venerdì 15 febbraio 2019

12° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (56-60)

Gruppo di film stranamente assortito, con i due più conosciuti (per il regista/interprete, ma non per essere fra i suoi migliori) in fondo alle mie preferenze.
   

57  Mille miglia... lontano  (Yimou Zhang, Cina, 2005) tit. or. “Qian li zou dan qi” * con Ken Takakura, Kiichi Nakai, Shinobu Terajima * IMDb  7,4  RT 83%
Non il solito Zhang, poco colorato, per niente spettacolare, ma molto profondo e meditativo su un rapporto parallelo fra due padri e i rispettivi figli, mettendo oltretutto a confronto culture come la giapponese e la cinese che, a dispetto di quanti molti possano pensare, sono profondamente diverse.
Nel film, senza cadere in situazioni caricaturali o stereotipi, riesce a mettere i confronto le persone e i loro sentimenti più che le differenze culturali.
Merita senz’altro una visione dagli spettatori attenti.
Nota: come già osservai in precedenti occasioni, pare che Zhang (come molti registi) inserisca in molti film una scena ricorrente. Nel suo caso consiste in qualcuno che, senza speranza, corre dietro un veicolo che si allontana.

59  Campeones (Javier Fesser, Spa, 2018) tit. it. “Non ci resta che vincere” * con Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Juan Margallo * IMDb  7,3  RT 67%
Fesser ha saputo trattare con la giusta ironia situazioni non certo allegre, senza mai cadere nel pietismo o nella derisione, né scadere in battute triviali o di dubbio gusto, anche se non riesce a mantenersi sempre a ottimi livelli. In sostanza, e al contrario di quanto si possa pensare, il film verte più sulla "rieducazione" del protagonista (interpretato dal sempre bravo Javier Gutiérrez, qualcuno avrà avuto modo di apprezzarlo in La isla minima) che sui membri della squadra di basket che sono semplicemente la sua medicina cura.
Risulta interessante scoprire che (episodio citato nel film e forse spunto per la sua realizzazione), la nazionale spagnola di basket vinse la medaglia d'oro alle Paralimpiadi del 2000, ma in seguito il titolo fu revocato in quanto si scoprì che l'80% dei giocatori non soffriva di alcuna limitazione psichica. A causa di ciò le sovvenzioni per il settore sparirono, pian piano altre federazioni si sono rimesse sulla giusta rotta, ma quella di basket paralimpico pare che soffra ancora delle conseguenze di quello scandalo.
Ottimo e significativo il finale che dovrebbe far meditare molti pseudo sportivi che di sport e sportività sanno ben poco. Una commedia “diversa” che vale certo una visione, pur senza essere un capolavoro.
PS - Spesso Fesser si è occupato di questioni, personaggi e trame singolari, talvolta al limite dell'assurdo o surreale, contando anche su attori “particolari”. Ricordo il suo famoso, purtroppo solo in patria, El milagro de P. Tinto (1998) e il suo corto dall'originale titolo El secdleto de la tlompeta (1996, 17 min), il cui protagonista (vedi poster al lato) sono convinto sia citato in Non è un paese per vecchi nel personaggio di Javier Bardem.
Un altro suo corto Binta y la gran idea (2004), più serio e di impegno sociale, ambientato in un villaggio senegalese, fu candidato all’Oscar 2007.

      

56  Strange Days (Kathryn Bigelow, USA, 1995) * con Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis * IMDb  7,2  RT 67% * Anteprima al Festival di Venezia
Dalla Bigelow (regista dei più recenti The Hurt Locker, 2008, e Detroit, 2017) mi aspettavo qualcosa di più. Premesso che non sono amante di sci-fi e distopia e potrei quindi non cogliere alcuni meriti della messa in scena, penso che la rappresentazione della città che vive le ultime ore del secolo passato fra festeggiamenti in locali alla moda e violenza nelle strade parzialmente controllate da militari (in assetto di guerra) con carrarmati sia troppo irreale ... senza senso, oltretutto non indispensabile al procedere della trama. La storia basata sulle possibilità fornite dalla realtà virtuale, può benissimo essere accettata così come gli intrighi connessi, visto che si tratta comunque di attività illegale, ma è un po’ troppo articolata e allungata (il film dura quasi due ore e mezza).
Seppur ancora a inizio carriera, si fa notare Ralph Fiennes; questo fu il suo 5° film, il meno apprezzato di quel periodo visto che i due precedenti erano stati Schindler's List (1993, Nomination come non protagonista) e Quiz Show (1994) e il successivo Il paziente inglese (1996, Nomination come protagonista).
Buono, ma probabilmente sarebbe stato migliore ridotto in durata e senza troppe scene di caos per le strade.

