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lunedì 22 novembre 2021

Micro-recensioni 336-340: cinquina assortita del 1984

Avendo iniziato per caso con due film dell’84, ho deciso di continuare con produzioni dello stesso anno di buona qualità, o almeno fama. Ne è risultato un mix molto vario con commedie di generi molto diversi (romantica, drammatica, fantasy demenziale), un noir e uno con struttura tipo western adattato all’ambiente del rock e delle biker gang.

 
Blood simple (Joel Coen, 1984, USA)

Esordio alla regia per Joel, su sceneggiatura scritta a quattro mani con suo fratello Ethan. Questo cult dei fratelli Coen segnò anche l’esordio di Frances McDormand (vincitrice di 4 Oscar) che sarebbe stata poi una presenza ricorrente nei loro film. Gli ormai famosi e apprezzati fratelli già dai primi passi dimostrarono di saper scegliere gli interpreti dei loro prodotti, puntando sulla qualità e su volti interessanti e non per forza belli. Ciò vale anche per i personaggi di contorno, in questo caso M. Emmet Walsh e Dan Hedaya. La storia procede fra noir e dark comedy, con vari omicidi tentati, presunti e portati a termine. La innegabile lentezza di alcune scene è perfetta per creare suspense … secondo me uno dei migliori film dei Coen, nonostante qualche falla. Consigliato.

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984, USA)

Cercando fra i film del 1984 mi sono reso conto che non l’avevo mai più guardato dopo gli anni ’80 e, dopo attenta visione, devo dire che mi ha di nuovo divertito. Certo la maggior parte del merito è da attribuire agli sceneggiatori/protagonisti Dan Aykroyd e Harold Ramis, ma pare anche Rick Moranis (uncredited), e agli scenografi (inclusi i responsabili delle apparizioni degli originalissimi ectoplasmi). Tutto funziona, dalla storia ai vari personaggi grotteschi, esagerazioni di stereotipi newyorchesi del tempo; i dialoghi e i nomi di esseri diabolici e i loro ruoli evidenziano una creatività non comune; le citazioni da Metropolis a King Kong. Ai giovani che guardano solo le moderne serie di alieni e Co. consiglio di dare uno sguardo a Ghostbusters … se hanno un minimo senso dell’ironia si accorgeranno delle baggianate che continuano a tenerli incollati allo schermo. A chi, come me, piacque allora consiglio di guardarlo di nuovo; anche se conoscono la storia sono certo che passeranno oltre un’ora e mezza di relax e, probabilmente, apprezzeranno qualcosa che sfuggì loro durante la prima visione. Nomination Oscar per effetti e musica.

  

Stranger Than Paradise
(Jim Jarmusch, 1984, USA)

Secondo lungometraggio di Jarmusch che l’anno precedente ne aveva proposto la prima parte come corto. Molto slegato, tante interruzioni con pezzi di storia divisi da classiche lunghe dissolvenze al nero (talvolta con parlato), praticamente tre soli attori più la breve apparizione dell’impagabile zia ungherese del protagonista (il solito John Lurie). Con lui ci sono Eszter Balint (la cugina inaspettatamente arrivata dall’Ungheria) e l’ineffabile Richard Edson che in alcuni atteggiamenti somiglia tanto al giovane De Niro con le sue smorfie derisorie e indisponenti viste in Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976). Come detto soffre della poca continuità (in stile di alcune sitcom) e di un finale vago e confuso oltre che (sembra) affrettato. Comunque caratteristico, non inquadrabile facilmente in un preciso genere; Golden Camera a Cannes.

Les nuits de la pleine lune (Éric Rohmer, 1984, Fra)

Dopo Le rayon verte, ho voluto vedere il precedente elemento del sestetto Commedie e Proverbi, dai più giudicato fra i migliori di Rohmer, ma per me non del tutto soddisfacente, forse per i caratteri dei tre insopportabili personaggi principali: la ragazza, il suo compagno ufficiale, il suo amico/corteggiatore. Per la prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma fu il miglior film dell’anno; Pascale Ogier fu giudicata miglior attrice a Venezia dove Rohmer ebbe nomination Leone d’Oro. Comunque, è un buon classico con tutte le caratteristiche tipiche dello stile narrativo del regista.

