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martedì 20 settembre 2022

Microrecensioni 271-275: tante differenze di genere

Gruppo non convenzionale, in cui il “genere” ha la sua importanza: tre film sono diretti da donne (due fra le poche indiane cineaste del secolo scorso e uno è di 10 anni fa, diretto dalla prima regista ufficiale dell’Arabia Saudita). Dei rimanenti 2, ancora uno è indiano, diretto da un’icona della locale comunità queer, sempre dichiaratamente dalla parte degli LGBT, e l’altro è un famoso film americano che propose (abbastanza esplicitamente) uno stupro omosessuale maschile.

 
Wadjda (Haifaa Al-Mansour, SAU, 2012)

Dall’anticipazione è chiaro che si tratta di un esordio, per niente facile … pensate che Haifaa Al-Mansour fu costretta a dirigere le scene esterne con una presenza eccessiva di uomini da un van posizionato nelle vicinanze, avendo accesso alle riprese trasmessele in diretta! Visto che le fu permesso di girare e che il suo film fu la proposta araba per gli Oscar c’è da credere che quando mostrato sia abbastanza vero e forse addirittura edulcorato. Si viene così a conoscenza delle rigide regole di una scuola femminile in merito ad abbigliamento e contatti, di cosa possono (e soprattutto NON possono) fare le donne, di cosa si può parlare e di cosa cambia nel privato. La protagonista è una ragazzina un po’ ribelle che, per ottenere i soldi per il suo ingenuo sogno proibito (La bicicletta verde, titolo italiano) accetta suo malgrado di partecipare ad una gara di recitazione di Corano. L’inusuale rapporto fra i suoi genitori, la frequentazione del suo amichetto, i suoi confronti con le sue compagne di scuola e la rigida preside forniscono una marea di spunti per mostrare (seppur molto vagamente) com’è complicata e limitata la vita delle donne arabe, anche quella che vivono in ambienti apparentemente benestanti e moderni. Fra i vari riconoscimenti, i più prestigiosi furono, la Nomination BAFTA a miglior film e 3 Premi a Venezia.

Deliverance (John Boorman, USA, 1972)

Il libro di James Dickey (1970) dal quale è tratta la sceneggiatura fu bandito per le scuole e le biblioteche, in film (tit. it. Un tranquillo weekend di paura) fu parzialmente censurato in vari paesi, ma ottenne comunque 3 Nomination Oscar (miglior film, regia e montaggio). In breve, quattro amici dai caratteri e background molto diversi si avventurano su due canoe nella discesa di un fiume a loro praticamente sconosciuto e pieno di rapide, cateratte e, come di vedrà, altri pericoli. Film molto difficile da girare nel quale i protagonisti si trovarono ad affrontare notevoli sfide fisiche, in un ambiente ostile, a cominciare dalla temperatura dell’acqua del fiume nella quale si trovavano spesso a mollo. Buona la prima ora, esagerate le scene di naufragio e scalata (quasi un'americanata, in sostituzione dei soliti inseguimenti ...) e buona anche la parte psicologica degli accesi confronti fra i partecipanti alla spedizione, che inizia nella prima parte e si protrae fino al termine.

Il film ebbe ulteriore fama per il pezzo musicale inserito nei primi minuti: Dueling Banjos, che incredibilmente rimase in testa alle classifiche per varie settimane.

  
Dahan (Rituparno Ghosh, Ind, 1998)

Iconico cineasta indiano (1963-2013), regista, attore, scrittore e poeta, figlio di Sunil Ghosh, documentarista, regista e pittore. Storia ambientata oltre 20 anni fa a Calcutta e tuttavia attualissima che, purtroppo, si ripete con modalità solo leggermente diverse in molte parti del mondo. Una giovane sposa viene molestata una sera in pieno centro, nonostante la presenza del marito, fra l’indifferenza generale. L’unica ad intervenire in sua difesa è un’altrettanto giovane insegnante che riesce ad evitare il peggio. Seguono denuncia, arresto dei 5 colpevoli e quasi immediato loro rilascio, essendo rampolli di famiglie influenti. Questo è solo il preambolo, il seguito è il vero argomento del film; infatti, questi eventi provocano una crisi coniugale nella coppia, rovinano i rapporti della ragazza sia con i genitori che con i suoceri (con i quali convivono) ed hanno conseguenze anche nella famiglia della loro salvatrice e nei rapporti di questa con il suo fidanzato. Vengono quindi esposti i vari punti di vista e modi di essere di tre generazioni diverse della società borghese indiana in quel periodo di transizione, quando dell’indipendenza delle donne se ne parlava era ancora lontana dall’essere accettata.

Katha (Sai Paranjape, Ind, 1983)

Ho letto che questa commedia della regista Sai Paranjape (classe 1938) è una delle più apprezzate dell’epoca ed in effetti riesce a dare, con una buona dose d’ironia, un’idea della vita in un chawl, tipico caseggiato a corte interna di un secolo fa nell’India occidentale, con decine e decine di miniappartamenti, accessibili tramite le lunghe balconate comuni. Se da un lato la privacy era molto limitata, i residenti avevano il vantaggio di vivere in una comunità nella quale (in linea di massima) tutti si aiutavano ed erano partecipi di gioie e disgrazie dei vicini. In questo ambiente si dipana la storia di un onesto giovane impiegato innamorato di una vicina. Purtroppo per lui, all’improvviso si presenta a casa sua (e ci si installa) una sua vecchia conoscenza che si dimostra essere un truffatore e millantatore senza scrupoli e, per di più, circuisce la ragazza. La morale viene connessa in modo esplicito con la favola della lepre e la tartaruga, e commentata da un’anziana che la narra ad una bambina, all’inizio e alla fine del film. Al lato dei pochi veri protagonisti, compaiono tanti personaggi singolari fra i quali arricchiti e poveri, anziani invalidi e bambini, donne intriganti e tuttofare.

