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martedì 13 gennaio 2026

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

Articolo redatto per la I ed. di L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi come The Serendipity Mindset ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

lunedì 5 giugno 2023

La sindrome dell’eterno viaggiatore (rilancio post)

Iniziai a scrivere qui quasi 10 anni fa (13 agosto 2013), con un classico Benvenuti nel mio blog e motivai la scelta del nome con la doppia possibile interpretazione di erranti, che si può riferire sia a " chi ha una animo da girovago, errabondo", sia a chi forse "sbaglia, devia dal vero, si inganna …" entrambi, con una certa ironia, calzanti a pennello. Elencai svariati temi che avrei potuto trattare saltando con disinvoltura da un argomento all'altro spinto dalla mia predisposizione alla serendipity e dal mio inesauribile desiderio di conoscere e quindi trattare di tradizioni, musei, viaggi, musica, cucina, natura, curiosità e chi più ne ha più ne metta.

Scorrendo i post dei primi anni, ho notato che alcuni contenevano alcuni link a pagine, immagini o video ormai cancellati e ho pensato di riproporre quelli (a mio parere) più interessanti correggendoli, integrandoli e aggiungendo immagini di qualità migliore di quella disponibile all’epoca. Procedendo in ordine cronologico inizio quindi con la rielaborazione di un post/panegirico relativo al viaggiare, una vera e propria dipendenza per alcuni con mentalità da viaggiatori, ben diversa da quella dei semplici turisti. 

El sindrome del eterno viajero (La sindrome dell’eterno viaggiatore) è un piacevole e interessante cortometraggio del 2013 che ne illustra abbastanza chiaramente sintomi e conseguenze e ci informa che a tutt’oggi non c’è cura conosciuta ma, tranquilli, “E’ una malattia … che ti salva la vita” e, per esperienza diretta, posso certamente confermare.

Pur essendo in spagnolo con sottotitoli in inglese credo che fra l’uno e l’altro tutti potranno capire abbastanza e, anche perdendo parte del contenuto, restano le esplicative immagini che scorrono in modo molto fluido e piacevole. Vale la pena di guardarlo ... ecco qualche frase tradotta in italiano:

  • Il bello dello stare lontano da ciò che conosco è che ad ogni passo mi aspetta qualcosa di nuovo.
  • ... perdere la nozione del tempo, ogni giorno della settimana sembra lo stesso, non sapere che mese è. È incredibile, ma succede.
  • Sono qui in questo posto alieno e probabilmente non ci tornerò più. Devo assaporare ogni momento e ricordarlo per molti anni.
  • La Sindrome è la sensazione di non essere a proprio agio in nessun posto perché si vorrebbe essere da un’altra parte.
  • Abitudini diverse che al principio mi sorprendono, le stesse alle quali mi abituo in poco tempo e faccio mie.
  • La mia casa è qui, dove sono adesso. Non ho bisogno di vivere tanto tempo nello stesso posto per potermi integrare
  • Parlo di più con i miei amici stando a 10.000km di distanza che stando a due isolati

Sono in generale abbastanza d’accordo sulla descrizione della Sindrome avendo una 50ina di anni di viaggi sulle spalle e mi rendo conto che i sani (nel senso di non infetti) non ci capiscono, probabilmente non ci possono capire. Non comprendono la nostra facilità ad adattarci a ritmi, climi, culture, cibi diversi e a sentirci a casa (= dove dormirò stanotte) in qualunque parte del mondo.

