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lunedì 12 agosto 2019

Film e loro formati (per cinefili e anche per semplici spettatori)

Stuzzicato dal commento ricevuto ieri su un post di un paio di settimane fa, che faceva riferimento ai formati di un paio di recenti film di Tarantino (Hateful Eight e Django Unchained), propongo un brevissimo excursus in merito, corredato da vari link divulgativi e non riservati ai soli tecnici, quindi interessanti per tutti coloro che vogliano chiarirsi le idee sulla sempre dibattuta questione.  
Innumerevoli sono stati i formati cinematografici utilizzati nel tempo, con i loro pregi e difetti a seconda di cosa e come si filmi e quindi di come si proponga al pubblico. Si va dal formato quadrato ai classici 1,33 (4/3) e 1,37, dall’ormai comunissimo 16:9 al riproposto Univisium (2:1), dal Cinemascope all’enorme e praticamente impossibile da gestire 4:1 (Polyvision, in effetti composto da tre riprese 1,33 affiancate), utilizzato da Abel Gance in parte del suo Napoleon (1927).
In questo esempio si immagina chiaramente cosa succede tagliando una immagine
Cinemascope  (2,35:1) per adattarla a Widescreen (1,85:1) o a 14:9 (1,56:1).
da Wikipedia (CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68282)
Molti guardano un film prestando attenzione soltanto alla storia o ammirando gli attori o apprezzando gli effetti speciali, pochi si curano delle inquadrature e della loro relazione con i formati e raramente notano distorsioni o ridimensionamenti che non sfuggono ad un occhio attento. Un Cinemascope mozzato nei lati per farlo entrare in uno schermo di proporzioni diverse perde molto, così come un film girato in un formato e poi adattato ad uno schermo di diverso rapporto.
La composizione delle inquadrature nel loro complesso (soprattutto angolo di ripresa e posizione relativa degli interpreti e degli oggetti) è infatti spesso vincolata al formato scelto e qualunque modifica deteriora e sminuisce la visione “artistica” originale.
Tuttavia, produttori di oggi hanno la giustificazione del fatto che se prima i film venivano visti esclusivamente nelle sale, quindi con schermi grandi sui quali si potevano proiettare più o meno tutti i formati, adesso devono per forza tener conto dei vari canali di distribuzione che talvolta rendono più degli incassi delle sale. Infatti, è normale che un film di successo, dopo essere passato in sala (forse, vedi alcuni titoli resi disponibili esclusivamente su piattaforme tipo Netflix) debba essere poi convertito e adattato a schermi televisivi, di computer, di tablet e smartphone, nonché alle dimensioni dei piccoli schermi degli aerei operanti su tratte lunghe; chiaramente il ritorno economico è una conditio sine qua non per la produzione del film.
I vari formati sono ben illustrati in queste due pagine Wikipedia (l’italiana e l’inglese, simili eppure diverse, date una scorsa ad entrambe) e sono corredati da numerosi esempi.
Di particolare interesse è la proposta che Vittorio Storaro, apprezzatissimo direttore della fotografia vincitore di 3 Oscar (Apocalypse Now, Reds, L’ultimo imperatore), avanzò una ventina di anni fa, vale a dire quella di standardizzare i formati e per questo rispolverò il rapporto 2:1, chiamandolo significativamente Univisium, già utilizzato negli anni ‘50 da Universal e RKO (col nome di Superscope). Interessante anche questo articolo (in inglese). 

martedì 7 maggio 2019

37° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (181-185)

Dopo la cinquantina di film visti in neanche 20 giorni alla Cineteca Nacional Mexico e durante i lunghi viaggi, torno a ritmi più normali con 3 muti (due dei quali di Fritz Lang), un lavoro georgiano quasi d’avanguardia e uno stranissimo film di Carlos Saura, che vede come personaggio principale un giovane Luis Buñuel, con i suoi amici dell’epoca Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca.

