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giovedì 21 maggio 2020

Micro-recensioni 171-175: dal Senegal al Giappone, con due perle europee di mezzo

La caza (Carlos Saura, Spa, 1966) Orso d'argento a Berlino per la regia
Un ottimo film visto solo una volta, una quarantina di anni fa. Pur sapendo come va a finire, mantiene tutta la sua carica drammatica; con questa nuova visione e con una molto migliore conoscenza della storia politica e sociale spagnola rispetto ad allora, risultano molto più evidenti i tanti riferimenti all’era franchista e alla guerra civile. L’abbondanza di simboli, allusioni e similitudini ne fanno quasi un film allegorico.
A chi conosce Saura solo per i suoi famosi film e documentari a tema musicale, ricordo che la sua miglior produzione in quanto a cinema a soggetto è quella precedente quando, nonostante la censura franchista, riusciva a produrre interessanti film polemici e relativamente audaci mascherando le critiche al regime nel simbolismo. Agli stessi ricordo anche che Saura fu pupillo e poi amico di Buñuel che aveva grande stima dell’allievo. Per esempio, quando sospese Simón del desierto propose a Saura di continuarlo e poi nel contratto per La via lattea incluse una clausola nella quale si stabiliva che nel caso fosse impossibilitato a continuare le riprese queste sarebbero state affidate a Saura. Ad un occhio attento non sfugge l’influenza del maestro sull’allievo.
Senz’altro consiglio la visione di almeno questi 3 suoi film degli anni ’70: Ana y los lobos (1973), Cria cuervos (1976, Gran Premio Giuria a Cannes) e Mamá cumple 100 años (1979, Nomination Oscar).

Il diritto del più forte (Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1975)
Fra i registi di spicco del Nuovo Cinema Tedesco fu superato per fama e stravaganza sono da Werner Herzog. Dichiaratamente omosessuale, si sposò due volte e nei suoi film comparvero più volte le sue mogli e suoi amanti; esperto in ogni settore del cinema si occupava spesso di molti aspetti oltre la regia ed ha al suo attivo una 40ina di film, in questo è protagonista. Molti suoi lavori affrontano temi forti, a volta scabrosi, come omofobia, razzismo, differenze sociali e dal punto di vista della morale comune sono spesso reputati osceni. Questo Fox and His Friends (titolo alternativo internazionale) si svolge quasi esclusivamente in ambiente omosessuale fra amori mercenari, conquiste, gelosie e tradimenti, tuttavia il tema centrale sono le differenze di classe, di cultura e di potere economico (come sottolineato nel titolo originale). Senz’altro sopra la media, vivamente consigliato a chi non è troppo puritano e bigotto.
Wife! Be Like a Rose! (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Classico film di Naruse (1905-69), ottimo regista che ebbe la sfortuna di essere contemporaneo del gran maestro Yasujirô Ozu (1903-63) e di trattare temi comuni, con stile relativamente simile, risultando quindi sempre offuscato dalla sua fama.
Storia ben narrata e da lui stesso adattata a partire da un lavoro teatrale. Una giovane ed indipendente donna di Tokyo che vive con sua madre va a trovare il padre (che le ha abbandonate già da molti anni ed ha una nuova famiglia in campagna) per avere il suo tradizionale consenso alle nozze. Ciò che ognuno immaginava degli altri si rivelerà sbagliato e molti dovranno ricredersi e agire di conseguenza.
Si nota, in positivo, l’origine teatrale della sceneggiatura e dei dialoghi. Se gradite il genere, è un film da non perdere.