Anche se talvolta torno negli stessi luoghi so che è impossibile ritrovare la stessa atmosfera (persone, luce, suoni, odori, …); non posso certo mettere a confronto le sensazioni vissute a Ciudad de México nel 1983 con quelle del 2018, o paragonare la Parigi degli anni ’70 e quella del 2012. Fra le tante affinità di pensiero con gli autori del video, mi hanno particolarmente divertito i commenti in merito all'impellenza di evitare i connazionali … come se fossero degli appestati, in particolar modo se sono turisti e non viaggiatori. Non si va a migliaia di chilometri di distanza per parlare delle stesse cose e nella propria lingua! I viaggiatori non sono quelli che mangiano pizza o pasta alla carbonara (che quasi dovunque all'estero è proposta con la panna e senza pecorino) per poi lamentarsi della scarsa qualità. Questo vale similmente per gli americani che si fiondano nei McDonalds e Starbucks, per i tedeschi che ordinano wurstel, gli inglesi con i loro sandwich e, ovunque nel mondo, a fine pasto un cappuccino!!! ignorando tutte le delizie del palato locali, fresche e ben preparate che non troveranno mai da nessuna altra parte. E anche per quanto riguarda il voler essere in un altro posto sono d’accordo, ma ci tengo a sottolineare che non è perché si è scontenti, bensì perché si pensa già alla prossima meta.

martedì 17 novembre 2020

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

* rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi (vedi copertina a sx) ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

Articolo pubblicato nel catalogo della prima edizione dalla manifestazione L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007), ideata e organizzata da Francesca Mauro e Luciano Stella.

lunedì 15 maggio 2017

Serendipity: come è bello trovare qualcosa di inatteso

Ne ho parlato più volte, nell’accezione moderna il termine inglese “serendipity” viene definito così dalla Treccani:
"capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.
Quasi ogni giorno ognuno ha occasioni favorevoli, ma tantissimi non sono abbastanza attenti a notare il diverso e restano passivamente nell’ordinario e nella routine, focalizzandosi solo su quanto programmato.
Per quanto mi riguarda, sono arrivato a fare tante scoperte, a venire a conoscenza di nuove attività, a prendere in considerazione destinazioni insolite, a praticare sport semisconosciuti o semplicemente sottovalutati fino a quel momento. Ovviamente, più ci si muove, si viaggia, si cammina, si legge, si parla con la gente, più ci sono occasioni di essere sorpresi e affascinati.  
Nella fattispecie mi riferisco ad una passeggiata di un paio di giorni fa, a pochi chilometri da casa, armato di obiettivo macro e cavalletto. 
Partito per andare a fotografare qualche Centaurium erythraea (Centauro, foto a sinistra), non comunissimo dalle nostre parti e meno che mai quest’anno con la siccità che stiamo soffrendo, ho poi deciso di fotografare un interessante fiore di cardo (foto in basso a sinistra), affiancato da un altro pronto a sbocciare e, all’improvviso, si è presentata un’ape molto socievole, quasi esibizionista, che si è lasciata fotografare in tutte le pose possibili e immaginabili.
   
Grazie al macro si riescono ad osservare tanti particolari dell’animale assolutamente non rilevabili ad occhio nudo, per esempio, osservate quelle specie di "uncini" con i quali l'ape si aggancia al fiore mentre sugge il nettare. 
Nel caso vi possano interessare, altre foto macro del "bottino" dell'escursione di sabato scorso sono nella mia raccolta Google Foto macro, per lo più fiori, e comprendono valeriana rossa, euforbia arborea, becco di gru, rosolaccio, ...

lunedì 3 ottobre 2016

Sorgente pietrificante della Festola simile a quella del Cerriglio

Ancora serendipity ... sono andato a verificare una segnalazione, ho visto un sentiero più pulito del solito, l’ho percorso fin dove era possibile e ho trovato una bella massa calcarea coperta da muschi, capelvenere e altro, tipico esempio di “sorgente pietrificante”, ovvero che genera travertino (detto anche tufo calcareo). 
Forse qualcuno ricorderà che un paio di mesi fa accennai a questo tipo di formazione in questo post: Cerriglio, una volta sorgente pietrificante,si può recuperare? (foto a sx)
Ciò che mi ha colpito è la grande somiglianza fra le due (Festola e Cerriglio) per dimensioni e forma - profondo canale al centro - e anche per specie presenti fra le quali spicca il capelvenere (Adiantum capillus-veneris, una felce) per essere più evidente dei muschi (anche se per la seconda sorgente vado un po’ a memoria visto che è secca da vari anni).
   

