Risistemando le raccolte di foto della mia sezione viaggi, ieri ho
rimesso al loro posto una sessantina di foto divise in due album, uno relativo
a Gerusalemme (quasi esclusivamente parte vecchia) e un misto di Mar Morto,
Eilat e relativi dintorni.
Scrivo questo post perché penso sia interessante sottolineare
alcuni particolari, tenendo anche presente che solo poche settimane dopo ebbe inizio
la guerra-invasione-crisi (chiamatela come volete) libanese; quindi, la
situazione che vissi era ancora (almeno apparentemente) abbastanza tranquilla,
non solo nella parte meridionale del paese, ma anche a Gerusalemme. A dimostrazione di ciò ecco due
foto con il “posto di blocco/frontiera” fra Israele ed Egitto e il castello dei
Crociati sull’isola del Faraone (Egitto), oggi località turistica, una
quindicina di km a sud di Eilat.
Questa è la città israeliana più
meridionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aqaba (Giordania) con
una decina di km di costa fra il confine giordano a est e quello egiziano a
sud. Devo comunque precisare che il controllo passaporti veniva effettuato al limite della città.
Nell’album Israele mix ho inserito varie foto animali particolari,
gli iraci (Procavia sp.) che somigliano a tanti altri roditori, ma
è stato appurato che geneticamente i loro parenti più stretti sono … gli
elefanti! Ce ne sono anche varie degli stambecchi della Nubia (Capra
nubiana) che, come i precedenti, vivono numerosi nei dintorni del Mar Morto;
sono imparentati con quelli delle Alpi (Capra ibex) ma mediamente più
piccoli.
Veniamo alla raccolta di foto scattate a Gerusalemme … in questo caso, essendo il mio
primo viaggio in Medio Oriente, mi dedicai soprattutto ad osservare stili dii
vita con noti contrasti e la città vecchia offriva spunti a non finire come,
per esempio, risulta evidente guardando queste foto di scolaretti.
Nei vicoli del centro storico si incontravano venditori ambulanti
di tè, si trasportavano merci con l’ausilio di cavalli e c’era anche chi seraficamente
giocava a backgammon. Una moltitudine di personaggi estremamente eterogenea, un ambiente particolarmente interessante nel quale tutto e tutti meritavano rispettosa attenzione.
Molto interessante anche il mercato (che nelle foto appare in attività e poi vuoto) ma anche al suo esterno si vendeva praticamente di tutto. Un'altra particolarità che mi colpì fu la presenza di "armi pesanti" portate con assoluta indifferenza, non solo dai militari (quelli nella foto a destra sono studenti).
Ovviamente non ho trascurato i luoghi simbolo delle diverse religioni quali la Spianata delle Moschee e il Muro del Pianto, ma nelle due raccolte c'è anche altro. In questa pagina http://www.giovis.com/travels/hpagetrav.htm potrete seguire i vari aggiornamenti, che saranno ancora tanti. Tutti i link ripristinati sono evidenziati in giallo; l'icona lampeggiante indica le pagine o i singoli album ri-caricati più di recente.
Comunque si vogliano chiamare film e protagonista, non ve lo perdete! Ho
visto Moana come Vaiana (titolo europeo), ma in italiano il titolo è Oceania, pur essendo Vaiana la protagonista. Questo
di Ron Clements e Don Hall, appena sfornato dalla Disney e serio concorrente di Zootopia
per gli Oscar, è uno di quei film d’animazione
ambientati in posti reali, solo che questa volta non si tratta di una città o
di un luogo preciso, ma di una qualunque delle tante isole sperdute nell’Oceano
Pacifico, con le spiagge bianche, le palme, i vari tipi di lava, i fiori
appropriati, le capanne, le imbarcazioni tradizionali e via discorrendo.
Per
ricreare questo modo fantastico (nel senso di bellezza e non di fantasia) i
produttori hanno dovuto viaggiare numerose volte (poveretti!) fra le isole del
Pacifico, in quella che è la regione geografica allargata della Polinesia, un triangolo che ha come
vertici Aotearoa (Nuova Zelanda) e Rapa Nui (Isola di Pasqua) a sud, Hawai‘i (Hawai) a nord.
