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lunedì 15 agosto 2022

Microrecensioni 236-240: misto a buona prevalenza francese

Anche se il titolo non è chiarissimo, intendo dire che i tre francesi (tutti del secolo scorso) sono i migliori del gruppo, graditi come il vino … il più vecchio è anche il migliore in assoluto. Nel complesso, del cult horror giapponese avevo appreso da Twitter, l’americano era proposto da MUBI e raccomandato da RT (92%) ma è stato molto deludente, come anticipai ho voluto ri-guardare Le corbeau dopo averne visto il remake americano (The 13th Letter), ho aggiunto uno dei migliori film di Melville (altro regista francese di oltre mezzo secolo fa, poco conosciuto) e ho concluso con un terzo francese che non conoscevo, ma ho trovato su raccomandazione di BFI e Criterion Collection, nonché della Palma d’Argento per la regia a Cannes, 100% su RT e 237° posto nella classifica migliori film di tutti i tempi di IMDb.

 
Le corbeau (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1943)

Guardato vari anni fa, non ne ricordavo ogni particolare, ma certamente la qualità. A pochi giorni di distanza dall’aver visto il remake americano, ho potuto notare che tante scene (compresi i dialoghi) sono riproposte pedissequamente, ma anche che vari dettagli mancano e che il finale è proposto in modo diverso, pur mantenendo i contenuti. Questo mystery drammatico si basa sulla ricerca di un misterioso corvo che con le sue tante lettere anonime indirizzate a persone diverse riesce ad avvelenare i rapporti in un'intera cittadina di provincia creando scompiglio nelle famiglie e fra amanti, facendo sorgere sospetti in tutti, causando un suicidio, infinite gelosie e tentativi di aggressioni. Fino all'ultima scena, nonostante in vari momenti possa sembrare che tutti gli indizi puntino in una chiara direzione, il corvo riuscirà a non farsi scoprire. Ottima regia da classico noir francese, supportata da un ampio e variegato cast, con tanti attori poco noti che tuttavia interpretano perfettamente i rispettivi ruoli. Una menzione particolare la merita anche il direttore della fotografia Nicolas Hayer. Da non perdere!

Le samouraï (Jean-Pierre Melville, Fra, 1972)

Disavventure di un killer professionista parigino (un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo), un lupo solitario che nonostante tutte le precauzioni viene visto chiaramente subito dopo un omicidio. Anche se lo zelante commissario nutre forti sospetti su di lui, la testimone nega di riconoscerlo e così, dopo un lungo interrogatorio è costretto a rilasciarlo. Qui comincia un lungo gioco di gatto e topo, complicato dal fatto che il killer vuole avere un confronto con i misteriosi mandanti dell’assassinio. Ritmo lento, implacabile, con lunghi inseguimenti nella metro parigina, furti d’auto e qualche altro scontro a fuoco. Tutti gli attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. Pochissimi i dialoghi, chi si sente di più è l’uccellino in gabbia, nella stanza del killer, la cui salute segue di pari passo la situazione sempre più critica nella quale si trova il Samurai.

  
La haine (Mathieu Kassovitz, Fra, 1995) tit. it L'odio

La storia si sviluppa in 24 ore e i protagonisti sono tre balordi della banlieue parigina, tre amici nonostante le diverse etnie: un ebreo, un arabo e un giovane di colore. Quest’ultimo è l’unico che sembra di avere un po’ più di buonsenso, ma spesso si lascia trascinare dagli altri due sempre pronti alla rissa o almeno alla violenza verbale. Dopo una delle tante tante giornate di scontri con la polizia, un loro amico si trova in ospedale, in fin di vita. Vinz (Vincent Cassel, alla sua prima interpretazione di successo) recupera una pistola e giura di uccidere un poliziotto nel caso il suo amico non sopravviva. Nel corso della notte affronteranno naziskin, molesteranno persone, tenteranno un furto, saranno fermati dalla polizia, insomma succede un po’ di tutto prima del drammatico finale. Secondo lungometraggio del regista/sceneggiatore Kassovitz, girato in buon bianco e nero, con tanta macchina a spalla.  

House (Nobuhiko Ôbayashi, Jap, 1977)

Primo lungometraggio di Ôbayashi che fino a quel momento si era dedicato solo a short e pubblicità. La tecnica è mista in quanto nel film sono inseriti molti disegni ed effetti speciali palesemente posticci e amatoriali, ma ciò è voluto e costituisce gran parte dell’originalità del film. Anche la sceneggiatura (basata su un soggetto di sua figlia di 10 anni) è al di fuori degli schemi convenzionali e forse rispecchia parte delle paure e incubi dei giovani giapponesi dell’epoca. Singolari sono le interazioni fra le sette ragazze protagoniste e gi oggetti della casa nella quale sono ospitate, di proprietà della zia di una di loro. Originali montaggio e fotografia che contano su tanti singolari fondali e i già gitati numerosi effetti speciali. Come tutti i cult unici nel loro genere, ha pro e contro, pregi e difetti m a certamente intrigherà gli appassionati del genere horror/fantasy.