Streets of Fire (Walter Hill, 1984, USA)

Film talmente scadente e sopra le righe da diventare un cult (ma penso solo oltreoceano). Una storia sostanzialmente da western adattata nella seconda metà del secolo scorso, in epoca vagamente definita, comunque fra gli anni ’50 e gli ’80. Protagonista è il belloccio sconosciuto Michael Paré (che per fortuna ebbe breve carriera) nei panni del buon giustiziere invincibile. Si nota invece la presenza di Rick Moranis (che nello stesso anno ebbe il ruolo più importante della sua vita in Ghostbusters) e il giovane e allora sconosciuto Willem Dafoe (all’inizio della sua carriera, al 6° di 121 film … finora). Si inizia con il rapimento in palcoscenico di una cantante star del rock e si finisce con una classica chiusura western con tanto di sfida in strada fra la banda di cattivi (i bikers capitanati da Willem Dafoe) e il buono che viene appoggiato dai bravi cittadini.

giovedì 16 gennaio 2020

I primi 10 film del 2020, fra i quali c'è anche 1917

A partire da quest'anno dopo quattro intensi anni di recensioni (oltre 1700) ne ridurrò il numero per essere impegnato su troppi fronti e quindi raggrupperò 10 film per volta e parlerò solo di quelli più notevoli o discutibili.
Se non visualizzi bene la pagina, è perché stai navigando con Chrome da PC (conflitto irrisolto da oltre un mese). Passa ad altro browser o leggi da smartphone senza problemi. 

Il più sorprendente di questo primo gruppo è stato
La cité des enfants perdus (Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet, Fra, 1995) * con Ron Perlman, Daniel Emilfork, Judith Vittet, Dominique Pinon * IMDb 7,6 * RT 79% 
IMDB lo inserisce nel genere psychotronic (cercata la definizione nello stesso sito ho appreso che si tratta di una miscela di fantascienza, fantasy e horror!) ed è stato per entrambe gli autori il secondo loro film, ultimo del loro sodalizio. Pare che in Italia sia uscito solo in versione home video, nonostante il gran successo del precedente Delicatessen, del quale, in parte, ricalca lo stile. Questo è un film che, se fosse stato promosso da una potente produzione e presentato in più Festival, avrebbe fatto man bassa di premi, specialmente in merito alla scenografia. Comunque vanta la Nomination alla Palma d’Oro a Cannes, Premio César per la scenografia e nomination per fotografia, costumi e musica. Se fosse esistito un Oscar per la “fantasia”, l’avrebbe senz’altro vinto. Indescrivibile in poche righe, sia per l'incredibile serie di personaggi a dir poco stravaganti sia la complessità della storia e per evitare spoiler, leggete in rete quanto volete e, specialmente se vi è piaciuto Delicatessen, cercate La cité des enfants perdus in internet o sulle bancarelle di dvd usati e guardatevelo. Io l’ho scoperto per caso in una edizione speciale (spagnola) con due dischi, uno per il film e uno con tanti extra fra cui la storyboard.

