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mercoledì 14 dicembre 2022

Sostituzioni di persona ... fra realtà, letteratura e cinema

Fra i tanti autori che nel corso dei secoli e in varie forme si sono cimentati in questo tipo di storie più o meno misteriose, talvolta reali e/o irrisolte, si trovano personaggi di tutto rispetto. La scintilla che mi ha spinto a scrivere questo post è stata la visione di un bel film che recentemente è stato riproposto in Messico.

Después de la tormenta (1955) fu diretto da Roberto Gavaldón, su un soggetto (El Otro Hermano) di Julio Alejandro, fra gli sceneggiatori preferiti di Buñuel avendo scritto Nazarín (1959), Viridiana (1961), Simón del desierto (1965), Tristana (1970). Questo inusuale noir ambientato sull’isola caraibica Isla de Lobos, Veracruz, narra di due gemelli che escono a pesca ma, a causa di una improvvisa tempesta, ne ritorna solo uno, che sembra essere Melchor, ma sostiene di essere Rafael, e ognuna delle spose pensa sia suo marito. Non a caso i due fratelli sono interpretati dallo stesso attore (Ramón Gay) mentre le due donne sono in effetti le star (Marga López e Lilia Prado).

Storia simile, ma a fini economici e non sentimentali e dal punto di vista femminile, con un’attrice che impersona entrambe le protagoniste, è un precedente noir diretto da Gavaldón, La otra (1946), un classico della Epoca de Oro del Cine Mexicano. La star con doppio ruolo è Dolores Del Rio, il co-protagonista, Victor Junco. Di questo nel 1964 fu prodotto un remake (Dead Ringer, diretto da Paul Henreid) con Bette Davis e Karl Malden. Il soggetto (dell’americano Rian James) narra due gemelle solo in apparenza identiche, ma di caratteri opposti; chiaramente la cattiva tenta di prendere il posto dell’altra.

 

Ma non finisco qui, queste storie mi hanno riportato alla mente anche Il ritorno di Martin Guerre (Nomination Oscar, 1982, Daniel Vigne, Fra) adattato da The Wife of Martin Guerre (1941) scritto dall’americana Janet Lewis sulla base degli atti di un famoso processo del 1560 per sospetto furto d'identità, reale caso trattato anche Alexandre Dumas nella sua serie Les Crimes célèbres, 1839–1840.

L’intrigante tema delle riapparizioni sospette fu affrontato perfino da Bram Stoker, autore di Dracula, un personaggio emblematico della letteratura gotica. Il suo poco noto racconto The Coming of Abel Behenna (1893), è incluso nella collezione Dracula's Guest And Other Weird Stories e, chi volesse, lo può leggere scaricandone qui il testo originale in pdf.

 

Infine, tornando al cinema e pur essendo di tema solo parzialmente attinente, reputo opportuno citare L'enigma di Kaspar Hauser (3 Premi a Cannes, 1974, scritto e diretto da Werner Herzog) nel quale si descrive l’apparizione del misterioso personaggio che fu realmente trovato nel 1828 a Norimberga, interpretato dall’ineffabile Bruno S. (vale la pena leggere qualcosa sulla vita di questo attore per caso). In questo caso il dilemma era: si trattava di un povero sventurato quasi incapace o di un astuto impostore?

Ovviamente, di film e storie di gemelli che fingono di essere l’altra/o, o di impostori che provano ad assumere l’identità di altri ne sono a centinaia, ma questi citati sono certamente fra quelli di miglior qualità. Consiglio di approfondire  il tema e guardare e/o leggere almeno qualcuno dei succitati titoli.

martedì 24 maggio 2022

Microrecensioni 141-145: nuova buona cinquina messicana

Due sono commedie, seppur molto diverse fra loro, e tre sono al limite fra noir e melodramma in quel grande calderone di ficheras e cabareteras. Tutti i film, pur non essendo fra i più famosi della Epoca de Oro del Cine Mexicano, sono di livello più che buono grazie agli affermati registi e apprezzati attori.  

 
Azahares para tu boda (Julián Soler, 1950, Mex)

Gran cast per questo film corale e di impostazione teatrale, con il regista Julián Soler che dirige i suoi tre fratelli Domingo, Andrés e Fernando e altre icone del cinema messicano quali Sara García, Marga López, Joaquín Pardavé e Fernando “Mantequilla” Soto. Tutto si svolge nell’ambito di una agiata famiglia, nel periodo della fine del porfiriato (dittatura di Porfirio Díaz, presidente del Messico del 1876 al 1911). Il capofamiglia deve badare a 3 figlie da sposare, un figlio, irrequieto, un cognato scroccone e imbroglione e a mantenere un certo ordine e decoro nella grande casa nella quale bazzicano pretendenti delle figlie, amici e altri personaggi singolari. La storia si sviluppa in due periodi ben distinti, prima dei matrimoni delle figlie e una decina di anni dopo con il loro rientro con mariti e prole. Per tutti sono fornite ottime caratterizzazioni, rese quasi perfette dalla qualità del cast, che creano infinite occasioni per scontri, drammi, espulsioni, dichiarazioni d’amore, scene divertenti.