La storia, la riassumo in quanto penso che già la conoscano tutti, è quella di una giovane ragazza che nonostante il divieto del padre, supera la barriera su una imbarcazione che non sa assolutamente manovrare, inizialmente accompagnata solo da un pollo strabico e poi anche dal semidio Maui, per un’impresa quasi impossibile che però, se portata a termine, salverà il suo villaggio, l’isola e la sua famiglia.
Moana è un personaggio quasi
anomalo nei film della Disney in quanto pur essendo giovane (si potrebbe
aggiungere bella e ricca essendo figlia del capo) non soffre di patemi amorosi ed è
solo concentrata sulla sua avventura, sospinta dall'altruismo ma soprattutto dal suo unico amore ... il mare.
La debuttante Auli'i Cravalho (16enne soprano hawaiana) fornisce la voce a Moana e quindi canta la maggior parte delle immancabili canzoncine (unico lato negativo della maggior parte dei film della Disney) mentre per il semidio Maui, grande e grosso, un poco spaccone e non troppo furbo, ma di buoni sentimenti è stato scelto l’ineffabile Dwayne Johnson “The Rock” che negli ultimi 15 anni (una trentina di film) spesso ha interpretato questo tipo di personaggio.
Sono convinto che questo ex wrestler
professionista (come suo padre e suo nonno materno), di origini samoane, quindi
polinesiane come tutti gli altri doppiatori principali (per lo più hawaiani o maori),
sempre molto autoironico - lo ricordate in Be Cool (di Gary Gary, 2005) con John
Travolta, Uma Turman, Harvey Keitel, Danny di DeVito? - si sarà divertito un mondo durante il
doppiaggio immedesimandosi in tutto e per tutto nel personaggio. Penso che gli stessi disegnatori si siano ispirati a lui in quanto Maui fa spesso smorfie identiche a
quelle classiche di “The Rock”.
Oltre
ai due protagonisti non ci sono altri veri personaggi che li accompagnano
durante tutto il film, ma Mini Maui (il
tatuaggio vivente) e Heihei (il
pollo strabico e completamente intronato) sono entrambi creazioni geniali e
divertenti. Il primo è strettamente legato (nel vero senso della parola) a Maui in quanto è un suo tatuaggio “vivente”
che rappresenta la sua anima-coscienza-alter ego e spesso interagisce con
lui. La sua animazione, al contrario di tutto il resto del film, è stata
realizzata manualmente in 2D e poi sovrapposta al resto in fase di montaggio.
Il
secondo rappresenta il personaggio “comico” che combina un sacco di guai, si
mette nei pasticci e deve essere salvato, ma ovviamente di tanto in tanto è proprio lui
che, seppur involontariamente, risolve situazioni a dir poco complicate. Infine, a dire il vero, c'è anche l'Oceano che, sotto forma di onda, è sempre pronto a supportare Moana e funge da suo angelo custode. Il porcellino che compare nelle prime scene e in molte foto promozionali (inizialmente doveva avere anche lui un ruolo importante) viene lasciato sull'isola, praticamente una presenza trascurabile.
Conoscendo
qualcosa della cultura polinesiana nel senso più ampio della parola, Moana è ancor più godibile in quanto più facilmente si possono cogliere riferimenti, nomi, tradizioni, osservare tecniche di navigazione, strutture di imbarcazioni e capanne. Tanto per dirne una, nella
mitologia di qualunque cultura del Pacifico viene inclusa la leggenda del
semidio Maui (nome che oggi si
associa quasi esclusivamente ad una delle isole dell’arcipelago hawaiano) ma
con dettagli e sviluppi differenti fra quella maori, la polinesiana e la
hawaiana.
Per
vostra conoscenza, il marchio spagnolo “Moana”
(un profumo) è registrato non solo in patria ma anche in numerosi paesi europei
e per questo in tutta Europa il nome della protagonista è stato cambiato in Vaiana che in polinesiano significa “acqua che sgorga dalla grotta”. In
Italia, pur non essendo necessario il cambio a causa del copyright, il titolo è
diventato Oceania pur lasciando alla protagonista il nome Vaiana.