Paromitar Ek Din (Aparna Sen, Ind, 2000)

Spaccato dei problemi conseguenti alla vita delle donne nella famiglia dei suoceri. In questo caso gli attriti della protagonista, soprattutto con suocera e marito, vengono accentuati dalla presenza di una nipote maltrattata per i suoi evidenti limiti psichici e conseguenti alla nascita di un figlio spastico. La svolta si ha in seguito al divorzio, in quanto il rapporto fra suocera e nuora avrà ulteriori sviluppi.

sabato 7 maggio 2022

I migliori film asiatico-americani, secondo RT

Rotten Tomatoes ha da poco pubblicato una di quelle famose liste che, pur lasciando il tempo che trovano, sono utili per indirizzare i cinefili in settori specifici, in questo caso The 81 Best Asian-American Movies. 


Saranno anche i migliori ma una buona metà sono sotto l'80%, con rating su IMDb similmente non troppo promettenti. Fra quelli nella parte alta della classifica, tolti alcuni già visti come Minari (Oscar + 5 Nomination), The Wedding Banquet (Nomination Oscar), The Farewell, Lucky Grandma, sono comunque riuscito a trovarne 10 che mi hanno convinto e sono disponibili in rete e quindi costituiscono questa e la prossima cinquina.

Alla base ci sono tradizioni familiari, banchetti, religioni, matrimoni combinati, anche se nella maggior parte dei casi certamente non forzati ma “proposti” dai genitori (vedi The Big Sick). Per quanto riguarda le famiglie provenienti dal subcontinente indiano si apprezza anche il valore dell’orgoglio degli abiti tradizionali, specialmente per gli spesso coloratissimi sari delle donne, indossati in casa così come in ogni occasione sociale. Le sfarzose feste di matrimonio, quando influenzate dalla cultura occidentale, raggiungono picchi talvolta eccessivi ma sempre rispettosi degli elementi essenziali specialmente negli abbigliamenti degli sposi, nel nascondere il volto fino al culmine della cerimonia, per non parlare degli indispensabili sette giri camminando insieme vicino al fuoco sacro.

La maggior parte dei film multietnici evidenziano le differenze culturali e spesso queste sono alla base della trama e in particolare se si tratta di film romantici, comedy o dramedy che siano. Si deve riconoscere che spesso ci sono delle esagerazioni nei cliché, ma è altrettanto vero che i registi e sceneggiatori asiatici sanno anche ridere di sé stessi, delle proprie etnie e delle difficoltà che si incontrano nei rapporti con gli americani (in questa serie di film) non solo per preconcetti e razzismo ma anche per semplici motivi pratici. Oltre a quelli relativi a tradizioni, stili di vita e alimentazione, ce ne sono anche di derivanti dal modo di pensare e ragionare e alcuni di essi sono spiegati con scene e dialoghi espliciti, come per esempio fa Wayne Wang in Chan is Missing. Risalta anche l’importanza del cibo nelle cene conviviali, sia per i cinesi che indiani, e la sola visione di quelle tavole coperte da un mare di piatti con una gran varietà di pietanze non può che ingolosire e l’acquolina si spreca.

 
Altra caratteristica onnipresente è quella dell’evidente contrasto fra l’accento degli immigrati e quello dei loro figli nati e cresciuti in USA, ma per apprezzarlo è indispensabile l’audio originale (accontentatevi dei sottotitoli, altrimenti vi perdereste molto). Dove i protagonisti sono indiani o pakistani i più attenti (e chi ha già avuto contatti con tali etnie) non potrà fare a meno di notare il frequente e caratteristico movimento ondulatorio della testa, in inglese detto Indian head shake, bobbling o wobbling. Nel breve video che segue si apprezzano non solo vari modi di scuotere la testa (praticamente adatti a qualunque situazione) ma anche alcune peculiarità della pronuncia indiana come le w che diventano molto simili alle v e le t alle d, mentre le r a inizio di parola vengono rollate e accentuate, se non quasi raddoppiate, come in castigliano.

In sostanza nelle sceneggiature, alcune delle quali effettivamente tanto buone da ottenere candidature Oscar, i culture clash (scontri o contrasti di culture) rivestono sempre un ruolo importante se non fondamentale. Ciò fa di questi film un ottimo metodo per imparare alcuni principi alla base dei modi di vita di popoli di tutto il mondo (in questo caso asiatici) e quindi facilitare i soggiorni all'estero e prevenire atteggiamenti che, anche se derivanti dalle migliori intenzioni, possono seriamente offendere gli interlocutori. Per esempio quando Clint Eastwood innocentemente tocca la testa della bambina Hmong in Gran Torino (2008) ... guardate le espressioni degli astanti alla fine del clip.

lunedì 13 dicembre 2021

Micro-recensioni 361-365: ultimo indiano e 4 noir USA classici

Praticamente 5 noir, due dei quali uniti da nome e soggetto e uno di essi è collegato ad un altro per ruolo della cattiva stampa (quella scandalistica) che ad arte accende gli animi diffondendo notizie più o meno distorte e/o voci non confermate.