The Humans (Stephen Karam, USA, 2021)

Tutto si svolge nelle poche ore di una, a dir poco triste, cena famigliare di Thanksgiving, in un vecchio appartamento molto poco arredato (ancora non hanno effettuato il trasloco) e con pochissima luce (come se non bastasse si fulminano anche varie lampadine) il che limita fortemente la fotografia. Sono riunite tre generazioni di una famiglia nella quale sembra che quasi nessuno vada d’accordo con gli altri. Ovviamente (classico in questo tipo di film) si faranno confessioni e qualcuno esprimerà risentimento nei confronti di questo o quello ma, purtroppo, i dialoghi non sono un granché. Di chiara derivazione teatrale, si tratta dell’adattamento dell’omonimo atto unico dello stesso regista del 2015, finalista del Premio Pulitzer l’anno successivo. L’ho trovato troppo americano, pieno di discorsi convenzionali per lo più deprimenti intervallati dai soliti stucchevoli Oh, my God e I’m sorry. Suggerisco di evitarlo.

sabato 14 maggio 2022

Microrecensioni 131-135: 10 Asian-American movies (6-10)

Seconda cinquina dei 10 film scelti dalla classifica Rotten Tomatoes The 81 Best Asian-American Movies (vedi post del 7 maggio).

Searching (Aneesh Chaganty, 2018, USA)

Film veramente sui generis, con storia narrata quasi esclusivamente attraverso schermate di cellulari e laptop. Ero abbastanza perplesso prima di affrontarne la visione ma i più che buoni rating (7,6 su IMDb e 91% RT) mi hanno convinto e non me ne sono assolutamente pentito. Ottimo thriller, con tanti twist, eventi, deduzioni e sospetti derivanti dalla spasmodica ricerca di indizi e tracce per ritrovare una 16enne misteriosamente scomparsa. Il padre riesce ad accedere alle pagine, chat e account della ragazza attraverso il computer lasciato a casa e, da un certo punto in poi, è affiancato da una detective della polizia, specializzata nella ricerca di persone scomparse. Attraverso messaggi testuali e vocali, registrazioni di dirette, video YouTube, telefonate, email e rubriche, agli spettatori vengono fornite le stesse informazioni a disposizione del padre, in contemporanea. Fino alla fine ognuno potrà fare le sue illazioni, spaziando fra rapimento, allontanamento volontario, incidente e altre ipotesi. Un minimo di conoscenza in merito all’uso di smartphone, laptop, app e social facilita la visione e la rende ancor più interessante, dando quasi l’idea di partecipare alle ricerche. Questo è il film di esordio di Aneesh Chaganty (classe 1991, di origini indiane ma nato in USA), geniale giovane che a 23 anni realizzò uno spot per Google Glass, subito virale con un milione di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Subito ingaggiato dal Google Creative Lab di New York, per un paio di anni si è dedicato ai corti prima di scrivere e dirigere Searching. Per varie versioni straniere (inclusa quella italiana) sono state replicate nei relativi idiomi tutti le chat e schermate ma chi ne volesse usufruire dovrà sorbirsi il solito pessimo doppiaggio …

 
Columbus (Kogonada, 2017, USA)

Molto lento ma interessante e girato con gran gusto e tecnica. Kogonada è in effetti più saggista e critico cinematografico che regista, regolare collaboratore della rivista Sight & Sound di The Criterion Collection, che in questo suo primo lungometraggio (del quale è anche sceneggiatore e responsabile del montaggio) si diletta a dividere nettamente le inquadrature con tante linee ben definite, spesso nascondendo i protagonisti che stanno parlando o duplicandoli con sapienti giochi di specchi. Fa anche scoprire agli spettatori molti dei peculiari edifici modernisti per i quali la città di Columbus (Ohio, USA) è nota nel mondo dell’architettura e per questo detta “la Mecca del Midwest per l’architettura”. Indiscutibilmente un art house film vale a dire di quelli, di solito indipendenti, diretti a un pubblico di nicchia; “lavori seri, artistici e spesso sperimentali non destinati alle masse”, “prodotti soprattutto per fini estetici e non commerciali”.

Driveways (Andrew Ahn, 2019, USA)

Film quasi rohmeriano, basato sui rapporti interpersonali fra persone che poco si conoscono, di differenti culture ed età. Una giovane madre single di origini indocinesi con suo figlio di 9 anni si trova a dover svuotare e ripulire la casa di sua sorella, appena deceduta e con la quale aveva pochi rapporti. La cosa non è semplice in quanto si rende subito conto che era una hoarder (accumulatrice seriale, compulsiva) che aveva riempito ogni stanza di oggetti accatastati. Nei pochi giorni di permanenza i due avranno a che fare con vicini socievoli e non, fra i quali spicca il veterano Del (Brian Dennehy, deceduto prima dell’uscita del film) che un rapporto particolare con il ragazzino. Ben realizzato e interpretato, ma sappiate che non c’è quasi azione … come nei film di Rohmer.

 
Crazy Rich Asians (Jon M. Chu, 2018, USA)

Commedia divertente solo a tratti, che pone in ridicolo le manie di grandezze di una famiglia di Singapore e del loro entourage. Un’americana (seppur di origini cinesi) si trova in mezzo a quella banda di giovani orientali straricchi e scatenati e meno giovani fuori di testa e viene bullizzata quasi da tutti per non essere considerata del loro stesso livello (ricchezza).