Mi desconocida esposa (Alberto Gout, 1958, Mex)

Commedia romantica brillante in puro stile hollywoodiano, la cui star è Silvia Pinal, che pochi anni dopo diventerà famosa nel mondo per essere protagonista di due fra i più famosi film di Buñuel: Viridiana (1961) e El ángel exterminador (1962). Alberto Gout regista di uno dei migliori film dell’Epoca de Oro, il noir caberetero Aventurera (1950), ma anche di Sensualidad (1951) e La sospechosa (1955, di nuovo con Silvia Pinal). La storia in questo caso è contemporanea con enormi appartamenti, hotel e sale da ballo che niente hanno da invidiare ai film americani. Per una serie di incredibili coincidenze ed equivoci (classici delle commedie) una mezza dozzina di persone, che poco o niente si conoscono, si ritrovano a fingere di essere altri. Ovviamente il filo conduttore è la storia d’amore che lentamente si sviluppa fra i protagonisti che inizia con aspri battibecchi per poi essere mal celata ed infine esplodere. Non ha niente da invidiare alle omologhe commedie americane coeve.

   
Ángeles de arrabal (Raúl de Anda, 1949, Mex)

Noir di ficheras del produttore Raúl de Anda (oltre 150 film in una cinquantina di anni), ma anche regista di 40 film. Come anticipato e come spesso accadeva, in questi film si miscelavano vari generi: crime (qui furto con refurtiva nascosta e scontri fra gangster), melodramma (riunione di madre e figlio e commissario che corteggia artista), spettacolo (cantante di cabaret, purtroppo per lei gran bevitrice di tequila), la cattiva fine dei prepotenti e non da ultimo l’onore, tutti argomenti che appassionavano il pubblico. Qui la particolarità è il difficilissimo rapporto fra le varie donne protagoniste, lasciando un po’ in secondo piano gangster e polizia.

Soledad (Miguel Zacarias, 1947, Mex)

Film drammatico solo parzialmente de ficheras che vede l’argentina Libertad Lamarque nei panni di una giovane di campagna che, sedotta e abbandonata dal figlio di un possidente, si riduce poi a diventare fichera per mantenere la figlia dalla quale però si allontana per poi ritrovarla una ventina di anni dopo, quando sarà diventata tutt’altra artista, acclamata nei cabaret di classe e non semisconosciuta cantante di cabaret familiar di terza categoria.

Angélica (Alfredo B. Crevenna, 1952, Mex)

Quest’altra pelicula de ficheras tende più al melodrammatico. Per una sfortunatissima casualità la protagonista viene incastrata da un gangster che con incredibile prontezza di spirito la convince di poterla ricattare e quindi la costringe a lavorare nel suo cabaret. L’attività di ficheras era quasi sempre abbinata a probabile prostituzione e la giovane e sprovveduta ragazza dovrà scegliere fra l’amore (a patto di confessare la sua attività senza la certezza di essere accettata) e la rinuncia allo stesso, a meno di affrontare il suo ricattatore. La situazione è in effetti al limite del credibile, tuttavia ben congegnata partendo dal presupposto della quasi cecità dell’amato. Finale un po’ confuso e, oggettivamente, la scelta della giovane sembra essere quella meno sensata.

giovedì 29 luglio 2021

Micro-recensioni 176-180: commedie di vario genere, di 5 paesi diversi

Gruppo molto eterogeneo (5 nazionalità diverse) ma parzialmente accomunati dal genere commedia, con varie sfaccettature: surreale per l’ultimo film di Buñuel, grottesca con Catch-22, dark l’inglese, crime l’argentina e popolare-musicale quella messicana.

 
Catch-22 (Mike Nichols, 1970, USA) tit. it. Comma 22

Cult anti-bellico che deve la maggior parte dei suoi meriti al soggetto tratto dall’omonimo famoso romanzo di Joseph Heller dal quale nel 2019 è stata tratta una miniserie di 6 ep. diretta, interpretata e prodotta da George Clooney. Tratta di un reparto di aviazione di stanza in Italia nella seconda metà della II Guerra Mondiale. Consiglio a tutti di leggere il libro che si compone di una serie di assurdità, paradossi e nonsense sostenuti, tuttavia, da una parvenza di ferrea logica. Senz’altro bravo Nichols a farne un film mettendone insieme alcune delle tante e variegate vicende, con i personaggi più significativi. Dà l’idea di un film fatto fra amici (anche se con un buon budget) vista la presenza di tanti attori noti, molti dei quali in parti secondarie: Orson Welles, Martin Balsam, Anthony Perkins, Martin Sheen, Jon Voight, Richard Benjamin, Art Garfunkel (proprio quello del duo Simon & Garfunkel), Paula Prentiss e infine l’ineffabile Alan Arkin, perfetto nei panni del protagonista Yossarian, assolutamente fuori di testa ma l’unico ancora umano. Commedia grottesca sì, ma anche dark e molto critica non solo nei confronti della guerra in genere e dei vertici della gerarchia militare, ma anche dei sottufficiali e soldati che si lasciavano andare ad azioni a dir poco biasimevoli. Consigliato.

Cet obscur objet du désir (Luis Buñuel, 1977, Fra)

Ultimo film del grande regista ispano-messicano, prodotto in Francia. Secondo me non è all’altezza degli altri di questo suo ultimo periodo, anche se è molto interessante l’utilizzo alternato di due attrici ben diverse fra loro (Ángela Molina e Carole Bouquet) per lo stesso personaggio, anche in scene in continuità; il protagonista maschile è ancora una volta Fernando Rey, dopo Viridiana, Tristana, Il fascino discreto della borghesia. Resta comunque un ottimo film, ben valutato anche dalla critica (IMDb 7,9 e RT 97%), ma lo vedo troppo lineare e privo di quei colpi di genio (spesso incomprensibili) che caratterizzano il regista. Nomination Oscar miglior film straniero e sceneggiatura.

