Visualizzazione post con etichetta Spartacus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spartacus. Mostra tutti i post

martedì 5 luglio 2022

Microrecensioni 191-195: pietre miliari del cinema …

… per vari motivi, di diverse nazioni e periodi (dal 1922 al 1992). Dopo il corto sci-fi di Méliès, considerato il primo del genere, mi sono imbattuto in quello che è considerato il primo etno-documentario lungo; i due indiani sono il più grande colossal di sempre, campione di incassi, e uno dei film più rappresentativi del Parallel Cinema; completano il gruppo un lodatissimo, per quanto discusso, film rumeno dell’immediato dopo-Ceausescu e un cult demenziale della New Hollywood. Non a caso i rating medi dei 5 sono 7,8 su IMDb e 94% su RT.


Mughal-e-Azam
(K. Asif, Ind, 1960)

Dalla prima idea messa nero su bianco nel 1944, ci vollero oltre 15 anni per arrivare nelle sale, ma indubbiamente ne valse la pena. Fu la più grande produzione di sempre, uno dei più ricchi colossal al mondo, sia per budget che per impegno di manodopera e per persone impiegate. La costruzione del ricchissimo palazzo del Sultano impegnò oltre 150 carpentieri e decoratori per vari mesi, per le scene del campo di battaglia furono impiegati elefanti, 2.000 cammelli, 4.000 cavalli e 8.000 veri soldati dell’esercito indiano, una sola canzone delle 8 inserite nel film costò più di un intero film standard, la statua di Krishna era di vero oro, all’uscita del film i biglietti furono venduti a mercato nero a prezzi spropositati, la vendita fu presto sospesa per 3 settimane dopo aver esaurito in pochissimo tempo i biglietti, le cronache dell’epoca riportano assembramenti iniziali di 100.000 persone con molti di loro che rimasero i fila per 4 o 5 giorni per comprare i biglietti, il famoso teatro Maratha Mandir di Mumbai (1.100 posti) oltre che per la prima fece registrare il tutto esaurito per molti mesi e rimase in circolazione per 13 anni! Un cast eccezionale e la storia d’amore (fra leggenda e realtà storica), con lo scontro fra il Sultano e suo figlio innamorato di una semplice danzatrice fece gran presa sul pubblico; oltretutto nel film non mancavano belle canzoni composte all’uopo (con testi significativi) e battaglie campali, entrambe molto amate dagli spettatori. Come complessità e grandiosità, nonché durata, non ha niente da invidiare ai contemporanei hollywoodiani Ben Hur (1959, William Wyler) e Spartacus (1960, Stanley Kubrick) e al Guerra e pace di Sergey Bondarchuk (1965, URSS), seppur di culture ed epoche completamente differenti.

 

Nanook of the North (Robert J. Flaherty, Fra/USA, 1922)

Il regista visse con la famiglia di Nanook per vari mesi, girò una buona quantità di immagini nella penisola di Ungava, nel Canada nordorientale, ma non riuscì ad assemblare un documentario. Tornò con maggiore organizzazione e mise insieme questo straordinario doc-verité che mostra la vita di una famiglia Inuit semi-nomade, dalle scene di caccia alla costruzione di un igloo (in solo un’ora), dalla pesca al commercio delle pelli, dalla manutenzione del kayak alla manipolazione del cibo.

Atanka (Terror) (Tapan Sinha, Ind, 1986)

L’indiscusso trio di punta del Parallel Cinema indiano era composto da Tapan Sinha con Mrinal Sen e Satyajit Ray, essendo però solo quest’ultimo acclamato a livello mondiale. Interessante il tema, molto ben sviluppato, il drammatico dilemma di un padre che deve decidere fra coscienza e famiglia. Un maestro assiste ad un omicidio perpetrato da un suo ex-alunno e la sua gang, protetta da un politico e da poliziotti corrotti. Tarda a denunciare il fatto per proteggere i suoi due giovani figli, che comunque vengono aggrediti. Come quasi tutti i soggetti del Parallel Cinema, anche questo affronta temi scabrosi, dei quali all’epoca era difficile parlare.

 
Animal House (John Landis, UK, 1978)

Cult diretto da John Landis (regista ai massimi livelli in questo genere) che precede di 2 anni il suo ancor più famoso The Blues Brothers. Vi rimando al post che scrissi qualche anno fa.

Balanta (The Oak) (Lucian Pintilie, Rum, 1992)

Commedia grottesca che affronta l’argomento della diffusissima corruzione nel regime dittatoriale di Ceausescu, dal modus operandi della famigerata Securitate (la polizia politica) al sistema sanitario e alle esercitazioni militari. L’ho trovato un po’ troppo altalenante fra satira politica (di un recentissimo passato) e scene veramente demenziali. Comunque interessante, a tratti divertente per le imprese dei due protagonisti, una ribelle che deve seppellire le ceneri del padre e un medico praticamente anarchico, in totale contrasto con la società e ancor di più con il regime.

lunedì 21 maggio 2018

“Stanley Kubrick: A Life in Pictures” (Jan Harlan, USA, 2001)


Un gran colpo di fortuna mi fece trovare questo DVD su una bancarella del Rastro a Puerto de la Cruz, insieme con un'altra rarità (molto interessante, ma non certo di questo livello) che ri-guarderò, dopo tanti anni, stasera. 