Gook (Justin Chon, 2017, USA)

Ben filmato con tanta camera a spalla e in bianco e nero, purtroppo con una sceneggiatura scadente e scadenti dialoghi (si possono definire cosi brevi scambi di battute per lo più pieni di f**k e f**king?). Oltretutto i due fratelli coreani protagonisti appaiono come degli assoluti imbecilli e ci si chiede come abbiano potuto mantenere la loro attività di commercio di scarpe, considerato anche il fatto che siano continuamente bullizzati da un gruppetto di balordi afroamericani. A ciò si aggiunge che il contrasto non è solo fra i rappresentanti delle due comunità ma anche fra di loro, seppur parenti stretti. Per bocca di un anziano commerciante coreano e della sorella undicenne di uno dei delinquenti (la vera protagonista, ben interpretata da Simone Baker) vengono fuori considerazioni sul razzismo fra i non-bianchi, che pure esiste anche se raramente se ne parla.

martedì 30 novembre 2021

Micro-recensioni 346-350: noir giapponesi degli anni ’50-‘60

Pur avendo altra morale, differente tipo di criminalità e di codici rispetto agli americani, i noir giapponesi non sono da sottovalutare assolutamente, anche se in alcune situazioni mostrano segni di emulazione (plagio o omaggio?) nei confronti dei classici hollywoodiani dei decenni precedenti. Questa cinquina compone anche una collezione prodotta Eclipse e commercializzata da Criterion con l’elemento comune ben esplicitato nel titolo: Nikkatsu Noir. Di due film è protagonista la star dell'epoca Jô Shishido, riconoscibilissimo per le sue guance prominenti (chirurgicamente modificate), oltre 200 film al suo attivo interpretando per lo più gangster, yakuza e noir, ma a fine carriera partecipò anche a film erotici (i famosi roman porno), diventato estremamente famoso nel 1967 per il suo ruolo in Branded to Kill (diretto da Seijun Suzuki, tit. it. La farfalla sul mirino). 

Segnalo queste due interessanti pagine (in inglese) nelle quali si trovano succinte trame e recensioni dei film inclusi nel cofanetto.

Presentazione dei film del cofanetto su criterion.com

Dettagliate recensioni dal sito dvdbeaver.com

 

I Am Waiting (Koreyoshi Kurahara, 1957, Jap)

Senza dubbio il mio preferito fra i cinque, l’ho trovato veramente interessante, sia per la realizzazione che per la buona trama che si arricchisce di nuovi elementi man mano che si procede, fra il passato dei vari protagonisti che viene lentamente alla luce e gli sviluppi che ne conseguono.

Rusty Knife (Toshio Masuda, 1958, Jap)

Altro film con trama originale che si basa su avvenimenti degli anni precedenti che risultano poi essere la connessione fra il protagonista e la figlia di un ufficialmente suicida, invece assassinato. In sostanza si tratta di un giovane che vorrebbe cancellare il suo violento passato e cambiar vita, ma la riqualificazione, si sa, non è mai troppo semplice.

  

Cruel Gun Story
(Takumi Furukawa, 1964, Jap)

Costanti scontri a fuoco producono una vera strage, eppure il film non è splatter; si può scommettere che è fra quelli apprezzatissimi da Quentin Tarantino e Takeshi Kitano, che non hanno mai fatto mistero della loro ammirazione per questo genere. Un carcerato viene fatto evadere per collaborare ad un grosso colpo, un attacco ad un furgone blindato, pieno di milioni di yen, in banconote non rintracciabili visto che si tratta dell’incasso delle scommesse di un ippodromo. La spartizione del bottino non si rivelerà così semplice.

A Colt Is My Passport (Takashi Nomura, 1967, Jap)

In questo caso si tratta di un killer professionista che, dopo aver portato a termine il suo contratto in modo assolutamente professionale, si ritrova alle calcagna non solo gli scagnozzi della vittima, ma anche quelli del mandante. Dovrà cercare di salvarsi, insieme con il suo giovane assistente e questo legame d’onore costituisce parte fondamentale dell’intero film. Ben realizzato sotto tutti gli aspetti, fin dall’inizio colpisce anche il commento musicale di tipo western, anche con tanti fischiettii e trombe in stile Morricone / Leone.

Aim at the Police Van (Seijun Suzuki, 1958, Jap)

Questo è stato quello meno convincente, sia per la sceneggiatura che per la realizzazione. La storia è inutilmente intricata e il buono, pur non essendo un professionista, procede troppo facilmente e si destreggia fra una serie di tradimenti e personaggi misteriosi. Nel complesso risulta poco credibile, a tratti stucchevole e per lo più scontato.

giovedì 25 novembre 2021

Interessanti e ottime proposte di film NOIR su Criterion

Sempre alla ricerca di buoni titoli, seguo vari siti e social di cineteche, piattaforme di streaming e distributori di film arthouse (anche se non disponibili in Italia) e, pur avendone guardati migliaia, trovo sempre qualcosa di nuovo e interessante o mi riportano alla mente film guardati vari decenni fa. Una raccolta di una settantina di titoli di qualità è apparsa di recente sul sito Criterion. Suggerisco di dare una scorsa ai titoli di questa pagina dedicata specificamente ai noir (per me specialmente interessante essendo appassionato del genere), non solo i classici americani in b/n degli anni ‘40 e ’50, ma anche più recenti fino agli anni ’90, oltre ad una buona collezione di giapponesi degli anni ‘60/70 e qualche europeo (dispiace non vedere titoli messicani … ce ne sono numerosi della Epoca de Oro che non hanno nulla da invidiare ai suddetti). I noir rappresentano uno stile più che un genere che ha avuto successo durante quali l’intera storia del cinema, tanto da meritarsi saggi, studi e perfino enciclopedie! 