  
El robo del siglo
(Ariel Winograd, 2020, Arg)

Furto al caveau di una banca di Buenos Aires realmente avvenuto, romanzato per trarne una piacevole sceneggiatura. Interessante l’organizzazione, ottima caratterizzazione dei componenti della banda, ben gestiti i tempi per dare la giusta suspense. La cinematografia argentina non è molto conosciuta al di fuori del Sudamerica, ma vanta ottime radici e quindi di tanto in tanto riesce ad esportare qualche film oltreoceano e talvolta è presente agli Oscar. Dopo le Nomination di La tregua (1974) e Camila (1984) arrivarono:

  1. 1985 La historia oficial (di Luis Puenzo) Oscar miglior film straniero (primo argentino) e Nomination sceneggiatura
  2. 1998 Tango, no me dejes nunca (Carlos Saura)
  3. 2001 El hijo de la novia (Juan José Campanella)
  4. 2009 El Secreto de sus Ojos (Juan José Campanella), secondo Oscar argentino per il miglior film straniero
  5. 2014 Relatos Salvajes (Damián Szifrón)

Ovviamente, tutti poco e mal distribuiti in Italia. Non è certo un capolavoro, ma nel suo genere è molto ben realizzato e non ha nulla da invidiare a tanti film più conosciuti americani ed europei.

O Lucky Man! (Lindsay Anderson, 1973, UK)

Come anticipato nel post precedente dedicato a Lindsay Anderson, si tratta dell’elemento centrale della cosiddetta Trilogia di Mike Travis, ma si rivela essere troppo lungo (quasi 3 ore) e poco interessante. Il soggetto dello stesso Malcolm McDowell (Mike Travis) appare essere troppo pretestuoso ed esagerato, mentre è interessante l’utilizzo degli stessi attori in ruoli differenti nel corso del film. Come spesso accade, il migliore della Trilogia è il primo, vale a dire If ….

El lunar de la familia (Fernando Mendez, 1953, Mex)

Commedia musicale-ranchera con il terzo cantante più famoso dell’epoca (Antonio Aguilar), da sempre sovrastato dagli idoli delle folle Pedro Infante e Jorge Negrete. Struttura standard fra amori ufficialmente non corrisposti, serenate, l’anziana despota (la solita ineffabile Sara Garcia), ubriacature, cantine e risse.

domenica 25 luglio 2021

Micro-recensioni 171-175: il periodo francese di Buñuel

Gli ultimi 7 film del regista aragonese furono produzioni o co-produzioni francesi, tutte con sceneggiatura dello stesso Buñuel e, tranne Tristana, in collaborazione con Jean-Claude Carrière eccellente autore con oltre 100 film al suo attivo, fra i quali La piscina (1969, Jacques Deray) e Tamburo di latta (1979, Volker Schlöndorff). Il cambio di ambientazioni e soggetti è evidente e, forte dei successi degli anni precedenti con i tanti riconoscimenti ottenuti a Cannes e Venezia, anche nelle sceneggiature ebbe molta più libertà, il che gli consentì di tornare in vari casi al surrealismo, anche se diverso da quello dei suoi primi film con Salvador Dalì (Un chien andalou, 1929, e L'âge d'or, 1930). Li ho guardati in ordine cronologico, saltando però La voie lactée (1969) avendolo visto meno di un anno fa (micro-recensione con altri film a soggettofilosofico-religioso). Ecco i primi 5, elencati però in ordine di mio gradimento e potrete notare che i primi sono quelli privi di importanti riconoscimenti internazionali.



 
Le fantôme de la liberté (Luis Buñuel, 1974, Fra)

Film geniale ed esilarante, senza né capo né coda, senza un protagonista né alcun filo conduttore se non quello degli incontri casuali fra vari personaggi. Ad ogni incontro si lascia in sospeso la breve storia precedente e si segue il personaggio incontrato per ultimo; considerato che nessuno ricompare in scene successive non si può neanche parlare di film corale. Come Buñuel ha sempre sostenuto parlando del significato dei suoi primi film surrealisti, lo spettatore non deve trovare una spiegazione o dare una interpretazione ad ogni immagine, oggetto o animale che appare sullo schermo. Specialmente in questo film procede seguendo eventi casuali, propone vicende a dir poco assurde come quella geniale della bambina data per scomparsa pur essendo presente (clip in basso, versione italiana). Questa assurda situazione ricorda quella del Doc Daneeka in Catch 22 (film del 1970 diretto da Mike Nichols, dal romanzo di Joseph Heller) che veniva assolutamente ignorato da tutta la truppa essendo stato (erroneamente) dato per morto in incidente aereo. 

Ma c’è molto di più e tutto è sempre sorprendente; Buñuel e Carrière si divertono a sviare gli spettatori, suggerendo qualcosa e poi mostrando tutt’altro. Appaiono forse-pedofili, sadomaso, frati che giocano a poker con medagliette e santini come fiches, militari in carrarmato che vanno a caccia di volpi, galli, struzzi, un postino in bici che consegna lettere in camera da letto, una ballerina di flamenco, un cecchino, sdoppiamento di persone, insomma di tutto e di più. Film da non perdere, ma non sprecante tempo ad analizzarlo e cercare di comprendere i dettagli, bisogna apprezzarlo così com’è, nel suo complesso.