   
Questa è ovviamente ben poca cosa in confronto a quelle enormi, che coprono intere pareti della Riserva della Valle delle Ferriere di Scala, a monte di Amalfi
Fra il minuto 4'20" e 6'00" di questo video sono comprese varie riprese dell'enorme massa che sporge dalla parete calcarea vera e propria anche per più di un metro, creando quasi una specie di tunnel con una parete d'acqua, come si può ben apprezzare da queste foto scattate nel corso del Trek Amalfi - Capri del 2010 (tante altre foto qui
   
   
Per fornire qualche informazione in più in merito a questa ennesima meraviglia della natura, che come tante altre è facile da osservare ma quasi sempre sottovalutata per scarsa conoscenza della materia, riporto qui un paio di brevi testi fondamentalmente scientifici che tuttavia penso sia abbastanza comprensibili ai più.
Sorgenti pietrificanti con formazione di tufi (Cratoneurion)Comunità a prevalenza di briofite che si sviluppano in prossimità di sorgenti e pareti stillicidiose che danno origine alla formazione di travertini o tufi per deposito di carbonato di calcio sulle fronde. Si tratta quindi di formazioni vegetali spiccatamente igro-idrofile, attribuite all’alleanza Cratoneurion commutati che prediligono pareti, rupi, muri normalmente in posizioni ombrose, prevalentemente calcarei, ma che possono svilupparsi anche su vulcaniti, scisti, tufi, ecc. (da http://vnr.unipg.it/)
L’habitat delle sorgenti pietrificanti (CratoneurionL’habitat delle sorgenti pietrificanti è rappresentato da ruscelli, con presenza costante di acqua corrente, in cui avvengono fenomeni di travertinizzazione, cioè di formazione di travertini. I travertini sono una roccia porosa, formata dalla precipitazione del carbonato di calcio (calcare) di cui sono ricche le acque sorgive, che lo acquisiscono durante la permanenza nel sottosuolo. Una volta venute a giorno, le acque tendono a depositare parte del calcare su tutte le strutture con cui vengono a contatto, rivestendo così con patine via via più spesse le rocce, i sassolini, le foglie, i pezzi di legno, i muschi.Questo fenomeno viene facilitato dalla presenza di cascatelle e di muschi, che con meccanismi fisici e biologici accelerano la perdita di anidride carbonica da parte delle acque, e quindi la precipitazione del calcare. (da www.parcocurone.it)
In quest’ultimo sito è anche disponibile un interessante documento specifico di 12 pagine dal titolo Le sorgenti pietrificanti - aspetti vegetazionali, scaricabile in pdf.

Speriamo di poter rivedere presto l'acqua scorrere al Cerriglio, anche se per vedere muschi e capelvenere certamente si dovrà aspettare qualche anno.

domenica 24 aprile 2016

Per quanto ci si sforzi di trovare qualcosa, la si trova solo per caso

Perfino il titolo di questo post mi è giunto per caso e con piacere l’ho utilizzato rimpiazzando il precedente e forse più banale Natura, foto e serendipity. Si tratta di una citazione dal film “Ba wang bie ji” (Addio mia concubina, di Kaige Chen, Cina, 1993) quindi tradotta dal mandarino, ma l’argomento del caso e dei suoi effetti sulle nostre vite in genere è stato ampiamente trattato e discusso da pensatori e filosofi già vari millenni fa.
Tutte le azioni umane hanno una o più di queste sette cause: caso, natura, costrizione, abitudine, ragione, passione e desiderio. (Aristotele , il "caso" citato per primo ... è solo un caso?)
L’aforisma cinese può suonare strano, ma riflettendo (e speculando) ha una sua logica se si danno i giusti valori alle parole. Se sappiamo dov'è una cosa, non la cerchiamo ...  l’andiamo semplicemente a prendere. Se abbiamo solo un’idea di dove possa essere cominceremo a cercare secondo una certa logica, a memoria (che spesso inganna), in ordine da un lato all’altro, ma solo per caso la troveremo subito o ... mai.