 

Vi propongo anche questo video che esalta non solo i noir ma anche le potenzialità della fotografia in bianco e nero. Per chi non conoscesse Criterion, sappia che dal 1984 si dedica al recupero e distribuzione di film internazionali di qualità e da vari anni li rende disponibili anche in streaming, purtroppo ancora limitato a USA e Canada. In attesa di potere usufruire anche in Italia è comunque utile seguirlo per nuovi spunti, così come si seguono le programmazioni delle cineteche e di vari Festival, sia che si tratti di nuove uscite che di retrospettive. A Criterion è legato anche il distributore Janus Films (attivo dal 1956) che conta oltre 1.000 titoli internazionali (per lo più del secolo scorso) fra i quali tanti classici di Antonioni, Eisenstein, Bergman, Fellini, Kiarostami, Kurosawa, Sembène, Tarkovsky, Truffaut e Ozu.

Per trovare tanti altri buoni film si può visitare il sito MUBI che, ormai già da qualche anno, consente lo streaming anche in Italia a prezzi accessibilissimi. Oltre ad una regolare programmazione giornaliera di film che restano online per 30 giorni, propone tanti altri titoli divisi in varie categorie come La top 1000 di MUBI, film dei Festival di Cannes e Locarno, Palme, Leoni e Orsi d’Oro, retrospettive dedicate a singoli registi (ora online ci sono Ozu, Bergman, Tarkovsky, Varda, Kieslowsky).

Altro sito da seguire (ma solo per prendere spunto dal catalogo visto che le visioni sono purtroppo limitate al territorio UK) è quello del British Film Institute (BFI). Tante altre idee si possono avere seguendo le programmazioni di cineteche come quelle di Parigi, Madrid, Lisbona, Bologna, Ginevra, Ciudad de Mexico e infinite altre, di solito con un occhio di riguardo alla cinematografia del proprio paese.

domenica 12 aprile 2020

Micro-recensioni 116-120: film turchi pluriremiati, 4 di Nuri Bilge Ceylan

Resto in Medio Oriente spostandomi di poco, dall'Iran alla confinante Turchia. Questa nazione ha una lunga tradizione cinematografica, ma molto altalenante e solo raramente ha prodotto film che superano i confini nazionali, come tutti i 5 appena visti. Infatti, solo a partire dal 1997 il cinema turco ha ottenuto vera visibilità nel mondo del cinema d'élite, con l'esplosione del fenomeno Nuri Bilge Ceylan (noto anche con l'acronimo NBC).

Dry Summer (Metin Erksan, Tur, 1963)
Dramma rurale per una classica disputa sull’utilizzo dell’acqua di una sorgente, soggetto che ha fornito spunto per tanti western. In questo caso si tratta di due fratelli (di caratteri molto diversi fra loro) che, andando incontro alla siccità estiva, bloccano il flusso d’acqua verso valle. Ovviamente, tutti gli altri contadini a valle protestano, si comincia con le minacce, poi si passa a un po’ di violenza e si procede per vie legali, finché non ci scappa il morto e il dramma precipita anche all’interno della famiglia dei proprietari della sorgente. Molto ben realizzato, in stile realistico, con un’ottima fotografia b/n. Nel 1964 vinse sia l’Orso d’Oro a Berlino che il premio della Biennale di Venezia, non a caso si trova nella Criterion Collection ed è sponsorizzato da Martin Scorsese.

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 1997)
Uzak (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2002)
Once Upon a Time in Anatolia (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2011)
Winter Sleep (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2014)

Dopo Dry Summer, ho guardato 4 film di Nuri Bilge Ceylan, stella indiscussa degli ultimi 20 anni. Con soli 8 lungometraggi ha ottenuto ben 96 premi, fra i quali Premio Caligari per Kasaba (1997) e Orso d'oro per Clouds of May (1999) a Berlino, poi è diventato ospite quasi fisso a Cannes guadagnandosi il Grand Prix per Uzak (2002) e Once Upon a Time in Anatolia (2011), premio FIPRESCI per Climates (2006), miglior regia per Three Monkeys (2008), Palma d'oro e FIPRESCI per Winter Sleep (2014), tutti anche candidati alla Palma d’oro compreso il suo più recente The Wild Pear Tree (2018). Di tutti i suoi film è sceneggiatore o cosceneggiatore insieme con sua moglie Ebru Ceylan.
Man mano che procedevo nella visione di questi suoi 4 film, notavo sempre più somiglianze (ispirazioni) con stili e tecniche di Tarkovski, Ozu e Bergman e, a conferma di ciò, ho trovato la lista dei suoi 10 film preferiti che contiene – guarda caso – 2 film di ognuno dei suddetti registi e altri due ciascuno di Antonioni e Bresson. Se deciderete di guardare i suoi film, ora sapete cosa vi aspetta.
Vengo ora ai 4 visti, che si vanno a sommare a Clouds of May guardato ad aprile scorso.
Pur essendo sempre focalizzati sui personaggi, sui loro problemi esistenziali e di relazione con familiari ed estranei, i film sono di genere molto diverso; tutti hanno comunque altri tratti comuni come l’attenzione alla natura, agli animali e alla fotografia (NBC è anche un fotografo).
In Kasaba (1997), suo primo lungometraggio, l’unico in b/n, descrive la vita di una intera famiglia, che abbraccia 3 generazioni, in un’area rurale dell’interno, fra i ricordi e la saggezza degli anziani, le indecisioni di un giovane che dovrebbe iniziare una vita indipendente, la pacatezza di una ragazza adolescente e l’irrequietezza di un ragazzino. Lo si potrebbe definire un film bucolico.