60  A Midsummer Night's Sex Comedy (Woody Allen, USA, 1982) tit. it. “Vite difficili” * con Woody Allen, Mia Farrow, José Ferrer * IMDb  6,7  RT 75% (ma solo 33% top critics)
Altra pretenziosa e assurda pseudo commedia di Allen. Ostinandosi a produrre, dirigere, scrivere e interpretare film senza pause e più o meno di fretta è comprensibile (ma ciò non lo giustifica) che non possa mantenere alti livelli. Oltre alla ripetitività di situazioni e allusioni (sesso, ebrei e psichiatria) continua a volersi imporre come attore nonostante sia ampiamente dimostrato che non sia una cima in tale campo. Può essere considerato un buon caratterista, ma alla lunga stanca ... pare che sia un rispettato suonatore di clarinetto (ma sarà vero o lo si sostiene solo perché si tratta di Woody Allen?).
Personalmente, non lo consiglio, ma se siete sostenitori di Allen vi potrebbe anche piacere.

58  Interiors (Woody Allen, USA, 1978) tit. it. “Vite difficili” * con Diane Keaton, Geraldine Page, Kristin Griffith * IMDb  7,5  RT 77% * 5 Nomination Oscar e 4 per i Golden Globes (senza alcun successo)
Questo non l'avevo mai visto e forse avrei fatto meglio a restare nella mia ignoranza. Poco interessante, personaggi  che non ispirano alcuna simpatia, il ruolo femminile balbettante è affidato a Mary Beth Hurt, ma anche Diane Keaton ha la sue brave esitazioni e inceppamenti alleniani; recitazione complessivamente mediocre. Quasi soporifero nonostante duri meno di un'ora e mezza.
Anche questo film penso sia adatto solo ai fan di Allen. 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

martedì 12 febbraio 2019

Il “secreto” è poco conosciuto, ma non un vero “segreto”

In spagnolo, come in portoghese, secreto equivale all’italiano segreto, in tutte le sue accezioni e usi comuni. Tuttavia, in entrambi gli idiomi, il vocabolo indica anche un relativamente piccolo taglio di carne suina (più o meno mezzo chilo) che si trova fra la paleta (prosciutto di spalla, quindi zampa anteriore) e la pancetta e le costillas, e quindi se ne ricavano solo 2 per animale (vedi foto in basso). In Spagna troverete reclamizzato il secreto iberico (dal maiale nero iberico) e in Portogallo il secreto de porco preto (letteralmente maiale nero, praticamente la stessa razza).

Il pezzo ha una forma irregolare, vagamente triangolare, con una parte più larga e alta (fino a circa 2 cm) che va digradando in ampiezza e spessore verso la punta opposta. Ho letto che per ricavarli è necessario tagliare la carne in un modo particolare, altrimenti vanno persi, restando in parte attaccati alla paleta e/o alla pancetta o costillas.
Quando si cucina intero (di solito a la plancha = piastra) almeno nella parte più spessa lo si incide in modo da poterlo cuocere un modo relativamente uniforme.
Le sue venature di grasso lo rendono particolarmente succulento e tenero, sempre che un cuoco irresponsabile non lo faccia quasi bruciare.
Per fornire orientativamente le dimensioni, nella foto (artigianale, da tablet) del mio secreto a Casa Tata, ho infilzato la forchetta in un pezzo della parte più spessa. In quanto alla superfici, teniate presente che il piatto era ovale e quindi la porzione ben abbondante.
Non mi resta che consigliarvi un assaggio se vi trovate in penisola iberica, possibilmente un pezzo intero (comune in Spagna, più raro in Portogallo dove quasi sempre lo cuociono già tagliato in fette spesse/listarelle).