Le Journal d'une femme de chambre (Luis Buñuel, 1964, Fra)

Lo definirei un film di transizione fra i suoi migliori film girati in Messico e la più recente coproduzione Viridiana (1961, Spa/Mex, Palma d’Oro a Cannes) e il nuovo corso con la maggior parte di attori francesi molti dei quali presenti in più film e tutti parlati in francese. Si tratta di un crime, fra storie torbide e personaggi inquietanti, con tanta sessualità che diventa ancora più esplicita ma sempre lasciando intendere molto e mostrando poco. La censura francese era certamente molto più permissiva di quella messicana e soprattutto della spagnola e quindi anche satira e critiche riferite ad ambienti del clero e militari divennero più frequenti e palesi. Fra i protagonisti si distinguono Jeanne Moreau e Michel Piccoli (che ritroveremo in altri 3 film di questo periodo) mentre fra gli ottimi co-protagonisti e caratteristi si notano numerosi attori che saranno presenti in quasi tutti i film successivi. Si contano almeno 4 adattamenti dell’omonimo romanzo di Octave Mirbeau, uno dei quali diretto da Jean Renoir nel 1946. Questo fu l’ultimo film che Buñuel girò in bianco e nero; da non perdere.

  
Belle de jour (Luis Buñuel, 1967, Fra)

Nota storia di una agiata borghese, felicemente sposata eppure con problemi psichici che sfociano in difficili rapporti con il paziente marito, sogni/incubi spesso a sfondo sessuale e infine alla scelta di prostituirsi in una casa d’appuntamento di una certa classe. Per ottenere una sceneggiatura credibile Buñuel e Carrière visitarono molti di questi mini-bordelli intervistando tenutarie e ragazze, informandosi sui gusti, stranezze e manie dei clienti più particolari, facendosi raccontare aneddoti curiosi e infine andarono anche ad indagare fra le prostitute di strada. Riuscirono così a mettere in scena un quadro di quell’ambiente più che realistico e a ben caratterizzare i vari personaggi, tanto che lo stesso Joseph Kessel (autore del romanzo dal quale era tratto il soggetto) si complimentò con loro per quanto fossero riusciti a sviluppare i personaggi e come li avevano presentati per immagini. Estremamente inquietanti i due malavtosi interpretati da Francisco (Paco) Rabal e specialmente Pierre Clémenti. Ovviamente, Buñuel approfitta delle tante occasioni fornite dal tema per inserire riferimenti libidinosi, raptus passionali e relazioni morbose continuando anche ad esplicitare per l’ennesima volta la sua mania (direi feticismo) per le immagini di piedi, scarpe e gambe femminili. Leone d’Oro e Premio Pasinetti a Venezia, 2° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

Le Charme discret de la burgeoisie (Luis Buñuel, 1972, Fra)

Sostanzialmente una commedia, seppur con tanti tipici elementi buñueliani, che sembra anticipare la non-struttura del successivo Le fantôme de la liberté (1974). Infatti, anche se in questo caso i sei personaggi principali sono sempre gli stessi e presenti dall’inizio alla fine, la serie di avvenimenti fra l’incredibile e l’improbabile (a volte quasi surreali) che impediscono loro di completare una cena (spesso non riescono ad andare oltre l’aperitivo) sono praticamente slegati fra loro pur essendo un pasto conviviale il filo conduttore della trama. Le situazioni irreali consentono a Buñuel e Carrière di inserire con nonchalance un vescovo-giardiniere, militari alle grandi manovre, confessioni di omicidi e omicidi veri e propri, sogni e aneddoti raccontati da personaggi occasionali che quindi contribuiscono al bailamme generale. Oscar miglior film straniero e Nomination sceneggiatura.

Tristana (Luis Buñuel, 1970, Fra)

Secondo film con Catherine Deneuve come protagonista, stavolta al fianco di Fernando Rey e Franco Nero. Del periodo francese è quello meno convincente, quello che mi piace di meno e anche quello con il rating IMDb più basso, comunque un più che buon 7,5 … sarà perché non ci fu la collaborazione di Carrière? Nomination Oscar miglior film straniero.

venerdì 4 dicembre 2020

micro-recensioni 406-410: altri 5 Buñuel messicani

Non si tratta di commedie né dei famosi film con note più o meno surreali (El angel exterminador, Nazarin, Viridiana, …), bensì di 5 film che in comune hanno tormentati e a tratti violenti rapporti umani; fra machismo e donne predatrici, emergono violenza, ricatti, passioni e spesso una forte carica sensuale. Può essere interessante valutarli nel complesso oltre che singolarmente.

 

El bruto (Luis Buñuel, Mex, 1953)

Film molto poco conosciuto (in Italia) di Buñuel che molti, compreso me, giudicano ampiamente sottovalutato. Lo si potrebbe vedere quasi come un sequel di Los olvidados, per la violenza, l’acrimonia e la povertà che condizionano la vita in ambienti marginali delle grandi città. Stavolta, però, non si tratta di giovani ma di adulti e il sesso (appena accennato nell’altro) gioca qui un ruolo devastante visto che si accompagna a avidità e gelosia. La perfidia e malvagità di Paloma (Katy Jurado, Premio Ariel come non protagonista) che spesso appare come una fiera predatrice è forse peggiore della brutalità del bruto Pedro (l’ottimo Pedro Armendáriz, perfetto per questo ruolo). Nel variegato cast che include tanti buoni caratteristi e la insipida Rosa Arenas, spicca anche Andrés Soler (Nomination Ariel come non protagonista) fratello di Fernando, Domingo e Julián tutti attori, alcuni anche registi e sceneggiatori ... una vera famiglia di cineasti.

