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martedì 6 gennaio 2026

Holbox ... isola misteriosa

Holbox è una piccola isola, una volta semisconosciuta, a una decina di km dalla costa settentrionale della penisola dello YucatánMessico; oggi ci sono resort di lusso con piscina come questo, ma qualche decennio fa era molto differente.

Ebbi la fortuna di sentirne parlare nel 1983 da altri backpackers nel corso del mio primo viaggio in Centroamerica e, essendo un luogo ancora “vergine”, decisi di andarci e, ovviamente, ci andai. Quarantatré anni fa l’isola non era stata ancora scoperta dal turismo di massa, ci si arrivava con difficoltà e in pratica non c’era nessuna struttura ricettiva. Si doveva prima raggiungere il piccolo porto di Chiquilà (Quintana Roo) e di lì ci si imbarcava su un vecchio mezzo da sbarco militare americano adattato a traghetto (simile a quello della foto ma molto più vecchio) che trasportava non più di un paio di veicoli per volta e persone e merci nel poco spazio che restava. Oggi è possibile raggiungere Holbox su moderni traghetti veloci (15 corse al giorno) e perfino con aerei che utilizzano un piccolo moderno aerodromo. 

Ma veniamo al “mistero”. Sembra che quest’isola cambi di forma continuamente, da secoli, tant'è che sulle mappe fu disegnata con forme diverse ed incongruenze anche molto evidenti, tutt’oggi evidenti perfino su Googlemaps. Le seguenti immagini rappresentano esattamente la stessa area, nella versione “map” e “satellite”. Teoricamente, e logicamente, l’isola dovrebbe avere almeno gli stessi contorni e invece la discrepanza è enorme e ciò non è dovuto ad una semplice confusione circa il limite fra barriera corallina con la terra in quanto è più che evidente la striscia di sabbia bianca a nord.

Su mappe d’epoca, oltre a cambiare forma e distanza dalla costa (errori plausibili per quelle più datate) a volte è rappresentata come una sola lingua di terra, altre divisa in due o più parti.

     

Tutto ciò potrebbe essere conseguenza degli uragani che si abbattono su quelle coste con conseguenti spostamenti di sabbia. Ricordo perfettamente le poche notizie che circolavano nell'83 descrivevano Holbox come una striscia di terra bassa, per lo più sabbiosa, lunga circa 15km e larga fra 500 e 1.500 metri; attualmente questa barra è unita a un'altra e risulta essere lunga circa 40km. Lo stesso South American Handbook dedicava solo un paio di righe a Holbox.

Sbarcati sull'isola ci si trovava sulla sabbiosa "strada" principale, che in meno di 1 km arrivava sulla costa nord e, come scritto sulla guida, per dormire bisognava arrangiarsi; chi era a conoscenza di ciò arrivava fornito di amaca e cercava una "stanza", vale a dire un posto con 4 pareti e ganci per appendere le amache ... bagno in comune fuori e acqua solo fredda (ma anche sulla terraferma l'acqua calda era una eccezione). Talvolta in queste zone tuttora si trovano ganci per le amache anche nelle stanze con letti normali ... come constatai pochi mesi fa a Mahahual e Bacalar (Quintana Roo). Chi sa usare un'amaca dormirà certamente più fresco, senza bisogno di aria condizionata.

Il problema più grosso era la cena, poiché la maggior parte dei circa 500 abitanti mangiavano a casa e solo un paio di posti fra quelli che servivano birre proponevano anche qualcosa da mettere sotto i denti, ma chiudevano alle 19. C'era però la possibilità di farsi cucinare dalla padrona di casa un bel pesce intero con qualche verdura, accompagnato da tortillas (a costi irrisori). 

L'economia dell'isola si basava esclusivamente sulla pesca e c'erano solo due grandi edifici in muratura: la fabrica de hielo (ghiaccio) e la empacadora dove si confezionava e congelava il pescato e lo si spediva nelle vicine località turistiche come CancunTulum e Isla Mujeres, all'epoca già famose e affollate. 