conejo en salmorejo Casa Tata, Punta Brava (Tenerife)
Data la brevità del post, dopo aver parlato della carne cabra, voglio citare un altro famoso tipico piatto canario a base di carne è il conejo (coniglio) en salmorejo (praticamente in salmì), quindi con grande uso di vino e spezie, molte delle quali, in questo caso, locali. Mi urge però precisare che questa sugo è concettualmente completamente diverso dai più conosciuti salmorejos andalusi, con in testa quello cordobés (di Cordoba) e famose e apprezzate varianti come la porra antequerana alla quale dedicai specifico post.
I salmorejos peninsulari, così come i gazpachos, sono infatti zuppe fredde sostanzialmente vegetali, con ingredienti molto simili fra loro, che si differenziano però per la densità, molto più corposi i primi (molti sostengono che un cucchiaio debba poter restare in piedi), liquidi i secondi tanto da potersi anche "bere". Ai salmorejos spesso si aggiungono "integrazioni proteiche", come pezzetti di carne (jamon) o pesci (tonno o pesciolini fritti) o uova (sode), ma talvolta si tratta di semplici guarnizioni si superficie per le quali si utilizzano anche olive e verdure crude.

domenica 10 febbraio 2019

11° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (51-55)

Nessuno dei 5 film di questo gruppo mi ha pienamente convinto, nonostante Oscar, Nomination e reputazione di registi e attori. In ognuno di essi ho visto sia pregi che aspetti deludenti, ma almeno sono tutti ben sopra la sufficienza. Essendo più difficile del solito proporli in ordine di preferenza, seguo quello di visione.
   

51  Rumble Fish  (Francis Ford Coppola, USA, 1983) tit. it. “Rusty il selvaggio” * con Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane * IMDb  7,2  RT 72 (complessivo, ma appena 33% dei top critics)
Questo  cast è molto vario e, con il senno di poi, interessante visto che riunisce tanti giovani più o meno esordienti che successivamente si sarebbero fatti strada, come Dillon (19 anni), Cage (19, nipote di Coppola), Chris Penn (18), Laurence Fishburne (22), Mickey Rourke (31 anni, ma ancora a inizio carriera) e i “veterani” (in confronto ai precedenti) Denis Hopper e Tom Waits che si potrebbero considerare eterni ottimi caratteristi.
La sceneggiatura (tratta da un romanzo di S.E. Hinton) non mi è piaciuta per niente e meno che mai la caratterizzazione del personaggio di Mickey Rourke, che già allora si presentava con quell’insopportabile sorrisetto serafico e sornione e parlava con voce calma e suadente.
Di contro, ho trovato piacevolmente originale la regia di Coppola, assolutamente padrone delle scene e delle riprese, che propone interessantissime immagini in bianco e nero nel quale rare volte spiccano il rosso e il blu dei “pesci combattenti” (rumble fish), mentre sembra anche  rendere omaggio all’espressionismo dei muti tedeschi.
Se si sopporta la pochezza della trama e varie interpretazioni a dir poco scadenti, merita certamente una visione.