Natura, foto e serendipity

Questo era l’argomento e titolo originale nel quale avevo unito tre fattori che, ben combinati, possono fornire grandi soddisfazioni, a patto di avere almeno uno dei tre interessi e chiaramente l’assunto è applicabile ad altre triadi ed in altri campi restando intrinsecamente veritiero.
La natura è un mondo da esplorare anche per i più esperti, è in continuo cambiamento ed evoluzione e, fatte salve alcune leggi fondamentali, le anomalie, eccezioni, varianti e rarità sono all'ordine del giorno. 
La fotografia è un ottimo modo per fissare le immagini e quindi avere successivamente  la possibilità di identificare specie, osservare particolari, condividere le "scoperte". 
La serendipity (“Fortuna di fare felici scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista, mentre se ne stava cercando un’altra”, Anonimo) amplia le possibilità a dismisura a patto di essere attenti, flessibili e un po' avventurosi.
So di tornare su argomenti già trattati, ma penso che siano importanti per le persone attente e curiose, e rammentarli o semplicemente parlarne può giovare agli “esploratori-ricercatori-osservatori-fotografi”, specialmente a quelli meno esperti. Per le nostre osservazioni, indipendentemente da quanto sia acuta la nostra vista, fino l’udito e sensibile l’olfatto, saranno molto utili nozioni scientifiche, logica e serendipityLe prime aiutano certo a notare anomalie, differenze, particolarità, fioriture fuori stagione, misure inusuali e via discorrendo, ma per tutto ciò sono necessarie un po’ di letture (non per forza studio) e molta esperienza. La logica è un po’ più difficile da applicare e per ottenere buoni risultati è utile avere conoscenze varie più che approfondite. Infine la serendipity unisce e ottimizza nozioni e logica “guidandoci” (anche se siamo noi che dobbiamo seguire gli indizi) verso scoperte assolutamente inaspettate, riferendomi chiaramente alle “sorprese” anche se molte vere “scoperte” sono veramente conseguenza della serendipity.
   
Per la prima uscita menorquina di questo mio terzo soggiorno sull’isola avevo scelto una piccola area al limite di Mahon, solo attraversata in precedenza. Meno di un chilometro quadrato, assolutamente incolto, pieno di muretti a secco, antichi canali in rovina e tanta vegetazione spontanea. Sono partito alla ricerca di Ophrys (piccole orchidee, spesso difficili da notare nel mare verde) e dopo una mezz’ora senza trovarne alcuna ho visto un bel campo di Sulla (foto sopra a sx, le prime che vedevo). Ma nei pressi ho anche visto (e mangiato) qualche asparago selvatico e continuando la ricerca-raccolta lungo i muretti a secco ho trovato una simpatica e affascinante Locusta (foto di apertura). Avvistate delle piccole macchie gialle ho scavalcato un muretto e, oltre a fotografare i Centaurium maritimum (foto sopra a dx), mi sono trovato al margine di un campo di orchidee, non quelle che cercavo inizialmente, ma le Anacamptis pyramidalis, specie che qui a Menorca assume tutte le tonalità di colore comprese fra il rosa e il bianco (foto sotto).
   
Se avessi continuato a cercare solo le Ophrys camminando lungo le tracce più o meno battute e concentrando lo sguardo nel tentativo di avvistare le piantine poco appariscenti non avrei trovato le Sulla, né mangiato gli asparagi, né incontrato la Locusta che mi ha concesso di scattare macro ottime (a mio giudizio) che mi hanno permesso di studiarne tanti dettagli non apprezzabili ad occhio nudo, né approfittato del campo di Anacamptis, né fotografato tanti altri fiori ... che non cercavo. 
Questi continui cambi di direzione e piani hanno trasformato un’escursione che poteva essere deludente in una passeggiata molto soddisfacente.
Tante altre foto sono nella mia raccolta giovis.com/macro.htm.

lunedì 18 aprile 2016

Sensazionale scoperta botanica? poco probabile ...