Segue uno dei più “nominati” (10 candidature) per gli Oscar 2020, con i soliti rating spropositati su IMDb (ormai tutte le grandi produzioni ne tengono conto e per i primi mesi si adoperano per far apparire cifre vicine al 9, che inevitabilmente scenderanno) ma, a ben guardare, si nota che già ora ci sono tanti 1 di spettatori che si meravigliano delle esagerate lodi.
1917 (Sam Mendes, UK/USA, 2019) * con Dean-Charles Chapman, George MacKay + Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch in una scena ciascuno * IMDb 8,7 * RT 90% * 10 Nomination Oscar
A fronte di un eccellente lavoro con le riprese e un montaggio che vorrebbe sembrare un lunghissimo piano-sequenza (ma non lo è) interrotto solo poche volte da qualche nero, c’è una sceneggiatura assolutamente non credibile e una scarsa attenzione alla continuità. Nonostante le giravolte posizionate ad arte per mascherare le congiunzioni di scene non sempre il trucco riesce bene. 
Nelle prime scene la camera segue e poi precede i due caporali che procedono rapidamente nella trincea, ricordando a tratti l’ottimo Son of Saul (Oscar film straniero 2016). Le riprese continuano ad essere interessanti durante quasi tutto il film ma l’atteggiamento dei militari è molto poco credibile (specialmente stando vicino al fronte) e ciò che viene mostrato è spesso incongruente.
SPOILER (forse) – secondo me non lo sono in quanto si tratta per lo più di goofs, ma saltate queste righe colorate se non volete correre rischi.
Fin dall’inizio sembra che i due non abbiano idea di cosa significhi “URGENTE”, e quasi bighellonano nonostante il personale coinvolgimento emotivo. Si infilano dove nessun essere umano di buonsenso entrerebbe, a maggior ragione se militari in territorio da poco abbandonato dal nemico. Ciò che si vede prima, scompare in controcampo (non solo l’evidente albero ma anche l’ospedale da campo). Come in tanti film, purtroppo, i protagonisti che stanno per essere “investiti” (da qualunque cosa: valanga, auto, acqua, …, proiettili) corrono esattamente davanti al pericolo allo scoperto e nessuno mai si scansa per cercare riparo (cosa che dovrebbe essere naturale). I protagonisti assistono nemici feriti e procedono ad accurate inutili ispezioni (tanto il messaggio è “urgente” …). Il sangue macchia una foto ben distante dalla ferita e in modo incredibile. Attraversano un canale camminando pericolosamente sulla sponda del ponte crollato invece che al lato. Dopo essere stati in un torrente (con rapide e cascate, altamente improbabili in un'area assolutamente pianeggiante) ed avendo quindi la divisa zuppa (fatto sottolineato da un commilitone) dalla stessa, improvvisamente asciugatasi, appaiono foto e missiva su carta assolutamente asciutte. Ci vuole molto tempo al messaggero per capire che correndo lungo la trincea al suo esterno farebbe molto prima, e quando si decide a farlo esce dalla parte sbagliata scontrandosi con quelli che partono all’assalto (ovviamente dall’altro lato non avrebbe incrociato nessuno). Sottigliezza da orientista-escursionista: dopo aver guardato la bussola dice: “ora dobbiamo andare a sud-est” indica la direzione con la mano e partono con il sole esattamente alle spalle! A che ora di un giorno all’inizio di aprile in Francia il sole si trova a nord-ovest??? MAI. Si potrebbe continuare con le “incredibili” avventure notturne nella città quasi completamente distrutta (ma con insufficienti detriti) e con il fatto che, sempre per la “somma urgenza”, si ascolta un intero canto all’alba prima di decidersi a parlare con l’attenta platea di soldati che non badano minimamente al nuovo arrivato pur trovandosi a ridosso del fronte. Le condizioni di varie trincee sono dubbie, specialmente quelle che, a quanto viene detto, sono state scavate durante la notte precedente. In qualche caso si possono trovare spiegazioni, in qualcosa posso essermi sbagliato, ma nel complesso (seppur cinematograficamente molto migliore) mi sembra che sia sulla stessa linea di Hacksaw Ridge, subito acclamato e poi aspramente criticato per la parte dell'azione strettamente militare.  
Quindi, se volete godervi solo le riprese dell'ottimo, per non dire eccellente, direttore della fotografia Roger Deakins (il preferito dei f.lli Coen - 12 film con loro - e anche di Denis Villeneuve e dello stesso Mendes) senza farvi coinvolgere dalla storia, è un ottimo film; se vi aspettate di guardare un film di guerra realistico per quanto possibile e con dettagli attendibili, evitatelo. Purtroppo, questo accade spesso quando, per rincorrere la spettacolarità, si trascurano altri fattori importanti.
 
Essendomi dilungato (s)parlando dell’attesissimo 1917 (annunciato in Italia per il 23 gennaio), sarò breve per questi altri due film che meritano certamente una menzione
Les enfants terribles (Jean-Pierre Melville, Fra, 1950) * tit. it. “I ragazzi terribili” * con Nicole Stéphane, Edouard Dermithe, Renée Cosima * IMDb 7,1 * RT 73%
Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Cocteau, che curò l’adattamento e sua è anche la voce fuori campo, si tratta del secondo film di Melville, che solo l’anno prima aveva esordito con l’apprezzatissimo Le silence de la mer (IMDb 7,6 * RT 100%) che, spero, riuscirò finalmente a guardare la prossima settimana. La regia e le riprese sono di ottimo livello, come quasi sempre per Melville, la sceneggiatura e i dialoghi sono “quasi teatrali” sia per i contenuti che per la messa in scena. Più che terribili, gli enfants (non ragazzetti ma vicini alla fine dell’adolescenza) sono folli, legati da uno strettissimo rapporto di amore-odio che avrà un enorme ovvio peso nello sviluppo della storia. Film per niente facile, soprattutto per il testo, ma non c’è da meravigliarsi trattandosi di Cocteau … 