Ben diverso è Uzak (2002), l’unico che si svolge a Istanbul ma si basa sul confronto fra due cugini nati e cresciuti in un paesino di campagna. Uno vive già da anni nella capitale ed ha un lavoro stabile come fotografo e ospita l’altro venuto in città in cerca di lavoro. Li unisce solo l’insoddisfazione, e i loro caratteri diversi non troveranno un punto d’incontro.
Un crime al limite della dark comedy è invece Once Upon a Time in Anatolia (2011) che come filo conduttore ha un assassinio con un reo confesso … ma il cadavere non si trova. Diventa quindi quasi un road movie con la piccola carovana di due auto e una jeep militare che si muove (per lo più di notte) alla ricerca del luogo in cui è stato sepolto il cadavere. L’assassino continua a indicare luoghi sbagliati e le tensioni con e fra poliziotti, magistrato, medico legale, operai (che dovrebbero dissotterrare la salma) e militari cresce ad ogni nuova sosta a vuota. C’è tanta interazione e i dialoghi vanno dalle banalità fra colleghi a confessioni di fatti personali e a considerazioni filosofiche.

Ancora diversi sono i tipi di rapporti fra i protagonisti del lunghissimo (3h16’) Winter Sleep (2014, Palma d’Oro a Cannes), ambientato nel caratteristico ambiente delle caratteristiche abitazioni rupestri della Cappadocia. Molto interessanti e profondi alcuni discorsi fra il proprietario dell’hotel ricavato in tali cavità, con un passato da attore teatrale, ora scrittore, sua sorella e sua moglie, nonché con altri personaggi secondari (ma solo per presenza in scena), eppure importanti. Molto ben fotografati sia gli interni che i paesaggi innevati. Senz’altro un ottimo film (attualmente 248° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre), ma può mettere a dura prova la resistenza di molti, certamente di quelli che non apprezzano i vari Tarkovski, Bergman e gli altri succitati registi.

Avendo apprezzato (chi più e chi meno) i 5 film di NBC fin qui visti, ora mi metterò alla ricerca degli altri 3: Climates (2006), Three Monkeys (2008) e The Wild Pear Tree (2018).

giovedì 28 febbraio 2019

15° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (71-75)

Per questo gruppo non ho avuto dubbi nell’ordinare il film per preferenza, anche se avrei potuto concedere un pari merito ai primi due. In fondo al gruppo ci sono 2 classici americani degli anni '30 che, oltre a essere molto datati, si sono trovati in una "cinquina terribile"!

     


72  Lo specchio (Andrei Tarkovsky, URSS, 1975) tit. or. “Zerkalo” * con Margarita Terekhova, Filipp Yankovskiy, Ignat Daniltsev  * IMDb  8,10  RT 93% 
Film di Tarkovski che mi mancava, affascinante anche se certamente di difficile, difficilissima lettura, ma ha un suo proprio valore comunicativo diretto come una qualunque altra opera d’arte. Le scene si susseguono in modo volutamente disordinato in quanto rappresentano pensieri e ricordi di un uomo malato, che rivive mentalmente vari momenti della sua vita. Si alternano quindi luoghi, visioni e sogni, talvolta in bianco e nero, altre a colori, in interni e in esterni, con improvvisi colpi di vento, pioggia e fuoco (che mi sembra un tema ricorrente nei film di Tarkovski). Pregevoli i lentissimi movimenti di macchina, le riprese d’infilata e la gestione delle immagini riflesse. Più che buone le interpretazioni.
Lo stesso regista declama alcune sue poesie, non tutte di semplice interpretazione e/o da porre in relazione alle immagini proposte. Oltretutto, penso che ciò sia aggravato dal fatto - noto - che se la traduzione di testi “normali” è difficile, quella di versi è praticamente impossibile senza perdere qualcosa dello spirito originale. Magra consolazione può essere il fatto che non essendo del tutto connesse con le immagini, si può restare concentrati solo su queste ultime e apprezzarle nel migliore dei modi.
Un film imperdibile per chi ha il gusto dell’immagine e del cinema canonico seppur quasi sperimentale, incomprensibile e noioso per chi vuole solo azione, chiacchiere ed effetti speciali.
Ho letto un interessante aneddoto nel quale si riporta di una interminabile discussione fra critici che si scontravano sull’interpretazione del film volendo vedere simboli in ogni oggetto, animale e ripresa, alla fine interrotti da una donna addetta alle pulizia (che li sollecitava a terminare per poter procedere con il suo lavoro), avendo visto il film, più o meno disse: “Io l’ho capito, sono semplicemente i ricordi di un uomo morente va con la mente a vari momenti della sua vita, in modo disordinato come è normale”. I critici tacquero e se ne andarono.