52  Green Book (Peter Farrelly, USA, 2018) * con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini * IMDb  8,3  RT 82%  *  5 Nomination (miglior film, Viggo Mortensen protagonista, Mahershala Ali non protagonista, sceneggiatura, montaggio)
Non è che sia male, ma direi che le 5 Nomination siano proprio esagerate ... tuttavia, considerando alcuni degli altri candidati, forse giustificate. 
Essendo basato su una storia vera nella quale si intrecciano vari tipi di razzismo, mi sembra che i 3 sceneggiatori si siano fatti prendere troppa la mano trasformandola in una commedia mediocre. Del resto Peter Farrelly ha fatto carriera e soldi con commedie demenziali iniziando con Scemo & più scemo e i più recenti prima di Green Book sono stati il Scemo & più scemo 2I tre marmittoni; Nick Vallelonga (figlio del vero Tony Lip, protagonista del film), nato e cresciuto nel classico ambiente italoamericano del Bronx, si è troppo rifatto ai personaggi della serie TV The Sopranos nella quale il padre interpretava Carmine Lupertazzi; Brian Hayes Currie è appena alla sua seconda sceneggiatura dopo una commedia di poco successo di una dozzina di anni fa (Two Tickets to Paradise, 2006). I tre sono anche i produttori del film insieme con Jim Burke e Charles B. Wessler e con loro sono candidati all’Oscar per il miglior film.  
La storia raccontata in Green Book non può considerarsi un biopic in quanto narra, sommariamente, di appena un paio di mesi durante i quali Tony Lip fu autista e guardia del corpo del pianista afroamericano Dr. Don Shirley. Senza dubbio avrebbe meritato altra sorte ma la sceneggiatura è basata su appunti e lettere di Vallelonga padre e sui ricordi del figlio, che quindi aveva i diritti sul soggetto.
Sia Nick Vallelonga che Brian Hayes Currie (co-sceneggiatori e coproduttori) hanno voluto anche avere un piccolo ruolo nel film. Questo si regge sui due buoni attori protagonisti che tuttavia non offrono prove memorabili, ma molto probabilmente la colpa è dei ruoli caricaturali a loro imposti. Più che onorevole l’interpretazione di Linda Cardellini nel ruolo di Mercedes, la moglie di Tony Lip. Per il resto, risulta evidente che italoamericani immigrati di prima o seconda generazione si contano ormai sulla punta delle dita, sia guardando quelli proposti nel film sia per essersi dovuti affidare ad un attore di origini scandinave nel ruolo principale.
Intendiamoci, il film non è da bocciare, molte delle mie osservazioni mirano solo a ridimensionare le spropositate lodi, le 5 Nomination, i rating eccessivi che addirittura lo pongono  al 135° posto nella classifica dei migliori film di sempre! Almeno su quest'ultimo punto penso chiunque mi dia ragione ... è un’eresia bella e buona!


      

53  Mamá cumple 100 años (Carlos Saura, Spa, 1979) tit. it. “Mamà compie 100 anni” * con Geraldine Chaplin, Rafaela Aparicio, Amparo Muñoz, Fernando Fernán Gómez * IMDb  7,5  *  Nomination Oscar miglior film non in lingua inglese
In effetti è un sequel dell’ottimo Ana y los lobos (Carlos Saura, 1973), ma di gran lunga inferiore. Soliti riferimenti più o meno velati a clero e potere militare ma non c’è da meravigliarsi considerato che si tratta di Saura e che il dittatore Franco era morto appena 3 anni prima e si era in piena “transizione”. Buone le interpretazioni fra le quali spicca quella dell’impareggiabile Rafaela Aparicio, con la solita eccezione di Geraldine Chaplin che, come è noto, era la compagna di Saura ed è opinione comune che solo per tal motivo comparisse nei suoi film. Alcuni personaggi sono ben delineati e qualche gag è ben riuscita, ma poco di più.

54  Last Train from Gun Hill (John Sturges, USA, 1959) tit. it. “Il giorno della vendetta” * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, Carolyn Jones * IMDb  7,4  RT 80%
Western dalla struttura molto strana, oserei dire quasi teatrale, trattandosi quasi di un “uno contro tutti”, per di più “fuori casa”.  Gli spari sono pochi e si fanno attendere in quanto  procede fra mille discussioni nell'attesa dell'inevitabile scontro a fuoco conclusivo.
Storia poco plausibile, che viene proposta quasi come una partita di poker fra chi ha buone carte e uno che (almeno in apparenza) bluffa. Non si discutono le capacità di Kirk Douglas e neanche quelle di Anthony Quinn, che fa la sua brava figura, ma è la descrizione della società di Gun Hill che lascia molto a desiderare. Ben girato in un Technicolor  molto luminoso, proposto come al solito con titolo italiano fantasioso, merita una visione se non altro per la sua originalità.