   

181  Una donna sulla luna (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. it. “Frau im Mond” * con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gustav von Wangenheim * IMDb 7,4  RT 71%
Ottimo film di Lang, a me precedentemente del tutto sconosciuto, ben diverso dai suoi soliti drammi. Si sviluppa brillantemente fra i generi sci-fi, crime, romantico, avventura, drammatico e perfino un po’ di commedia. Trama avvincente, piena di sorprese, narrata con perfetta scelta di tempi e con una grammatica filmica tanto chiara da rendere quasi inutili i cartelli, a prescindere dalle buone prove degli interpreti. Le visioni futuristiche alla Verne risultano particolarmente interessanti così come le soluzioni scenografiche per il viaggio spaziale, con fondali e disegni che riprendono in parte quelli di Méliès.
Buona parte del film tratta degli avvenimenti che precedono la spedizione, che parte in fretta e furia con un equipaggio eterogeneo, assortito all’ultimo istante. Considerato che il titolo anticipa che il viaggio di andata avrà successo, resta il dubbio (fino all’ultimo minuto) in merito a chi tornerà sulla terra .... forse. I singolari personaggi sono tutti ben descritti, così come la rapida sequenza di incidenti concernenti il manoscritto degli studi, progetti e disegni del prof. Manfeldt.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Thea von Harbou, moglie di Lang dal 1922, e curata dalla stessa, che fu coautrice di quasi tutti i muti diretti dal consorte e anche del successivo eccezionale M - Il mostro di Düsseldorf (1931), in precedenza era stata anche seceneggiatrice di Phantom (1922, Murnau).
Le 2h40’ passano velocemente e piacevolmente. In rete si trovano versioni di buona qualità 

185  La chute de la maison Usher (Jean Epstein, Fra, 1928) tit. it. “La caduta della casa Usher” * con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy* IMDb 7,4  RT 100%
Un classico fra i muti francesi, chiaramente tratto dal famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, con la seconda parte molto “sperimentale”. Non troppo fedele alla storia originale, il regista Jean Epstein (nato in Polonia, all’epoca Impero russo) propone pochissima azione scegliendo di concentrarsi sulla descrizione dei tetri ambienti della magione e nella creazione di un’aria di mistero e di angoscia. I cartelli sono pochissimi e accade molto poco, ma le sequenze di dettagli, ombre sinistre, ralenti situati ad arte, particolari quasi macro, sono certamente notevoli e creano l’atmosfera desiderata senza aver bisogno di effetti speciali e musica da thriller-horror.
Chi legge i credits non può fare a meno di notare che l’adattamento del racconto è di Luis Buñuel e che l’attrice protagonista è Marguerite Gance, che l’anno prima aveva interpretato Charlotte Corday in Napoléon (1927), diretto da suo marito Abel Gance , il quale compare nelle prime scene di questo La caduta della casa Usher nei panni di uno degli avventori del bar.
Interessante esercizio di stile, soprattutto per i cinefili e/o per gli appassionati di horror che sono incuriositi anche dai film degli albori di tale genere.
 
      

182  Quattro intorno a una donna (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. it. “Vier um die Frau” * con Hermann Böttcher, Carola Toelle, Lilli Lohrer * IMDb 6,4
Girato pochi mesi prima di Destino (1921), è l’ultimo film “minore” del periodo tedesco di Lang.   
Sceneggiato come tanti altri dal regista insieme con la moglie Thea von Harbou, soffre un po’ della sua origine teatrale e la precisa direzione e l’ottima fotografia non sempre sono sufficienti a superare questa “staticità”. Vier um die Frau fu stato considerato perso per molti anni, fin quando, nel 1986, nei depositi della a Cinemateca de Sâo Paulo (Brasile) ne fu ritrovata una copia locale con titolo Corações Em Luta (lett. Cuori in lotta).