 
Fury (Fritz Lang, 1936, USA) tit. it. Furia

Primo film di Lang oltreoceano, con un tema che qualcuno vuole assimilare a quello di M – il mostro di Dusseldorf (1931) anche se il delitto in questione è di differente tipo. Il lingiaggio al quale si assiste non è di quelli visti e rivisti in tanti film, di stampo razzista, portati a termini per strada o casomai di notte con tanto di incappucciati e croci in fiamme. Qui sono tutti bianchi e si tratta semplicemente di feroce vendetta verso un sospettato, ancora non processato e tantomeno colpevole. Sembra singolare che le immagini che vengono proposte per descrivere l’assalto alla prigione al centro della cittadina somiglino tanto a quelle viste in tutto il mondo neanche un anno fa, con una massa di esagitati (donne comprese) che hanno la meglio su uno sparuto gruppo di tutori della legge e distruggono tutto ciò che trovano (visto anche in Italia poche settimane fa). In 85 anni niente è cambiato ed il protagonista Joe Wilson (Spencer Tracy) ha perfettamente ragione quando afferma: The mob doesn't think. It has no mind of its own. (La folla non pensa. Non ha una sua propria mente). Nomination Oscar per la sceneggiatura.

The Sound of Fury (Cy Endfield, 1950, USA) aka Try and Get Me! - it. L'urlo della folla

Il regista fu uno di quelli che a causa del maccartismo decise di venire oltreoceano (in UK) per continuare a lavorare alla luce del sole, mentre altri abbandonarono la professione o operarono sotto falso nome (fra i più famosi il regista Edward Dmytryk e lo sceneggiatore Dalton Trumbo), percorso inverso a quello che effettuarono tanti mitteleuropei (specialmente se di origine ebrea) negli anni ’30 e, per nostra fortuna, migliorarono la qualità media dei prodotti hollywoodiani. Prima di dirigere i suoi primi corti Cy Endfield ebbe occasione di apprendere molto da Orson Welles il quale si era interessato a lui per la sua abilità nella micromagia, arte della quale era appassionato. Questo è il secondo e ultimo lungometraggio USA ed ha in comune il soggetto con l’appena commentato Fury: un linciaggio moderno, con assalto alla prigione del distretto di polizia. In questo caso buona parte della colpa viene attribuita a giornalista che, pur senza elementi certi, aizza i più facinorosi che a loro volta scaldano gli animi della folla.

  
Scandal Sheet (Phil Karlson, 1952, USA) tit. it. Ultime della notte

Sono sempre stato affascinato dai tempi della stampa americana, cioè dai quotidiani che in presenza di notizie fresche e di interesse delle masse (specialmente quelle scandalistiche) stampavano più edizioni al giorno per poi mandarle subito in vendita con l’aiuto degli strilloni. Un giornale di questo tipo ha un nuovo redattore capo privo di scrupoli che mira solo ad aumentare le vendite, contro l’opinione dei tradizionali proprietari ma appoggiato da aspiranti giornalisti rampanti. Le cose si complicano quando lui stesso si troverà invischiato per puro caso in una storia da prima pagina. Buon noir non convenzionale.

Somewhere in the Night (Joseph L. Mankiewicz, 1946, USA) tit. it. Il bandito senza nome

Soggetto apparentemente semplice: un militare torna dal Pacifico con una amnesia totale; ha solo un nome e pochissimi indizi per ricostruire la propria identità. La sceneggiatura diventa così molto intricata, piena di sorprese e con tanti personaggi che mentono continuamente e a ragion veduta in quanto sono in ballo 2 milioni di dollari, scomparsi tre anni prima. Quasi nessuno è certo della vera identità degli altri e ancor meno sono chiari i loro ruoli. Nel corso del film aumentano costantemente i misteri e i morti; una buona sceneggiatura originale scritta in parte dallo stesso regista. Consigliato.

Don't Cry for Salim (Saeed Akhetar Mirza, 1989, Ind)

Un piccolo delinquente di basso livello, appoggiato da due compari più scalcagnati di lui, giustifica le sue attività per aiutare la famiglia, con padre disoccupato e sorella da sposare. Dopo aver disprezzato in un primo momento il possibile sposo (colto e musulmano, ma con scarsi mezzi economici) si rende conto che molti dei propri valori sono sbagliati. Tenterà di uscire dal giro e riabilitarsi con un lavoro onesto ma, si sa, lasciare tale ambiente non è facile, in nessuna parte del mondo. Come mostrato in molti altri film dell’epoca, la questione della divisione fra hindu e musulmani, anche dopo la scissione del Pakistan (di religione islamica) dall’India (hindu), è stato causa di attriti, ripicche e anche tanti atti violenti. Nel film glia argomenti divisivi religiosi si uniscono quindi a quelli della piccola criminalità che taglieggia anche i più poveri.

venerdì 10 dicembre 2021

Micro-recensioni 356-360: Indian Parallel Cinema e drammi europei

L'India è qui rappresentata da 3 film di Shyam Benegal, uno dei più rappresentativi registi del Parallel Cinema, che ha spaziato in vari generi mettendo quasi sempre al centro della narrazione storie inusuali per lo standard delle produzioni nel suo paese e soprattutto storie di donne, con ruoli spesso affidati alle sue attrici preferite, come la arcinota Smita Patil, femminista attivista nella quale ho già parlato in occasione di Mirch Masala e Shabana Azmi che con lui esordì (già come protagonista) in Ankur (1974). Benegal lanciò anche molti nuovi attori cinematografici attingendo alle scuole teatrali e quindi potette contare quasi sempre su ottimi cast; vari di loro (come per esempio Naseeruddin Shah e Amrish Puri) negli anni successivi diventarono poi vere e proprie star partecipando sia a produzioni internazionali (p.e. Ghandi) che a film in stile Bollywood. Gli altri due film sono una un dramma rumeno, al quale sono arrivato per avere come protagonista Luminita Gheorghiu, già apprezzata in Il caso Kerenes, e un film danese vincitore di Oscar.