La noire de ... (Ousmane Sembene, Sen, 1966)
Dopo aver guardato un paio di mesi fa l’ultimo dei soli 9 film del senegalese Ousmane Sembene (Moolaadé, 2004), ho trovato il suo primo lungometraggio, di quasi 40 anni precedente. Notevole, specialmente in considerazione che si tratti di un esordio, mostra evidenti caratteristiche proprie della Nouvelle Vague francese, tanto in voga in quegli anni. A differenza dell’altro (e della maggior parte dei suoi film) questo si svolge quasi interamente a Parigi dove una giovane senegalese raggiunge la famiglia francese presso la quale già lavorava in Senegal come babysitter, ma ben presto le aspettative della ragazza andranno deluse.
Ben girato e ben fotografato in bianco e nero, evidenzia una regia molto attenta con buone inquadrature, montaggio snello e qualche dettaglio pregevole come la maschera di legno. Interessante visione.

Touki-Bouki (Djibril Diop Mambéty, Sen, 1973)
Di tutt’altro genere quest’altro senegalese, in bilico fra surrealismo e avant-garde, certamente meno incisivo del film di Ousmane Sembene. A volte risulta confuso per mancanza di continuità spazio-temporale e per gli inserti onirici. Apprezzabili tentativo, ma per surrealismo e avanguardia di rilievo ci vuole molto di più.

giovedì 26 marzo 2020

Micro-recensioni 81-90 del 2020: generi, epoche e nazionalità molto vari

Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese (Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido (Luis Berlanga, Spa, 1961)
Sandakan 8 (Kei Kumai, Jap, 1974)
Sophie Scholl (Marc Rothemund, Ger, 2005)
La comedia negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto. Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga, superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb 8,1).
In Sandakan 8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle ultime interpretazioni di Kinuyo Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice.
Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé (Ousmane Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004)
Une vie toute neuve (Ounie Lecomte, Fra/Kor, 2007)
Questi due film “etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco rappresentati cinematograficamente. Moolaadé fu l’ultimo dei 9 film del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”, quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere … mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro.
Interessante ma troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile.
L’altro film tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei bambini.
Valentín (Alejandro Agresti, Arg, 2002)
Swimming Pool (François Ozon, Fra/UK, 2003)
Poche parole per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale fa quasi da badante.
Il film di Ozon mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese, si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e, nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo Chorus (Yasujirô Ozu, Jap, 1931)
The Water Magician (Kenji Mizoguchi, Jap, 1933)
The Actress and the Poet (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Infine, i tre giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi. 

domenica 29 settembre 2019

58° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (286-290)

Cinquina con netta prevalenza di film dei primi anni ’30, tre giapponesi ed un capolavoro di Fritz Lang del suo periodo tedesco ... M - il mostro di Dusseldorf. Completa il gruppo un “intruso”, un film di Spike Lee, peraltro un po’ fuori diverso dal suo stile. I film giapponesi, pur essendo nel pieno della rivoluzione portata dall’avvento del sonoro, sono muti e diretti da due registi poi divenuti più che rispettati: Ozu e Naruse.

   

290  M - Il mostro di Dusseldorf (Fritz Lang, Jap, 1931) tit. or. “Eine Stadt sucht einen Mörder” * con Peter Lorre, Ellen Widmann, Inge Landgut * IMDb  8,3  RT  100% *  all’85° posto nella clasifica IMDb di tutti i tempi
Uno degli indimenticabili film di Fritz Lang, il primo sonoro dopo i grandi Mabuse (1922), I Nibelunghi (1924) e Metropolis (1927) e parecchi altri meno conosciuti ma sempre più che buoni, senz’altro il suo periodo migliore.
Si potrebbe scrivere molto in merito ai meriti di questo film, le particolari inquadrature dall’alto e dal basso, la voce fuori campo che descrive le azioni intraprese per catturare il killer, i dettagli che spiegano eloquentemente ciò che accade pur senza mostrarlo palesemente, l’ottima interpretazione di Peter Lorre (che a questo film deve molto della sua fama), protagonista al suo terzo film e nel primo fu uncredited.
Avendo trovato il dvd della versione restaurata, l’ho guardato con attenzione e con enorme piacere, pur essendo la mia ennesima visione. Si sappia che per molti non ottenne il visto della censura e giunse nelle sale italiane solo nel 1960.
Assolutamente da non perdere, non vi fate condizionare dallo stupido preconcetto, purtroppo diffuso, “film d'epoca e in bianco e nero = noioso e soporifero” ... niente di tutto ciò.
    