In questo caso Buñuel non si affida al celebrato direttore della fotografia in bianco e nero Gabriel Figueroa (6 film con lui) bensì al comunque incisivo Agustín Jiménez che lo assisterà anche nei successivi Abismos de pasión (1954) e Ensayo de un crimen (1955); in quanto alla sceneggiatura il suo co-autore è ancora una volta Luis Alcoriza. I personaggi e gli ambienti sono ben proposti, le scene appropriate e quasi sempre allusive (come quella nel mattatoio), negli interni spesso si percepisce che la violenza sta per esplodere così come incutono timore le strade buie, teatro di percosse e inseguimenti. Non manca il solito criptico simbolismo di Buñuel distribuito in più punti, con la perla finale dell’inquietante gallo padrone della scena dopo una serie di eventi distruttivi e fatali. Penso sia chiaro che suggerisco di guardare anche questo film, seppur reputato “minore” da molti.

El rio y la muerte (Luis Buñuel, Mex, 1955)

Basato sul romanzo Muro blanco en roca negra (1952) di Miguel Álvarez Acosta, adattato da Buñuel e dal solito Luis Alcoriza, ha molti punti in comune con due successive opere di Gabriel García Márquez, poi adattate a sceneggiatura (Tiempo de morir e Cronaca di una morte annunciata) in quanto verte sull’ineluttabilità dell’assassinio, seppur secondo ben precise prassi d’onore, in una piccola comunità rurale messicana. Si segue la faida fra gli Anguiano e i Menchaga che va avanti da generazioni così come varie altre nello stesso pueblo, dove sono in un modo o nell’altro accettate, perfino dal parroco (anche lui armato di pistola) che le giustifica come volontà di Dio e dalle autorità che a chi uccide “per onore” concede il tempo necessario per attraversare il fiume e auto-esiliarsi, mettendo in atto solo un blando fittizio inseguimento.

Alcuni lo accomunano a Tierra sin pan (1933) e Los olvidados (1950) per occuparsi delle miserie del sottosviluppo delle comunità chiuse che vivono secondo le proprie “leggi”, formando così un trilogia. Buñuel, che non credeva al prevalere della modernità e della ragione su ataviche barbare tradizioni (e forse aveva ragione visto quello che accade ancora oggi), raccontò che non gli fu concesso di aggiungere all’ottimistico finale una ennesima sparatoria, per poi concluderlo con il cartello “Altri morti la settimana prossima”.

Sottovalutato da molti, a me è ri-piaciuto per il suo preciso taglio antropologico, con ottima - per quanto stringata - descrizione di personaggi, ambiente ed eventi, nonché per il sapiente montaggio di flashback. Una eccellente critica sociale, che mette ancora una volta in risalto la stupidità umana. Pur essendo stato presentato in anteprima al Festival di Venezia 1954 (Nomination al Leone d’Oro) uscì solo l’anno successivo in Messico e non sono sicuro del fatto che sia poi stato effettivamente distribuito in Italia; il titolo per il Festival fu Il fiume e la morte.

  

Susana (Demonio y carne) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

In breve, una avvenente giovane donna fugge dal riformatorio (non è uno spoiler, si tratta della prima scena) e, accolta in una hacienda, porta lo scompiglio non solo nella famiglia del proprietario, ma anche fra i suoi dipendenti, sia uomini che donne, per ovvi diversi motivi. Susana (Rosita Quintana) sprizza sensualità dai tutti i pori e con perversione più che con malizia irretisce uomini maturi e giovani, padroni e peones. In un crescendo di tensione, pur non essendo del tutto chiara la sua strategia, si aspetta un confronto fra quelli che aspirano alle sue grazie, mentre le donne non sanno come liberarsene. Ottima scelta del cast nel quale spicca non solo il solito Fernando Soler, ma anche Matilde Palou (Doña Carmen), María Gentil Arcos (la governante Felisa) Víctor Manuel Mendoza (il capataz Jesús). Come norma nei film del regista, non mancano le solite riprese di gambe scoperte (ovviamente quelle di Susana) e i volatili da cortile appaiono in gran quantità.

Los ambiciosos (La fièvre monte à El Pao) (Luis Buñuel, Fra/Mex, 1959)

Questo film del periodo del ritorno di Luis Buñuel in Europa, con qualche tentativo di riavvicinamento con la madre patria e vari film co-prodotti, è conosciuto anche come La fievre sube a El Pao, mentre in Italia divenne L’isola che scotta. Si tratta di uno dei meno conosciuti, meno proiettati, meno buñueliani, poco amato dallo stesso regista e quindi raro; dei suoi 32 lungometraggi fu l’ultimo che guardai trovandolo finalmente fra le migliaia di titoli disponibili presso la Cineteca Nacional Mexico. Los ambiciosos è di stampo chiaramente politico ed adattato da un romanzo di Henri CastillouLa star è la messicana Maria Felix (e sue sono le gambe in bella mostra) mentre nei due principali ruoli maschili troviamo Gérard Philippe e Jean Servais, contribuzione della parte francese della produzione. Direttore della fotografia è il maestro Gabriel Figueroa.