 

Bhumika - The Role
(Shyam Benegal, 1977, Ind)

La protagonista che dà nome al film è una giovane donna impulsiva, quasi irrazionale, spesso autolesionista, ma anche remissiva, in cerca di indipendenza, ruolo che calza a pennello a Smila Patil femminista anche nella vita reale e icona del Parallel Cinema indiano. La storia è in parte ispirata a quella di una famosa star teatrale e cinematografica degli anni ’40, Hansa Wadkar, che condusse una vita relativamente sregolata, certamente non convenzionale per la sua epoca. Inserito nella programmazione del recente Festival di Bologna Il cinema ritrovato 2021.

Mandi - Market Place (Shyam Benegal, 1983, Ind)

Singolare commedia drammatica quasi tutta al femminile visto che le protagoniste sono le donne che vivono in un grande caseggiato-bordello, in parte mascherato come casa dove si esibiscono ballerine e cantanti classiche indiane. Gli uomini sono invece coprotagonisti e fra loro si contano avventori, il poliziotto corrotto, un fotografo in continuo caccia di foto osé e non solo, il tuttofare del bordello perennemente ubriaco, ricchi imprenditori e politicanti. Unica donna esterna alla casa è una moralizzatrice che fa di tutto per cacciare le prostitute dal paese e chiudere il locale. Non mancano storie e fughe d’amore e preparativi per un matrimonio in questo film ben bilanciato per quasi tutta la durata circa 2 ore e mezza che però si perde un poco nel finale. Si lascia comunque guardare molto piacevolmente per la buona sceneggiatura e un cast di ottimo livello. Una volta fatto l'orecchio allo stile di canto tipico indiano, con voci femminili molto acute, anche le numerose canzoni spesso accompagnate da balli risultano ben inserite nel contesto generale.

  
The Seventh Horse of the Sun (Shyam Benegal, 1992, Ind)

Tratto dall’omonimo romanzo di Dharmavir Bharati, vinse il premio come miglior film dell’anno e su IMDb vanta un significativo 8.0. Si seguono in successione le storie intrecciate di tre giovani donne che ebbero in comune una parte di vita, raccontate da un coetaneo che ebbe a che fare con loro e che le descrive a tre amici, uno dei quali è poi il vero narratore dell’intero intreccio. Molto interessante la costruzione non lineare ed il ritrovare di volta in volta gli stessi personaggi nelle stesse situazioni approcciate però da percorsi e punti di vista diversi. Ancora una volta sono le donne le protagoniste dei film di Benegal, in ruoli molto diversi e rappresentanti classi sociali altrettanto diverse. Anche questo merita la visione.  

The Death of Mr. Lazarescu (Cristi Puiu, 2005, Rom)

In alcuni punti, se non trattasse di situazioni estremamente drammatiche di malasanità, potrebbe quasi sembrare una commedia … eppure, a quanto si legge spesso, sono cose che capitano in molti sistemi sanitari pubblici. Protagonista del film è un anziano bevitore, già operato di ulcera, che chiede l'intervento di un'ambulanza accusando vari preoccupanti disturbi. Dopo aver ottenuto (con non poche difficoltà) di essere prelevato da un furgone adattato ad ambulanza con sola infermiera a bordo oltre all’autista, inizia una peregrinazione notturna fra pronto soccorso, ospedali senza disponibilità di letti o specialisti, diagnosi contrastanti. Le buone volontà di taluni si scontrano con la saccenteria di medici arroganti e il menefreghismo di altri, in una serie di situazioni quasi kafkiane nelle quali anche la burocrazia ha la sua parte. Ottimo dramma, forse più lungo del necessario, ben interpretato, tristemente realistico (anche se certamente rappresenta una minoranza di casi). Premio Un Certain Regard a Cannes.

In un mondo migliore (Susanne Bier, 2010, Den)

Ben realizzato e ben interpretato (anche dai due ragazzini) sembra però dimostrare la falsità dell'idea della perfetta vita sociale dei paesi scandinavi. Ancora una volta la storia gira attorno a violenze, problemi di relazione (qui manca l’alcolismo). Anche se si tratta di un caso forse estremo, si espone chiaramente il contrasto fra un benpensante medico volontario in Africa fra guerriglieri e rifugiati che si trova a fronteggiare in patria una violenza simile se non peggiore in quanto inaspettata e immotivata in un paese che si presuppone civile. A partire da avvenimenti routinari di bullismo scolastico si sviluppa una spirale di violenza e di esagerata e pericolosa rappresaglia che viene anticipata nel titolo originale danese Hævnen, C’è da sottolineare che la traduzione letteralmente sarebbe rivincita o vendetta, quindi un significato ben diverso, quasi completamente opposto, da quello del titolo internazionale. Non mi ha particolarmente entusiasmato, l’Oscar come miglior film straniero è forse giustificato dal non avere avuto valida concorrenza.

mercoledì 15 settembre 2021

Micro-recensioni 251-255 - World Cinema: 2 URSS anni ’30, Svezia, India e Georgia

Da MUBI altri recuperi molto interessanti: due commedie drammatiche russe dei primi anni ’30, con velata propaganda stalinista, la seconda e più moderna muta e quasi surreale; una commedia (proprio così) sorprendentemente diretta da Bergman; un ennesimo dramma (leggero) del regista indiano Ray (quasi unanimemente considerato fra i migliori di sempre, in tutto il mondo) ed un sorprendente e affascinante biopic di un artista georgiano.