Passai 5 giorni molto piacevoli sull'isola, fra nuotate e lunghe passeggiate sulla spiaggia di giorno, interminabili partite di pallacanestro serali nel piccolo parco in piazza (l'unico pavimentato) e ovviamente pesce fresco a volontà, ma il ricordo indimenticabile è quello della serata al “cinema”, proiezione organizzata in una baracca di legno, con un lenzuolo come schermo, tavole poggiate su mattoni come poltrone, bambini seduti a terra nelle prime file. Spettacolo itinerante giunto sull’isola su un camioncino, si proiettava La gran aventura del Zorro (1976), un classico messicano del genere azione e avventura.

 (rielaborazione del post del 14/7/2016)

giovedì 14 luglio 2016

Holbox ... isola misteriosa

Pochi giorni fa, nel corso di una delle mie solite ricerche in rete mi è capitato di leggere ancora una volta: Holbox. Si tratta di un toponimo unico, riferito ad una isola piccola, ma non piccolissima, a pochi km dalla costa settentrionale della penisola dello Yucatán, Messico. Oggi ci sono resort con piscina come questo, ma qualche decennio fa era molto differente.
Ebbi la fortuna di sentirne parlare nel 1983 da altri backpackers nel corso del mio primo viaggio in Centro America e, essendo un luogo ancora “vergine”, decisi di andarci e, ovviamente, ci andai. Trentatré anni fa l’isola non era stata ancora scoperta dal turismo di massa, ci si arrivava con molta difficoltà, non c’era nessuna struttura ricettiva degna di tal nome. Si andava prima a Valladolid (Yucatán) poi 150 km di bus per il piccolo porto di Chiquilà (Quintana Roo) e di lì ci si imbarcava su un vecchio mezzo da sbarco militare americano adattato a traghetto ... un veicolo per volta e persone e merci nel poco spazio che restava. Situazione simile alla foto di sx, dimensioni come il mezzo di dx, molto più piccolo. 
    
Ma veniamo al “mistero”. Sembra che quest’isola cambi di forma continuamente, da secoli, tant'è che sulle mappe viene rappresentata con forme diverse ed incongruenze anche molto evidenti, perfino sulle quelle presenti al momento su Google. Le due immagini in basso rappresentano esattamente la stessa area, nella versione “map” e “satellite”. Teoricamente, e logicamente, l’isola dovrebbe avere almeno gli stessi contorni e invece la discrepanza è enorme e ciò non è dovuto ad una semplice confusione circa il limite fra barriera corallina con la terra in quanto è più che evidente la striscia di sabbia bianca a nord.




Nelle successive immagini oltre a cambiare forma e distanza dalla costa (errori plausibili per le mappe più antiche) a volte è rappresentata come una sola lingua di terra, altre divisa in due. In alcune mappe (come oggi da satellite) sembra quasi che sia prossima ad collegarsi con Cabo Catoche ad ovest creando una grande laguna.
   