73  Pájaros de verano (Cristina Gallego, Ciro Guerra, Col, 2018) tit. int. “Birds of Passage” * con Carmiña Martínez, José Acosta, Natalia Reyes  * IMDb  8,0  RT 93% * presentato al Festival Cannes (Quinzaine des Réalisateurs)
La coppia di cineasti colombiani (sia in campo professionale che di fatto) propone un'altra storia profondamente radicata nell'ambiente rurale colombiano dei nativi e mestizos. Dopo “La sombra del caminante” (2004), “Los viajes del viento” (2009) e il più famoso “El abrazo de la serpiente” (2015, candidato Oscar), diretti e scritti solo da Ciro Guerra e prodotti da Cristina Gallego, per questo quarto film hanno collaborato alla sceneggiatura e condiviso la regia.
La trama, basata su fatti reali e divisa in 5 Cantos, narra degli inizi del business della droga, proponendo gli sviluppi del commercio internazionale della marijuana e gli scontri (spesso cruenti) fra clan in cinque fasi, dal 1968 al 1980, poco prima dell’irruzione sulla scena internazionale del narcotraffico di Pablo Escobar, ormai famoso grazie a serie tv e film.
L’arrivo improvviso di fiumi di denaro in una comunità rurale sostanzialmente povera, legata ad antiche tradizioni, divisa in famiglie e clan, ebbe l’immediato effetto di mettere a nudo avidità prepotenza e sete di potere e aumentarle a dismisura, stravolgendo i rapporti fra i vari gruppi, facendo perdere il rispetto, l'onore, i valori sociali, e anche il buonsenso.
Non c’è modo di frenare questa escalation, chi ci prova viene ovviamente schiacciato, dai capi difendono i membri della loro famiglia anche quando si trovano dalla parte del torto.
Molti hanno voluto vedere nell’essenza di questa storia varie similitudini con la saga della famiglia Corleone narrata da Coppola nei vari Godfather (qui c’è un capofamiglia donna), ma a ben guardare si può dire che si tratta di una storia vecchia quanto il mondo ... gruppi che si alleano per reciproca convenienza, ma poi c’è sempre chi vuole acquisire il potere assoluto, eliminando senza scrupolo alcuno la parte avversaria.
La cosa che può sbalordire, ed è ben narrata, è il come possano adattarsi rapidamente credenze, riti e premonizioni alle necessità del business. Nel susseguirsi dei Cantos, si vedono traballanti e sconnesse capanne di legno tramutarsi in ricche ville simili a cattedrali nel deserto, gli uomini all’inizio armati di carabina e machete saranno ben presto forniti di Kalashnikov e anche bazooka, gli animali da soma sono prontamente sostituiti da fuoristrada 4x4 e  poi avionetas, insomma una evoluzione rapidissima che, oltre a costare molte vite umane, fa perdere agli indigeni la lor identità e la loro cultura. Significativi i titoli dei tre Cantos centrali: "Las tumbas - 1971", "La prosperidad - 1979", "La guerra - 1980".
La bellezza delle riprese di Ciro Guerra in ambiente naturale e spesso selvaggio sono cosa ormai nota così come il saggio utilizzo di attori indigeni non professionisti e dei tanti elementi tipici dell’antica cultura locale, dai vestiti, ai simboli, agli ornamenti, ai riti, alle feste, ai canti.
Sul versante opposto, viene anche ribadita la nota equivocità dei Peace Corps, ufficialmente “Agenzia pubblica che dipende dal Governo degli Stati Uniti d'America” nata durante la presidenza Kennedy che fra i suoi membri contava non solo veri volontari, ma hippy “figli dei fiori”, piccoli trafficanti, agit-prop e (più o meno ufficialmente) agenti CIA in incognito.
Un bel film che tuttavia lascia tanto amaro in bocca e anche una certa tristezza, nel vedere i danni irreparabili causati in pochi anni “dall’occidentalizzazione” a etnie, ambienti e culture secolari.

     

71  Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, Ita, 1960) * con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot * IMDb  8,3  RT 92% * Premi Speciale della Giuria e FIPRESCI, Nomination Leone d’Oro a Venezia
Film del quale avevo sempre rimandato la visione, non essendo Visconti un regista che mi attiri in particolar modo. Non voglio certo negare le sue qualità, ma non apprezzo il suo stile.
In questo caso particolare, ci sono un paio di scelte che mi hanno lasciato perplesso e che lo allontanano molto dal neorealismo italiano, comunque giunto alla fine del suo percorso. In primis, il cast internazionale, con due personaggi principali interpretati da francesi (Annie Girardot e Alain Delon) e, subito dopo in ordine di importanza, una greca (Katina Paxinou) veste i panni del personaggio chiave della madre dei 5 fratelli (tutti lucani) lasciando il solo Renato Salvatori come rappresentante italiano. Non c'erano attrici/attori all'altezza o fu una questione imposta dalla produzione? In aggiunta a ciò, e parzialmente logica conseguenza, si ricorse a un doppiaggio “di massa”, quindi anche le voci di vari italiani che interpretavano personaggi provenienti dalle povere campagne lucane furono sostituite da quelle dei doppiatori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, oltre all'ovvia mancata sincronia con il labiale si nota che la parlata tutt'è fuorché lucana, con frequenti "sc" che l’assimilano molto più un dialetto di centro Italia, comunque ridicolmente italianizzato.
In un film come questo, nel quale si sottolineano i contrasti nord/sud, progresso/arretratezza, ricchezza/povertà, sarebbe stato opportuno curare in modo migliore questo aspetto.
Fra gli interpreti principali spiccano Annie Girardot e Renato Salvatori (Alain Delon sembra sempre imbambolato, anche se in parte ciò è dovuto al suo personaggio), e fra i non protagonisti si contraddistingue Paolo Stoppa.
Sceneggiatura e dialoghi non si discutono, essendo frutto della collaborazione di tante “ottime penne” (Suso Cecchi D'Amico, Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Luchino Visconti, Enrico Medioli e Giovanni Testori), ma la messa in scena non mi è sembrata all’altezza.