Pirosmani (Giorgi Shengelaia, 1969, Geo)

Ancora una volta dalla Georgia arriva un film che conferma la tradizionale qualità del cinema della ormai ex repubblica sovietica, che vanta antica propria cultura, lingua e scrittura. Pirosmani è il nome con il quale è comunemente conosciuto il pittore primitivista georgiano Nikoloz Aslanis Dze Pirosmanashvili (1862-1918), notissimo in patria, molto meno in Europa e oltreoceano se non fra gli esperti del settore. Artista autodidatta veramente originale per le sue scelte di vita (da vagabondo), in linea di massima non interessato al denaro, praticamente senza legami anche se benvoluto da tutti. Spesso regalava i suoi quadri o riceveva in cambio cibo e bevande (vino e vodka) dipingendo in loco e ciò spiega l’abbondanza di soggetti come tavolate, cantine, trattorie e feste all’aperto, ma dimostra anche grande interesse verso animali domestici e non. Ma non solo le opere mostrate sono affascinanti, anche il film è molto ben realizzato con ottima scelta di ambienti e attività tradizionali, lavorative e ricreative. Anche la scelta dei colori è singolare (dipinti e film) con molto nero con il quale contrastano tinte brillanti e a ciò si aggiungono le particolari tonalità della pellicola probabilmente prodotta nei paesi dell’est. Il film (consigliato) si trova anche su YouTube e per invogliarvi a guardarlo e a scoprire lo stile dell’artista georgiano aggiungo foto di qualcuno dei suoi quadri.






 
The Coward (Kapurush) (Satyajit Ray, 1965, Ind)

Dramma basato sull’incontro del tutto casuale di due ex fidanzati, lei ora sposata con un coltivatore di tè, lui sceneggiatore. Nel corso dei pochi giorni passati dal giovane in casa della coppia è evidente la tensione fra i due, ma per lui si tratta di un risveglio della passione, per lei una ostentata indifferenza (sincera?). Un dovuto flashback mostra gli eventi passati e quindi giustifica gli atteggiamenti di Karuna (la padrona di casa) e Amitabha (l’inatteso ospite). Solita ottima regia di Satyajit Ray con le interpretazioni di Madhabi Mukherjee e Soumitra Chatterjee (già apprezzati insieme in Charulata, 1964) che non sono da meno. Nomination Leone d’Oro a Venezia per la regia.

Smiles of a Summer Night (Ingmar Bergman, 1955, Swe)

Chi fosse convinto che Bergman abbia diretto solo mattoni (a prescindere dalla qualità) si dovrà ricredere poiché qui si tratta di una commedia romantica, come esplicitamente messo in evidenza nei titoli di testa. I personaggi sono un affermato avvocato con una moglie molto giovane (apparentemente illibata) della quale è invaghito il figlio di lui, un’avvenente e navigata attrice contesa fra l’avvocato e un ufficiale di cavalleria pronto a sfidare a duello chicchessia, anche lui con giovane moglie, amica della moglie dell’avvocato; ma c’è anche una giovane, avvenente e intraprendente cameriera sempre pronta a provocare gli uomini che le stanno attorno. La commedia si concluderà nella ricca residenza della madre dell’attrice, donna di grande esperienza (in tutti i sensi, almeno a quanto lascia intendere) che dispensa saggi consigli (non sempre morali) a tutti i suoi ospiti. Certamente differente da qualunque film di Bergman abbiate visto!

 
  • Outskirts (Okraina) (Boris Barnet, 1933, URSS)
  • Happiness (Schaste) (Aleksandr Medvedkin, 1935, URSS)

Questi due film, come anticipato, alludono alla situazione della vita nelle campagne sovietiche con riferimenti ai dogmi rivoluzionari. Nel primo l’azione si svolge in una cittadina di confine nella quale la principale produzione sembra essere quella delle calzature; lì convivevano pacificamente russi e tedeschi ma con la guerra i rapporti cambiano e il giovane tedesco protagonista della storia viene aggredito da alcuni, protetto e difeso da altri, fra i quali una sua pretendente.

Nel secondo, muto pur essendo del 1935, si assiste invece ad una commedia grottesca dai risvolti talvolta surreali o semplicemente caricaturali. Ambientato all’epoca dell’Impero Russo, prima della rivoluzione d’ottobre, c’è l’avido prete, il pigro cavallo (a pois), il granaio portato in giro a spalla. C’era anche un’altra particolarità, purtroppo andata persa: la sequenza iniziale fu la prima filmata a colori dalla Mosfilm.

domenica 5 settembre 2021

Micro-recensioni 236-240: cinema asiatico fra classici e originalità

Altra cinquina tutta recuperata su MUBI, ma stavolta ci spostiamo in Asia, con 3 film indiani, uno dello Sri Lanka (assolutamente niente male) e un deludente ma interessante sino/americano modernissimo. Come gli esami (Eduardo De Filippo), le sorprese non finiscono mai.
  