   
Causa di tutto ciò potrebbero essere i tanti uragani che si abbattono su quelle coste con conseguenti mareggiate e spostamenti di sabbia. Quello del 2005 (Wilma) fu particolarmente devastante.
Ricordo perfettamente le poche notizie che circolavano all'epoca della mia visita dell'83 che descrivevano Holbox come una striscia di terra bassa, per lo più sabbia, lunga una quindicina di chilometri e larga fra 500 e 1.500 metri.
Sbarcati sull'isola ci si trovava sulla "strada" principale, larga sì ma sabbiosa, che in meno di 1 km arrivava sulla costa nord. 
Come già detto, per dormire bisognava arrangiarsi, chi era a conoscenza della situazione arrivava con la sua amaca e cercava una "stanza", vale a dire un posto con 4 pareti e ganci per appendere l'amaca ... bagno in comune fuori e acqua solo fredda (ma anche sulla terraferma l'acqua calda era una eccezione). In queste zone è tuttora normale trovare i ganci per le amache anche nelle stanze con letti normali ... come ho constatato solo pochi mesi fa a Mahahual e Bacalar (Quintana Roo).  
Il problema più grosso era mangiare, poiché la maggior parte delle poche centinaia di abitanti mangiavano a casa e c'erano solo un paio di posti che servivano birre e qualcosa da mangiare e per di più chiudevano alle 19. C'era però la possibilità di farsi cucinare un bel pesce intero dalla padrona di casa a costi irrisori (meno di un dollaro), accompagnato da tortillas e qualche vegetale. 
L'economia dell'isola si basava sulla pesca e c'erano solo due grandi edifici in muratura: la "fabrica de hielo" (ghiaccio) e la "empacadora" dove si confezionava il pescato con il ghiaccio e si spediva nelle località turistiche come Cancun, Tulum e Isla Mujeres, all'epoca già famose e affollate. 
Passai 5 giorni molto piacevoli sull'isola, fra nuotate e lunghe passeggiate sulla spiaggia di giorno, interminabili partite di pallacanestro serali nel piccolo parco in piazza (l'unico posto con fondo duro) e ovviamente pesce fresco a volontà.

martedì 8 marzo 2016

5 giorni a Mahahual

Bacalar (Quintana Roo, Mexico), 8 marzo

Avevo scelto Mahahual come mia destinazione dopo che alcuni ragazzi di Tenerife me ne parlarono un paio di anni fa e dopo aver fatto un po' di ulteriori ricerche in rete. Paesino di grandi contrasti, pressoché isolato a sud della Costa MayaFino a tutto il XX secolo è rimasto un piccolo villaggio di pescatori a oltre 50 km dal più vicino centro abitato e dalla strada principale, alla quale era collegato tramite una pista sterrata che attraversava selva e acquitrini. 
Solo una dozzina di anni fa, per realizzare il progetto del porto turistico per navi da crociera un paio di km a nord dell'abitato, la strada fu asfaltata e, oltre ad un insediamento completamente nuovo nei pressi del molo, case in muratura e piccoli hotel cominciarono ad apparire attorno al vecchio centro. Attualmente da una a tre navi, 4 o 5 volte a settimana, attraccano e fra le 10 e le 15-16 il malecon (stradone pedonale parallelo alla spiaggia, fra palme a est e negozi, bar, ristoranti, ecc. a ovest) si affolla di crocieristi e di persone che tentano di vender loro cibo, drink, servizi, tour, souvenir e questa è ormai la princiale fonte di reddito.
   
Perché Mahahual? Per vari semplici motivi: mare pulito, spiaggia sulla quale mangiare e bere all'ombra delle palme, aspetto di villaggio autentico, largo malecon pedonale che nei giorni di presenza delle navi, si riempie di bancarelle, artigiani e massaggiatori e infine il famoso Banco Chinchorro, riserva della biosfera. Si trova una trentina di km al largo di Mahahual e viene presentato come il secondo più grande atollo corallino, paradiso dei sub che se lo possono permettere, attività top per i crocieristi. Lungo il malecon e sulla spiaggia si possono comprare escursioni di diving e snorkeling per destinazioni più vicine, molto più economiche di quelle per il Banco, visto che la barriera si trova a meno di un centinaio di metri da riva.
A seguito di questo improvviso sviluppo e relativo benessere, Mahahual si è organizzata e modernizzata pur mantenendo, all'interno, l'aspetto e i ritmi di una sonnacchiosa vita messicana d'altri tempi. Di conseguenza vari anni fa  cominciarono ad arrivare con regolarità i primi viaggiatori indipendenti, soprattutto quelli che non gradivano la folla delle spiagge di Cancun, Tulum, Playa del Carmen, Cozumel, Isla Mujeres, anche se via terra Mahahual è rimasta poco accessibile e solo da pochi mesi è stata istituita una linea regolare di bus che collega il villaggio con i centri turistici più importanti, ma sono solo tre corse al giorno, con pulmini da 16 posti.
In attesa dello sbarco dei crocieristi Guillermo (uno dei tanti "procacciatori di affari" di stanza sul malecon, arrivato a Mahahual 35 anni fa) mi ha raccontato che prima che fosse pavimentata la strada di accesso i collegamenti e gli scambi commerciali con l’interno si limitavano ad un camion (trasporto misto passeggeri e merci) che arrivava il venerdì e ripartiva la domenica ... nient'altro. Lungo quello che oggi è il malecon c'erano solo poche "case" (più che altro cabañas) di pescatori, simili a quelle che tuttora si vedono lungo le due parallele e la "selva" arrivava praticamente sulla spiaggia.