286  I was born, but ... (Yasujirô Ozu, Jap, 1932) tit. or. “Otona no miru ehon” * con Tatsuo Saitô, Tomio Aoki, Mitsuko Yoshikawa, Takeshi Sakamoto * IMDb  8,0  RT  100% 
Non ricordo esattamente cosa come sono giunto a recuperare questo muto di Ozu (e il successivo  Passing Fancy) ma sono molto contento di averli guardati, pur sapendone ben poco. Si tratta di due originali commedie i cui protagonisti sono dei vivaci ragazzini. L’ineffabile Tomio Aoki, 9 anni all’epoca, ma già con una quindicina di film alle spalle, è uno dei due fratellini che, essendosi trasferiti in un nuovo quartiere, devono avere a che fare con un gruppetto di coetanei, fra un po’ di inevitabile solito bullismo e giochi vari. Fra di loro c’è anche il figlio del proprietario dell’azienda in cui lavora loro padre. A quell’età le cose cambiano velocemente sia nei rapporti fra ragazzi, sia in quelli genitori-figli.
Storia molto ben narrato da Ozu che si distingue anche in questa commedia giovanile leggera, cogliendo l'occasione per fornire anche una visione critica del sistema della scala gerarchica nell’ambiente lavorativo giapponese dell’epoca ... e non mancano i suoi classici panni stesi ad asciugare, infilati sulle canne.
Molto piacevole e divertente, assolutamente consigliato.

      

288  Inside man (Spike Lee, USA, 2006) * con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer * IMDb  7,6  RT  88% 
Come anticipato nel cappello, in questo lavoro di Spike Lee la componente razziale è meno marcata che nella maggior parte degli altri suoi film, eppure non manca. Pur essendo una cronaca quasi in tempo reale di una rapina molto particolare, ci sono comunque tante battute riferite a varie etnie, all’intolleranza razziale e al non rispetto delle religioni altrui.
Storia intricata che parte come una qualunque rapina in banca, ma man mano si comincia a capire che non è proprio così. Clive Owen è la mente dell’audace assalto alla banca, Denzel Washington è l’ispettore che tenta di trattare con lui anche in considerazione della presenza di varie decine di ostaggi, Jodie Foster è un’ambigua fixer che agisce per conto dell’equivoco presidente della banca, interpretato da Christopher Plummer.
Pochi sono i veri colpi di scena in quanto quasi tutto è abbastanza prevedile (probabilmente volutamente) per i tanti indizi forniti e qualche flashforward. Buone le interpretazioni tranne quella di Jodie Foster che comunque, secondo me, grande attrice non è mai stata e deve la sua notorietà solo al suo fortuito e fortunato esordio nel ruolo della giovanissima prostituta Iris in Taxi Driver (1975, Martin Scorsese).
Film in ogni modo sufficiente, anche se certamente meno incisivo della maggior parte dei film di Spike Lee.

287  Passing Fancy  (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) tit. or. “Dekigokoro  ” * con Takeshi Sakamoto, Tomio Aoki, Nobuko Fushimi, Den Ohinata * IMDb  7,4  RT  72%p 
Ritroviamo l’ineffabile Tomio Aoki di I was born, but ..., ma stavolta non ha a che fare con un gruppo di suoi coetanei, bensì con adulti. Anche questo film è una commedia ma i protagonisti sono un male assortito trio, composto da due colleghi di lavoro (uno dei quali padre single del bambino) ed una giovane ragazza spuntata più o meno dal nulla. Tomio Aoki e il vicinato forniscono un variopinto contorno umano in un ambiente al limite della povertà.
Piacevole, ma certamente non all’altezza di I Was Born, but ... dell’anno precedente.