Richard Jewel (Clint Eastwood, USA, 2019) * con Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates * IMDb 7,7 * RT 74% * Nomination Oscar per Kathy Bates non protagonista
Ennesima storia “esemplare” proposta dall’ormai novantenne Clint Eastwood, che continua a scegliere personaggi particolari con vite particolari e, in questo caso, si basa su una storia vera. Tuttavia i personaggi non risultano del tutto convincenti, né il protagonista, né l’avvocato, né l’agente FBI. Saranno anche molto aderenti alle persone reali che rappresentano sullo schermo, ma non persuadono del tutto. Ben costruito e rigorosamente diretto, proietta comunque molte ombre sulla stampa e sui sistemi investigativi americani, anche quando si tratta di eventi importanti di carattere nazionale con ripercussioni internazionali (si parla dell’attentato nel corso delle Olimpiadi di Atlanta ’96). Non fra i migliori di Eastwood, ma merita una visione.
 
Gli altri 6 film guardati sono:
I Am Not a Witch (Rungano Nyoni, UK/Ger/Fra/Zambia, 2017)
Rams (Grímur Hákonarson, Islanda, 2015)
Quién te cantará (Carlos Vermut, Spa, 2018)
El gendarme desconocido (Miguel M. Delgado, Mex, 1941)
Mary Shelley's Frankenstein (Kenneth Branagh, USA, 1994)
13 Assassins (Takashi Miike, Jap, 2010)
I primi due sono ben originali e c’era da aspettarselo considerate le ambientazioni nei paesi di origine; entrambi interessanti ma niente di eclatante. BAFTA Film Award e Nomination Golden Camera per Rungano Nyoni e premio Un Certain Regard a Cannes per il regista islandese Grímur Hákonarson.
Interessante e ben girato lo spagnolo Quién te cantará che però paga lo scotto di una sceneggiatura un po' debole e una eccessiva lentezza. Film di routine quello di Cantinflas, mentre sugli altri due meglio stendere un velo pietoso, nonostante i grandi nomi del primo (Branagh è regista e protagonista, con al fianco DeNiro e Helena Bonham Carter) e i rating del giapponese (IMDb 7,6 RT 95%).



Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.


lunedì 11 novembre 2019

68° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (336-340)

In questo gruppo è incluso il tanto atteso The Irishman (l'ultimo film di Scorsese che quasi tutti saranno costretti a guardare in streaming) accompagnato da altre tre prime visioni” prodotti da paesi molto diversi: Rep. Ceca / Nuova Zelanda, India e Brasile. Il quinto è un film giapponese storico, ma non troppo d’epoca (del 1991). 

   


