Articolo redatto per la I ed. di L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007)
"Alzati e cammina" non è un
ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità,
non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi
derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che
si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È
sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di
intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi
epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per
muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti
da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una
delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII
sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam
ambulabis”.
Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma
continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto,
moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze
sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva
alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco
salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e
pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti
di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di
chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per
condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni
e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in
ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre
parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per
il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.
Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di
fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo,
inesorabilmente contrapposti:
* camminando più velocemente o più a lungo si
coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete
lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più
interessanti e gratificanti;
* rallentando, o addirittura sostando in
silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un
rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della
natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.
Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di
solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del
termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda,
esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va
in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira,
talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat
diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra
i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia,
architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le
sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.
In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri
sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il
verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare
l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita
la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A
seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza
dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio
camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per
momento, anche con continue variazioni di ritmo.
L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo.
La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può
considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico
percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello
stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo
l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità,
brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per
ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il
termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone
già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace
Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo
Armeno "I tre Principi di Serendippo"
(da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La
storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso,
ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione.
In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo
logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di
giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa
salvarono la vita e divennero ricchi.
Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante.
Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi come The Serendipity Mindset ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.
Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o
destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento
pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze,
eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi
indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o
privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o
semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per
godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere
dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e
con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò
che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a
portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di
goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.
La dovizia di sensazioni che si riesce ad
accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. ©
Giovanni Visetti



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