55  Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton, Valerie Faris, USA, 2006) * con Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alan Arkin * IMDb  7,8  RT 91%  * 2 Oscar (Alan Arkin non protagonista e sceneggiatura) e 2 Nomination (miglior film e Abigail Breslin non protagonista)
Guardandola come una satira di costume ha qualche pregio ma sembra un’occasione mancata. Come spesso accade, mettendo troppa carne a cuocere, si perdono di vista gli obiettivi principali e quindi l’occasione per essere più incisivi. Limitando le esagerazioni e pur restando nel genere commedia, gli sceneggiatori avrebbero dovuto scegliere per il soggetto un numero limitato di manie o vizi americani: i concorsi, il migliore, il numero 2, il disprezzo per tutti quelli che hanno una vita normale ma, non ottenendo grandi successi, sono definiti losers (perdenti). Invece hanno aggiunto droga, sesso, burocrazia, psicologia e tanto altro e il minestrone è servito. 
Meritava i 2 Oscar? Della sceneggiatura ho già detto, Arkin (che apprezzo) ha fatto molto di meglio. 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

sabato 9 febbraio 2019

Kubrick e le porte di SHINING ... anche i più pignoli sbagliano!?

Un paio di evidenti incongruenze (POSSIBILI SPOILER ... ma chi non ha mai visto Shining?).
Sembra proprio che questo grande regista, che passa per essere stato estremamente preciso e pretendere la "perfezione" da attori e tecnici, in The Shining abbia avuto “problemi” con le porte.

Nella famosa scena “copiata” da Körkarlen (Victor Sjöström, Svezia, 1921, foto sopra, rec. 16/374) in cui Jack (Jack Nicholson) assedia la moglie asserragliata nel bagno e tenta di entrare sfondando la porta a colpi di ascia, si vede chiaramente che rompe solo il pannello dal lato della serratura facendolo cadere quasi completamente (1). Nel controcampo dall’interno, pp della mano, si nota già un lungo pezzo di legno modanato posto in diagonale che un istante prima non c’era (2).
   
Nell’inquadratura successiva (3) si intravedono schegge di legno dell’altro pannello (non colpito) e il pezzo in diagonale è diverso; infine, nel cc 4 mancano entrambe i pannelli, il pezzo di legno è disposto sulla diagonale opposta (di lunghezza “geometricamente” impossibile) e si nota che la parte centrale della porta (integra nella 1) è ampiamente scheggiata.
   
Ciò accade spesso quando di una scena nella quale si distruggono cose, o semplicemente si spostano, si producono infiniti ciack. Nel montaggio, e in particolare nei controcampo, questo tipo di “errori” sono quasi inevitabili.
   
Oltre a ciò, avevo notato anche che nelle scene quasi contemporanee a quella appena descritta, nelle quali si vede la porta che dà sull'esterno, Wendy (Shelley Duvall) esce aprendo (con difficoltà in quanto bloccata dalla neve) una sola anta (11-12). Chi entra poco dopo, apre la stessa appena un po’ di più (13), ma quando vi si avvicina Jack pochi secondi più tardi (14) entrambe le ante sono semiaperte, quasi spalancate.
    
Infine, quando Wendy finalmente esce dal bagno, perché sale per le scale (un paio di piani) chiamando il figlio, sapendo che sta all’esterno? Non avrebbe dovuto precipitarsi fuori sia per cercarlo che per andare incontro alla probabile salvezza? Questo potrebbe non essere un errore, ma per me non ha senso. 
L’unica spiegazione è che nella versione finale del dvd manchi qualche scena che potrebbe giustificare l’insensata ascesa che porta solo alla scoperta della coppia in una camera (in costume da orso). 
Sarò grato a chi mi fornirà qualche illuminazione in merito!

Tutto ciò ovviamente non sminuisce assolutamente la pregevolezza del film ... sono semplici sfizi da “vecchio cinefilo”.

PS - consiglio anche la visione di Körkarlen , uscito in Italia con due diversi titoli: Il carretto fantasma e Il carrettiere della morte

giovedì 7 febbraio 2019

Riorganizzazione sito per chiusura di Google+

In vista dell'imminente chiusura di Google+, come tanti altri sono stato costretto a recuperare post e foto e riorganizzarli in altro modo.
Ho cominciato con la sezione cinema provvedendo a trasferire nelle pagine del mio sito le 1.300 micro-recensioni 2016-2018 già pubblicate nelle relative raccolte. Spero di riuscire a completare il "trasloco" entro la prossima settimana e completare la nuova struttura con ulteriori pagine, link e indici.