Rappresenta una realtà molto comune nell'America Latina, non solo negli anni '50, ma in effetti anche di molti anni successivi: una dittatura in piena regola, con tanti prigionieri politici, mentre per il potere c’è una lotta senza scrupoli e senza esclusione di colpi. Ma il potere non è la sola posta in gioco, c’è anche un palese scontro per conquistare, in un modo o nell’altro, l’affascinante vedova Inés Rojas (Maria Felix). Nonostante tutti i noti professionisti di ottimo livello coinvolti (regista, attori, direttore della fotografia, sceneggiatori) considero questo film uno fra i meno avvincenti diretti da Buñuel, probabilmente non giovano l’incerto realismo, il cast internazionale e la non precisa collocazione culturale e geografica.

Una mujer sin amor (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Melodramma tratto dal romanzo Pierre et Jean (1889) di Guy de Maupassant, da molti considerato la sua migliore opera. Anche in questo genere che si discosta un po’ da quelli più frequentati, Buñuel mette in scena un perfetto dramma familiare in due parti, distanti oltre 20 anni. Da un triangolo iniziale, sorto per caso a dir poco fortuito, si passa ai veementi scontri fra madre e figlio maggiore, mentre padre e fratello minore sembrano vivere nel mondo dei sogni. Una curiosità: Joaquín Cordero, che interpreta il giovane e promettente medico Carlos (il figlio maggiore), sarà di nuovo un giovane e promettente medico in El rio y la muerte (1955), l’unico altro film in cui fu diretto da Buñuel. Nonostante il regista nel corso di un’intervista abbia dichiarato che questo fu il suo peggior film, sappiate che ha i suoi pregi e a me non dispiace, quindi ne consiglio comunque la visione. Uno scadente film di Buñuel è sempre varie spanne al di sopra della media.

#cinema #cinegiovis

giovedì 19 novembre 2020

micro-recensioni 391-395: un capolavoro e due uncredited di Buñuel

Il capolavoro è L’angelo sterminatore, i due unanimemente attribuitigli sono gli ultimi da lui prodotti in Spagna prima di spostarsi oltreoceano. Completano la cinquina un folle film messicano (da prendere così com’è, senza mezze misure) e uno dei primi di Saura.

El Angel Exterminador (Luis Buñuel, Mex, 1962)

Uno dei più famosi e enigmatici film del periodo messicano di Buñuel, durante il quale scrisse e diresse due terzi della sua intera produzione. Caustica descrizione delle miserie e ipocrisie della società borghese. Ripropongo quanto scritto un paio di anni fa.

"Un film che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, in merito al quale sono stati scritti fiumi di parole pur senza giungere ad alcuna conclusione. Buñuel, oltre 30 anni dopo il suo corto Un chien andalou, quasi un manifesto del surrealismo cinematografico, torna a spiazzare critica e pubblico con un film pieno di oggetti, animali, frasi, situazioni e atteggiamenti senza dubbio allusivi e simbolici, ma ciascuno si presta a molteplici interpretazioni ed è impossibile dare un sicuro senso complessivo a tale combinazione. A chi gli chiedeva lumi, Buñuel soleva ripetere che se il film sembra enigmatico anche la vita lo è, e come essa è ripetitivo e soggetto a molte interpretazioni. “La migliore spiegazione per L'angelo sterminatore è che, ragionevolmente, non ne ha alcuna”.

Fra i più frequenti argomenti di (accesissime) discussioni, oltre alla inspiegabile impossibilità delle persone di valicare soglie (invitati intrappolati nel salone, polizia, servitù e curiosi che non possono entrare nel parco, devoti in chiesa), ci sono le singolari ripetizioni di scene e dialoghi (che qualche operatore talvolta tagliava pensando si trattasse di un errore di montaggio), varie apparizioni di agnelli e di un orso, zampe di gallina, una mano mozzata che ricorda senz’altro quella con la quale “giocava” per strada l’androgino di Un chien andalou, la perdita della decenza borghese e del senso del tempo, e i mille riferimenti alla sensualità e alla religione, quest’ultima già tirata in ballo non solo nel titolo definitivo (l’angelo sterminatore è descritto nell’Apocalisse) ma anche in quello previsto inizialmente Los náufragos de la calle Providencia.

Dopo la breve e travagliata parentesi europea con Viridiana e prima di iniziare il suo lungo e conclusivo periodo francese, Buñuel tornò a girare in Messico, dove già c’era una certa crisi economica e si dovette “arrangiare” con mezzi e budget molto limitati. Più volte asserì che il film l’aveva pensato per una produzione europea, possibilmente in Francia. Anche per il soggetto di questo film contò sulla collaborazione del fedele Luis Alcoriza, ma solo lui si occupò della sceneggiatura ... e si vede che si tratta di un’opera tutta sua. Pur essendo stato presentato a Cannes nel 1962 (Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro), solo nel ’66 poté circolare in Messico mentre sia in Spagna che in Italia giunse solo nel 1968. Per Cahiers du Cinéma fu il 3° miglior film dell’anno, dopo Le mépris di Godard e The Birds di Hitchcock. Film assolutamente imperdibile! A prescindere dal gradimento, poi non si potrà fare a meno di discuterne."