... eppure notare qualcosa di inusuale in specie normalmente presenti in un determinato ambiente è sempre evento che causa una certa soddisfazione.
Ciò non solo per la “scoperta” in sé e per sé, ma anche per la successiva indagine per determinare quale sia la causa dell’anomalia se di questo si tratta o quale sia la specie diversa da quella solita, da quella che uno si aspetta. Tutto questo ovviamente vale per le persone che abbiano un certo “occhio” e abbiano nozioni basilari di botanica e sappiano distinguere un fiore dall’altro anche se non ne conoscono il nome, insomma basta avere un po’ di spirito di osservazione.
Veniamo ora ai fatti nei quali entra anche, come quasi sempre accade la serendipity. Procedendo velocemente lungo un sentiero a me ben noto, con il preciso scopo di andare a scattare alcune foto panoramiche, sulla via del ritorno l’occhio mi è caduto su una orobanche di una conformazione estremamente particolare e chiaramente mi sono fermato a scattare qualche foto. In quella a sinistra vedete una “normale“ Orobanche e a destra quella strana, con la cima piatta e con un numero incredibile di fiori ammassati, invece dei pochi disposti piramidalmente (descrizione assolutamente senza alcuna pretesa scientifica, ma semplicemente divulgativa, attinente alla realtà osservata).
   
Allertati vari amici botanici, le prime risposte hanno confermato l’originalità dell’infiorescenza ma, essendo seri professionisti, nessuno si è pronunciato a titolo definitivo basandosi solo sulle foto inviate e per ora si sono limitati a suggerirmi varie ipotesi. Dovrebbe trattarsi di una O. lavandulacea , nome italiano Succiamele della psoralea (P. bituminosa). 
Per cercare di venire a capo della situazione, a distanza di 3 giorni sono tornato sul luogo e ovviamente non ho trovato la stessa Orobanche ma ne ho trovate numerose altre non esattamente uguali alla prima, ma comunque diverse dalla loro struttura normale così come descritta nei testi di botanica. 
Di conseguenza, dopo una attenta osservazione di numerose Orobanche, mi sono convinto di aver trovato non solo una O. lavandulacea con infiorescenza particolare, ma anche altre di colore e dimensioni simili però con portamento diverso, probabilmente un'altra varietà. 
Mi hanno colpito vari esemplari stranamente ramificati, in particolare alcuni anomali in quanto assolutamente asimmetrici.
Continuerò ad indagare, a sottoporre quesiti ai miei amici botanici e ad avere una ennesima scusa per andare in giro, anche lungo gli stessi sentieri, al fine di venire a capo di questi "misteri". 
E molto probabilmente, anche concentrandomi sull'osservazione delle Orobanchaceae, mi capiterà di trovare qualche altro elementi che susciti curiosità e dia inizio ad una nuova indagine ... serendipity.

Precisazione per i più curiosi: 
“L’orobanche è una fanerogama annuale parassita obbligata in quanto priva di clorofilla, il cui ciclo vitale dipende totalmente dal suo ospite. Non potendo svolgere la fotosintesi clorofilliana e mancando di un vero e proprio apparato radicale deve assumere necessariamente sostanze elaborate e acqua dalla pianta ospite che parassitizza.” (V. Testi)

mercoledì 3 febbraio 2016

Funicolare a soffietto a Porto

Anticipazione del breve resoconto di viaggio che andrò a scrivere di qui a pochi giorni in merito alla mia prima visita nella parte più settentrionale del Portogallo, dopo aver girato tutto il resto del paese in lungo e in largo “attirato” dalle gare di orientamento. Tante volte, parlando con portoghesi, cito località delle quali non hanno mai sentito parlare essendo paesini più o meno sperduti nel grande territorio dell’Alentejo (sud) o verso il confine con la Spagna e molte voltesi scoprono luoghi affascinanti, mestieri che si avviano alla sparizione, piatti regionali autentici in tascas che sembrano essere rimaste a vari decenni fa. Questo è serendipity ... si ha un obbiettivo e si trova, se si è attenti, qualcosa di ancor più interessanti. Ma l’oggetto di questo breve post interlocutorio è questa funicolare a soffietto, che ovviamente non cercavo. 