144 “Stanley Kubrick: A Life in Pictures
documentario di Jan Harlan, USA, 2001
voce narrante: Tom Cruise * IMDb  8,0  RT 87%

Più che documentario, è un eccezionale documento per cinefili, che siano o meno fan di Kubrick. Il lavoro di assemblaggio di tante interviste e commenti, molti dei quali inediti, e spezzoni di riprese amatoriali della famiglia, intercalati a brevi sunti della nascita e realizzazione di ciascuno dei soli 13 lungometraggi in quasi mezzo secolo, è assolutamente encomiabile. Il merito va attribuito al regista Jan Harlan, produttore esecutivo degli ultimi 4 film di Stanley Kubrick: Barry Lyndon (1975), The Shining (1980), Full Metal Jacket (1987) e Eyes Wide Shut (1999). Di conseguenza questo documentario uscito appena due anni dopo la sua morte conta su una visione dall’interno frutto di una collaborazione lunga oltre un quarto di secolo.
Ciò ha consentito ad Harlan, che quindi conosceva Kubrick come persona, padre, marito, regista e “tecnico” della fotografia e cinematografia, di descrivere in modo appassionante non solo ciò di cui era stato diretto testimone, ma anche di raccontare del suo passato grazie ai tanti commenti di amici comuni e conoscenti.



Fra quelli che compaiono nel film (molti di loro più volte) ci sono i vari membri della famiglia quali la moglie Christiane (conosciuta sul set di "Paths of Glory”, nel quale lei interpretava la giovane cantante tedesca), le figlie e la sorella, registi di indubbia qualità come Steven Spielberg, Martin Scorsese, Sydney Pollack, Paul Mazursky, Alan Parker, Woody Allen, la ben nota costumista italiana Milena Canonero (che per i costumi di Barry Lindon vinse il primo dei suoi 4 Oscar), attori protagonisti di alcuni dei suoi film come Peter Ustinov (Spartacus), Malcolm McDowell (Clockwork Orange), Jack Nicholson e Shelley Duvall (The Shining), Nicole Kidman e Tom Cruise (Eyes Wide Shut), quest’ultimo anche voce narrante per tutto il documentario. 
La piacevolezza del racconto, gli interessanti racconti, opinioni e aneddoti fanno passare velocemente le 2 ore e un quarto, troppo per alcuni ma forse non abbastanza per altri, specialmente quelli che conoscono i suoi film e quindi sono in grado di visualizzare mentalmente i clip nell’ambito di ciascuna pellicola e li guardano ben sapendo cosa succederà di lì a pochi secondi.
Nel proporre alcuni spezzoni di ciascuno dei suoi 13 film (rigorosamente in ordine cronologico), Harlan porta a conoscenza dello spettatore anche tanti dettagli tecnici, fra i quali ho trovato particolarmente interessanti quelli relativi alla scelta degli obiettivi, in merito ai quali Kubrick era particolarmente esigente dati i suoi trascorsi fotografici. Si parla anche molto del suo essere inflessibile con tutto il cast, pur riuscendo a non essere mai arrogante e senza mai alzare la voce con alcuno.
Si esce un po’ dallo stretto ambito cinematografico con originali riprese di Kubrick bambino, la sua passione per il gioco degli scacchi, l’amore per gli animali, divagazioni che comunque contribuiscono a formare una più esatta immagine di un genio schivo, riservato, poco amante di quella mondanità tanto cara al mondo di Hollywood.
Non mi addentro in un discorso sul regista in quanto il suo lavoro nel complesso è già stato ampiamente analizzato da persone più qualificate di me e ognuno dei suoi film è stato esaltato e criticato, con visioni assolutamente opposte.

Posso solo consigliarlo a tutti gli appassionati di cinema e sollecitare chi non abbia visto tutti i suoi film a colmare al più presto la sua lacuna recuperando quelli che “gli mancano” ... del resto sono solo 13 e a qualunque cinefilo non ne possono essere sfuggiti più di 3 o 4.

Vi ricordo i titoli originali e anni di uscita: 
    
Fear and Desire (1953)  ***  Killer's Kiss (1955)  ***  The Killing (1956)
    

Paths of Glory (1957)  ***  Spartacus (1960)  ***  Lolita (1962)
   
Dr. Strangelove (1964)​  ***  2001: A Space Odyssey (1968)  ***  Clockwork Orange (1971)
    
Barry Lyndon (1975)  ***  The Shining (1980)  ***  Full Metal Jacket (1987)
e infine Eyes Wide Shut (1999)