289  Flunky, Work Hard  (Mikio Naruse, Jap, 1931) tit. or. “Koshiben ganbare” * con Shizue Akiyama, Seiichi Katô, Tomoko Naniwa * IMDb  6,8 
Per concludere la mia incursione nel periodo finale del muto giapponese e fra i primi passi du registi poi divenuti famosi anche a livello internazionale nel dopoguerra, ho recuperato questo corto (28’) di Mikio Naruse.
Commedia passabile, ma niente di più.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 22 settembre 2019

57° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (281-285)

In questa cinquina mista ci sono un classico hollywoodiano del dopoguerra vincitore di 8 Oscar, con cast stellare (5 Nomination 2 delle quali tramutate in Oscar), 3 film giapponesi di uno stesso regista (Mikio Naruse) ed una commedia italo-francese di una cinquantina di anni fa che all’epoca ebbe un gran successo commerciale ma visto oggi appare troppo datato e, permettetemi, abbastanza stupido; tuttavia resta un cult per la "lezione di camminata", quella che poi è rimasta indissolubilmente legata ad Aldo Maccione

   

281  From Here to Eternity  (Fred Zinnemann, USA, 1953) tit. it. “Da qui all’eternità” * con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Deborah Kerr, Frank Sinatra, Donna Reed  * IMDb  7,6  RT 92%  * 8 Oscar (miglior film, regia, Frank Sinatra e Donna Reed non protagonisti, sceneggiatura, fotografia, montaggio e sonoro) e 5 Nomination (Burt Lancaster, Montgomery Clift e Deborah Kerr protagonisti, costumi e commento musicale)
Fred Zinneman, regista a dir poco versatile vincitore di 4 Oscar, reduce dal grande successo ottenuto con High Noon, uno dei più famosi western di sempre (it. Mezzogiorno di fuoco, 1952), dirige alla perfezione questo dramma tratto dall’omonimo romanzo di James Jones (1951). Al margine di un ambiente militare confluiscono numerose storie personali assolutamente diverse. Dal pugile (Montgomery Clift) che si rifiuta di combattere per la sua compagnia, nonostante le minacce esplicite dei superiori e il bullismo da caserma, al suo commilitone ritrovato ma ribelle e alcolizzato (Frank Sinatra), dal loro diretto superiore (Burt Lancaster) che instaura una relazione con la moglie del colonnello (Deborah Kerr) al sergente violento e razzista (Ernest Borgnine), fino alla ragazza (Donna Reed) arrivata alle Hawaii con la speranza di mettere un po’ di soldi da parte lavorando in un club frequentato per lo più dai militari di stanza a Oahu (Hawaii) che finisce per innamorarsi del pugile, ricambiata.
Un’ottima sceneggiatura, nelle mani di un regista come Zinneman, con un cast comprendente gli attori appena elencanti, non poteva che trasformarsi in un film di grande livello.
Da non perdere, come tutti i buoni film di quell'epoca, con bravi attori ben diretti, senza bisogno di effetti speciali e/o trucchi di sorta.