183  Mizerere (Zaza Khalvashi, Georgia, 1996) tit. int. “Miserere” * con Zura Sturua, Manana Davitashvili, Nino Kasradze
Secondo film del regista del sorprendente Namme (2017) del quale ho scritto qualche giorno fa. Venti anni prima Zaza Khalvashi aveva già buone idee ma fra budget limitato e idee ancora “confuse” Mizerere è ben distante dalla sua opera più recente. Sembra che fosse ancora indeciso su che strada prendere, a tratti sembra sperimentale in stile Godard, in altri casi già lascia intuire la sua ammirazione per Tarkovski. Trama e dialoghi volutamente vaghi trattano di politica e rivoluzione non collocabili in nessun luogo e periodo particolare. Il regista affermò che voleva descrivere i "demoni che vivono dentro e tra noi" invitando tutti a “vergognarsi delle atrocità contro sé stessi e contro altri”.
Interessante, ma ben distante dalla qualità del suo più recente lavoro.

184  Buñuel y la mesa del rey Salomón (Carlos Saura, Spa, 2001) tit. it. “Buñuel e la tavola di re Salomone” * con El Gran Wyoming, Pere Arquillué, Ernesto Alterio * IMDb 5,7  RT 36%p
Un film di Saura con Buñuel come personaggio principale, affiancato dai suoi amici di gioventù Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, non me lo potevo lasciar scappare, pur sapendo che  che gode di scarsa reputazione. In effetti non sono ancora riuscito a capire perché Saura (notoriamente amico e grande estimatore del regista aragonese) abbia avuto l’idea di co-sceneggiare e dirigere questo film, fra il surreale, il fantasy e il dramma. Il soggetto potrebbe anche essere considerato meritevole ma, per come è stato sviluppato in sceneggiatura, è diventato una serie di citazioni verbali e visive (molte addirittura troppo evidenti) di tanti film di Buñuel e alcuni di Saura (ma anche di altri come Metropolis, di Lang) e dei rapporti fra i 3 che furono amici solo fino alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30 (Buñuel dovette fuggire oltreoceano, Dalì rimase a sostenere il franchismo, Lorca fu fucilato per essere omosessuale e socialista). Alcune ambientazioni e scene rimandano invece direttamente a film di avventura, tipo Indiana Jones.
Come se non bastasse, il cast è mal assortito e di livello non proprio eccellente, comprende addirittura 2 “grandi attori” italiani: Armando de Raza e Valeria Marini!
Può divertirsi (molto relativamente, cogliendo la tante citazioni) solo chi conosca l’intera filmografia di Buñuel e sa un poco dei lavori degli altri due, nonché dei classici del cinema in generale; a chi è poco ferrato in tali campi la maggior parte del film sembrerà puro nonsense.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 28 aprile 2019

33° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (161-165)

Cinquina nella quale ho voluto includere una conferenza di grande interesse su Jean Vigo e l’ho affiancata a un’altra pietra miliare del cinema: Napoleon (1927) di Abel Gance. Completano il gruppo 2 film di epoche molto diverse, ma entrambi più che buoni, ed il peggior film visto quest’anno. 

   