Ma perché non lasciare il titolo europeo visto che in Italia Moana è stato comunque escluso per
evitare possibili riferimenti e collegamenti alla famosa pornostar che, bene o
male, ha praticamente monopolizzato il nome? Immaginate i bambini che, con o
senza l’assistenza dei genitori, “googlano”
il nome per cercare immagini del film e appare tutt’altro? ... e sapete a cosa
mi riferisco. Questo comunque succederà in altre parti del mondo a chi digita solo "Moana" senza aggiungere altre keywords come Disney, movie, film, 2016 ...
Non è solo per bambini, molto meno melenso o strappalacrime di tanti
altri, ben disegnato, quasi costantemente vivace, arguto e divertente ... peccato che
ci si debba sorbire le solite canzoncine che, oltretutto, doppiate peggiorano
ulteriormente ... ma questo è un “marchio di fabbrica” della Disney e ce lo
dobbiamo sorbire.
Come spesso accade a chi nota certe
coincidenze, in poche ore vari avvenimenti/notizie sono stati legati ad un
unico luogo non citato tanto di frequente, in questo caso alle Hawaii, e quindi
mi hanno riportato indietro nel tempo di una decina di anni. Sono così ci sono
tornato, purtroppo solo con il pensiero, e ho deciso di condividere una
panoramica generale di quei mesi a cavallo fra il 2007 ed il 2008, per
documentare come si possa riuscire a vivere (bene) in un posto considerato
carissimo e inaccessibile ai più. Esperienze simili di svernamento in un sol
luogo, in una stessa casa, avendo a che fare quasi esclusivamente con il
locali, sono state uno standard nell’ultima decina di anni, dopo oltre 30 anni
di viaggi itineranti in giro per il mondo, ma di queste differenti
interpretazioni del viaggiare scriverò in una prossima occasione.
Penso sia importante chiarire che il toponimo
Hawaii indica sia l’intero arcipelago che l’isola maggiore (conosciuta anche
come Big Island), ma è sull’isola di Oahu che si trova la capitale di questo 50°
e più recente stato USA: Honolulu. Qui i più sostano pochi giorni o solo poche
ore (passando il tempo fra la famosa spiaggia di Waikiki, Pearl Harbour e altri
siti turistici) prima di volare verso altre isole, soprattutto Maui. Evitate le
suddette aree vi troverete in una città di medie dimensioni (circa 400.000 abitanti,
area metropolitana meno di 1mln) perfettamente organizzata, che gode di ottimo
clima (d’inverno le minime non scendono sotto i 18° e d’estate non raggiungono
i 32°, vedi grafico in basso), piena di verde, considerata una delle più sicure degli Stati Uniti (e i
crimini come al solito sono concentrati nelle zone frequentate dai turisti) e,
dulcis in fundo, non così cara come molti pensano ... basta sapersi
organizzare.
Certamente non è pensabile vivere bene e
tranquillamente con poche decine di euro come, per esempio, in Thailandia, ma
non è neanche vero che ci vogliano centinaia di euro al giorno. Le cifre che mi
accingo a riportare sono quelle di allora (in dollari, oltretutto per mia
fortuna all’epoca il cambio fluttuava fra 1,45 e 1,50) e i prezzi sono
certamente aumentati ma penso sia interessante avere un’idea di cosa si possa
fare, a quali costi. Conditio sine qua
non è quella di sapersi destreggiare con l’inglese.
Comincio con il viaggio, allora pagai circa
1.000 euro con la British, ma oggi (in determinati periodi) si riesce a
raggiungere le Hawaii anche con soli 800 euro, con compagnie affidabili come
Lufthansa o KLM, poco se si considerano le circa 20 ore di volo nette.
Alloggio: scordatevi degli alberghi e anche
dei B&B, puntate piuttosto a condividere un appartamento, prassi
comunissima negli USA, in quanto ermandosi vari mesi i prezzi sono
accessibilissimi. Durante l’ultimo mese prima di partire controllai quasi ogni
giorno craiglist.com (sul quale c’è di tutto e di più, filtrato per settori,
stati e città) e tutt’oggi in “rooms & shares” troverete una notevole
quantità di offerte fra i 500 e gli 800$, prezzi che variano a seconda della
zona e se includono i consumi, internet, uso cucina e via discorrendo. Tre
giorni prima di volare alle Hawaii, inviai 6 email richiedendo un appuntamento
per visitare la casa, in tre mi risposero, la prima mi piacque e ci rimasi per
5 mesi. Inclusi i consumi spesi fra i 700 e i 750$/mese (allora =500 euro) per
soggiornare in una casa abbastanza moderna con 4 stanze da letto e due bagni,
cucina attrezzatissima con due frigoriferi enormi (freezer, icemaker,
potabilizzatore), lavatrice, asciugatrice, salone, tv e internet in ogni
camera, spazio esterno con parte coperta, prato e ... piscina.