283  Inazuma (Mikio Naruse, Jap, 1952) tit. int. “Lightning” * con Hideko Takamine, Mitsuko Miura, Kyôko Kagawa * IMDb  7,6 
Una settimana dopo aver guardato Older Brother Younger Sister mi sono messo alla ricera di altri film di Naruse, visto che avevo anche aprezzato altre sue direzioni in passato. Come già ebbi modo di dire, pur non essendo forse di pari livello con i suoi contemporanei - e per alcuni versi simili - Ozu o Mizoguchi, è un ottimo interprete del realismo, un ottimo narratore essenziale, preciso, avvincente nella semplicità delle trame. Inazuma è senz’altro il migliore di questo trio, grazie anche all’impeccabile interpretazione della sua musa Hideko Takamine e al soggetto, fornito da un romanzo di Fumiko Hayashi. Dramma familiare che vede protagonisti una madre e i suoi 4 figli (tutti adulti), avuti da 4 uomini diversi. Un fratello dedito più all’alcol che al lavoro, e tre sorelle: una appena diventata vedova, una adultera e la più giovane che tenta di prendere le distanze dal resto della famiglia.
Come altri registi asiatici, Naruse è stato a lungo trascurato, essendo poco conosciuto. Negli ultimi anni, grazie anche a vari restauri e alla promozione della Criterion, molti cinefili e critici lo stanno rivalutando e lo pongo alla pari dei suoi più famosi colleghi della metà del secolo scorso.
Ne consiglio la visione, può essere una buona introduzione ai suoi lavori e un incoraggiamento a recuperare anche altri suoi film come Floating Clouds (1955) e When a Woman Ascends the Stairs (1963), entrambi con Hideko Takamine nel ruolo di protagonista.

      


284  Anzukko  (Mikio Naruse, Jap, 1958) tit. int. “Little Peach” * con Sô Yamamura, Kyôko Kagawa, Isao Kimura * IMDb  6,9 
Terzo e ultimo di questo trio di film di Naruse, altro dramma familiare, più che altro di coppia, con una brava moglie dall’incredibile limite di sopportazione, prossimo alla santità (o alla stupidità). Suo marito è un aspirante scrittore che soffre di una condizione di ammirazione / odio viscerale per il padre di lei, famoso scrittore. Storia ben narrata e protagonisti ben delineati, non solo i due, ma anche i genitori di lei (disponibilissimi nei confronti della figlia, ma dell’idea che qualunque decisione debba essere la sua), l’editore e qualche altro  personaggio significativo. Per l’ennesima volta, Naruse resta nell’ambito del realismo e in particolare del ceto medio, con qualche problema economico (ma non sono certo poveri), di cultura medio-alta e con qualcuno con i soliti problemi di alcool.
Film drammatico ben costruito, che certamente merita la visione.

282  Hideko, the Bus Conductress  (Mikio Naruse, Jap, 1941) tit. or. “Hideko no shashô-san” * con Hideko Takamine, Kamatari Fujiwara, Daijirô Natsukawa * IMDb  7,0 
Altro film di Naruse con Hideko Takamine, una delle più famose (e brave) attrici del secolo scorso, 180 film nell’arco di una cinquantina d’anni, dopo aver debuttato all’età di 5 anni. 
Piacevole commedia che propone uno spaccato della vita dei dipendenti di un’azienda di trasporto pubblico. In effetti si tratta di un mediometraggio, durando appena 53 minuti, ma resta comunque un buon passatempo ben realizzato ed interpretato.
Visione non indispensabile, ma certamente non criticabile sotto alcun aspetto.

285  L'avventura è l'avventura (Claude Lelouche, Fra, 1972)  * con Lino Ventura, Jacques Brel, Aldo Maccione * IMDb  7,0  RT  95%p 
Come scritto nel cappello, L'avventura è l'avventura è stato un po’ una delusione. Visto da ragazzo con compagni di studio (e nei primi anni ’70) fu divertente, ma non regge assolutamente il peso degli anni. Per la verità, lo abbiamo riesumato e l’ho guardato senza grandi aspettative, ma solo per prendere un po’ in giro uno che pur essendo più piccoletto rispetto a Maccione e non avendo mai visto questo film, cammina esattamente come lui! Per chi non sapesse di cosa parlo, ecco la scena degli aspiranti tombeur de femmes sulla spiaggia.
Commedia grottesca, quasi surreale, che vede un quintetto di piccoli delinquenti male assortiti che si lancia nel mondo delle grandi truffe, fra rapimenti, guerriglia e traffico di armi.
Più che altro per i nostalgici, per chi vuole vedere Ventura al di fuori dei noir e polizieschi, chi vuole passare un paio d’ore assolutamente non impegnative, con “comicità d’epoca”.