340  The Irishman (Martin Scorsese, USA, 2019) * con Robert DeNiro, Joe Pesci, Al Pacino  * IMDb  8,6  RT99%
E per pura (e fortunata) combinazione, sono riuscito a godermi in sala, con schermo grande e ottimo audio quest'ultima fatica di Scorsese che riempirebbe qualunque sala, in qualunque parte del mondo e non per un solo giorno. Trovo assolutamente insensata la prova di forza di Netflix che obbliga milioni di spettatori ad accontentarsi dello streaming, specialmente considerando che la percentuale di quelli che possono contare su una connessione veloce e schermo HD abbastanza grande è ancora bassa. Chi può dovrebbe comunque guardarlo in versione originale per apprezzare il caratteristico accento e slang di quell’ambiente e le varie frasi pronunciate in cattivo dialetto italiano (assolutamente reale).
Nel complesso mi sono piaciute molto le prime ore, con buona sceneggiatura in stile classico fra mafiosi italoamericani, con alcuni divagazioni da dark comedy, ma verso la fine il film è scaduto di qualità e di ritmo. La ricostruzione di ambienti, le scenografie, la scelta di abiti, arredamenti, auto ecc, si fa apprezzare per meticolosità e ricchezza di particolari, anche la colonna sonora è piacevole e ben strutturata.
Veniamo agli attori principali: DeNiro bravo ma con espressioni viste e riviste, Al Pacino un po' sopra le righe, quello che si distingue su tutti è secondo me Joe Pesci, quasi certo candidato Oscar come non protagonista. Mi ha meravigliato la scelta di includere nomi noti in parti ridottissime come quella di Anna Paquin (che proferisce solo 6 parole) e ancor più a Harvey Keitel, un vero peccato.
Come tutti sapranno si è quasi rinunciato al trucco per ringiovanire gli attori principali (la parte sostanziale del film spazia su vari decenni) utilizzando invece il modernissimo de-aging VFX (editing digitale per ridurre l’età degli attori). Pur costando una fortuna e fornendo risultati decenti, i volti ringiovaniti appaiono “gommosi” e, ricordando l’aspetto dei vari attori quando erano effettivamente più giovani, poco soddisfacenti.
La regia di Scorsese non si discute, a partire dalla prima contorta carrellata / soggettiva in avanti e tante altre ottime sequenze e riprese, ma devo dire che ho trovato quelle al rallentatore assolutamente fuori contesto e, permettetemi, inutili. Spesso appare autoreferenziale non solo per personaggi, ambiente ed epoca, ma più volte anche nelle inquadrature come quella “storica” del primo piano della ruota e parte anteriore dell’auto che avanza lentamente nella notte (Taxi Driver).
Film da non perdere, ma veramente non comprendo la necessità - o scelta che sia - di farlo durare 3 ore e mezza. Ho guardato tanti film di pari durata e anche più lunghi senza batter ciglio, ma questo non riesce a mantenere veramente desta l'attenzione fino alla fine. In sala si percepivano vari segni di insofferenza e gli applausi finali non sono sembrati troppo convinti, certamente non scroscianti.   


339  A Vida Invisível (Karim Aïnouz, Bra, 2019) tit. It. “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” * con Carol Duarte, Julia Stockler, Fernanda Montenegro * IMDb  7,8  RT92%  * Premio Un Certain Regard a Cannes 2019
Film più che soddisfacente, con una buona sceneggiatura (per la verità a tratti un po' confusa) e, soprattutto, una fotografia veramente ottima, quasi tutta con luce naturale, senza alcuna luce sparata da angolazioni impossibili. I colori sono per lo più pastello, con toni saturi, quasi assenti ombre ben definite. Le prove delle due protagoniste sono senza dubbio di buon livello e anche i personaggi di contorno sono molto ben interpretati, soprattutto Zelia (Maria Manoella) e Filomena (Bárbara Santos), con la sola eccezione di Gregório Duvivier, ma si deve onestamente dire che il suo personaggio (Antenor) è abbastanza insulso. Seppur limitata in una breve ma intensa apparizione nelle vesti di Eurídice anziana, Fernanda Montenegro (Nomination come protagonista di Central do Brasil, 1998, di Walter Salles) si fa notare con una interpretazione di tutto rispetto.
La storia si sviluppa nell'arco di quasi un decennio (anni '50) per poi saltare nel finale quasi ai nostri giorni. Narra di due sorelle Eurídice (Claudia Duarte) e Guida (Julia Stockler) che cercano disperatamente di mettersi in contatto con l’altra dopo essere state indotte dai genitori a pensare di essere distanti pur vivendo nella stessa città. Viene presentata una Rio de Janeiro con società profondamente maschilista, nella quale le donne devono lottare per avere i loro spazi e perseguire le proprie aspirazioni.
Pur non avendo visto altri film presentati nella sezione Un Certain Regard dell'ultimo Festival di Cannes (ma in settimana avrò occasione di guardare Dylda / Beanpole), penso che il riconoscimento ottenuto sia stato meritato.

Consigliato ... in Italia è già uscito in sala, non so se è ancora in giro.

      