Nel corso della mia lunga passeggiata esplorativa per le strade di Porto (o Oporto se preferite), attraversando il ponte Luis I ha attirato la mia attenzione questa strana carrozza di funicolare che saliva parallelamente alla base della Muralha Fernandina. Mi ha incuriosito la sua particolare struttura e quel soffietto che doveva nascondere qualcosa. Osservando meglio e riflettendo, mi sono reso conto che la linea delle rotaie era molto in pendenza alla, partenza dalla riva del fiume mentre a metà strada, prima di entrare in galleria, quasi spianava. Per abduzione (fatto molto probabile, ma non certo) ho immaginato che all’interno del soffietto ci dovessero essere dei martinetti, o altro congegno probabilmente idraulico, che avevano la funzione di mantenere il pavimento della cabina sempre in piano.
Ho quindi aspettato la corsa successiva e, come potete vedere, è proprio così.
   

   
L’alternativa (percorso tradizionale) a questa moderna soluzione sono queste antiche scale (Escadas do Codeçal) in un quartiere quasi del tutto abbandonato e in rovina ... eppure ci sono le parabole!  
   
Devo purtroppo dire che molte aree del centro storico e di quelle vicino alle rive del Douro si trovano in pessime condizioni.

mercoledì 9 settembre 2015

Soliti sentieri e foto originali

Due argomenti spesso dibattuti dagli escursionisti dei quali ho in parte già discusso tempo fa. Anche frequentando spesso gli stessi luoghi e percorrendo gli stessi sentieri è possibile scattare foto interessanti e diverse dalle solito. Trovo che sia stupido sostenere l’inutilità di ripetere una certa escursione in quanto già fatta il mese scorso. Anche se fosse passato meno tempo non è una ragione valida in quanto le condizioni meteo e quindi luce saranno diverse, può cambiare l’orario, anche dopo una sola settimana ci saranno nuovi fiori e altri saranno appassiti o avranno cambiato colore, per non parlare di farfalle, lucertole, aracnidi e altri animali nei quali ci possiamo imbattere. L’escursionista attento, anche se non per forza fotografo, saprà trovare elementi nuovi e talvolta sorprendenti in occasione di ogni uscita.
Tutto ciò tende alla serendipity poiché spesso le situazioni più inusuali si presentano inaspettate e all’improvviso e sta alla nostra abilità saperne apprezzare il valore (forse l’unicità) e trarne vantaggio. Ma anche in mancanza di eventi “eccezionali” si può tornare a casa con belle immagini fissate con uno scatto o semplicemente nella propria memoria visiva. In questo caso torna utile saper immaginare cosa si potrebbe o dovrebbe vedere spostandosi più in basso, lasciando il sentiero per raggiungere il margine del bosco o andare sul margine della falesia, portarsi su una piccola altura in modo da evitare un ostacolo visivo. Con un po’ di esperienza, immaginazione e buona sorte almeno la metà delle nostre deviazioni saranno giustamente o addirittura lautamente ricompensate. Se nel primo caso l’abilità consiste nel cogliere un’occasione al volo, nel secondo siamo noi a ricercarla o crearla dal nulla.
Tutto ciò è applicabile, con i relativi adattamenti, anche in altri campi ma certamente sono fra i vantaggi peculiari dei veri camminatori, attenti a immaginare quale potrebbe essere uno di questi punti e capire come arrivarci in tutta sicurezza. A volte aiuta anche saper prevedere una stessa scena in orari diversi il che vale a dire con il sole ad un altra altezza ed in una differente posizione. Ciò serve per poter programmare, avendone la possibilità, altre uscite espressamente mirate alla realizzazione di (potenziali) buoni scatti. Non bisogna illudersi di poter fare tutte le belle foto possibili di un percorso nel corso della stessa passeggiata, ergo “repetita iuvant” (anche se in un’accezione leggermente diversa da quella classica).
Per esempio guardate queste foto di Capri dal sentiero del Vuallariello nelle prime ore del mattino e quasi al tramonto.
   