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mercoledì 4 settembre 2019

55° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (271-275)

Torno alle cinquine eterogenee ... infatti, insieme con l’ultimo tedesco dell’epoca d’oro recuperato, ci sono un film drammatico giapponese, uno romantico francese e due inglesi di taglio molto diverso: una commedia e uno storico.
  
   


274  A Man for All Seasons  (Fred Zinneman, UK, 1966) tit. it. “Un uomo per tutte le stagioni” * con Paul Scofield, Robert Shaw, Orson Welles, Wendy Hiller * IMDb  7,7  RT 82%  *  6 Oscar  (miglior film, regia, Paul Scofield protagonista, sceneggiatura, fotografia, costumi) e 2 Nomination (Robert Shaw, e Wendy Hiller non protagonisti)
Film storico basato su un evento fondamentale per la storia, non solo inglese ma mondiale, tuttavia poco approfondito al di fuori del Regno Unito. Si tratta infatti degli ultimi giorni di vita di Thomas More (italianizzato Tommaso Moro, 1478-1535) politico e letterato, ma soprattutto fervente cattolico che per le sue convinzioni fu decapitato. Il tentativo di Enrico VIII di far annullare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena condusse alla dichiarazione di supremazia del re sulla Chiesa d’Inghilterra, alla conseguente rottura con il papato e quindi alle decapitazioni dei personaggi pubblici che non accettarono questo divisione (fra i quali More). Da ciò consegue che i dialoghi sono di stampo politico, filosofico e religioso, i riferimenti alla storia dell’epoca (in particolare ai rapporti di potere con Spagna e papato) sono numerosi e quindi a chi non ci si raccapezza il film apparirà pesante. Tuttavia, non si potrà fare a meno di apprezzare scenografie e costumi nonché le ottime interpretazioni di Paul Scofield, Robert Shaw, Wendy Hiller e anche quella di Orson Welles, seppur limitata alla scena iniziale ... è comunque un pezzo d’arte.
Due parole le merita senz’altro il regista Fred Zinneman (Da qui all’eternità, Mezzogiorno di fuoco, ...), vincitore di 4 Oscar, che svolge un eccellente lavoro nel mettere insieme una sceneggiatura sostanzialmente difficile e potenzialmente poco cinematografica. Di lui ho sempre apprezzato la versatilità a cominciare dal suo film di esordio Redes (1936, Mex, co-diretto con Emilio Gómez Muriel) del quale conservo un ottimo ricordo.

273  Hobson's Choice  (David Lean, UK, 1954) tit. it. “Hobson il tiranno” * con Charles Laughton, John Mills, Brenda de Banzie * IMDb  7,7  RT 90%  *  Orso d’Argento per David Lean a Berlino
Non è certo il David Lean dei grandi film di fine carriera (Il ponte sul fiume Kwai, Lawrence d’Arabia, Doctor Zivago, ...), ma si era già fatto apprezzare soprattutto per Brief Encounter (1945) e Great Expectations (1946), dei quali era anche sceneggiatore e per i quali ottenne le sue prime 4 Nomination Oscar (2 per le regie e 2 per le sceneggiature), quando si cimentò con questa commedia in puro stile inglese, ambientata in una relativamente opulenta cittadina britannica a fine ‘800.
Al limite della farsa, questa commedia vede protagonista un vedovo despota (il titolo italiano, pur non essendo traduzione letterale dell’originale, è più che giustificato) padrone assoluto del suo negozio-laboratorio di calzature e alle prese con tre figlie che aspirerebbero a maritarsi con chi dicono loro e non secondo le scelte del padre. Oltre Charles Laughton nelle vesti del padre padrone, bravo come al solito, qui un po’ sopra le righe ma è il personaggio che lo richiede, anche tutto il resto del cast è convincente nell’interpretare non solo i coprotagonisti (figlie e fidanzati) ma anche gli amici di bisboccia di Hobson e gli altri personaggi minori.
Divertente e ben realizzato, porta lo spettatore in un ambiente piccolo borghese, in una bottega artigiana di ottimi livello e reputazione con residenza annessa, nel pub dove si beve a più non posso, nella vita quotidiana inglese in piena epoca vittoriana e nelle sue tradizioni.
Ottimo per svagarsi un paio d’ore scarse.