75  It Happened One Night  (Frank Capra, USA, 1934) tit. it. “Accadde una notte” * con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly * IMDb  8,1  RT 98% * 5 Oscar (miglior film, regia, Clark Gable e Claudette Colbert protagonisti, sceneggiatura) * 191° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Con questo e prima con Grand Hotel ho messo mano a una serie di classici del cinema americano di molti decenni fa che non avevo mai visto, approfittando di una serie di dvd appena giunta in biblioteca.
C’è poco da dire, è una commedia quasi perfetta (per me la perfezione in questo campo non esiste) come tante altre di Capra (p.e. Arsenico e vecchi merletti, 1944). La ben congegnata storia, con tempi eccellenti e personaggi stravaganti, viene ben interpretata da tutto il reparto, sia i caratteristi che i 2 protagonisti che in questa occasione vinsero il loro unico Oscar della carriera (successivamente ottennero 2 Nomination a testa).
Commedia estremamente datata, tuttavia ancora più che piacevole per una visione spensierata.

74  Grand Hotel (Edmund Goulding, USA, 1932) * con Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford * IMDb  7,5  RT 86% * Oscar come miglior film
Film di difficile definizione, quasi corale, con spunti da commedia, a tratti romantico, un po' thriller con un omicidio di mezzo, in effetti abbastanza triste per la varietà di personaggi che, pur alloggiando al Grand Hotel ed essendo invidiati per questo, hanno tanti problemi e la piacevolezza della loro vita è solo di facciata.
Non mi ha convinto molto e non ho inteso la necessità dell’ambientazione nella Berlino fra le 2 guerre visto che la trama propone storie (quasi tragedie umane) che potevano essere ambientate in un qualunque altro posto nel mondo, come viene sottolineato fra le righe alla fine del film. Certamente le ragioni ci saranno state e la miglior lettura penso sia quella della critica di costume, focalizzata su tutte le miserie che si scoprono dietro una facciata di opulenza.
Vale certamente una visione, ma non aspettatevi troppo. 

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

venerdì 22 febbraio 2019

14° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (66-70)

Per questo gruppo non ho avuto dubbi nell’ordinare il film per preferenza, anche se avrei potuto concedere un pari merito ai primi due. Fra le tante strane coincidenze che non mi stanco di notare, c’è quella di situazioni ricorrenti di bambini più o meno abbandonati , 3 su 4 nelle visioni 65-68, tutti film più che buoni:
65 Tsotsi (lattante trovato in auto e temporaneamente “adottato” )
66 Cafarnao (bambino fuggito di casa che si prende cura di un poppante)
68 Record of a Tenement Gentleman (bambino abbandonato dal padre)
Ecco le 5 nuove recensioni:
        

68  Record of a Tenement Gentleman (Yasujirô Ozu, Jap, 1947) 
tit. or. “Nagaya shinshiroku”; tit. it. (tv) “Note di un inquilino galantuomo”  
con Chôko Iida, Hôhi Aoki, Eitarô Ozawa * IMDb  7,9  RT 100%
Film poco conosciuto di Ozu, il suo primo del dopoguerra dopo 5 anni di sosta forzata, l’ultimo era stato Chichi ariki (C’era un padre, 1942), con Chishû Ryû (1906-1993, 243 film in carriera) come protagonista. Anche in questo film, seppur in un ruolo secondario, compare questo eccellente attore che sarebbe poi stato protagonista di tanti altri film di Ozu degli anni ’50, fra i quali il famosissimo Tokio Monogatari, che si trova nella parte alta di quasi tutte le classifiche dei migliori film di tutti i tempi.
Seppur classificato come dramma, Record of a Tenement Gentleman è invece una commedia drammatica leggera con finale commovente, con una splendida descrizione per immagini dei due personaggi principali: una vedova un po’ scorbutica e un ragazzino abbandonato (forse) dal padre. L’arrivo del bambino nella piccola comunità crea scompiglio in quanto tutti lo vogliono aiutare, ma nessuno è disposto a prendersene cura personalmente. Le scene della donna che tenta di “liberarsi” del ragazzo che la segue a pochi passi di distanza come un randagio che ha scelto il suo padrone sono eccezionali grazie anche all’atteggiamento placido ma deciso del bambino paffuto che non parla quasi mai, con uno strano cappellino in testa e con le mani in tasca. Anche la scena della “riunione di condominio” che termina con una improvvisata esibizione canora al ritmo di chopstick è memorabile.
Ovviamente, non mancano i panni stesi (in questo caso significativi) e tanti tatami shots, le riprese dal basso in interni, un vero marchio di fabbrica di Ozu.
Un eccellente piccolo film (nel senso che è prodotto con molto poco e dura appena 71 minuti) che non a caso è stato restaurato e inserito dalla Criterion Collection.