Ankur (Shyam Benegal, 1974, Ind)

Uno dei cult dell’Indian Parallel Cinema, al quale il Festival Cinema Ritrovato di Bologna di quest’anno ha dedicato una sezione; avendo apprezzato questo mi sono messo alla ricerca di altri e ne ho trovati due che inserirò nella prossima cinquina. In rete potrete trovare molti articoli sul genere che dal resto non differisce molto nello stile, ma nei contenuti, puntando spesso ad una rivalutazione dei ruoli femminili e affrontando i problemi derivanti dalle relazioni fra le caste. Nel film tutti i protagonisti sono in un modo o nell’altro deprecabili anche se ognuno, in qualche momento, ha qualche momento di sano orgoglio e buonsenso. Senz’altro meritevole di una visione.

The Wasps are Here (Darmasena Pathiraja, 1978, LKA)

Anche se in questo caso i problemi fra i protagonisti derivano più da questioni sentimentali e sociali che da quelle economiche, questo non può non riportare alla mente altri ottimi film con soggetto pesca tradizionale e contrasti della comunità dei pescatori con i commercianti o armatori come due ottimi film messicani quali Redes (1936, esordio, seppur in co-regia, di Fred Zinnemann) e Janitzio (1935, Carlos Navarro, con Emilio El Indio Fernández) per non parlare di La terra trema (1948, Rossellini) ispirato dai Malavoglia di Verga e ambientato ad Acitrezza, Sicilia. Tutti e tre i film citati non solo sono ottimamente girati e interpretati (pur contando su molti interpreti non professionisti) ma sono di grande valore antropologico. Volendo trovare una pecca in questo mio primo film dello Sri Lanka, certamente il discorso politico del socialista appare un po’ fuori luogo anche se non sembra aver gran presa sugli astanti. Ben filmato e interpretato, nonché restaurato pochi anni fa, include parte documentaristica breve ma significativa. Consigliato.

  
The Chess Players (Satyajit Ray, 1977, Ind)

Inaspettatamente ci si trova davanti ad una commedia, certo non il genere solito di Ray, e si apprende che fu anche l’unico suo film parlato in hindi e non in bengali come tutti gli altri. Una parte del cast è inglese e, nelle vesti del General James Outram, c’è nientemeno che Richard Attenborough. La parte storica (date, luoghi e nomi) è vera, il resto è ovviamente romanzato se non di pura fantasia. Ma i veri indiscussi protagonisti sono i due amici appassionati di scacchi che, per una partita, dimenticano mogli, casa e perfino i gravi subbugli politici in corso. Adattamento di un romanzo di Tagore (Nobel per la letteratura nel 1913), il film mette in evidenza sia l’arroganza, la sostanziale ignoranza e l’avidità degli inglesi, sia la generale apatia e indifferenza degli indiani nei confronti della politica.

The Home and the World (Satyajit Ray, 1984, Ind)

Dramma a sfondo storico che fa conoscere gli ideali Swadeshi, movimento nazionalista indiano di inizio secolo scorso. Un leader del movimento si insedia in casa di un suo vecchio amico di studi (di idee certamente diverse) e riesce a coinvolgerne la moglie, che si lascia facilmente influenzare. Il concetto di libertà intellettuale si dimostrerà perdente rispetto alla vanagloria del dirigente politico disposto a trascurare i contrasti religiosi, sociali ed economici. Come per The Chess Players, pur cimentandosi in generi per lui non usuali, Satyajit Ray riesce a produrre film consistenti e tecnicamente pregevoli fornendo a noi occidentali nuove chiavi di lettura e spunti di riflessione in merito alla società indiana.

Dead Pigs (Cathy Yan, 2018, Cina/USA)

Commedia quasi dark che comincia bene presentando i vari personaggi principali (molto diversi fra loro) che poi si dimostreranno avere legami. Uno sguardo sulla Cina moderna, con tanti ricchi che vorrebbero vivere all’occidentale imitandone (male) lo stile. Il titolo si riferisce ad un vero fatto di cronaca, il ritrovamento di migliaia di maiali morti in un fiume alle porte di Shanghai ed alla storia si aggiunge la resistenza della proprietaria di una casa che si rifiuta di abbandonare, bloccando di fatto la costruzione del totalmente nuovo insediamento con replica della Sagrada Familia di Barcellona ma si pensa anche ad uno con Arco di Trionfo e Torre Eiffel più grandi delle reali strutture parigine! Fra un eccesso e l’altro il film perde di verve e di interesse, fino a scadere molto nel finale con karaoke (gli spettatori cinesi in sala avranno cantato?) e conclusione poco plausibile. Ai protagonisti appartenenti a vari settori dell’attuale Cina si aggiunge un giovane architetto americano, tutti palesemente esagerati; il sotterfugio del ragazzo per racimolare la somma del quale il padre ha bisogno, appare come una citazione/copia di Shônen (aka Boy, aka Il bambino, di Nagisa Oshima, 1969, Jap); il marketing ultracolorato con balletti e refrain demenziali è assolutamente kitsch; lasciano perplessi le tante scene di strade incredibilmente deserte (a Shanghai???) che fanno sparire milioni di cinesi dallo schermo. Guardabile per curiosità verso la Cina moderna, assumendo che buona parte di quanto mostrato sia vero.

martedì 24 agosto 2021

Micro-recensioni 216-220: si va in India ... film molto interessanti

Ad un’acclamata commedia di una dozzina di anni fa, ho affiancato due pluripremiati film di Mira Nair che hanno valicato i confini indiani e due di Shekhar Kapur che invece all’estero sono pressoché sconosciuti pur contando su ottime recensioni.

