato a causa del concentrarsi sulla sola protagonista (Dona Flor) tralasciando il contorno. Troppe volte scade a livello caricaturale e, in generale, la recitazione lascia molto a desiderare. Considerato che inizia con scena carnevalesca, mi ha fatto tornare in mente un altro film brasiliano di gran lunga superiore, che certamente consiglio: Orfeo Negro (1956, Marcel Camus, Bra/Fra, Oscar miglior film straniero, Palma d’Oro a Cannes). Due note in merito al regista … diresse questo film (il suo terzo lungometraggio) a soli 21 anni, ma è lecito pensare che la sua precoce carriera fosse dovuta al fatto di essere figlio di due importanti produttori brasiliani e non merito delle sue capacità.