      

271  Ragazze  in uniforme (Leontine Sagan, Ger, 1931) tit. or. “Mädchen in Uniform” * con Dorothea Wieck, Hertha Thiele, Emilia Unda * IMDb  7,7  RT 100%
Film rigoroso che si svolge tutto all’interno di un collegio femminile (dalle regole molto rigide) che inevitabilmente mi ha riportato alla mente quello mostrato in Diario di una donna perduta (1929, di G. W. Pabst) guardato la settimana scorsa. Evidentemente dovevano essere situazioni comuni per le ragazze della media borghesia e oltre, specialmente per quelle un po’ ribelli per le quali diventava una specie di riformatorio.
In questo caso la storia quasi osé per le venerazione della protagonista nei confronti di una istitutrice, fa passare in secondo piano i rapporti fra il dispotico staff e le “recluse”.
Si tratta del primo dei soli 3 film diretti dalla Sagan, già attrice e regista teatrale, certamente il suo più famoso soprattutto per lo scalpore suscitato dal cast completamente femminile e il tema chiaramente lesbico, seppur non del tutto esplicitato.
Interessante e ben realizzato.

272  Older Brother Younger Sister   (Mikio Naruse, Jap, 1953) tit. or. “Ani imôto” * con Machiko Kyô, Masayuki Mori, Yoshiko Kuga * IMDb  7,4 
Film  basato sull’omonimo noto racconto di Saisei Murō già adattato per il grande schermo nel 1936 (regia di Sotoji Kimura) e successivamente riproposto da Tadashi Imai nel 1976, sempre con lo stesso titolo. Pur non essendo famoso come altri registi giapponesi suoi contemporanei, Naruse sfoggia come suo solito un più che apprezzabile stile personale alternando interni a campi lunghi esterni e ponendo sempre la massima attenzione alla composizione dell’immagine.
In sostanza, una classico dramma familiare giapponese, molto ben interpretato e costruito, forte della solida base fornita dai protagonisti tutti molto diversi e spesso in contrasto fra di loro: genitori, un figlio, due figlie (una delle quali “sedotta e abbandonata”), il presunto seduttore, un pretendente. Tutto si svolge in un piccolo villaggio rurale, la grande città (Tokio) si nomina più volte ma non viene mai mostrata, pur avendo un suo ruolo nella storia.
Da guardare.

275  Un coeur en hiver (Claude Sautet, Fra, 1992) tit. it. “Un cuore in inverno” * con Daniel Auteuil, Emmanuelle Béart, André Dussollier  * IMDb  7,7  RT 85% 
Se Ani imôto è tipicamente giapponese, questo film di Sautet è inconfondibilmente francese. Una storia intricata e ben narrata, ma sostanzialmente con pochi avvenimenti. Una buona analisi dei vertici di un improbabile triangolo impossibile, personaggi tenuti insieme dal violino. Infatti, è proprio questo strumento che lega la violinista di classe, il suo fidanzato commerciante di liuti, il socio di quest’ultimo costruttore/accordatore dei preziosi strumenti. Ovviamente, tutta la colonna sonora è costituita da eccellenti pezzi per violino e trio (con violoncello e piano) eseguita durante prove, registrazioni, concerti. Seppur con buona scenografia e buone interpretazioni, la regia non si fa notare per alcunché e la sceneggiatura è un po’ debole.
Tutto sommato è un film più che sufficiente, ma non coinvolge, né convince del tutto.
  
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