In questa serie di foto (note nei commenti) si può apprezzare la differenza fra il malecon, la strada principale (parallela a neanche 30 metri di distanza con negozietti, tortilleria, piccoli ristoranti e ora qualche hotel economico) e la seconda parallela che sul lato ovest ha solo baracche di legno e foresta ... nessun edificio in muratura. 
Questa è tutta Mahahual, paesino che non ha neanche la classica piazza, né la chiesa (stanno tentando di costruirne una) e non ho visto ufficio postale, né banche, né posto di polizia, né farmacie degne i tal nome (solo prodotti da banco) in compenso tanti posti per mangiare buon cibo tradizionale messicano.
Quindi soggiorno per persone tranquille, anche quando ci sono tre navi entro le 16 tutti i crocieristi sono spariti, ottima spiaggia libera, possibilità di fare snorkeling e non da ultimo è un ottimo posto per fare birdwatching anche semplicemente passeggiando sulla spiaggia. Garzette, pellicani, fregate, avvoltoi, aironi e vari uccelli più piccoli si lasciano avvicinare abbastanza da poter scattare foto senza aver bisogno di teleobiettivi.


altre foto del Pellicano bruno del Caribe (che qui in alto fa toeletta)
album di uccelli di varie specie: avvoltoi, fregate, altri aironi

domenica 6 marzo 2016

I “chilaquiles” della fonda El Izote (Mahahual)

Ricerca sui cibi tradizionali messicani

Chilaquiles (pron. “cilachiles”) 

Riso, fagioli e pollo o uova (a scelta), il tutto coperto da totopos sui quali viene aggiunto formaggio, salsa di pomodoro e crema (a metà strada fra panna acida e yogurt). 
I totopos (una specie di tortilla chips, ma più grandi) sono uno dei tanti metodi di riciclare le tortillas. Queste si  tagliano in 4 settori ottenendo così pezzi quasi triangolari e poi si friggono o si tostano. 
Questo piatto di Chilaquiles che ho mangiato a Mahahual era una versione ricca in quanto quella basica, minima, non prevede riso, fagioli, pollo o uova, ma vengono solitamente serviti come contorno. Come si vede dalle foto in basso ho scelto la versione con pollo. 
Le posate possono danno l'idea della grandezza del piatto ... quasi un pranzo, anche se, come los huevos rancheros, è tipicamente servito come desayuno (prima colazione).
  
Sono tornato alla fonda El Izote (yucca) con l'idea di provare la comida del dia (come in qualunque parte del mondo di solito il piatto del giorno è fresco e tradizionale) e ho quindi mangiato sopa de lentejas che, detta così, potrebbe far pensare a una semplice zuppa di lenticchie, forse arricchita con sedano e carota o, a voler esagerare, con un po' di carne di maiale.
  