338  The Last Color (Vikas Khanna, India, 2019) * con Aqsa Siddique, Neena Gupta, Rajeswar Khanna, Aslam Shekh * IMDb  7,3
Prodotto, scritto e diretto da un cuoco / scrittore (e ora regista) dalle visioni evidentemente molto moderne e progredite per alcune aree dell'India ... e questo è il suo problema. Chiarisco, in un film di appena un'ora e mezza, la metà del classico standard di oltre 3 ore, ha voluto stipare tanti dei problemi atavici che permangono in alcune comunità indiane quali: isolamento delle vedove e tutte le limitazioni a cui sono soggette, ragazzini senza famiglia che vivono di espedienti, per strada, transessuali, atteggiamento maschilista generalizzato, violenza generale e familiare e, come se non bastasse, poliziotti violenti e corrotti. In questa situazione che appare estrema se si considera la contemporaneità di quanto detto, Khanna inserisce la storia del legame fra una giovanissima funambola e venditrice di fiori con una anziana vedova molto rassegnata. Affronteranno tante vicissitudini dalle quali, nella maggior parte dei casi, usciranno quasi miracolosamente. Nonostante le buone intenzioni, il film non prende una strada chiara, restando sospeso fra denuncia sociale, dramma, un po' di commedia e favoletta buonista a lieto fine.
All’inizio e alla fine del film viene ricordato che solo nel 2012 la Corte Suprema ha soppresso l’obbligo per le vedove di vestire solo di bianco (fino ad allora non potevano usare alcun colore) e quindi di partecipare alla Holi, la famosa festa dei colori … ovviamente qualcuno non è ancora d’accordo.
A prescindere dalla sceneggiatura poco omogenea, il film ha i suoi meriti: la buona interpretazione della piccola Aqsa Siddique (Choti), giusta colonna sonora, i set naturali forniti dalle rive del Gange e dagli edifici d'epoca di Varanasi, un'ottima fotografia.  
Interessante commedia drammatica etnica.

337  JoJo Rabbit (Taika Waititi, Cze/NZ, 2019) * con Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi * IMDb  7,9  RT78% 
Satira arrischiata e allo stesso tempo arguta su nazismo, indottrinamento dei più giovani e razzismo ambientata in Germania nei giorni della caduta del Terzo Reich, ma in un certo senso assimilabile d altre realtà contemporanee. Dopo aver apprezzato il ben più demenziale (ma divertente Vita da vampiri (esordio dello stesso regista/sceneggiatore/protagonista Taika Waititi) mi aspettavo di più, ma ciò è quanto spesso accade ai giovani autori che dopo essersi fatti notare per il loro primo lavoro prodotto con pochi soldi e mezzi, quando passano a maggiori budget e contano su attori di fama risultano essere meno innovativi e interessanti. Qui, oltre all’angelo custode-Hitler (interpretato da Waititi) appaiono in ruoli quasi secondari e ben più noti Scarlett Johansson e Sam Rockwell (Oscar l’anno scorso per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e Nomination quest’anno per Vice).
Il film procede a sprazzi, in modo per niente uniforme; trovate originali si alternano a fasi di stanca, i rapporti del protagonista con l’ectoplasma di Adolf (che risulta quasi simpatico per essere assolutamente distante dalla realtà comunemente conosciuta) e i ripetuti incontri con il suo amico del cuore tracagnotto e occhialuto sono spesso esilaranti. Al contrario, i personaggi interpretati da Johansson e Rockwell risultano essere banali e mediocri e si ha la netta sensazione che i produttori li abbiano scritturati solo per avere due nomi famosi sui poster.
A tempo perso si può guardare, ma senza aspettarsi molto, specialmente continuità.

336  Edo Castle Rebellion (Toshio Masuda, Jap, 1991) * con Hiroki Matsukata, Yukiyo Toake, Shinobu Sakagami * IMDb  6,9
Un’eminenza grigia che trama per mantenere il proprio (enorme) potere di consigliere anziano gestendo molto spregiudicatamente la successione al trono nel 1680, considerato che lo shogun non ha eredi diretti, è al centro di questo dramma storico. Come mi ha spiegato il direttore del Movie Museum (conoscitore di storia giapponese oltre che esperto cinefilo) tutti gli eventi narrati nel film si riferiscono a fatti e personaggi reali (verificato), non si tratta quindi di un qualunque “film di samurai”. Trame, tradimenti e agguati si susseguono rapidamente, e ciò causa qualche problema agli spettatori non nippomani essendo talvolta difficile stare dietro ai discorsi in cui si citano tanti personaggi e relativi ruoli.
Il film è pertanto più che altro basato su trame di palazzo anche se le lame vengono sfoderate più di una volta e compare anche una pistola!
Non leggero, ma ben realizzato e apprezzabile per regia, fotografia (a colori) e scenografie.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 4 novembre 2019

66° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (326-330)

Interessante gruppo con tanti film di uscita recente (il più vecchio è del 2014), The Lighthouse e Luce, pur contando su attori ben noti e avendo avuto buona accoglienza di critica e di pubblico, non sono neanche ancora annunciati in Italia.