Per nuovi punti di osservazione, vi propongo invece le foto scattate qualche giorno fa nel corso della mappatura della pineta di San Costanzo dal suo margine occidentale, affacciandomi sul Rivo ‘a FalangaLa giornata soleggiata con aria tersa mi ha certo aiutato (ma era la terza volta che ci andavo ... persistenza) e avevo scelto le ore centrali della giornata per avere il sole più alto (previsione). Però la fortuna è stata quella di avere avuto dei contrattempi che mi hanno fatto arrivare alla quota più bassa raggiunta nel corso la ricognizione nel momento opportuno per avere ancora luce nei posti giusti con colori molto caldi.


giovedì 11 settembre 2014

Si cammina perché ci sono i sentieri, o questi esistono perché si cammina?

Vi propongo un articolo di Fabio Lepre dal titolo il cammino? Roba per sfaccendati, parole scritte da David Le Breton, professore di sociologia all'Università di Strasburgo, autore di numerosi saggi sull'antropologia del corpo, fra i quali Il mondo a piedi. Elogio della marcia (Feltrinelli, 2001). Interessante leggerlo, ma varie delle idee lì brevemente esposte sono a mio avviso molto discutibili.
«Un grande alpinista britannico che ha scalato l'Everest si è sentito un giorno chiedere: lei perché scala le montagne? La sua risposta è stata: perché le montagne ci sono. E lo stesso vale per noi: camminiamo perché i sentieri ci sono, sono là».
Molto discutibile la prima affermazione in quanto, specialmente per le grandi montagne, entrano in campo la sfida con se stessi, la ricerca dei propri limiti, affrontare fatica, rischi e pericoli. Ci sono tanti altri posti dove nessuno si sogna di andare eppure “ci sono”.
In merito alla seconda dissento egualmente, ma per ragioni diverse, più semplici e logiche che, al tempo stesso, ci aprono orizzonti molto diversi e pressoché infinite possibilità. Noi camminiamo perché abbiamo le gambe e siamo nati per spostarci a piedi, non nuotando o volando o utilizzando corde e imbracature. 
I sentieri sono diretta conseguenza del camminare da un luogo all'altro, per qualsivoglia motivo e non viceversa. Oltretutto, come ebbi già modo di scrivere nel post del 18 agosto, il vero camminatore deve essere anche un po’ esploratore
I sentieri sono un limite spaziale che però, per nostra fortuna, è spesso facilmente superabile. Nei boschi, sulle spiagge, nelle praterie, fra le colate laviche, in qualunque posto lontano dai centri abitati non ci sono sentieri eppure si può senz'altro camminare, per di più con il piacere della scoperta senza il vincolo di seguire piste già ampiamente battute e senza i rischi e la fatica dello scalare impervie cime.
Anche di altro si potrebbe discutere, ma è chiaro che nell'articolo sono riportate solo poche frasi tratte da un intero libro. Comunque sia, è sempre interessante conoscere idee degli altri, valutarle, ragionarci e poi attenersi alle proprie conclusioni.
"Two roads diverged in a wood and I - I took the one less traveled by, and that has made all the difference." 
(A un bivio nel bosco, presi il sentiero meno frequentato, e ciò ha fatto la differenza)

Volevo concludere con il succitato aforisma di Robert Frost, ma mentre ne cercavo la versione originale, come al solito, ne ho trovato un altro … Serendipity ... che praticamente è abbastanza in sintonia con quanto ho appena affermato:
Do not go where the path may lead, go instead where there is no path and leave a trail.” Ralph Waldo Emerson (1803 - 1882) 
(Non andare dove conduce il sentiero, vai invece dove non c’è sentiero e lascia una traccia) (1)

Ma la mia conclusione differisce in modo sostanziale, infatti dico
“Andate dove non c’è sentiero e NON lasciate traccia”.
Buona passeggiata … fuori sentiero o, almeno, lungo sentieri non ancora percorsi.

(1) Path e trail si potrebbero anche tradurre strada e sentiero, viottolo e sentiero, mulattiera e sentiero, ecc. 
In ogni caso, ed in particolare in questo nel quale i due termini compaiono nella stessa frase, path si riferisce ad un cammino più chiaro, largo, semplice e battuto, trail ad un vero e proprio sentiero, quindi più stretto e forse accidentato, meno frequentato.