66  Capharnaüm (Nadine Labaki, Libano, 2018) tit. it. “Cafarnao”  
con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole  
Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese  *  3 Premi (fra i quali quello della giuria) e Nomination Palma d’Oro a Cannes per Nadine Labaki * IMDb  7,3  RT 81%
Quarta regia di Nadine Labaki, che si fece conoscere una dozzina di anni fa con il suo film d’esordio Cararamel (2007), conta una decina di interpretazioni come attrice (in questo è l’avvocato). Film dichiaratamente social-politico nel quale ai temi femministi già trattati dalla regista (personalmente impegnata in politica) si aggiungono quelli dell’infanzia abbandonata e maltrattata, il traffico di esseri umani, spose bambine e migranti.
Non ci vuole molto a immaginare la drammaticità della trama e che ovviamente non può approfondire molto data la varietà e la complessità dei temi trattati, ma riesce comunque a mettere in relazione fra loro molti di essi.
Ottima l'interpretazione del protagonista Zain Al Rafeea e anche di Boluwatife Treasure Bankole (anche se, avendo pressappoco un anno, molto merito deve essere ascritto a chi ne aveva cura). Quest'ultima (una bambina anche se nel film interpreta Yonas, un bambino) è nata in Libano, ma poi espulsa e mandata in Kenya con la madre; Yordanos Shiferaw, che nel film interpreta sua madre, è eritrea e fu effettivamente arrestata nel bel mezzo delle riprese e ci vollero 2 settimane prima di ottenerne il rilascio; Zain è un rifugiato siriano. 
La sceneggiatura è senz'altro apprezzabile per il modo in cui riesce a combinare tanti argomenti scottanti e, pur proponendo storie e situazioni "esemplificative",  a non eccedere né in buonismo né in violenza ... direi è abbastanza bilanciato. La conclusione vagamente ottimista stona un po', ma sperare in un mondo migliore non costa niente e quindi vale la pena farlo.
Ho trovato talvolta eccessivo l’uso della steadicam associato a un montaggio troppo rapido, che dà sì una buona idea di agitazione e caos, ma non concede abbastanza tempo agli spettatori di apprezzare le reazioni dei tanti personaggi coinvolti. Le riprese a spalla sono comunque le più utilizzate nel film, intervallate da pochi sguardi sulla città mediante belle e significative riprese, alcune delle quali da drone (che ricordano molto quelle di Slumdog Millionaire).
Film senz'altro consigliato, ma i più sensibili si preparino ad uscire dalla sala o con fazzoletti inzuppati di lacrime e/o indignati e con un diavolo per capello.
In ogni caso, l'ho trovato senza dubbio migliore dell'altro suo concorrente finora visto: Shoplifters di Hirokazu Koreeda (gli fu preferito per la Palma d'Oro a Cannes e tratta argomento molto simile, la sopravvivenza degli invisibili).
Considerazione: nel caso in cui Roma dovesse vincere l'Oscar come miglior film, non mi meraviglierei se, dati i temi trattati e la comunque più che buona qualità del film, oltretutto diretto da una donna (una delle poche candidate di quest'anno), a Cafarnao fosse assegnato quello come miglior film non in lingua inglese ... pur essendo un evidente controsenso. 

     


67  Woman of the Lake (Yoshishige Yoshida, Jap, 1966) tit. it. “Onna no mizûmi” * con Mariko Okada, Shigeru Tsuyuguchi, Tamotsu Hayakawa * IMDb  7,4  RT 90%p
Ottima la prima ora, poi Yoshida si perde per qualche decina di minuti nelle lunghe scene su una spiaggia con dei relitti mentre si gira un film e infine si riprende per la conclusione.
I soliti apprezzatissimi sezionamenti dell’inquadratura, bianco e nero spesso molto contrasto, sempre brava Mariko Okada. Ottima la fotografia grazie anche alle sapienti scelte dei punti di ripresa, mai casuali o banali.
La bellezza delle immagini, tuttavia, non compensa totalmente la debolezza della trama che si sviluppa fra tradimenti, amanti e ricatti, con tutti i protagonisti che si comportano in maniere che appaiono un po’ insensate.
Yoshishige Yoshida (aka Kiju Yoshida) è senz’altro uno dei più rappresentativi registi della nouvelle vague giapponese, purtroppo poco conosciuti per mancanza di adeguata distribuzione. Fatto un rapido controllo, ho visto che pochissimi suoi film sono giunti in Europa, se non in Francia e uno o due altri paesi a turno. Finora ho guardato 7 suoi film e nessuno di essi mi ha deluso e certamente un paio mi hanno entusiasmato.
Visione consigliata, ma sappiate che il regista ha fatto di meglio.


70  Persepolis  (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, Fra, 2007) * animazione * IMDb  8,1  RT 96% * Nomination Oscar; 2 Premi e 2 Nomination a Cannes
Dopo molte titubanze, mi sono deciso a guardare Persepolis. L’ho trovato interessante dal punto di vista grafico per esprimersi con poche decise linee e disegni molto contrastati, quasi privi di grigi, anche se poco vario e spesso minimalista. Al contrario, la protagonista (la stessa regista trattandosi di storia autobiografica) mi è apparsa insopportabile, pur avendo più volte ragione non ispira nessuna simpatia per i suoi atteggiamenti arroganti, di sfida, esageratamente ribelli e chiaramente controproducenti se non addirittura pericolosi per lei e per gli altri.
Perfetto esempio di eterna insoddisfatta, esatto contrario della da lei adorata nonna che riesce ad adattarsi alle situazioni contingenti senza troppe rinunce e vive certamente in modo più sereno. Chissà se veramente nella vita reale è ancora così o, dopo il successo, si è data una calmata.
I doppiaggi nelle varie lingue sono stati affidati ad attrici e attori di primo livello come per esempio vari Catherine Deneuve, Gena Rowlands, Chiara Mastroianni, Sean Penn, ...
Secondo me sopravvalutato, sono convinto che i giudizi siano stati molto condizionati dall’argomento trattato.

69  Always Outnumbered  (Michael Apted, USA, 1998) tit. it. “Vite difficili” * con Laurence Fishburne, Daniel Williams, Bill Cobbs * IMDb  7,3  RT 81%
Film “inutile”, con tante buone intenzioni morali, ma inconcludente. Mette insieme storie diverse, che tuttavia non riesce né ad amalgamare, né ad analizzare a dovere, né a concludere effettivamente. Le scene che (nelle intenzioni) dovrebbero avere più presa sul pubblico sono troppo artefatte, poco credibili.
Pur contando su un discreto cast, Michael Apted non riesce ad andare al di là della contrapposizione fra quelli “in fondo buoni” e i violenti a tutti i costi. Ne potete fare senz’altro a meno.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.