165 Napoleon (Abel Gance, Fra, 1927) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Albert Dieudonné, Vladimir Roudenko, Edmond Van Daële  * IMDb 7,6  RT 93%
Film epico sia per il soggetto sia per il suo valore nella storia della cinematografia, anche se è doveroso precisare che oramai non si capisce più quale possa essere stata la vera versione di Abel Gance. Come spesso è accaduto per simili kolossal del muto, le copie sono sparite, sono state ritrovate, sono state ri-aggiunte scene tagliate dai produttori e via discorrendo. Io ho guadato la versione restaurata prodotta da Francis Ford Coppola nel 1981, con commento musicale composto e diretto da suo padre, Carmine Coppola.
Pensate che se ne conoscono almeno una ventina di edizioni, a 9,5, 16 e 35mm, virate e non, sonorizzate e non, a 18, 20 e 24 fps, per durate che vanno dalle 3 ore alle 5 ore e mezza.
Un resoconto dettagliato lo trovate in questo esauriente post.
Senza scendere in dettagli (non si finirebbe mai), cito solo una delle varie sperimentazioni di Gance, quella conosciuta come trittico. Si trattava di proiettare tre filmati diversi di dimensioni più o meno quadrate, allineati orizzontalmente in modo da creare un’immagine di proporzioni 3:1, molto vicino a quello che sarà, veri decenni più tardi, il Cinerama (3:1) e il fratello minore Cinemascope (2,55:1, poi ridotto a 2,35:1)
In alcuni casi Gance propone continuità di immagine come se si trattasse di una pellicola unica, altre volte i laterali sono uguali o a specchio, mentre al centro mostra  l’azione principale, altre volte ancore le tre immagini sono indipendenti ed ad un certo momento le immagini laterali sono virate una in blu e l’altra in rosso, lasciando in bianco e nero sola la quella centrale, formando così una bandiera francese.
Al momento, la migliore versione disponibile dovrebbe essere quella su Blu Ray della BFI (5h32’), messa in circolazione nel 2016. Questo era il primo film di un progetto che ne prevedeva 6 sulla vita di Napoleone, ma rimase l'unico. Abel Gance compare nel film in un ruolo relativamente importante, interpretando Louis Saint-Just. 
Secondo me è da guardare ance se non si è proprio appassionati di muto.

161  Jean Vigo: El verdadero énfant térrible  (conferenza) * relatore: José Antonio Valdés Peña (ricercatore, sceneggiatore, critico e docente cinematografico)
Ero indeciso se considerare come visione o meno la conferenza su Jean Vigo, ma ho deciso per il sì dopo le 2 interessantissime ore ben gestite, durante le quali sono stati mostrati un corto per intero, un altro per metà e varie scene significative del mediometraggio Zero in condotta e del suo unico vero film, L'Atalante, praticamente quasi la metà della sua intera produzione, che ammonta a sole 2h47'.
Ecco ciò che Vigo ci ha lasciato: A propos de Nice (1930, 25', documentario che  stravolge gli schemi di quelli turistici dell'epoca); Taris, roi de l'eau (1931, 9'); Zéro de conduite (1933, 44', giudicato sovversivo e per questo proibito fino al '46); L'Atalante (1934, 89', che riuscì appena a terminare, dirigendo le ultime scene in barella). Morì il 5 ottobre 1934, a 29 anni.
Il relatore ha aperto con l'inquadrare pregevolmente e con competenza il periodo di particolare fermento fra innovazioni tecniche, sperimentazioni, passaggio dal muto al sonoro, surrealismo e realismo poetico francese con le sue storie di legionari, criminali, prostitute, origini del noir. Epoca in cui, sulla scia di Abel Gance e Julien Duvivier, muovevano i primi passi i vari Jean Renoir, René Clair, Marcel Carné e a questi si unì (per poco) anche Luis Buñuel, accolto a braccia aperte dai surrealisti.
Jean Vigo è stato presentato come una persona allegra e gioviale, a dispetto dei gravi problemi di salute che lo affliggevano, sempre pronto a creare nuove idee di ripresa. Nel curioso quasi mockumentary sul nuoto (Taris) propone varie scene sott'acqua, all'avanguardia per quei tempi, tecnica che poi perfezionerà in L'Atalante, nella famosissima scena dell'uomo che si tuffa dalla peniche e ne viene mostrato il volto in immersione mentre appare la sposa vestita di bianco, proprio quella che avrete visto migliaia di volte nella sigla di Fuori Orario di Enrico Ghezzi.
Da notare che chi assecondava Vigo in tutte le sue idee, era Boris Kaufman che diresse la fotografia in tutti e 4 i suoi film. Nato in Polonia, all’epoca facente parte dell’Impero Russo, dopo la Francia si trasferì in USA dove fu molto apprezzato, vinse l’Oscar per On the Waterfront (1954, Elia Kazan) e ottenne la Nomination per Bay Doll (1956, Elia Kazan), ma firmò anche altri famosi film come 12 Angry Men (1957, Sidney Lumet) e Splendor in the Grass (1961, Elia Kazan).  Boris era fratello di un altro genio del cinema noto con lo pseudonimo Dziga Vertov, del quale parlerò nel prossimo post.
Serata molto piacevole ed interessante.