   

330  The Lighthouse (Robert Eggers, Can, 2019) * con Willem Dafoe e Robert Pattinson * IMDb  8,3  RT  92% *  Premio FIPRESCI a Cannes
Dramma in stile teatrale con solo due attori: il sempre affidabile Willem Dafoe e il molto migliorato Robert Pattinson, una sorpresa per chi, come me, se lo ricorda come licantropo nella saga Twilight. I due vanno su uno scoglio (arduo definirlo un’isola) a rilevare un’altra coppia di faristi con i quali non scambiano neanche una parola. Ovviamente, il più anziano (Dafoe) è il responsabile, l’altro è l’aiutante tuttofare, alla prima esperienza del genere. Dovendo rimanere lì 4 settimane (che poi diventeranno di più a causa del maltempo) e avendo bei caratterini la convivenza non sarà semplicissima. Se a questa precaria situazione si aggiungono l’alcool e le allucinazioni del giovane, le cose non possono che peggiorare.
La sceneggiatura è opera dello stesso regista, insieme con suo fratello Max, e non è per niente banale, con forti implicazioni psicologiche e richiami alla mitologia greca. In quanto alla parte tecnica, Eggers ha fatto scelte ben precise utilizzando per le riprese vecchie 35mm, un formato vecchissimo, quasi quadrato, 1,19:1, e pellicola b/n poco sensibile ben diversa dai nitidissimi risultati dei b/m di ultima generazione.
Certamente in vari punti la storia mi è apparsa esagerata, ma nel complesso regge più che bene ed è ben messa in scena. L’ambientazione (sia gli interni, che il faro e l’inospitale isolotto roccioso) è affascinante, i dettagli sono stati replicati da un faro di inizio ‘900, compresa la lanterna Fresnel e la sirena antinebbia a vapore che suona ritmicamente per decine di minuti.
Per specifica volontà degli Eggers, Dafoe parla un gergo marinaro dell’epoca (fine ‘800) e Pattinson con un particolare accento dei boscaioli del Maine; se guardate la versione originale siete avvisati, nessuno dei due idiomi è un inglese normale …
Certamente non è un film per il grande pubblico, ma ha molti meriti che evidentemente sono stati apprezzati a Cannes dove ha vinto il Premio FIPRESCI.
Io lo consiglio, ma prima di andare a guardarlo è bene che leggiate altre opinioni che comunuque, a giudicare dai rating, sono positive sia da parte del pubblico che da parte dei critici.

326  What we do in the shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi, NZ, 2014) tit. it. "Vita da vampiro" *  con Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer * IMDb  7,7  RT  96% 
Mockumentary-commedia demenziale che vede protagonisti un gruppo di vampiri, amici da secoli (nel vero senso della parola) che condividono una casa a Wellington, Nuova Zelanda. Ci sono anche associazioni di streghe e zombie (con le quali sono associati), ma non mancano i lupi mannari che fanno vita a sé pur essendo in essere rapporti di “buon vicinato” (relativo).
Affascinante la grande magione, ovviamente senza luce solare, ma con scantinati e ripostigli, arredata in modo estremamente peculiari gli abbigliamenti, i disegni e gli arredamenti. Nella versione originale il forzato finto accento Europa dell'est per il gruppo di vampiri (immigrati) contrasta con l'accento neozelandese dei vampiri moderni e delle loro vittime. Gran spargimento di sangue ma sempre porto in modo sarcastico e divertente. Ottima anche la scelta dei tanti pezzi della colonna sonora che comprende classica, rock, musiche orientali e brass band balcaniche.
Film breve (86’) ma intenso, demenziale ma arguto, ben girato, ben diretto e ben interpretato. I registi sono anche gli sceneggiatori, nonché interpreti principali; budget 1,5 milioni di dollari.
Autorevole fonte mi dice che fu distribuito in versione italiana; il film passò al Torino Film Festival, ottenendo oltretutto il Premio della giuria. In effetti è pluripremiato e, visto il successo dei personaggi, dal film ne è scaturita una serie televisiva (molto apprezzata) giunta ora alla seconda stagione.
Consigliato.