In quella che ho mangiato oggi le lenticchie rappresentavano meno del 20% del tutto, che comprendeva lardo, salsicha (tipo wurstel), chorizo, carote, chayote (zucca spinosa), uovo sodo, costine di maiale, banane e, a parte, cipolla tritata cruda, chile habanero (peperoncino piccantissimo) e le immancabili tortillas.
Come si nota comparando le foto, le porzioni sono abbondantissime e devono senz'altro considerarsi piatto unico. Basti notare che nella prima foto il livello si trova sulla fascia blù e in questa in basso è molto al di sotto della stessa, eppure c'è ancora tanto da "lavorare" ... 


Direi sullo stesso stile delle sopas canarians nelle quali si riescono a combinare ingredienti apparentemente incompatibili ottenendo, incredibilmente, risultati bilanciati e gustosi.
Consiglio entrambi a tutti quelli che ne tollerano gli ingredienti. Io ho ovviamente fatto onore alle ricette (ottime), lasciando il piatto lustro ... come al solito.

sabato 5 marzo 2016

Alla fine della strada, alla fine del Malecón

Mahahual, Quintana Roo, Mexico - 5 marzo, 7.30pm
Questo piccolo villaggio costiero si trova alla fine di una strada tagliata diritta attraverso foreste e acquitrini popolati da aironi e altri uccelli acquatici, quasi 50km con solo due curve. Termina al faro e da qui a sinistra c'è la parte nuova e da qualche anno (ahimè) addirittura il molo per navi da crociera. 
A destra l'abitato originale, tuttavia già molto modernizzato, con il lungo Malecon invaso durante le ore centrali del giorno dai crocieristi che per fortuna verso le 4 scompaiono e di conseguenza le bancarelle vengono ritirate e vari locali addirittura chiudono. Ancora una volta con po' di fortuna, aiutato anche da occhio e orecchio da viaggiatore, anche a qui a Mahahual ho trovato un paio di posti giusti per rifocillarmi. Alla ricerca di qualcosa di originale, appena arrivato da Tulum e sistematomi, ho percorso tutto il Malecón e giunto quasi alla fine la musica è cambiata, in tutti i sensi, meno cartelli in inglese, meno persone che ti invitano a sedere per mangiare o bere e, come dicevo, la musica caraibica ha dato spazio alla possente voce di Vicente Fernandez. Attratto dalla musica sono così arrivato al penultimo edificio, già quasi isolato dagli altri. Sotto la classica copertura di frasche di palma, davanti al "ristorante" Zapata c'erano solo messicani con un tavolo quasi coperto di birre, tacos, nachos e altro. Ai tavolini sulla spiaggia, sotto le palme, c'era un solo straniero. Ho chiesto quindi il menu, non esposto all’esterno, e ho trovato vari piatti interessanti fra i quali uno dei miei preferiti: pescado entero frito (traduzione superflua).

Qualunque sia il pesce, fritto a dovere è ottimo e la cottura è quasi identica lungo le coste caraibiche, del Pacifico (dal Messico al Perù) e del sud-est asiatico. Riescono a cuocere perfettamente l'interno, che resta comunque umido, facendo diventare croccante, ma non bruciato, tutto l'esterno che non rimane per niente unto. Proprio per essere ben croccanti, le spine dorsali spesso si masticano e si mangiano senza alcun problema. Questo nella foto era il boquinete di poco più di mezzo chilo di ieri, servito con un po' di riso, insalata e tortillas (nell'apposito contenitore, avvolte in un panno per mantenerle calde). Il tutto, incluse due birre, 140 pesos = 7,50 euro. Oggi sono “tornato sul luogo del delitto” e ho provato un pargo nella versione veracruzana, vale a dire coperto di peperoni, pomodori, cipolla e accompagnato da riso, rondelle di banana fritte e verdure. 
   