Salvando al Soldado Pérez (Beto Gómez, Mex, 2011)

Film inaspettato che non è esattamente quanto lasci intuire il titolo che palesemente fa il verso a Salvate il soldato Ryan (1998) di Spielberg. Solo il recupero del soldato è in effetti in comune, ma questi è prigioniero in Iraq e quelli che lo vanno a salvare non sono suoi commilitoni ma uno sparuto gruppo di messicani, guidati da suo fratello maggiore, temuto capo di un cartel di narcos. Avrete capito che si tratta quindi di una commedia, ma non è esagerata quanto si potesse temere e l’elemento principale è la famiglia, l’amicizia e lo spirito di gruppo. Chi guarda il film non conoscendo i messicani e la loro cultura (sia tradizionale che moderna) si perde molto, la parodia è soprattutto sui personaggi (una collezione di stereotipi) spesso esagerazioni della realtà. Ma le caricature continuano anche all’estero (Turchia e Iraq) con turchi, russi e americani e relativi scontri a fuoco con ogni tipo di armi. Splendida la scenografia della “reggia” del protagonista, con zoo privato, oro a bizzeffe, ecc, così come il medaglione di Jesus Malverde, il santo (ovviamente non riconosciuto dalla chiesa) protettore dei narcos e la preghiera nella cappella con la sua tomba, promesse di funerali con mariachi e la conclusione con un narcocorrido scritto appositamente da Los Tucanos de Tijuana, con il perfetto riassunto della trama (è associato ai titoli di coda), quindi non ascoltate il pezzo se volete evitare spoiler.

Si comprende facilmente il 5,9 su IMDb, semplicemente media fra i tanti 10 e i vari 1 e 3 (quelli che probabilmente non lo hanno capito). Se si va a vedere una parodia di generi, personaggi e culture non ci si può aspettare altro. Senza voler assolutamente proporre paragoni, sappiate che anche Monty Python and the Holy Grail (1975, 8,2 e 126° miglior film di sempre su IMDb) ha ricevuto oltre 30 recensioni da 1! Gente che sbaglia film!

Stress-es tres-tres (Carlos Saura, Spa, 1968)

E continuando nei recuperi di film semisconosciuti di registi affermatisi in seguito, ho trovato questo, quinto film di Saura che 2 anni prima, con uno striminzitissimo budget, aveva diretto uno dei suoi migliori film in assoluto: La caza (Orso d’argento per la regia a Berlino). In Lo stress è tre, Tre (tit. it.) praticamente ci sono solo tre personaggi, una coppia e un amico/socio di lui. Lei è Geraldine Chaplin (al suo secondo dei 9 film con Saura, suo compagno per oltre un decennio) che, a mio parere, ha lavorato nel cinema solo per essere figlia di tale padre e non certo per meriti propri. Il marito è convinto che la moglie abbia una tresca con l’amico e nel corso di un viaggio in auto verso il mare diventa sempre più paranoico. Una tensione crescente ben descritta, che in un certo senso ricorda quella fra i tre amici in La caza, ma è assolutamente di livello e intensità inferiore. Per i migliori film di Saura si dovrà aspettare la metà degli anni ’70 con Ana y los lobos (1973), Cria cuervos (1974), La prima Angelica (1976) e Elisa vida mia (1977), prima che si dedicasse quasi esclusivamente a film/doc di vari generi musicali (flamenco, fado, tango).

 

¿Quién me quiere a mí? (J. L. Sáenz de Heredia, Luis Buñuel, Spa, 1936)

¡Centinela, alerta! (Jean Grémillon, Luis Buñuel, Spa, 1937)

Ne scrivo insieme in quanto si tratta di due film spesso inclusi nella filmografia di Luis Buñuel, ma il regista fu ufficialmente solo sceneggiatore e produttore (per la Filmófono compagnia co-fondata con Urgoiti nel 1935) anche se è ampiamente documentato che collaborò alla regia o, in particolare per il primo, disponeva scena per scena cosa dovesse fare il regista. Ricardo María de Urgoiti aveva brevettato un suo sistema di sincronizzazione del sonoro (Filmófono) e oltre alla produzione di film commerciali furono anche distributori; in quanto agli attori contarono su star dell’epoca quali il cantante Angelillo e la famosissima bailaora de flamenco Carmen Amaya. Dopo aver prodotto appena 4 film lasciarono la Spagna a causa della guerra civile.

Questi due film non sono gran cosa eppure sono girati in modo più che decente. ¿Quién me quiere a mí? tratta di una profonda crisi familiare con tanto dii minacce e sottrazione di minore, in ¡Centinela, alerta! ha gran peso la musica avendo nel ruolo principale Angelillo, all’epoca acclamato interprete di flamenco con un suo proprio stile, di coplas aflamencadasfandangos.

Entrambi si lasciano guardare ma più che altro per curiosità cinefila.

#cinema #cinegiovis

lunedì 2 novembre 2020

Micro-recensioni 366-370: il Luis Buñuel meno conosciuto

Delle 5 commedie messicane del dopoguerra inserite in questo gruppo, 4 furono dirette dall'acclamato regista spagnolo in esilio oltreoceano e fanno parte della sua produzione meno conosciuta; pur non essendo capolavori, ebbero successo e gli permisero di girare film indimenticabili come Los olvidados, El, El angel exterminador, Viridiana ...

In effetti molti degli oltre 30 film di Buñuel hanno una parte di commedia, a volte solo in alcune scene o per dei personaggi grotteschi come i mendicanti che partecipano al banchetto di Viridiana o ancor più chiaramente negli ultimi suoi film seppur con vena surrealista. Anche le sceneggiature di quelli apparentemente più drammatici contengono spesso incisivi spaccati sociali seppur presentati con sarcasmo, sia degli ambienti ricchi (Ensayo de un crimen, El, ...) sia fra i meno abbienti ed emarginati (Los olvidados); altre volte li mette a confronto come in Journal de una femme de chambre o El gran calavera. Quest’ultimo fu il suo primo vero film considerato che le due pietre miliari del surrealismo (di una ventina di anni prima) erano di durata ridotta e dopo una lunghissima forzata pausa, aveva ripreso nel 1947 con Gran Casino, più che altro un musical con la star dell'epoca Jorge Negrete.