3 Idiots (Rajkumar Hirani, 2009, Ind)

Ho rivisto con piacere per la terza volta questa commedia al limite del grottesco che ha avuto un enorme successo non solo in India ma anche all'estero; attualmente è piazzata all’82° posto fra migliori film di sempre (IMDb) e vanta il 100% di recensioni positive su RT. Pur trattandosi di una commedia, riesce a mettere in risalto molte problematiche della vita soprattutto dei giovani indiani che subiscono una grande pressione dalle famiglie che li costringono a inseguire il successo e/o guadagnare tanti soldi. Proprio per questo, i tre idioti, che certamente non lo sono del tutto, hanno ciascuno qualche problema nei rapporti familiari, anche se per motivi ben diversi. Oltre ai tre idioti (di estrazione sociale molto diversa) i personaggi principali sono lo spietato direttore del Politecnico, sua figlia sempre sul punto di sposarsi e un ambizioso studente indiano, ma nato in Uganda. Rimanendo in tema di stress da arrivismo, alle storie esemplari viene aggiunta quella del tirannico professore nei confronti dell’intera propria prole. Il film propone anche una bella fotografia che, nella parte finale, si avvantaggia di splendidi e inimmaginabili scenari naturali fra le montagne del Ladakh, sulle rive del Pangong Tso (lago al confine fra India e Cina). Poche canzoni e ancor meno danze in stile Bollywood, ma tante sorprese e colpi di scena fanno passare in un battibaleno le quasi di 3 ore di visione. Assolutamente consigliato, anche se talvolta esagerato e sopra le righe … va bene così.

 

Salaam Bombay!
(Mira Nair, 1988, Ind)

Candidato all'Oscar portò all'attenzione del mondo non solo il lavoro della regista Mira Nair, ma anche l'underworld dei ragazzi di strada di Mumbai (allora ancora Bombay). Un po' deprimente, ma visto il tema non ci si poteva aspettare altro. Ben realizzato e interpretato si seguono vita e disavventure del piccolo protagonista che vorrebbe mettere da parte 500 rupie portando tè ai pittoreschi personaggi del quartiere, fra i quali hanno ruoli principali prostitute, papponi, spacciatori e ladruncoli. Pur dimostrandosi abile nell'arte della sopravvivenza, non sempre si rivela troppo sveglio, dando ascolto al suo “amico” tossicodipendente. Oltre alla Nomination Oscar, a Cannes vinse Camèra d'Or e Audience Award.

Monsoon Wedding (Mira Nair, 2001, Ind) aka Matrimonio indiano

Pur non essendo di livello eccelso questo è certamente il film più noto del lotto, avendo avuto una discreta distribuzione anche in occidente a seguito del successo ottenuto a Venezia con la conquista del Leone d’Oro. Chiaramente tutto verte attorno ad un matrimonio e in particolare a quanto accade nei giorni che precedono la festa organizzata nella casa con grande giardino dei genitori della sposa. Da tutto il mondo arrivano parenti e invitati nonché il futuro sposo che la ragazza non ha mai conosciuto visto che studiava in USA (ennesimo matrimonio combinato, ma almeno fra adulti più o meno consenzienti). Nel corso del film verranno alla luce vari segreti famigliari, alcuni dei quali non certo esemplari, che porteranno ad inevitabili conseguenze. A tutto questo si sovrappone una vera, ingenua e sincera love story tra l'organizzatore del matrimonio e la cameriera della famiglia.

 

Masoom (Shekhar Kapur, 1983, Ind)

La tranquilla vita di una famiglia borghese di Delhi viene turbata dalla improvvisa notizia di un figlio illegittimo di lui (appena rimasto orfano) che fino a quel momento era all'oscuro di tutto. Buon dramma psicologico familiare che, seppur in questo caso calato nella mentalità e cultura indiana, è basato su principi e valori che potrebbero essere applicati similmente in quasi qualunque altra parte del mondo e in tempi più recenti. Protagonista è l’ottimo Naseeruddin Shah (classe 1950) che esordì a 17 anni e oggi conta ben 217 film; ricopre ruolo importante anche nell’appena citato Monsoon Wedding, ma vale la pena ricordare la sua interpretazione in A Wednesday (2008, Neeraj Pandey) avendo come antagonista un altro mostro sacro del cinema indiano: Anupam Kher (414 film).

Bandit Queen (Shekhar Kapur, 1994, Ind)

Titolo non particolarmente attraente, ma mi aveva incuriosito la storia (in gran parte vera, seppur parziale) nonché la sua Premiere mondiale al Festival di Cannes nell’ambito della Quinzaine des Réalizateurs (per inciso, quell’anno la Palma d’Oro andò a Pulp Fiction). Seppur fatto bene, in effetti il film non è gran cosa ma l’interesse consiste soprattutto nel soggetto, la storia più che straordinaria, oserei dire incredibile, di Phoolan Devi, detta Bandit Queen.

ATTENZIONE: SPOILER!