      

162  El angel (Luis Ortega, Arg, 2018) * con Lorenzo Ferro, Cecilia Roth, Chino Darin, Daniel Fanego,  Luis Gnecco, Mercedes Morán  * IMDb  7,1  RT 73% * 2 Nomination a Cannes
L’anno di fuoco di Carlos Eduardo Robledo Puch, meglio conosciuto come Ángel Negro o el Ángel de la Muerte, il maggior assassino seriale argentino. Fra marzo 1971 e febbraio 1972, ancora 19enne, con efferata freddezza e indifferenza uccise una dozzina di persona (fra loro anche qualche complice); arrestato, fu accusato di 10 omicidi aggravati e uno semplice, ma lui stesso se ne attribuì 20, di tentato omicidio, di complicità in due stupri, 17 furti con scasso, sequestro di persona e fu condannato all'ergastolo (e sta ancora in carcere, dopo 47 anni). Un paio di anni fa, nel corso di una udienza per ottenere la condizionale gli fu chiesto "Cosa pensi di fare fuori?" "Uccidere la Kirchner" (ex presidente argentina). Ovviamente non gli fu concessa, ma é indicativo in merito al suo carattere.
Il film tratta solo di quest’anno, da quando si associa con il suo primo complice, fino all’arresto. Di famiglia piccolo borghese, si presentava con un aspetto angelico, faccia pulita contornata da boccoli biondi ma era spietato e privo di ogni morale; ma non era avido, rubava per vocazione, tanto che spesso regalava la refurtiva o la abbandonava. A quanto dicono i giornali argentini, gli sceneggiatori, pur mostrando vari suoi crimini a dir poco efferati e violenti, ne hanno proposto un ritratto edulcorato, pare che in  realtà fosse ancora peggiore. Il merito del film, che conta su un cast perfettamente scelto, è quello di non crogiolarsi nella violenza o in scene splatter, ma essere essenziale e mettere in risalto l'apparente calma di un soggetto indubbiamente disturbato, tendente al paranoico.
Tutti i personaggi sono ben delineati, dai “buoni” ai criminali. Oltre alle ottime interpretazioni di tutti i protagonisti (le due coppie di genitori e i figli criminali) è doveroso menzionare  anche la perfetta colonna sonora con tanta musica rock e pop d'epoca, con cover in spagnolo di canzoni ben note che vanno House of the Rising Sun (lanciata da The Animals, qui nella versione argentina di Palito Ortega) a Non ho l'età (cantata in spagnolo proprio da Gigliola Ginguetti). 
Senz'altro molto buono, di passo rapido e bilanciato. Molti prevedono un futuro di successi per l'esordiente Lorenzo Ferro

164  Les Anges du péché (Robert Bresson, Fra, 1943) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie  * IMDb 7,6  RT 83%
Film d’esordio di Bresson, regista di qualità ma (come molti suoi pari) con una limitata produzione, appena 13 lungometraggi in una quarantina di anni (1943 - 1983).
Non fatevi ingannare dal titolo e dall'ambientazione in un convento di suore domenicane ... la religione c'entra relativamente poco. Si tratta di un ben congegnato dramma psicologico nel quale la regola conta, ma le personalità enigmatiche delle protagoniste e i loro fini sono gli elementi fondamentali attorno ai quali si sviluppa e monta l'intera trama.
Questo ed il successivo sono i soli film di Bresson con un cast si soli attori professionisti. La fotografia è particolarmente precisa e curata, evidente retaggio degli trascorsi del regista come pittore e fotografo. Girato in pieno periodo di guerra, giunse in Italia solo nel 1950 come La conversa di Belfort.
Un ottimo film d’esordio, in precedenza aveva diretto solo Affaires publiques (1934 - un corto di 25 minuti, stranamente una commedia) e aveva collaborato a varie sceneggiature; successivamente fu co-sceneggiatore di tutti i suoi film tranne il singolare Lancelot du Lac (1974).  
Pur avendolo guardato l’anno scorso (ma da file) non ho voluto perdere l’occasione di ri-guardarlo su schermo grande in un’accogliente sala della Cineteca Nacional Mexico.