Si devono altresì sottolineare i grandi meriti di Luis Alcoriza (anche lui spagnolo in esilio) non per il piccolo ruolo in El gran calavera, bensì per essere suo sceneggiatore quasi imprescindibile durante tutto il periodo messicano. Infatti, delle suddette 4 commedie solo Subida al cielo non è opera sua e fu autore anche di Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953), El río y la muerte (1954), giusto per restare in quel quinquennio, ma voglio ricordare che nel 1962, insieme con lo stesso Buñuel che poi stese la sceneggiatura definitiva, scrisse anche il soggetto di uno dei suoi migliori film in assoluto: El ángel exterminador (IMDb 8,1 e 93% su RT, Miglior film del 1963 per Cahiers du Cinéma, Premio FIPRESCI e Nomination Palma d'oro a Cannes).

Ho voluto iniziare questa breve rivista delle sue commedie più classiche del periodo messicano con El gran calavera non solo per procedere in ordine cronologico, ma anche perché fu quello che mi fece scoprire quest’altra faccia di Buñuel. Mi ci imbattei al Museo de las Culturas a Ciudad de Mexico nel 1983, quando conoscevo solo i due lavori surrealisti e quelli girati in Europa (soprattutto in Francia) dove la maggior parte dei film diretti oltreoceano (in particolare quelli destinati al grande pubblico) erano praticamente sconosciuti. Nel quinquennio nel quale furono prodotte queste 4 commedie Buñuel fu particolarmente attivo, dirigendo una dozzina di film (oltre un terzo della sua filmografia di appena una trentina di titoli) alternando commedie di cassetta, film più impegnati e anche alcuni dei suoi più famosi film drammatici nei quali, comunque non è mai del tutto assente la vena grottesca.

 

El Gran calavera (Luis Buñuel, Mex, 1949)

Venendo ai film di questo gruppo, e procedendo in ordine cronologico, il primo è basato su una commedia di successo, adattata da Luis Alcoriza e sua moglie Janet. Il protagonista, ricchissimo industriale alcolizzato, è attorniato da parenti e dipendenti che sfruttano la sua bontà d’animo e generosità, vivendo da veri parassiti. Una originale terapia d’urto ideata da un suo fratello (onesto medico) porterà ad una serie di cambiamenti radicali e colpi di scena fino all’ultima scena, mettendo in risalto differenze fra gli stili di vita dei possidenti e dei lavoratori. Nel 2013 Gary Alazraki ne ha diretto un remake (Nosotros los Nobles) adattato ai tempi moderni, campione d’incassi in Messico.

La hija del engaño (Don Quintín el amargao) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

Si tratta di una commedia drammatica che vede di nuovo l’ottimo e versatile Fernando Soler nei panni del protagonista, un uomo divenuto scontroso e a volte violento dopo aver scoperto il tradimento della moglie, cacciata di casa all’istante. Non posso aggiungere altro per evitare spoiler, ma sappiate che i due titoli alternativi forniscono chiari indizi. In effetti il secondo è il titolo dell’originale commedia spagnola della quale già erano state realizzate versioni cinematografiche nel 1925 e nel 1935; della seconda Buñuel fu produttore e collaborò (uncredited) sia alla regia che all’adattamento, pertanto alcuni considerano la versione del ’51 un remake di un proprio film. Circolò in penisola iberica dal 1974 e poi fu presentato a Berlino nel 2009.

  

Subida al cielo (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Altro film pieno di personaggi e situazioni più o meno grottesche, fra comedia negra, dramma, realismo e road movie. Tutta la consistente parte centrale descrive un relativamente lungo viaggio in bus con un giovane sposo insistentemente tentato da una bellezza locale, un aspirante deputato, un rappresentante di galline, capre, una bara (piena) con seguito, bambini pestiferi; aggiungete festa della madre dell’autista che invitati tutti i passeggeri, ai quali si aggiungono turisti americani, guadi di fiume, pericolose strade sul ciglio di un precipizio, e altro ancora che lasciano inizio e fine come causa del viaggio, fondamentale per il protagonista, ma in effetti poco importante per il film nel suo complesso.

La ilusión viaja en tranvía (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Qui non c’è un bus, bensì un tram di Ciudad de Mexico che deve essere demolito, ma due dipendenti dell’azienda (uno pretendente della sorella dell’altro) decidono di fargli fare un’ultima corsa. Come nel film precedente, in questo viaggio, seppur urbano, succederà pressoché di tutto e i due si confronteranno con tante situazioni certamente impreviste e soprattutto con un anziano tramviere in pensione, claudicante e irriducibile, che li smaschera e li persegue.

Allà en el rancho grande (Fernando de Fuentes, Mex, 1949)

Non proprio un musical, ma certamente i pezzi cantati da Jorge Negrete (il protagonista) e da altri occupano parte importante del film. Si tratta di un remake dell’omonimo film diretto dallo stesso regista nel 1936, ma né l’uno né l’altro sono di qualità paragonabile ai film della Trilogia de la Revolucion: El prisionero trece (1933), El compadre Mendoza (1934) e Vámonos con Pancho Villa (1936). Film certamente evitabile pur avendo avuto un certo successo durante la Epoca de Oro del Cine Mexicano.