In questo senso ho già provveduto a creare un INDICE COMPLETO delle 1.300 visioni del triennio 2016-2018, con link alle pagine delle recensioni. Al lato dei titoli (seguiti da regista, anno, interpreti principali e produzione) ho aggiunto il numero d'ordine, linkato alla pagina nella quale si trova la relativa micro-recensione.
Nell’indice si potranno quindi effettuare rapide ricerche per titolo, regista o interprete e poi, cliccando sul link a inizio riga, andare alla pagina nella quale, grazie al numero, sarà uno scherzo trovare la recensione desiderata.
Le recensioni su Google+ resteranno linkate ai poster fino alla chiusura della piattaforma. Per il momento tutte quelle del 2016 (403) sono già copiate ed aggiunte in calce ai poster nelle rispettive 8 pagine; quelle del 2017 (443 in 9 pagine) e del 2018 (454 in 9 pagine) sono in fase di trasferimento.
Attenzione: per il 2016 poster e recensioni sono in ordine progressivo, per gli altri due anni i poster sono ordinati dal più recente ai precedenti, ma le recensioni in fondo alla pagina saranno ordinate secondo i numeri crescenti. Comunque, cercando un numero, ci si renderà subito conto se si dovrà scorrere la pagina verso l'alto o verso il basso.
Sono anche in fase di creazione di una pagina con i link ai post di interesse cinematografico pubblicati sul mio blog Discettazioni Erranti, già raggruppati nella raccolta il Cinema secondo GioVis (Jean Lumière) (al momento ancora attiva), elencandoli in questa pagina.
Avendo il backup dei miei archivi fotografici non provvederò a scaricare le migliaia di foto macro, di escursioni e di viaggi immediatamente, ma le pubblicherò organizzate in modo diverso a partire da aprile. Fino ad allora resteranno nelle varie raccolte Google+ accessibili dalla homepage
Chiaramente, il processo è lungo e complesso e, considerato che non sono un webmaster professionista, qualcosa potrebbe non funzionare a dovere. 
Saranno estremamente gradite segnalazioni di errori, link obsoleti, pagine non funzionanti, svarioni di qualunque genere.

martedì 5 febbraio 2019

10° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (46-50)

Con questi 5 film ho completato la prima cinquantina del 2019. Il gruppo comprende due classici di metà secolo scorso, con quello di Elia Kazan che si è rivelato un’interessantissima e piacevole sorpresa; due dell’inizio di questo secolo e uno della nuova stagione (pessimo). In quanto a quest’ultimo, è inevitabile considerare che non solo i rating delle nuove uscite (comprensibile vista la facilità con la quale si possono alterare i dati online) ma anche i giudizi dei cosiddetti critici e delle giurie siano sempre più inaffidabili. In particolare per gli Oscar, non so quanto abbia fatto bene l'allargamento del numero di "selezionatori", visto che la maggior parte dei cinefili hanno criticato le scelte di quest'anno. Ecco i i film in ordine di mio gradimento.

   

47  Panic in the Streets (Elia Kazan, USA, 1950) tit. it. “Bandiera gialla” * con Richard Widmark, Paul Douglas, Jack Palance, Barbara Bel Geddes * IMDb  7,3  RT 96% * Oscar per la sceneggiatura
Ottimo film classico degli anni '50 con una storia abbastanza originale, almeno per l'epoca, che gli valse l’Oscar. Un intreccio fra piccola criminalità e una minaccia di epidemia letale, che vede come protagonisti (e antagonisti) il responsabile della Sanità (Widmark), il capo della polizia (Douglas), politici, giornalisti e un gruppetto di delinquenti anzianotti e di infimo livello, capeggiati e maltrattati dallo spietato e avido Blackie (Jack Palance, all’epoca appena 30enne, che così segnò brillantemente il suo esordio cinematografico).
La trama si sviluppa con accesi alterchi sia fra chi tenta di trovare il portatore del virus senza creare allarmismi sia fra i criminali che, proprio per tale motivo, non si rendono del perché del grande spiegamento di forze, fino al convulso finale.
Solido film in bianco e nero di un tempo, con attori capaci, buoni dialoghi, diretto da un ottimo regista come Kazan.
Merita senz’altro una visione.