163  Las tetas de mi madre (Carlos Zapata, Col, 2015) * con Alejandro Aguilar, Joseph Barrios, Angelica Blandon * IMDb  6,4 
Storia insulsa, poco credibile, mal rappresentata, peggio interpretata, regia assente ... dove sono finiti i film colombiani più che decenti? Sembra si tratti di un esordio autoprodotto, IMDb riporta che successivamente Carlos Zapata si è solo occupato del montaggio di due corti ... qualcuno, per fortuna, gli avrà spiegato che non era mestiere suo. Mi meraviglia che la Cineteca l’abbia proiettato.
Chiaramente, è da evitare ad ogni costo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 20 aprile 2019

29° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (141-145)

Ecco un'altra cinquina eterogenea, con film di tre continenti diversi, il più vecchio del 1938 e due recentissimi(2018), quello di Tarkovski si distingue senz’altro per la gran qualità, uno l’ho trovato pessimo (Utoya).

   

141  Nostalghia (Andrei Tarkovski, URSS/Ita, 1983) tit. it. “Nostalgia” * con Oleg Yankovskiy, Erland Josephson, Domiziana Giordano * IMDb  8,1  RT 85% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Meno avvincente di altri, con il solito passo lento ma sicuro e fotografia affascinante. L'acqua abbonda come non mai, il fuoco non manca, così come i riflessi; i lentissimi movimenti di macchina concedono tutto il tempo necessario per apprezzare i particolari e i dettagli.
Strana co-produzione questa del penultimo film di Tarkovski che avrebbe poi chiuso la sua limitatissima filmografia tre anni dopo con Offret (Sacrificio). Il regista dovette rimaneggiare la sceneggiatura in corso d’opera in quanto i produttori russi si tirarono indietro e ciò comportò quindi l'eliminazione di alcune scene previste in Russia, riadattate solo in parte in Italia (la parte italiana era della RAI). Le location sono affascinanti (meno quelle in città) e danno la possibilità a Tarkovski di comporre “quadri” pregevoli come quelli con persone immobili, in posizione che sembra disordinata ma non lo è assolutamente. Nei testi ritroviamo suoi scritti poetici e a questi si aggiungono i discorsi “sensati” del "pazzo", interpretato dallo svedese Erland Josephson, attore di fiducia di Ingmar Bergman.
Film da guardare con attenzione e non a tempo perso, altrimenti è inutile guardarlo.

143  J'accuse!  (Abel Gance, Fra, 1938) tit. it. “Io accuso” * con Victor Francen, Line Noro, Sylvie Gance * IMDb  7,1 
Film dichiaratamente antibellico, remake - ma sostanzialmente differente - dell’omonimo muto del 1919, diretto dallo stesso Abel Gance. Questi era un noto sperimentatore/innovatore e anche in questo caso si sbizzarrisce nel campo tecnico con tante doppie e triple esposizioni, inserimento di riprese originali del fronte e trincee della Grande Guerra, la ricomposizione dei corpi dei caduti e conseguente risuscitazione e uscita dalle tombe ... scene che non sfigurano neanche a confronto di quelle di Night of the Living Dead (1968, George A. Romero). Solo nella parte centrale il film perde un po’ di vigore, quando diventa un po’ romantico/drammatico. Memorabile l’interpretazione di Victor Francen, nei panni del protagonista Jean Diaz.
Alla Cineteca Nacional Mexico (nell’ambito della retrospettiva Gaumont) è stata proiettata la versione recentemente e perfettamente restaurata, che quindi ha permesso di apprezzare al meglio la fotografia e le particolarità tecniche.
Film “abbastanza per cinefili”, a chi lo voglia guardare suggerisco di cercare una buona copia, possibilmente della versione restaurata ... la differenza è notevole.