La casa si trovava ad Hawaii Kai, zona
residenziale a est del centro, al termine di una strada senza uscita, quindi
senza traffico, ma a soli 200m dalla strada principale, a vista del Koko Crater (quello che si vede sempre in Hawaii Five-O, foto a dsx) fermata bus ed enorme
Safeway (supermercato alimentare dove si trova di tutto, da prodotti italiani
originali, formaggi di tutta Europa, olive greche, spezie orientali, vini
australiani, argentini, cileni, ma anche italiani e francesi).
Trasporti: l’abbonamento
mensile (mese solare) costava appena 40$ (oggi 60), valido
per bus regolari ed Express sull'intera isola, e considerate che le linee sono tante, le corse frequenti, per
le tratte principali i bus circolano anche in piena notte, si può raggiungere
quasi ogni punto di Oahu (circa 50km da nord a sud e altrettanti da est a
ovest) e, infine, davanti ad ogni mezzo ci sono due portabici ad uso
gratuito.
Cibo: si può mangiare non
troppo male ed abbondantemente (porzioni americane, ma non per forza cibo gringo) nei food court o piccoli locali
etnici o bio per meno di 10$, ancora più economica Chinatown con un numero
spropositato di locali non solo cinesi, ma anche vietnamiti, laotiani,
filippini, giapponesi, ... gli asiatici costituiscono il 38% della popolazione
dell’isola, quindi è facile trovare piatti originali e non per turisti. Con un
pasto fuori e uno a casa, oltre alla prima colazione, si riesce a non spendere
molto.
Svago: cinema buoni e
relativamente economici (anche matinée a 2$), Museo del Cinema a 5 e Teatro del
Museo Doris Duke 8 (qui si organizzano interessanti rassegne con continuità).
Spiagge libere quasi dovunque e, per i camminatori come me, possibilità di
aggregarsi a vari gruppi escursionistici gratis o per pochi dollari. Tante
altre opportunità gratuite o quasi, per lo più all’aperto. Quanto migliore è il
vostro inglese, tante più opportunità avrete di socializzare e partecipare a
riunioni, conferenze, corsi e programmi di volontariato. In quest’ultimo campo scelsi
gli Honolulu Botanical Gardens (sono 5, a differente indirizzo) e produssi le nuove mappe, molto apprezzate, per due di essi (un mese dopo essere rientrato, mi inviarono un riconoscimento ufficiale, io sono quello in basso a sx).
Se si riesce a comunicare bene, la partecipazione a qualunque
di queste attività (passeggiate, corsi, volontariato) facilita i rapporti con
la comunità locale, si conoscono persone interessanti, si migliora il proprio
vocabolario e, a meno di non essere asociali o eccessivamente timidi e
introversi, ci si diverte.
In conclusione, per chi ha disponibilità di
tempo un soggiorno alle Hawaii non è irrealizzabile e può essere molto
gratificante se si sta lontano dai turisti ed in particolare quelli che parlano
la vostra lingua ... full immersion. In 5 mesi ho scambiato solo poche parole
in italiano con una signora (che però viveva in California ) ad uno dei
frequenti party che si organizzano dopo le escursioni, ma immediatamente
tornammo all’inglese.
Questo video è stato l’ultimo “richiamo” ... singolare
scherzo della Natura creato dalla lava del Kilauea
(Big Island), un vulcano che ha fatto fare tante pessime figure ai vulcanologi
più esperti per decenni hanno affermato che la sua eruzione non sarebbe durata
ancora per molto, eppure va avanti ininterrottamente da oltre 33 (proprio trentatré)
anni avendo avuto inizio il 3 gennaio 1983.
Pochi giorni fa, nel corso di una
delle mie solite ricerche in rete mi è capitato di leggere ancora una volta: Holbox.
Si tratta di un toponimo unico, riferito ad una isola piccola, ma non piccolissima,
a pochi km dalla costa settentrionale della penisola dello Yucatán, Messico. Oggi ci sono resort con piscina come questo, ma qualche decennio fa era molto differente.
Ebbi la fortuna di sentirne parlare
nel 1983 da altri backpackers nel corso del mio primo viaggio in Centro
America e, essendo un luogo ancora “vergine”, decisi di andarci e, ovviamente,
ci andai. Trentatré anni fa l’isola non era stata ancora scoperta dal turismo
di massa, ci si arrivava con molta difficoltà, non c’era nessuna struttura
ricettiva degna di tal nome. Si andava prima a Valladolid (Yucatán) poi 150 km
di bus per il piccolo porto di Chiquilà (Quintana Roo) e di lì ci si imbarcava
su un vecchio mezzo da sbarco militare americano adattato a traghetto ... un
veicolo per volta e persone e merci nel poco spazio che restava. Situazione simile alla foto di sx, dimensioni come il mezzo di dx, molto più piccolo.
Ma veniamo al “mistero”. Sembra che
quest’isola cambi di forma continuamente, da secoli, tant'è che sulle mappe viene rappresentata con forme diverse ed incongruenze anche
molto evidenti, perfino sulle quelle presenti al momento su Google. Le due
immagini in basso rappresentano esattamente la stessa area, nella versione “map”
e “satellite”. Teoricamente, e logicamente, l’isola dovrebbe avere almeno gli
stessi contorni e invece la discrepanza
è enorme e ciò non è dovuto ad una semplice confusione circa il limite fra barriera corallina con la
terra in quanto è più che evidente la striscia di sabbia bianca a nord.
Nelle successive immagini oltre a
cambiare forma e distanza dalla costa (errori plausibili per le mappe più
antiche) a volte è rappresentata come una sola lingua di terra, altre divisa in
due. In alcune mappe (come oggi da satellite) sembra quasi che sia prossima ad collegarsi con Cabo Catoche ad
ovest creando una grande laguna.
Causa di tutto ciò potrebbero essere i tanti uragani che si abbattono su quelle coste con conseguenti mareggiate e spostamenti di sabbia. Quello del 2005 (Wilma) fu particolarmente devastante.
Ricordo perfettamente le poche notizie che circolavano all'epoca della mia visita dell'83 che descrivevano Holbox come una striscia di terra bassa, per lo più sabbia, lunga una quindicina di chilometri e larga fra 500 e 1.500 metri.
Sbarcati sull'isola ci si trovava sulla "strada" principale, larga sì ma sabbiosa, che in meno di 1 km arrivava sulla costa nord.
Come già detto, per dormire bisognava arrangiarsi, chi era a conoscenza della situazione arrivava con la sua amaca e cercava una "stanza", vale a dire un posto con 4 pareti e ganci per appendere l'amaca ... bagno in comune fuori e acqua solo fredda (ma anche sulla terraferma l'acqua calda era una eccezione). In queste zone è tuttora normale trovare i ganci per le amache anche nelle stanze con letti normali ... come ho constatato solo pochi mesi fa a Mahahual e Bacalar (Quintana Roo).
Il problema più grosso era mangiare, poiché la maggior parte delle poche centinaia di abitanti mangiavano a casa e c'erano solo un paio di posti che servivano birre e qualcosa da mangiare e per di più chiudevano alle 19. C'era però la possibilità di farsi cucinare un bel pesce intero dalla padrona di casa a costi irrisori (meno di un dollaro), accompagnato da tortillas e qualche vegetale.
L'economia dell'isola si basava sulla pesca e c'erano solo due grandi edifici in muratura: la "fabrica de hielo" (ghiaccio) e la "empacadora" dove si confezionava il pescato con il ghiaccio e si spediva nelle località turistiche come Cancun, Tulum e Isla Mujeres, all'epoca già famose e affollate.
Passai 5 giorni molto piacevoli sull'isola, fra nuotate e lunghe passeggiate sulla spiaggia di giorno, interminabili partite di pallacanestro serali nel piccolo parco in piazza (l'unico posto con fondo duro) e ovviamente pesce fresco a volontà.
Avendo resi edotti i
visitatori in merito al tema dell’isola che (forse) non c’é - Borondón – l’artista Jorge Perez Rodriguez ha fatto seguire alle prime sei tavole di
testo arricchito di capilettera e cartografia, una serie di oli su tela a tecnica
mista (70x70cm). Da quanto è possibile apprezzare ammirando questa serie di
disegni nei quali il soggetto principale è sempre una più che strana creatura,
flottante a pelo d’acqua in mari profondi e coloratissimi, lasciando fuori una porzione
del dorso sufficiente per poter apparire come un’isola. Queste parti
trasmettono l’idea di essere sempre all’asciutto (o quasi) in quanto sulla loro
superficie si sono fiori, alberi e talvolta abitazioni e “abitanti”.
Questi
molte volte, se non sempre, sono disegnati a somiglianza (molto accurata) dell’autore
e di suoi parenti. Nel creare questi animali fantastici, Jorge dimostra anche
una ottima conoscenza dell'anatomia animale che riesce a deformare ed esagerare
con apparente facilità e tanta ottima fantasia. Da sempre i “mostri” sono stati
costruiti ingrandendo a dismisura animali realmente esistenti, componendo vari
animali fra loro (il Pistrice, per esempio) o anche con essere umani (sirene,
centauri, fauni e via discorrendo) e per ben raffigurali è senz’altro
necessario uno studio preventivo della loro reale esteriorità. Del resto, pure
per fare il caricaturista si deve avere una più che buona conoscenza dell’anatomia
umana. Chi ha qualche esperienza di snorkeling riconoscerà sicuramente vari
pesci tropicali, ma anche chi non ha mai messo il naso sott’acqua scoprirà che fra
le “basi” non mancano animali terrestri.
Almeno per quanto mi
riguarda, pure le scelte cromatiche sono coinvolgenti e trasmettono allegria e
gioia di vivere. Gli stranissimi esseri viventi, purtroppo solo nelle sue
opere, per quanto "mostruosi" possano apparire (ma solo agli occhi
dei minus habens, quelli che
rifiutano qualunque difetto o diversità), sprigionano simpatia e non appaiono
assolutamente aggressivi e/o potenzialmente pericolosi.
Ho già caricato una dozzina di bozzetti, anche essi facenti parte dell’esposizione, mentre di 9 disegni divisi
in tre gruppi (di 2, 3 e 4 ciascuno) parlerò fra un paio di settimane.
lla riapertura dell’esposizione (chiusa durante il week-end) sono andato a
realizzare gli scatti di cui avevo bisogno, per ora limitati alla prima parte. A
prima vista, al visitatore distratto questa consiste semplicemente in una serie
di testi, scritti a grandi lettere ornate, che inizia con una mappa delle “8”
Islas Canarias colma di note (fondamentali, eppure pochi le leggono), continua
con un sunto del leggendario viaggio di San Borondón (Saint Brendan) e si
conclude con un succintissimo trattato di cartografia.
La storia descritta in
queste tavole (di proprietà dell'autore, non in vendita) non sono un semplice esercizio
di calligrafia artistica contornata da disegni decorativi. La ricchezza del
tratto senz'altro rallenta la lettura, ma allo stesso tempo la rende più
interessante e dissuade i meno interessati (perdita poco grave).
Chi si
sofferma a leggere il testo rendendosi conto che “probabilmente” è funzionale
per la comprensione dell’esposizione, e in particolare chi conosce lo spagnolo,
si accorge ben presto che in vari paragrafi manca la lettera iniziale e quindi
si rende conto che gli elaboratissimi disegni al margine del testo altro non
sono che altrettanti capolèttere (ne ho "rubato" uno per utilizzarlo all'inizio di questo post). Alcuni
di questi sono talmente grandi e compositi da non sembrare neanche parte del
testo.Si tratta allora di un
miniaturista del XXI secolo? Forse anche questo, ma sarebbe una definizione
estremamente riduttiva per la genialità di Jorge
Perez Rodriguez.
* molti sostengono che
le descrizioni del viaggio di San
Brendano abbiano ispirato innumerevoli opere letterarie o parti di esse.
Oltre alla succitata Divina Commedia,
esempi molto conosciuti sono I viaggi di
Gulliver e l’Isola che non c’è (quella
di Peter
Pan).
* San Brendano il navigatore, protettore di balene e delfini, dei viaggiatori
per mare e di tutti quelli che hanno a che fare con forni e fuoco in genere:
panettieri, fabbri, ecc..
* Letture consigliate oltre
a quelle già citate nel post precedente:
Maps and Monsters(articolo di Marina Warner sul TheNewYorkReview of Books) - Il testo (in
inglese) è corredato di interessantissime immagini tratte da mappe d’epoca.
Brendan's Fabulous
Voyage(by Marquess of John Patrick Crichton-Stuart Bute) - [A lecture delivered on January
19, 1983, before the Scottish Society of Literature and art] - In
inglese colto e di epoca vittoriana, ne consegue che potrà risultare abbastanza
ostico. Tuttavia è molto interessante e include anche un riferimento alla
Divina Commedia di Dante.
It is a myth and
like all myths reveals certain truths.
Molti di voi avranno letto il titolo della mostra (Borondón) nel post precedente, ma solo
qualcuno sarà stato così curioso da effettuare qualche ricerca. Questo nome spagnolo
non è originale trattandosi solo dell'adattamento del celtico Brendan
o Brandan.
Nella fattispecie si riferisce a Saint Brendan of Clonfert, santo e
navigatore nato in Irlanda verso la fine del V secolo e vissuto oltre 90 anni (le
date di nascita e morte differiscono di molto, mentre in quanto all'età
raggiunta si varia fra i 93 e i 99 anni). Gode di notevole popolarità nel mondo
anglosassone, l'onomastico è il 16 maggio, Brenda è la sua versione femminile. Tuttavia la sua notorietà non è strettamente legata alla
religione né all'essere diventato Santo, bensì al suo famoso viaggio alla ricerca
dell'Eden, durato ben sette anni. Le
avventure sue e dei monaci che lo accompagnarono in questa impresa si sono
tramandate per quasi un millennio e mezzo prima oralmente poi anche per
iscritto almeno a partire dal X secolo. L'importanza e il fascino della
relazione della navigazione di San Brandano ha fatto travalicare i ristretti confini
delle isole britanniche e quindi il testo, a partire dall'alto medioevo, è
stato tradotto più volte ed in svariate lingue.
Visto che tutto il viaggio si svolge in mare (nell'Atlantico
per la precisione) ne consegue che il nostro Santo Navigatore tocchi numerose
terre sconosciute, molte delle quali isole. Si è ampiamente speculato nel voler
identificare queste o quelle terre e le tesi sostenute (tutte molto deboli) lo
hanno fatto sbarcare quasi dovunque, dall'Islanda alle Antille. Nessuna delle
due ipotesi è da rigettare del tutto e ogni soluzione intermedia è altrettanto
possibile. Del resto sono anni che si discute dello sbarco dei Vichinghi in Nordamerica.
Nella narrazione del viaggio di Saint Brendan de Clonfert, the
Navigator viene menzionato uno sbarco su un'isola che poi si rivela
essere il dorso di una enorme creatura marina (Jasconius) disturbata dai
monaci che lì si erano accampati e avevano acceso il fuoco. La leggenda vuole
che questa specie di pesce fosse sempre in movimento nel tentativo di
raggiungere la sua coda. Varianti associano Jasconius ad una enorme
balena, che tuttavia pesce non è. Ovviamente in campo artistico sono state proposte soluzioni molto creative e in vari stili, come per esempio questa di Jorge Beda (in basso), ma aspettatevi molto di più dall'altro Jorge del quale parlerò domani.
Ma torniamo alle Canarie
e all'ottava isola dell'arcipelago: la Isla de San Borondón. Di questa
fantomatica isola si parla in un'antica leggenda guanche (etnia originaria
delle Canarie, assoggettata dagli
spagnoli nel XVI secolo) e probabilmente solo in seguito è stata associata al nome
del santo celtico. L'isola che compare e scompare, l'isola che non c'è, è fatto
ben più antico. Gli avvistamenti sono stati numerosi, qualcuno ha sostenuto di
esserci sbarcato, e per dare l'idea di quanti (reputati affidabili) hanno
certificato la sua esistenza nel corso dei secoli vi ricordo che è stata
riportata in varie carte nautiche (assolutamente affidabili per tutto il resto)
fino al XVIII secolo (lo stralcio in basso è estrapolato da una mappa del 1707).
Addirittura in un documento ufficiale del Regno di
Spagna, si parlava di “sette isole Canarie” ma si lasciava la porta aperta a
nuove scoperte (isole che sarebbero potute apparire da un momento all'altro). Nell'ambito delle stesse Canarie la Isla deSan Borondón
venne situata in diverse posizioni, nel corso dei secoli fu avvistata da
centinaia di persone fino all’800 e, dopo essere stata quasi dimenticata, "riapparve" nel 1953 e poi il 10 agosto 1958, occasione nella quale fu anche
fotografata. (pdf dell’articolo apparso sul quotidiano ABC).
Si potrebbe pensare ad un fenomeno vulcanico (considerata
l'origine dell'arcipelago) simile a quello che nell’estate del 1831 fece
apparire al largo della Sicilia l’isola Ferdinandea che raggiunse un’altezza massima di circa 60m e 1 chilometro
di circonferenza, ma poi si ridusse velocemente e prima della fine dell’anno scomparve
del tutto fra i flutti. Altra supposizione ricorrente e plausibile è che si
tratti di fenomeni ottici simili ai miraggi nel deserto.
Di tutto ciò si potrebbe parlare all’infinito, i più
interessati troveranno tantissimo in rete, in particolare se hanno
dimestichezza con l’inglese e/o lo spagnolo. Fra i vari testi trovati (fra i
quali una interessantissima lecture
critica di fine XIX secolo), al di là delle varie traduzioni spesso molto poco
scorrevoli e di non facile interpretazione in quanto datate, il commento più moderno
ed esaustivo mi è sembrato quello di Giuseppe
Bonghi che ha tradotto e adattato uno scritto di Guy Vincent. Lo stesso Bonghi ha anche tradotto integralmente il cosiddetto “manoscritto d’Alençon” (X-XI secolo) versione in latino del testo
“Navigatio
Sancti Brendani” (Anonimo).
Chiaramente per i Canarios
è una questione di tradizione, fede e principio, nessuno ci crede ma tutti
sperano che un giorno o l’altro la sagoma della "loro" ottava isola appaia
magicamente all'orizzonte.
Se vi trovate a Venezia,
e volete vedere qualcosa di meno comune oltre al solito affollatissimo centro
storico, vi consiglio di visitare le isole della laguna settentrionale. Oltre la
vicinissima Murano ci sono altre isole, abbastanza conosciute, ma spesso
trascurate dai più. Molti anni fa, nei libri di geografia erano sempre
menzionate Murano e Burano, famose rispettivamente per il vetro artistico e i
merletti. I vetri attirano di più e sono tutt'oggi molto richiesti, mentre i merletti
sono quasi completamente caduti in disuso. Di conseguenza Murano è più affollata che
mai mentre, anche a causa della maggior distanza da Venezia, Burano è molto
poco frequentata e i negozi di merletti ancora aperti sono veramente pochi e
proprio per questa sua tranquillità ve la consiglio.
Specialmente se ci andrete in una bella giornata di sole, non potrete fare a meno di rimanere incantati dalla festa di colori che apprezzerete in qualsiasi posto della piccola isola. Già sapevo della
particolarità delle case variopinte di Burano, ma nella realtà gli accostamenti
di colori vanno oltre ogni immaginazione. Quelli che hanno "troppo buon
gusto" (ma io direi “la puzza sotto al naso”) e/o sono maniaci dell’accostamento
dei colori evitino di scendere a Burano. In questo album troverete numerose foto di case a schiera, addossate, attorno a un campiello, ognuna con facciata di
colore diversa da quella accanto, tinte talvolta tanto forti e vivaci che da
altre parti nessuno si azzarderebbe ad usarle, neanche per edifici isolati.
Se andate a Burano, vi consiglio di scendere a Mazzorbo (la fermata precedente) e proseguire a piedi. Eviterete di sbarcare
con la massa e potrete passeggiare in quasi assoluta solitudine fino alla
vostra destinazione finale visto che le due isole sono collegate tramite un
ponte. Basterà seguire il canale percorso dal vaporetto sul quale, sulla riva
opposta, si affacciano isolati antichi edifici circondati da campi.
Una brevissima traversata vi consentirà di visitare anche Torcello, dal mio punto di vista meno interessante, essendo quasi del tutto disabitata ed è interessante quasi esclusivamente per la cattedrale di Santa Maria Assunta (mosaico in stile bizantino del Giudizio Universale) e la chiesa di Santa Fosca.