      

329  Luce (Julius Onah, USA, 2019) * con Naomi Watts, Kelvin Harrison Jr., Octavia Spencer, Tim Roth * IMDb  6,9  RT  92%
Sottile dramma famigliare/scolastico, retto da una interessante sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con J.C. Lee (basata su un suo lavoro teatrale) e interpretato da un cast di tre navigati e bravi attori e Kelvin Harrison Jr., promettente 25enne con alle spalle una ventina di film. Esordì in 12 Years Slave, ha partecipato a Birth of a Nation e Mudbound, questo è uno dei 5 film di quest’anno, altri 3 sono già in postproduzione per le uscite 2020 … sembra ben avviato.
Naomi Watts e Tim Roth sono genitori adottivi di uno studente modello (eritreo, salvato dalla guerra), apprezzato da tutti, atleta di punta della scuola, ma ad un certo punto si scatenano una serie di equivoci, mezze bugie, sospetti, soprattutto a causa della troppo intrusiva insegnante Octavia Spencer. I continui cambiamenti di atteggiamento dei coniugi (che cominciano ad avere problemi anche fra loro), l’entrata in scena della sorella (disturbata) dell’insegnante e di una ex di Luce, l’intervento del preside e problemi razziali di fondo mantengono sempre alta la tensione. Anche i (soliti) accesi diverbi, fra uno che vuole la “verità” (quella che viole sentire) e chi si ostina a ripetere che è quella già detta, sono ben proposti. Più volte veramente non si sa a chi credere essendo tutto basato su sospetti, voci e coincidenze che sono tutt’altro che prove certe.
A metà strada fra film drammatico basato sulla fiducia reciproca che quando viene a mancare è capace di spaccare anche una (fin lì) unita famiglia e sui problemi di un ambiente multietnico, con tante esternazioni in merito a guerre e politica, nonché razzismo, Luce risulta essere un film più che apprezzabile nel quale si nota l’impostazione teatrale, nel bene e nel male.
Consigliato.

327  Joker  (Todd Phillips, USA, 2019) * con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz * IMDb  8,8  RT  69%
Todd Phillips, con trascorsi di regista e sceneggiatore di commedie al limite del demenziale (la serie Hangover, Old School, Due Date, Borat, …), si cimenta in un genere completamente diverso, con alti e bassi. Piuttosto pretenzioso, Joker si fa forte soprattutto dell’ottima interpretazione di Joaquin Phoenix, che qui appare quasi come un trasformista, sia nell’abbigliamento che nell’aspetto fisico e, ovviamente, nelle espressioni facciali.
La nascita del personaggio Joker viene presentata come frutto di una combinazione di storie di prevaricazioni subite, uno squilibrio generale, difficile situazione famigliare. Nel deludente finale si vuole generalizzare il discorso facendolo diventare una quasi rivoluzione, esaltando differenze e contrasti sociali. Poco chiaro e aperto a varie interpretazioni è il rapporto fra il protagonista e Sophie che rimane un po’ a margine della storia. Riferimenti a film di Scorsese quali Taxi Driver e King of Comedy (entrambi con DeNiro protagonista, presente anche in questo film) sono ripetuti più volte. Una menzione di merito va invece all’ottimo e originale commento musicale e anche la colonna sonora è più che appropriata.
Per quanto mi riguarda, certamente non vale l’attuale rating IMDb (8,8 … ridicolo!), mentre mi sembra più appropriato, anche se forse un po’ generoso, il 69% di RT e infatti il Metascore è solo 59. In conclusione appena sufficiente.

328  Journal 64 (Christoffer Boe, Dan/Ger, 2018) * con Nikolaj Lie Kaas, Fares Fares, Johanne Louise Schmidt * IMDb  7,4  RT  82%p 
Poliziesco non brillantissimo e per lo più abbastanza scontato, con troppi flash back, almeno più del necessario. Trama molto forzata, adattata da un romanzo di Jussi Adler-Olsen, con avvenimenti mostrati o narrati compresi fra il 1961 e il nuovo millennio, ovviamente con alcuni protagonisti in comune.
Ho ritrovato Fares Fares, buon protagonista in The Nile Hilton Incident (ambientato in Egitto ma prodotto in Svezia) visto pochi giorni fa; libanese, attore dal 2000 in Svezia, esordì al cinema nel 2012 in Safe house nel ruolo di un antagonista di Denzel Washington … volto molto caratteristico.
Guardabile, ma nulla più.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.