La biografia è parziale e copre solo il periodo fra il 1975 ed il 1983, vale a dire dai 12 ai 20 anni della protagonista, ancora in vita all'epoca del film. Si tratta di una donna che ne ha passato veramente di tutti i colori e non certo piacevolmente. Di casta bassa, a 12 anni fu venduta come sposa bambina per poi farsi ripudiare ai 14 per totale insubordinazione; abusata prima dal marito poi da altri finisce in mano di un gruppo di delinquenti di casta superiore che approfittano di lei. Fuggita si unisce a un gruppo di banditi inviti e, dopo altre disavventure, con una propria gang va a vendicarsi delle violenze subite in precedenza lasciando 22 morti (e aveva appena 18 anni). Inseguita per un paio di anni, alla fine decide di arrendersi, ma non alla polizia ma solo davanti al ministro dettando peraltro le sue condizioni (e qui finiscono i fatti narrati nel film). Accusata di ben 48 diversi reati, resta in attesa di giudizio per 11 anni fin quando, con la salita al potere del partito della sua casta, viene prosciolta da tutte le accuse e liberata. Forte della grande fama acquisita per essersi ribellata al matrimonio, alle violenze e alle differenze di casta, si presenta alle elezioni e sarà deputata per due mandati fin quando, a 38 anni, fu assassinata davanti alla sua residenza ufficiale a Delhi da un parente di quelli uccisi nella strage. Nel 1994 quindi, mentre era pronta a uscire di galera, il film arrivava nelle sale indiane e lei non ne fu del tutto soddisfatta. Infatti chiese il ritiro del film e intentò causa ai produttori che, alla fine, dovettero risarcirla con congrua somma di denaro. Altro potete leggerlo nei tanti scritti a lei dedicati come vittima, fuorilegge e infine politica.

martedì 16 giugno 2020

Nina Paley e i suoi singolari approcci ai miti religiosi

Torno a parlare di questa artista contemporanea, ma soprattutto estemporanea, che si diverte (proprio così, visto che inserisce i suoi lavori fra quelli di pubblico dominio) a produrre film a tecnica mista di soggetto epico-religioso, fra il divulgativo e l’ironico, assolutamente non offensivo per i rispettivi credenti.
Il suo primo lungometraggio è stato Sita Sings the Blues (2008, al quale nel 2014 dedicai post specifico)  nel quale Nina Paley raccontava, seppur per sommi capi, la storia fittissima di avvenimenti e personaggi mitici del Ramayana, fondamentale poema epico dell'induismo, le cui origini sono databili far il VI e il III sec. a.C., scritto in sanscrito. Similmente a quanto poi fatto in Seder-Masochism (2018), la narrazione si sviluppa a partire da dialoghi fra persone che ricordavano (o non ricordavano) gli sviluppi della lotta di Rāma,
principe spodestato, per riconquistare trono e soprattutto sua moglie Sita.
I disegni si rifanno a quelli classici del ‘700 come questi riprodotti in basso.

 

Il film è disponibile in HD fino a 1080p, sia per lo streaming che per il download. Consiglio i sottotitoli anche a chi ha dimestichezza con l’inglese in quanto i narratori parlano volutamente in Indian English (aka Hinglish) con
un fortissimo accento.
Per quanto riguarda Seder-Masochism (2018), riporto l’adattamento della
microrecensione pubblicata pochi giorni fa:
Secondo lungometraggio di Nina Paley, di nuovo a sfondo religioso e anche in questo caso in senso critico e ironico. Si tratta del seder, la cena rituale che gli ebrei tengono in occasione della cosiddetta Pasqua ebraica. Il film viene presentato come un’intervista della regista (sotto forma di una capretta) con suo padre (rappresentato come Dio) parlando sia di religione che della vita personale e dei loro rapporti familiari. Per la maggior parte del tempo, però, rivisitano in maniera critica e sincera la narrazione dell’esodo dall’Egitto come proposto dalla Haggādāh, versione rabbinica dell’Esodo sostanzialmente
simile a quella del libro dell’Antico Testamento. Se una seppur minima
conoscenza di Mosè e del suo bastone, delle piaghe d’Egitto, dell’apertura
delle acque, delle tavole del Decalogo, la manna, eccetera consente di
apprezzarlo meglio, in ogni caso è possibile seguire facilmente l'azione la
narrazione. Questa è proposta in stile musical sia con semplici disegni, spesso
replicati e che si muovono a ritmo, sia con altre tecniche che vanno dalla stop-motion con ricami, al collage di foto, a breve inserti di filmati di cronaca reale, L’ultima cena (di Juan de Juanes, metà XVI sec., esposta al Prado) con personaggi animati e parlanti, tante diverse rappresentazioni della Grande Madre che ballano con animazione semplice ma fluida.

Colonna sonora molto ricca e varia, con particolare attenzione ai testi il che giustifica che di alcuni brani si ascolta una sola frase; si va dal Gospel al Rhythm and Blues, dal Rock al Pop e, in quanto a interpreti, da Louis Armstrong ai Beatles, da Gene Kelly ai Led Zeppelin, da Gloria Gaynor a Herp Albert, da cori bulgari a musica tradizionale ebrea.
Tanto per dare un'idea, ecco il trailer:
La poliedrica artista scrive, disegna e monta i suoi film riuscendo così a
produrre ottimi lavori con cifre ridicole ... per questo film IMDb riporta un
budget di 20.000 dollari! C’è da aggiungere, ed è cosa non da poco,
che Nina Paley è fautrice della Free Culture e pubblica i suoi lavori in rete già alla prima uscita sottolineando che cede i diritti e invita a guardare e diffondere liberamente i suoi filmati, per ognunoo dei quali esiste specifico sito. Da questa pagina è possibile scaricare Seder-Masochism in qualità fino a 4K e accedere a tante altre informazioni.