la forchetta dà l'idea della dimensione del pesce

La sera lungo il Malecón restano aperti solo i ristoranti dei pochi alberghi e quelli specifici per turisti, ma lungo la parallela si trova un ambiente molto più genuino nei tanti piccoli ristoranti, cantinas, loncherías, taquerías, asadores frequentati per lo più dai locali dopo una giornata di lavoro passata sul MalecónQui la scelta è pressoché infinita fra i vari tipi di tacos, gli innumerevoli antojitos mexicanos, ma quello che cercavo ieri sera era un posto dove poter fare colazione stamattina con un bel piatto di huevos rancheros e la scelta è caduta sulla lonchería El Primo (“il cugino” - traduzione necessaria poiché ingannevole).
Nelle foto notate il menù dipinto sul muro della sala così come
anche all'esterno. A destra un consiglio di igiene: 
"per favore lavatevi le mani prima di mangiare e dopo essere andati in bagno".
   

Huevos rancheros sono un classico della tradizione messicana che, si dice, nacquero come "snack" di metà mattinata da servire ai rancheros per poi diventare quasi cibo nazionale. Per lo più è ora un classico desayuno (prima colazione) in tutto il Messico, con minime varianti. 
Stamane alla lonchería El Primo potevo scegliere fra verdes e rojos (verdi o rossi), ho scelto i verdi, meno comuni. Come si può vedere si tratta di 3 uova (talvolta solo due) su tortillas e frijoles (fagioli) con una salsa (in questo caso verde, ma la più comune è rossa) e coperte di cipolle. Differenti guarnizioni, anche a seconda dei prodotti locali o di stagione, possono includere pomodori, aguacate (avocado), peperoni e altro ancora. Nella versione rossa ci sono anche dei pomodori. A gusto si può aggiungere ulteriore salsa piccante, ma ricordandosi di essere in Messico ... meglio non esagerare. La variante huevos divorciados prevede semplicemente due huevos rancheros, di cui uno con salsa verde e l’altro con quella rossa.
Per finire, ecco una foto di tre classici tacos al (o del) pastor, i più richiesti, i più comuni, i più amati. La carne suina, dopo essere stata marinata con spezie, peperoncino e ananas, viene cotta in modo simile al döner kebab turco e il gyros greco e infine tagliata a pezzettini. Anche nella capitale vengono venduti a qualunque ora del giorno, ad ogni angolo di strada, anche al centro, su classici banchetti ambulanti o almeno mobili ... come i carrettini di hot dog americani (paragone azzardato, ma non troppo).
Ed ecco due gallerie di foto:
Birdwatching a Mahahual
insoliti cartelli e segnali di Mahahual

giovedì 3 marzo 2016

Si riprende! Post cumulativo: Tulum, Oscar e cinema

Dopo oltre due giorni e mezzo di viaggio, fra cancellazione volo e ritardi, sono finalmente arrivato a destinazione e con difficoltà (Internet inaffidabile e di una lentezza esasperante) sto tentando di ritornare alla norma. Di conseguenza questo post tratta di argomenti estremamente diversi e ha lo scopo di eliminare un po' di arretrati.   
Sono appena arrivato a Mahahual, un posto non proprio "vergine", ma almeno non ancora affollatissimo, più a sud lungo la cosiddetta Riviera Maya dopo essere stato un paio di giorni scarsi a Tulum, Quintana Roo, Mexico. Questa, qualche chilometro all’interno, deve la sua fortuna alle rovine di una delle rare città Maya sulla costa caraibica, della quale ha assunto il nome. In effetti l’area archeologica non è grande, ma è abbastanza ben conservata, e perfettamente gestita. Anche vari secoli fa aveva dimensioni limitate in quanto la sua importanza era strettamente limitata alla sua funzione di porto commerciale. I suoi edifici, in posizione sopraelevata dei rispetto alla spiaggia, su una piccola altura calcarea, erano ben visibili dal mare e per questo gli abitanti di Tulum furono fra i primi Maya ad avere contatti con gli spagnoli all’inizio del ‘500. Come spesso accade, ed è logico, gli edifici visibili oggi - tutti all’interno del muro di cinta - sono solo quelli pubblici, religiosi e funerari in quanto tutte la abitazioni erano costruite in legno e coperte di frasche e quindi sparite rapidamente dopo essere state abbandonate. Si distingue per la sua luminosità,ventilazione, terreno roccioso calcareo e per l’aria salmastra, nettamente in contrasto con tutte le altre città Maya (Palenque, Chichen Itza, Tikal, ...) che per la maggior parte si trovano immerse nella foresta, una volta circondate e oggi quasi fagocitate da alberi, liane e rampicanti, in un ambiente molto più umido.
Fatto curioso, come i templi del sud est asiatico sono spesso colonizzati dalle scimmie, l’area archeologica di Tulum è dominio delle iguana, interessantissimi rettili. 