48  Black Book (Paul Verhoeven, Ned, 2006) tit. or. “Zwartboek” * con Carice van Houten, Sebastian Koch, Thom Hoffman * IMDb  7,8  RT 75%  * Young Cinema Award e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Interessante film a soggetto “quasi” bellico. Infatti, più che della guerra vera e propria tratta dell’ultimo periodo di presenza dei nazisti in Olanda, con tragici eventi di rastrellamento di ebrei e cruenta lotta partigiana. Si basa su una serie di tradimenti, sorprese e colpi di scena, per lo più causati da doppiogiochisti. Narrato come un unico lungo flashback che si dimostra essere struttura pressoché inutile - e in questo caso deleteria - in quanto fa solo sapere che la protagonista sopravvivrà. Tuttavia si dovrà attendere la conclusione per conoscere le mente perversa che ha causa innumerevoli morti.
Ben diretto e costruito, tuttavia mi è sembrato un po’ esagerato, a discapito della credibiltà.
Vale la pena guardarlo.

      

49  How Green Was My Valley (John Ford, USA, 1941) tit. it. “Come era verde la mia valle” * con Walter Pidgeon, Maureen O'Hara, Anna Lee * IMDb  7,8  RT 100% * 5 Oscar (miglior film, regia, Donald Crisp non protagonista, fotografia, scenografia) e 5 Nomination (sceneggiatura, Sara Allgood non protagonista, sonoro, montaggio e commento musicale)
Questo è un film che non mi aveva mai attirato, ma avendo trovato il dvd e per "rispetto" a John Ford l’ho voluto guardare.
Avventure e disavventure di una famiglia di minatori, stranamente non americana, bensì gallese. La trama è in molti casi abbastanza scontata, piena di valori morali, quasi ottimista nonostante le varie inevitabili tragedie. Non manca un po’ di commedia, soprattutto quando interviene la madre della numerosa famiglia.
Un classico, ma molto, troppo datato.

50  La finestra di fronte (Ferzan Ozpetek, Ita, 2003) * con Giovanna Mezzogiorno, Massimo Girotti, Raoul Bova * IMDb  7,4  RT 69%
Molti riconoscimenti, ma la stragrande maggioranza nazionali. Da un buon soggetto, gli autori non sono riusciti a ricavare una sceneggiatura di pari livello. I dialoghi sono veramente banali ma, a una seconda analisi, mi sorge il dubbio che volutamente si sia voluto puntare il dito sulla pochezza di tanti esponenti delle nuove generazioni.  Per come è presentata, la storia appare in più punti troppo inverosimile o, almeno, poco plausibile.
Questo fu l’ultimo lavoro di Massimo Girotti, morto nello stesso anno dell’uscita del film, a 85 anni. Pur fornendo un’interpretazione più che convincente, certamente sarà ricordato per tanti suoi precedenti lavori cinematografici e teatrali e non per questo film.
Se questo fu giudicato uno dei migliori film italiani di allora, c’è poco da stare allegri.
Appena guardabile.

46  Creed II (Steven Caple Jr., USA, 2018) * con Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson * IMDb  7,6  RT 86%
Incuriosito dai buoni rating sia su IMDb che su RT, sono andato a vedere Creed II (l’originale di 3 anni fa non mi era del tutto dispiaciuto).
Non che mi sia un appassionato della serie (della quale ne ho visto pochi) ma almeno il primo e originale Rocky e in parte Creed (2016) avevano una ragione di essere. Questo Creed II, accreditato di un inconcepibile 7,6 su IMDb e l'80% di recensioni positive su Rotten Tomatoes è pressoché inguardabile, per avere una trama inconsistente, troppe scene di ring (nonostante i match effettivi siano solo 2), il buon Sylvester che si difendeva più che degnamente 3 anni fa è oggi assolutamente inespressivo, quasi imbalsamato. Sono costretto a pensare che troppi "critici" siano ormai completamente asserviti alle lobby dei produttori ... e questo non è caso isolato (vedi Nomination Oscar 2019).

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine