Visualizzazione post con etichetta Von Trier. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Von Trier. Mostra tutti i post

lunedì 6 gennaio 2020

Consuntivo dei 409 film guardati nel 2019

Nella pagina con i link alle ultime micro-recensioni 2019 ci sono anche quelli alle pagine con i link a oltre 1.500 film visti dal 2016.

Come tutte le liste simili (non classifiche che sono impossibili da stilare) la scelta è sempre molto soggettiva e hanno gran peso le particolarità di determinati film, l’ambientazione (in particolare quelle in realtà più o meno sconosciute per motivi geografici o temporali). Nei vari gruppi che ho composto tengo anche conta dell’aspettativa, vale a dire rating per i film d’epoca, recensioni per i film attuali. In quest’ultimo settore comincio con quelli che si potrebbero definire deludenti, ma per niente scadenti, dopo averne sentito parlare tanto ed in termini entusiastici. Su tutti spiccano The Irishman (di Scorsese), Parasite (di Joon-ho Bong) e, a inizio anno Roma (Cuaron), Joker (di Todd Pkllips). E il disappunto è ancor maggiore se si considerano i budget per la produzione e quelli per la promozione (per Roma si spese di più per il lancio che per la realizzazione effettiva!)
A questi si possono aggiungere Shoplifters (di Hirokazu Koreeda), The Ballad of Buster Scruggs (dei Coen), BlacKkKlansman (Spike Lee), Burning (di Chang-dong Lee), ciascuno con qualche merito, fino al pessimo Knives Out (di Rian Johnson).
Al contrario, fra gli altri, alcuni dei quali molto discussi, quelli che mi hanno positivamente sorpreso (ma non per questo sempre migliori dei precedenti) ci sono Once Upon a Time in Hollywood (di Quentin Tarantino), Rocketman (di Dexter Fletcher), Dolor y Gloria (di Pedro Almodóvar), The Lighthouse (di Robert Eggers), The House That Jack Built (di Lars von Trier), Portrait de la jeune fille en feu (di Céline Sciamma).
 

Fra i recuperi di film del passato, per lo più a me sconosciuti, mi sono molto piaciuti I was born, but …  (di Yasujirô Ozu, 1932) un muto di gran qualità, Black River (1957) l’unico noir di Masaki Kobayashi, Elmer Gantry (di Richard Brooks, 1960) con un eccellente Burt Lancaster, nonostante sia una Ghost Story (titolo internazionale) in Kwaidan (1964) Kobayashi raggiunge vette altissime in quanto a immagini e colori, il coreano Chunhyang (di Kwon-taek Im, 2000) mi ha fatto conoscere una storia tradizionale, portata sullo schermo oltre 20 volte, nonché lo stile teatrale del pansori, infine Nebraska (di Alexander Payne, 2013) che cercavo da tempo.
Ciò per quanto riguarda le mie novità, ma anche quest’anno non ho trascurato le “indagini” andando a recuperare tutti i film di Andrei Tarkovsky che mi mancavano (e per fortuna in sala) quali Lo specchio (1975) e Stalker (1979) (altri due suoi capolavori). Restando oltrecortina, dopo la visione di Ray (Paradise, 2016) sono andato a recuperare altri film di Andrey Konchalovskiy come Siberiade (1979), The Postman's White Nights (2014) e un paio di acclamati classici degli anni ’60, tempi di guerra fredda: Il padre del soldato (1965, di Rezo Chkheidze) e La Commissaria (1967, di Aleksandr Askoldov). E, andando a ritroso, non ho trascurato i capolavori di Sergei Eisenstein dei decenni precedenti quali Alexander Nevsky (1938) e i 2 Ivan Groznyi (1944 e 1958), per finire a guardare il film eccezionale/sperimentale di Dziga Vertov (che non ero ancora riuscito a guardare per bene) L'uomo con la macchina da presa (1929).

 

Da questo a parlare di un paio di film che si potrebbero definire documentari ma non lo sono il passo è breve. Uno è Lumiere! (2016, di Thierry Frémaux), un’antologia commentata di oltre 100 film di 50” ciascuno dei famosi fratelli e Me llamaban King Tiger (2017, di Angel Estrada Soto) che illustra la storia di uno straordinario personaggio che, più o meno da solo, sfidò l’establishment USA, la giustizia, il Congresso, la CIA. 
E ciò mi dà lo spunto per passare a citare un buon gruppo di film “etnici” che, pur contando su pochi mezzi e budget limitati, mostrano aspetti di culture sconosciute e/o problemi politici e sociali e/o periodi storici dei quali si sa molto poco.
Non mi sono fatto mancare una approfondita ricerca con qualche nuova visione fra i muti espressionisti e quelli immediatamente successivi dei tanti registi mitteleuropei che poi si trasferirono oltreoceano facendo la fortuna di Hollywood; classici che non deludono mai, anzi sembrano migliorare con il passar del tempo anche per la pochezza di gran parte delle produzioni moderne, tutte effetti e poca sostanza cinematografica pura:
* Fritz Lang - i Nibelunghi (1924), Metropolis (1927, restauro del 2010 – ma si dovrebbe dire ricostruzione), M - il mostro di Dusseldorf (1931)
* Robert Wiene – nei cui film si apprezzano le migliori scenografie espressioniste in assoluto Il gabinetto del Dr. Caligari (1924, restaurato), Genuine: The Tragedy of a Vampire (1920) e Orlac's hands (1924)
* Josef von Sternberg – dagli ultimi muti europei quali The Last Command (1928) all’inizio della sua carriera americana con The Docks of New York (1928), Dishonored (1931), The Shangai Gesture (1941)
Rimanendo in tema muti Europei, G.W. Pabst con Joyless Street (1925, nel quale lanciò Greta Garbo), Diario di una donna perduta e Lulù (entrambi del 1929 e con la star americana dell’epoca Luise Brooks), L’opera da tre soldi (1931). 


 

Poi è venuto il turno dell’eccezionale film d’animazione in stile teatro delle ombre cinesi Le avventure del principe Achmed (1926, di Lotte Reiniger) e il kolossal Napoleon (1927, di Abel Gance), due assolute novità per me, ma tutti i film di questo gruppo d'epoca sono da visionare con attenzione.
Tralasciando di citare molti classici moderni ri-guardati con molto piacere e varie argute e divertenti commedie semi-demenziali (genere che mi diverte se di un certo livello e non volgare), chiudo segnalando 3 ottimi western che non avevo mai sentito nominare, dalla struttura molto anomala e originale: The Ox-Bow Incident (aka Alba fatale, 1943 di William A. Wellman) e due film di John Sturges, un maestro in questo campo: Bad Day at Black Rock (1955) e Last Train from Gun Hill (1959). 
   
Qualunque siano i vostri gusti e per quanti film possiate aver visto nel corso della vostra vita da cinefili, a ben cercare troverete sempre molti altri titoli sorprendenti.

giovedì 19 dicembre 2019

79° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (391-395)

Gruppo molto vario in quanto a produzioni, con la rarità di un film bulgaro, accompagnato da un argentino, un danese e i più “banali” provenienti da Irlanda/UK e U.S.A., quest’ultimo è il più quotato sulla carta, per me nettamente il peggiore.

   

392  Silvia Prieto (Martín Rejtman, Arg, 1999) * con Rosario Bléfari, Valeria Bertuccelli, Vicentico * IMDb 7,0 
Film dalla sceneggiatura molto interessante con tanti “doppioni” e con un intreccio di personaggi e situazioni ripetitive molto ben organizzate. Il titolo si riferisce al fatto che la protagonista Silvia Prieto cerca di metti in contatto con la sua omonima (apparentemente unica). Nel contesto generale si incrociano i cammini di ex mariti, conoscenze occasionali e si formano nuove coppie. Non solo vari personaggi scompaiono e ricompaiono in situazioni quasi sorprendenti, ma anche alcuni oggetti cose come per esempio la giacca gialla di Armani e la statuetta "Silvia Prieto". Costruzione molto creativa con dialoghi essenziali ma ben situati quindi sostanzialmente molto ingegnoso girato in uno stile quasi da Nouvelle Vague, a tratti sembra composto di sketch separati che tuttavia poi rivelano la loro importanza nella trama generale. Forse i salti temporali sono poco evidenti e per questo in alcuni punti perde di continuità.
Martín Rejtman è abbastanza stimato in patria pur essendo poco produttivo avendo scritto e diretto soli 6 film in oltre 30 anni.
Interessante visione. Non risulta essere giunto in Italia.

395  Slava  (Kristina Grozeva e Petar Valchanov, Bul, 2016) tit. it. “Glory - Non c'è tempo per gli onesti” * con Stefan Denolyubov, Margita Gosheva, Alexandra Angelova  * IMDb 7,6  RT 94%
Film del quale si parlò tanto un paio di anni fa, sia per l’originale storia sia per essere uno dei pochissimi film bulgari giunti in occidente. Questa dark comedy ha in effetti due protagonisti - antagonisti; come tutti sanno uno è un ferroviere che trova una consistente somma di denaro e la restituisce e l'altra è la responsabile delle relazioni con il pubblico del Ministero dei Trasporti che vuole sfruttare l'episodio a proprio vantaggio.
Per cause fortuite, che si aggiungono alla sua arroganza e superficialità, le cose non vanno come sperava e non solo lei ma anche il povero ferroviere si troveranno per questo nei guai. Piacevole e ben realizzato anche se forse si è calcata un po' troppo la mano sull'anziano lavoratore presentato non solo decisamente balbuziente ma anche poco sveglio.
Meraviglia il fatto che sia stato scelto quale proposta bulgara per gli Oscar visto che propone una società corrotta a tutti i livelli, dalla classe politica a quella operaia, inclusa quindi anche la polizia.
Merita una visione, se non altro per curiosità.

      

391  Dancer in the Dark (Lars von Trier, Den, 2000) * con Björk, Catherine Deneuve, David Morse * IMDb 8,0  RT 69%  *  Nomination Oscar miglior musica; Björk miglior attrice e Palma d’Oro a Lars von Trier a Cannes
Quasi non sembra un film di Lars von Trier, le “tragedie” sono limitate e sono abbastanza prevedibili e “volontarie”. La parte da musical, più che fuori luogo, mi sembra slegata dal contesto; si salva la regia, sulla quale si può sempre contare per i film del regista danese.
In effetti è la sceneggiatura (opera dello stesso von Trier) ad essere discutibile.
Non fra i migliori del regista. Evitabile.

393  Hunger (Steve McQueen, Irl/UK, 2008) * con Stuart Graham, Laine Megaw, Brian Milligan * IMDb 7,6  RT 90%  *  Premio FIPRESCI e Golden Camera, Nomination Un Certain Regard a Cannes; Premio Gucci a Venezia
Eventi reali legati alla annosa "guerriglia" fra I.R.A. (Irish Republican Army) e U.D.A. (Ulster Defence Association) in Irlanda del Nord. Il film si occupa esclusivamente dei reclusi dell'IRA che nel 1980 portarono avanti fino a estreme conseguenze uno sciopero della fame che contò ben 9 morti. 
Il grosso limite del film consiste nel fatto che non vengono minimamente presi in considerazione gli eventi degli anni precedenti e non si specificano neanche gli effettivi motivi delle condanne. Resta quindi solo l'aspetto umanitario/legale, tralasciando completamente quello politico/terroristico. Oltre a mostrare le pietose condizioni dei carcerati (molte per loro propria scelta come rifiuto di pulizia e vestiti) nel film non c'è quindi molto di concreto, se non l'oltre quarto d'ora della discussione filosofico/religiosa del leader del movimento Bobby Sands (che fu eletto membro del Parlamento mentre era in carcere) con un sacerdote.
Evitabile, specialmente se sensibili. Se interessati al tema, sarà meglio leggere qualcosa di serio pubblicato dalle diverse parti in causa … meglio confrontare i vari punti di vista.

394  Knives Out (Rian Johnson, USA, 2019) tit. it. “Cena con delitto” * con Daniel Craig, Chris Evans, Ana de Armas * IMDb 8,1  RT 97% 
Assoluta delusione … stupido, pretenzioso, personaggi poco credibili, interpretazioni spesso sopra le righe, non capisco l’entusiasmo di molti, né i rating assolutamente esagerati.
Suggerirei di non perderci tempo e denaro ...

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 17 marzo 2019

18° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (86-90)

Cinquina molto varia per generi, anni e paesi di produzione. C’è un film tedesco candidato Oscar, il primo islandese che vedo in tanti anni da cinefilo, uno dei primi film della spagnola Bollaín e due film “minori” dei fratelli Marx.
   

90  La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler  (Oliver Hirschbiegel, Ger, 2004) tit. int. “Downfall“  tit. or. “Der Untergang “ * con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Ulrich Matthes * IMDb  8,2  RT 91% * Nomination Oscar
Ottimo film, fondato su solide basi storiche, che tratta degli ultimi giorni del III Reich. La sceneggiatura è infatti tratta da vari saggi redatti da storici rispettati e stimati, nonché su un paio di autobiografie, l'autrice di una delle quali appare all'inizio e alla fine del film. Si tratta di Traudl Junge, una delle segretarie personali del Fhurer durante la seconda metà della guerra che visse gli ultimi giorni di questa nello stesso bunker dove alloggiavano e/o si riunivano i politici più vicini a Hitler e i massimi responsabili delle forze armate. Leggendo vari qualificati commenti (dal punto di vista storico) sembra che il regista, oltre agli eventi in sé, sia veramente riuscito a descrivere in modo plausibile l'ambiente e lo spirito con il quale si vissero quei giorni.
Downfall conta su una delle migliori interpretazioni di Bruno Ganz (Hitler), recentemente scomparso  dopo aver aggiunto un’altra perla alla sua brillante (seppur sottovalutata) carriera nel film di The House that Jack Buit (2018, Lars von Trier).
Assolutamente poco commerciale e non destinato al grande pubblico, Downfall non solo è il più interessante di questa cinquina, ma anche un ottimo film in assoluto. Per quanto possa valere, fu candidato Oscar fra i film non il lingua inglese (quell'anno vinse Mar adentro, di Alejandro Amenábar) e si trova al 119° posto nella classifica IMDb dei migliori film di ogni tempo.

86  La donna elettrica (Benedikt Erlingsson, Isl, 2018) tit. or. “Kona fer í stríð“  tit. int. “Woman at War“ * con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Juan Camillo Roman Estrada * IMDb  7,6  RT 95%
Film originale, ben girato, con buoni momenti di cinema che rimediano a qualche carenza della sceneggiatura. Pur essendo senza pretese, tira in ballo argomenti seri e attualissimi a cominciare da quello dell’influenza dell’industria sul cambio climatico.
Seguendo la lotta quasi solitaria della protagonista contro il potere politico ed economico (energetico), Erlingsson riesce ad alternare dramma, thriller e azione, con le divertenti “interferenze”, certamente involontarie ma ben situate, di uno sfortunato cicloturista e il surrealismo delle onnipresenti 3 cantanti in abiti tradizionali ucraini che, nel fornire a colonna sonora dal vivo, si alternano alle apparizioni nei luoghi più improbabili dei tre suonatori che non possono non far venire in mente i film di Kusturica.
Gli esterni sono ovviamente affascinanti pur non essendo assolutamente di quelli fasulli, da spot turistico o da cartolina, e questo per me è un merito; infatti non sarebbe stato necessario un grande sforzo per trovare location spettacolari in Islanda.
Non poteva mancare il pessimo titolo italiano, unico nel suo genere; la maggior parte degli altri, incluso quello internazionale è fedele all’originale.
Film leggero, piacevole, con varie buone sorprese e pochi avvenimenti scontati, che comunque riesce a fornire tanti spunti di riflessione a chi è disposto a “pensare”. Suggerito.
      
87  Flores de otro mundo (Icíar Bollaín, Spa, 1966) * con José Sancho, Luis Tosar, Lissete Mejía * IMDb  7,1  RT 76%p * Premiato a Cannes
La madrilena Icíar Bollaín, oltre 20 apparizioni come attrice, esordì a 15 anni nell’ottimo film di El sur (1983, Victor Erice); nel 1995 firmò la prima delle sue 9 regie (questa è la sua seconda), si è fatta conoscere a livello internazionale con Te doy mis hojos (2003) e poi El olivo (2016).
Ha un’attenzione particolare nel descrivere personaggi femminili, sia donne indipendenti, che vittime di machismo o, al contrario, matriarche. L’occasione, in questo caso, viene fornita dall’organizzazione di una festa organizzata in un piccolo centro rurale per facilitare l’incontro di songe, con dichiarato scopo matrimoniale. Gli uomini, di età molto varia, sono residenti, le donne, molte delle quali immigranti in cerca di marito per regolarizzare la loro posizione,   arrivano in pullman.
Qualcuna coppia si forma, anche se non sempre va tutto liscio, e qualche relazione procede con soddisfazione reciproca.
Dato l’ambiente, è normale che ci siano anziani affezionati clienti del bar, giovinastri razzisti, il machista, il timido, il professionista, le donne prevenute e sospettose di queste straniere che vengono precedute da cattiva fama.
Non è certo perfetto, ma merita una visione.

89  A Day at the Races * (Sam Wood, USA, 1937) tit. it. “Un giorno alle corse“ * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  7,7  RT 100%
90  Go West (Edward Buzzell, USA, 1940) tit. it. “I cowboys del deserto” (sic!) * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  6,9  RT 89%
Prima di trattare molto brevemente di questi due film, penso sia opportuno richiamare, seppur molto concisamente, i precedenti dei fratelli Marx. Nati e cresciuti in una famiglia di artisti, quasi tutti abili in più campi essendo non solo attori ma anche provetti musicisti, cantanti e ballerini, esordirono ancora adolescenti nei primo decennio del secolo scorso.
Iniziarono in teatro con spettacoli vaudeville e a seguito del loro grande successo approdarono al cinema già nel 1921 con Humor Risk (aka Humorisk, ovviamente muto) che tuttavia non fu mai distribuito ed è andato perso. Si affermarono definitivamente con il sonoro che permetteva loro di sfruttare al meglio non solo la mimica, ma anche gli arguti giochi di parole di solito a carico di Groucho e Chico, visto che Harpo ha sempre interpretato un muto, pur non essendolo. Quindi il loro vero esordio sul grande schermo fu Cocoanuts (1929). Pur essendo conosciuti, non hanno mai avuto i giusti riconoscimenti in paesi non anglofoni a causa della oggettiva impossibilità di tradurre i tanti giochi di parole che spesso sono collegati a oggetti e azioni, e senza di essi indubitabilmente si perde molto. Ciò mi porta a citare il simile caso di Cantinflas, uno dei più amati attori messicani di sempre, scilinguato per eccellenza, che riusciva a fare rapidi discorsi logici eppure privi di senso così come a passare da un argomento ad un altro per analogie, assonanze e doppi significati, confondendo totalmente il suo interlocutore. Anche i suoi testi, è ovvio, sono praticamente intraducibili in qualsiasi altra lingua.
Groucho (che pur facendo dei doppi sensi il proprio cavallo di battaglia si vantava  di non essere mai scaduto in volgarità) fu il vero simbolo e il più emblematico del trio che formava con i suo fratelli Harpo e Chico, non volendo contare gli altri due più giovani Gummo (nessun film) e l'ultimo nato Zeppo (interprete di soli 5 film), di una quindicina d'anni più giovane del primogenito Chico.
Per chi ha poca dimestichezza con i Marx, e casomai li confonde, ricordo che Groucho è quello che cammina a gambe raccorciate, con gli occhiali, il sigaro e i non-baffi ... (quelli che si vedono non sono neanche posticci, sono semplicemente "dipinti" fra naso e labbro superiore, ma molti non ci hanno mai fatto caso), Harpo è il muto, con borse o tasche come quelle del disneyano Eega Beeva (aka Eta Beta, quello che mangia naftalina) dalle quali estrae di tutto e di più, Chico è quello che parla con accento italoamericano, eccellente pianista, il “cervello” del trio.
Il loro periodo d’oro  - Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932),  Duck Soup (1933) e A Night at the Opera (1935) - volgeva al termine e se A Day at the Races riesce a malapena a reggere il confronto con i precedenti, Go West è nettamente inferiore e le scene degne dei fratelli Marx si contano sulla punta delle dita.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

martedì 29 gennaio 2019

8° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (36-40)

Questo ottavo blocco, con tre “ripescaggi” (teoricamente di qualità) e due novità (una delle quali acclamata e l’altra molto criticata), mi ha riservato varie delusioni e una piacevole sorpresa. Alla fine, i due che ho preferito sono stati i meno titolati. Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.

     

40  The House That Jack Built (Lars von Trier, Den, 2018) * con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman * IMDb  7,0  RT 58%
Il regista danese Lars von Trier, noto per essere il creatore di Dogma 95 con Vinterberg, per i suoi alti e bassi, per le sue storie e affermazioni spesso estreme, si cimenta con un quasi thriller, quasi dark comedy, certamente truculento e in alcuni casi disturbante, volutamente provocatorio. Un film articolato e complicato costituito da tre parti ben distinte eppure interlacciate, che singolarmente possono essere ammirevoli o stracriticabili.
La parte visuale (riprese, montaggio, inserti, ...) è senza dubbio eccezionale, i dialoghi sono certamente discutibili ma sollevano tante questioni interessanti (non riesco a ricordarne di banali, nel caso ci siano), la trama è quella che può dar più fastidio anche se molto del potenzialmente rivoltante è palesemente finto ... si rifugge dall’idea non dall’immagine (si vede molto di peggio sia in tanti acclamati film di guerra che in horror di cassetta).
Nei panni del protagonista c’è un Matt Dillon in grande spolvero, quasi onnipresente durante l’intero film. Questo è diviso in 5 "incidenti" più l'epilogo e viene accompagnato da un dialogo fra il protagonista e tale Verge che, a giudicare dal continuo sciabordio, sembrano avanzare nell'acqua nel buio più assoluto. Solo verso la fine saranno rivelati ruolo e volto di Verge, interpretato dal quasi 80enne Bruno Ganz che qualcuno ricorderà come protagonista di opere maestre del Nuovo Cinema tedesco come Nosferatu (1979) di Herzog, L'amico americano (1977) e Il cielo sopra Berlino (1987) di Wenders, L’inganno (1981, di Schlöndorff).
La costruzione del film e il montaggio sono unici e spesso geniali, cambi di ritmo, tanta camera a mano, inserti bianco e nero, disegni animati, stili di ripresa contrastanti, immagini di opere d'arte di tutti i tipi e di ogni epoca, disegni, dipinti, incisioni e sculture, cambi di formato.
I dialoghi toccano i temi più vari filosofia, religione, misoginia e misantropia, ingegneria e architettura, caccia, prede e predatori, storia e politica, arte. In quest’ultimo campo il regista ha selezionato e inserito sia immagini reali di un’incredibile serie di opere, sia scene che a esse fanno riferimento, tutte collegate ai temi del film; così come mentre scorrono i titoli di coda si ascolta Hit the road jack, il famoso pezzo lanciato da Ray Charles nel 1961, qui nella versione di Buster Poindexter.
A dimostrazione di come il film abbia diviso sia pubblico che critica, ricordo che alla prima mondiale a Cannes 2018 quasi un centinaio di spettatori abbandonarono la sala (alcuni dopo neanche un’ora), ma i più restarono fino alla fine (due ore e mezza) ed espressero il loro apprezzamento con una lunga standing ovation. Considerate che ad una al Festival di Cannes si suppone che assistano addetti ai lavori, critici, distributori, giornalisti.
Aggiungo che, se la prestigiosa e storica rivista francese Cahiers du Cinéma pone The House That Jack Built all’ottavo posto fra i migliori film dell’anno, deve pur avere vari meriti. Purtroppo molti si fermano a Hollywood, Disney e ora Netflix, ma c’è anche chi produce non mirando solo ed esclusivamente al successo al botteghino, indipendentemente dal piacere o meno. Ci sono tanti film di qualità che restano emarginati nei paesi di produzione (Estremo Oriente e America Latina su tutti) e altri indipendenti che, pur essendo di produzione europea o americana, non vengono adeguatamente distribuiti.
Direi "questo è cinema", a prescindere dal fatto che possa piacere o meno, ma c'è creatività, gusto dell'immagine pur trattando spesso scene violente e cruente.
Se non siete troppo sensibili, è un film da non perdere.

38  La tía Alejandra (Arturo Ripstein, Mex, 1979) tit. int. “Aunt Alejandra” * con Diana Bracho, Isabela Corona, Manuel Ojeda * IMDb  7,0 
Ho trovato un altro film di Ripstein, singolare come gli altri, ma stavolta si tratta di un'incursione (unica del regista e con il solo scopo di proporre un film popolare) nel mistery/horror. Questo è un genere non molto comune nella cinematografia messicana e i pochi cult sono sempre al limite, abbastanza distanti dagli horror puri. L'eccellente Macario (di Roberto Gavaldón, 1960, 8,4 su IMDb, candidato Oscar e Palma d'Oro, spesso paragonato a Il settimo sigillo di Bergman) tende nettamente al filosofico, El esquéleto de la señora Morales (8,2 con l’ottimo Arturo de Córdova) alla comedia negra, El vampiro (1957, di Fernando Méndez) è praticamente l'unico che rientra negli schemi classici.
La capacità di Ripstein si vede già dalla scena iniziale, ancor prima dei titoli di testa, con una perfetta inquadratura fissa dal basso, con il soggetto che si allontana rimanendo esattamente al centro dello schermo. Seppur minimalista e senza grandi effetti, La tía Alejandra avvince e allo stesso tempo lascia volutamente molte questioni aperte e sarà lo spettatore a decidere dove finisce la possibile magia nera (la brujería, in America Latina molto più trattata del vampirismo) e dove comincia altro.
Non certo uno dei più graffianti film di Ripstein, che si esprime al meglio nelle rappresentazioni di ambienti degradati ed esseri umani tormentati, emarginati eppure vitali. 

      

Questi tre film, oltremodo sopravvalutati, sono a pari merito i peggiori dei 5, nonostante la loro fama e in vari casi il coinvolgimento di registi o di ottimi attori di indiscusso livello. Non sapendo decidere quale mi ha deluso di più, li elenco in ordine di visione.

36  If Beale Street Could Talk (Berry Jenkins, USA, 2018) tit. it. “Se la strada potesse parlare” * con KiKi Layne, Stephan James, Regina King * IMDb  7,8  RT 95% * 3 Nomination Oscar (sceneggiatura adattata, Regina King non protagonista, commento sonoro)Ho cominciato a sbadigliare dopo appena 20' ed era il primo spettacolo pomeridiano, non l'ultimo a notte fonda. Dialoghi banali e risibili, riprese scure e deprimenti, panoramiche lentissime, talvolta impiegate al posto del classico campo/controcampo, verso la fine tanti primi piani fissi con l’attore di turno che guarda diritto nell’obiettivo, vociare e rumori di ambiente senza che si veda nessuno in giro e di pioggia senza che si veda una goccia  ... per fortuna non l’hanno candidato anche per la regia!. Ho contato solo 3 situazioni/dialoghi un po' più movimentati. Musica estenuante (c'è solo un brevissimo spezzone di un brano di qualità cantato dall’inconfondibile Nina Simone). Chiude in modo penoso con una serie di foto di schiavi, afroamericani arrestati, perquisiti e maltrattati mentre la voce fuori campo ricorda tutti i torti e soprusi da loro subiti.
Chiedendomi cosa avessero trovato altri in questo film sono andato a guardare i commenti su IMDb (attualmente 7,8, ma prevedo una discesa). Se andate a dare uno sguardo almeno ai titoli e ai voti vedrete quante insufficienze ci sono.
Certamente è molto sopravvalutato, probabilmente per l’eredità del regista Jennings che 2 anni fa con Moonlight vinse l’Oscar (meritato?) per la sceneggiatura e fu candidato per la miglior regia.
Sconsigliato ... scegliete altro.

37  Hair (Milos Forman, USA, 1979) * con John Savage, Treat Williams, Beverly D'Angelo * IMDb  7,6  RT 89%
Non essendo amante dei musical (pur apprezzando quelli ben realizzati) avevo sempre rinviato la visione del famoso Hair. Sono rimasto molto deluso sotto quasi tutti i punti di vista. La storia non è plausibile, i brani cantati (tranne un paio più conosciuti come Aquarius e Let the Sunshine In) non mi sono sembrati un granché, le poche coreografie insoddisfacenti (anche se quella inziale con i cavalli lasciava ben sperare), trama e personaggi tendenti al ridicolo. Tutto gira attorno a un piccolo gruppo di hippies (sesso, droga e rock'n'roll) che non riescono ad essere empatici ed i loro discorsi e azioni non sono assolutamente convincenti.
Un mediocre film di Bollywood non ha niente da invidiare a questo Hair, generalmente giudicato un pessimo adattamento del lavoro teatrale. Nel campo dei musical c’è molto di meglio, anche in quegli stessi anni.

39  Shakespeare in Love (John Madden, USA, 1998) tit. it. “Vice - L'uomo nell'ombra” * con Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Geoffrey Rush, Julie Dench, Colin Firth * IMDb  7,1  RT 92% * 7 Oscar (miglior film, Gwyneth Paltrow protagonista, Julie Dench non protagonista, sceneggiatura, scenografia, musica, costumi) e 6 Nomination (regia, Geoffrey Rush protagonista, fotografia, montaggio, sonoro, trucco)
Un film che ottiene 13 Nomination (uno sproposito in assoluto), 7 delle quali convertite in Oscar, dovrebbe essere qualcosa di sensazionale, rasentando la perfezione sotto quasi ogni punto di vista. La mia delusione è stata ancor maggiore per essere giunto alla visione di Shakespeare in Love dopo aver ri-guardato l’ottimo Saving Private Ryan (5 Oscar da 11 Nomination nella stessa edizione) e quindi avevo un preciso termine di paragone. Sono rimasto allibito dalla pochezza del film, nonostante la presenza di vari ottimi attori e mi è tornato in mente il famoso fantozziano commento “... una cagata pazzesca!”, perfetto per questo film di Madden, certamente non per La Corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (1925). 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