Qualcuno avrà già notato ieri la pubblicazione delle tante micro-recensioni relative alla decina di film visti fra ore di viaggio in aereo, bus e durante le interminabili attese. Fra essi, qualche delusione, vari buoni film e una sorpresa, una chicca molto poco conosciuta di quasi 20 anni fa: El milagro de P. Tinto. (ne parlerò più diffusamente a breve, la micro è già online)
Fra gli altri, in linea di massima, raccomando 99 Homes, La Novia, La estrategia del caracol, Voces inocentes e Lucía. 
Trovate tutto qui: 2016: un film al giorno
Avrei voluto commentare a caldo e in dettaglio l’assegnazione degli Oscar, lo faccio adesso ... a freddo e concisamente. Chi ha letto quanto scrissi qualche settimana fa, saprà bene che non sono assolutamente d’accordo con l’Oscar a Spotlight che certamente meritò il Pulitzer per l’inchiesta sui preti pedofili, ma la trasposizione cinematografica non ha questi grandi pregi ... lo vedo come un Oscar “politico”. Per quanto riguarda gli attori 3 su quattro erano nelle previsioni, ma continuo a preferire l’interpretazione di Tom Hardy in The Revenant rispetto a quella di Mark Rylance in Bridge of Spies.
   
Sono rimasto molto soddisfatto dei 6 Oscar a Mad Max su 10 Nomination, come avevo ricordato non è raro che chi ne ha tante rimanga poi a bocca asciutta o ottenga poco (vedi The Revenant). Sono anche contento del riconoscimento a The Big Short per la sceneggiatura che, ripeto, ho trovato veramente buona in quanto la storia era molto più difficile da narrare in un paio d’ore rispetto a Spotlight. A proposito di sceneggiature, dove sono finiti i soggettisti e sceneggiatori? Tante, troppe grandi produzioni si basano oggi su storie vere, biopic o sono tratte da romanzi. Quest’anno giusto restando nell’ambito Oscar ci sono Steve Jobs, Joy, Spotlight, The big short, Bridge of spies, The Danish Girl, Carol e lo stesso The Revenant. E per citarne qualcun altro ricordo le storie di Turing e Hawking fra i premiati dell’anno scorso e film in odore di Nomination come Suffragette e Labyrinth of lies.
Quanti sono in percentuale i film con soggetto e sceneggiatura veramente originali?
Infine, la polemica pretestuosa di Spike Lee in merito all’assenza di “non-bianchi” fra i concorrenti all’Oscar. Mi meraviglio che non si siano fatti avanti altri per categorie separate per sesso fra i registi, questi potrebbero essere anche divisi fra veri americani e stranieri o immigrati, poi divisione per età, ecc. ... follia! Oltretutto ci sono quelli che predicano la parità dei sessi e quindi dovrebbero poi accorpare attrici e attori e quando nella categoria ci sarà una netta predominanza di un sesso quelli in minoranza si batteranno per differenziare di nuovo premi. Oltretutto sembra che tutti dimentichino che Nomination e Oscar sono un gran business e di conseguenza sono “probabilmente” controllati e pilotati.