      

144  Gabbeh (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) * con Shaghayeh Djodat, Hossein Moharami, Rogheih Moharami * IMDb  7,0  RT 90%
Come annunciato, dopo aver guardato Two-legged Horse diretto dalla figlia Samira, ho voluto guardare un film di Mohsen Makhmalbaf e ho recuperato questo. Tratta delle vicende di una famiglia (abbastanza numerosa) di nomadi produttori di un particolare tipo di tappeti (gabbeh), che si sposta con il gregge di capre (che forniscono la lana) ed altri animali. Film “coloratissimo”, non solo nelle fasi della tintura della lana e della tessitura dei tappeti, ma anche e soprattutto per i variopinti vestiti delle donne e delle bambine; non a caso accanto al titolo è scritto “Life is color, Love is color”. Anche nei dialoghi i colori vengono tirati i ballo più volte e, insieme con vari versi e canzoni, fanno diventare Gabbeh un film senza dubbio poetico, nonostante non manchi qualche evento tragico. Gli splendidi paesaggi che variano da quelli semidesertici, a quelli di monti pietrosi e innevati, le oasi con palmeti e i prati con i fiori che forniscono i pigmenti per la tintura, sorgenti e i ruscelli dalle acque cristalline, contribuiscono a creare un piacevolissimo clima bucolico.
Visione consigliata.

145  Belmonte (Federico Veiroj, Uru, 2018) * con Gonzalo Delgado, Olivia Molinaro Eijo, Jeannette Sauksteliskis * IMDb  6,8  RT 92%   
Avevo visto che non era stato troppo ben accolto dal pubblico (6,8 su IMDb) ma i giudizi della critica, al contrario, erano positivi (92% su RT) e ciò mi aveva incuriosito. Inoltre contavo sulla buona scuola sudamericana che ultimamente ha ricominciato a produrre anche film “da festival”. Difficile definirlo ... non è una commedia, né una commedia drammatica, né un dramma ... lo potrei assimilare a quei tipici film francesi senza una vera trama, nei quali succede poco o niente di interessante, in sostanza descrittivi di un personaggio. In questo caso si tratta di un artista di discreto successo ma un po’ in crisi; nel sua irrequietezza si deve confrontare con la ex moglie che sta per avere un figlio dal suo nuovo compagno, con la figlia che sta un po’ con l’uno un po’ con l’altra, con i genitori, con il fratello intrigante, con qualche avventura, la musica in riva al mare, il catalogo dell’esposizione che sta preparando. Molti dei personaggi che incontra appaiono in non più di un paio di scene, lui invece è protagonista quasi onnipresente e la caratterizzazione è più che buona, nonostante qualche rallentamento.
Penso che i rating siano in linea di massima giusti, nel senso che è un film sottile, quasi raffinato, certamente non adatto al grande pubblico.     

142  Utøya July 22  (Erik Poppe, Nor, 2018) * con Andrea Berntzen, Aleksander Holmen, Solveig Koløen Birkeland * IMDb  7,4  RT 79% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Utoya: come tutti i film a soggetto basati su avvenimenti reali non mi attirava particolarmente, ma contando sulle buone recensioni e considerata l'occasione più o meno unica, ho deciso di andarlo a guardare ... e me ne sono pentito! Girato quasi in tempo reale (i 77 minuti di spari si ascoltano in 93’ di film, titoli compresi), praticamente consiste in sola camera a mano, passando rapidamente da un volto all'altro quando i ragazzi discutono animatamente sul da farsi o sobbalzando mentre riprende di spalle chi fugge da un nascondiglio all'altro. Senza dubbio la situazione non favoriva scelte sempre razionali ma, essendo i dialoghi del tutto fittizi (dichiarato nei titoli di coda), si poteva certamente fare di meglio. Non ve lo consiglio.

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