venerdì 26 agosto 2016

Nuove segnalazioni per cinefili, valide anche per semplici appassionati

Dopo il post per la 150ima visione del 2016 pubblicato il 18 maggio scorso, ecco un nuovo sommario di film. Ieri sono giunto a quota 244, quindi due terzi del mio obiettivo (366 nel corso dell’intero anno), con qualche giorno di anticipo rispetto alla media. 
Fra questi 94, oltre ad alcuni che ho rivisto con piacere dopo varie decine di anni, ci sono numerose novità assolute (per me) e film che invece conoscevo solo di nome per avere buona critica o per apprezzarne il regista.
Ho continuato a spaziare dai muti (vari di Erich von Stroheim, ora mi resta da guardare solo “The Great Gabbo”) a film recenti come “Trumbo”. Molto varie come sempre anche e provenienze, dall’Asia con l’ottimo “Guide” (Vijay Anand, India, 1965) e l’eccezionale “In the mood for love” (Kar Wai Wong, Cina, 2000) al Sudamerica con due film di Babenco (“Pixote” e “Il bacio della donna ragno”), il peruviano "La teta asustada” (Claudia Llosa, 2009) e i colombiani “Cóndores no entierran todos los días” (Francisco Norden, 1984), il pluripremiato La vendedora de rosas” (Víctor Gaviria, 1998), nonché i due di Ciro Guerra che hanno preceduto il recente “El abrazo de la serpiente” (2015):  La sombra del caminante” (2004) e “Los viajes del viento” (2009).
    
Andando in Nordamerica, prima di passare alle produzioni hollywoodiane, reputo senz’altro degni di nota i messicani “Dos monjes” (Juan Bustillo Oro, 1934), “Janitzio” (Carlos Navarro, 1934), “Nocaut” (José Luis García Agraz, 1983) e “Rojo amanecer” (Jorge Fons, 1990), appena recensito, il mio 244imo film dell’anno. 
      
Fra gli statunitensi certamente troverete tanti titoli molto più conosciuti e fra questi ho rivisto con piacere “Mississippi burning”, “Million dollar Baby”, “2001: A Space Odyssey”, “Shutter island”, “Do the right thing”, ma sopratutto uno che ha avuto minor diffusione come “They Shoot Horses, Don't They?” (Sidney Pollack, 1969), e i per me nuovi “To be or not to be (Lubitsch, 1942) e “Compulsion” (Richard Fleischer, 1959, con un ottimo Orson Welles).
Chiudo con numerose segnalazioni europee. Fra i film spagnoli, che vengono spesso sottovalutati e per questo circolano poco ma spesso riservano piacevoli sorprese, segnalo “El 7° dia” (Carlos Saura, 2004, cronaca di una vera strage), il fantastico “Los cronocrimenes” (Nacho Vigalondo, 2007), due argute comedias negrasEl dia de la bestia” (Alex de la Iglesia, 1995, un cult) e “La caja” (JC Falcon, 2006), e il ben noto e acclamato “El orfanato” (J. A. Bayona, 2007), già visto appena giunto nelle sale.
      

Passando al centro Europa, ho visto con gran piacere due film di Haneke (“Cachè” e soprattutto “The white ribbon”), ho molto gradito “Europa” (Lars von Trier, 1991),  “Lola” e “Veronika Voss” di R. W. Fassbinder, "Tinker Tailor Soldier Spy" (Tomas Alfredson, 2011), “Dekalog” di Kieslowski (1989, 10 telefilm) e mi ha veramente entusiasmato “L'immortelle” (1963). prima regia di  Alain Robbe-Grillet, subito dopo i riconoscimenti ottenuti per la sceneggiatura di "L'anno scorso a Marienbad".
      
Spero di aver messo un po’ di pulci in varie orecchie ... penso che tutti i film citati, per diversi motivi, siano meritevoli di una attenta visione, ma fra quelli che ho visto e micro-recensito, anche se non menzionati in questo post, ce ne sono tanti altri che potrebbero interessare. Pochissimi sono quelli che mi hanno deluso, ma mi è difficile pensare a qualcuno da sconsigliare assolutamente.

Buone visioni.