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domenica 24 ottobre 2021

Lisbona (7): i famosi azulejos e l'ancor più famoso bacalhau!

Chiusura in bellezza con un ritorno all'ottimo Museu Nacional do Azulejo (MNAz), ospitato nell'ex convento Madre de Deus, e con uno squisito baccalà per l'ultimo pranzo (non poteva mancare). Dopo una decina di anni, e con molto piacere, ho visitato di nuovo questa interessantissima collezione di ceramiche, alcune nelle posizioni originali (come quelli nella grande cappella) altre datate dal 1500 circa fino al secolo scorso sono organizzate cronologicamente. Ci sono piastrelle singole o montate in pannelli anche di enormi dimensioni, mattonelle d’argilla policrome e monocolori, ben esposte fra gli arredi e affreschi dell’antico convento.

 
Dalle poche foto inserite qui e da quelle che proporrò in un album a parte, capirete che la mia preferenza va ai soggetti laici e di vita quotidiana, specialmente nei campi, scene di caccia, rappresentazione di animali. Fra questi, il mio preferito resta O casamento da galinha (1660-1667, attribuito a tale Manuel Francisco, 149 x 335 cm), una delle opere più particolari dal significato burlesco non del tutto chiaro. La sposa (una gallina) viene portata all’altare in una carrozza condotta da una scimmia, preceduta da due elefanti; in direzione opposta procede una banda di scimmie che suonano strumenti diversi.

 
Distratto da altre pietanze non sempre facili da trovare, avevo rimandato a questo ultimo giorno il bacalhau essendo certo di trovarlo preparato in uno dei miei tanti modi preferiti visto che in Portogallo si vantano di cucinarlo in 365 versioni diverse, una per ogni giorno dell'anno.


Anche se speravo in un Bacalhau acebolado com batatas douradas (foto sopra, mitico quello di Erminia a Nazaré) o à transmontana ma non mi sono fatto sfuggire un bacalhau a lagareiro, una delle ricette più richieste, ma non banale. Letteralmente significa alla frantoiana (frantoiani sono i conduttori dei frantoi oleari) ed è un tipo di preparazione che si utilizza anche per altri pesci, nonché per polpi, seppie, calamari ecc. e conta innumerevoli varianti. I punti in comune sono la cottura in forno con abbondante olio (visto che si tratta di un frantoio); viene servito con patate (intere non sbucciate) e cipolle (cotte insieme al baccalà) e verdura cotta (nel mio caso verza e fagioli), il tutto cosparso di aglio crudo grossolanamente tritato.

Mi preme tuttavia sottolineare che, al contrario di quanto si pensi, il baccalà non è più diffuso come una volta poiché anche qui, come in Spagna, quello che una volta era cibo povero, oggi è diventato un lusso; lamentela comune sia ai frequentatori di trattorie che alle massaie. Infatti, in qualunque trattoria o ristorante non si trova più fra i piatti di pesce più economici, ma fra quelli di prezzo medio-alto. Comunque, considerate che tutto è relativo e qui resta un affare poiché per questa bella porzione di b. a lagareiro ben cucinato ho pagato appena 6,60. Avevo già notato il conto appena arrivato alla coppia del tavolo alla mia destra ... 13,40 per una porzione di baccalà e una di orata (entrambe ben guarnite) e 1/2 litro di vino! Lisbona è diventata relativamente cara per gli alloggi, ma per il cibo resta l'eden dei buongustai!

mercoledì 18 dicembre 2019

Camminare d'inverno: percorsi a vista mare e non troppo impegnativi

Dove? In Algarve, regione meridionale del Portogallo che comprende tutti i 150km di costa esposta a sud, dal confine con la Spagna fino a Cabo de São Vicente, estremità sudoccidentale del paese. In effetti mi riferisco alle parti più interessanti che sono quelle a ovest, non solo quelle “selvagge” ma anche quelle ai margini delle due cittadine principali: Portimão (4 km di spiaggia e falesie) e Lagos (Ponta da Pietade). A est, invece, la costa è più bassa, i piccoli centri (oggi tutti turistici) sono più ravvicinati e poi si arriva alle lagune e isole sabbiose del Parque Natural da Ria Formosa a sud di Faro, il capoluogo, di accesso più complicato.
Avendo svernato lì per 3 anni, con base a Portimão, e camminando una media di 500km al mese posso dire di aver percorso più volte quasi ogni sentiero, anche se nella maggior parte dei casi non li si potrebbe chiamare così. Infatti, come potrete vedere dalle centinaia di foto, molte volte si cammina lungo ampie spiagge, dove la marea lo permette, poi si sale sul promontorio al limite trovando un passaggio fra la macchia e poi si ridiscende “a occhio” sulla spiaggia successiva. 
Tuttavia, talvolta si procede per lunghi tratti lungo il ciglio di falesie (non troppo vicino in quanto si tratta di terreno friabile o ci si può trovare su "trampolini", foto sotto) e qualche volta si deve guadare un piccolo corso d’acqua.

   

Nella pagina dedicata al primo svernamento (2008/9) ho inserito anche una mappa generale per facilitare la localizzazione delle escursioni e queste sono elencate da ovest verso est e comprendono anche quelle che affacciano a occidente, che ricevono le enormi onde dell’Atlantico. Visto che la pagina include tutto lo svernamento, ci sono anche le foto di altri luoghi (regioni portoghesi del centro e dell’interni, ma anche Spagna) dove, con il mio collega orientista, ci recavamo nei weekend per partecipare a gare locali e internazionali. 
Ogni link apre una galleria Google che comprende almeno una dozzina di foto, ma alcune arrivano a varie decine di immagini.

   


La parte occidentale, salvo le lunghe spiagge di Castelejo e Cordama con le loro caratteristiche rocce (a sx), si percorre al limite di una vasta area pianeggiante segnata da numerosi stradoni sterrati che conducono alle varie aziende agricole e allevamenti. La parte più a nord (Arrifana e Carrapateiro) è spesso battuta dalle onde che, frangendosi sugli scogli presso la costa creano affascinanti giochi d'acqua (a dx). 


Area poco frequentata al contrario di quella attorno Sagres, il centro abitato più a sud ovest, che comprende la peculiare Fortaleza (con una sola muraglia pressoché rettilinea in quanto tutt'intorno è delimitata da impassabili falesie rocciose a picco sul mare, sopra) e il caratteristico faro di Cabo de São Vicente (sotto).



Si può camminare da Sagres a Lagos lungo la costa incontrando il primo paesino dopo una ventina di km: Burgau, in origine abitato da pescatori, oggi più turistico ma ancora molto caratteristico con le sue stradine contorte e acciottolate. Nei 10 km successivi, appena superata Praia da Luz, si sale punto più alto della costa (appena un centinaio di metri) dove spicca l’obelisco dell’Atalaia (sotto a sx) che in effetti è un vertice geodetico. Seguendo le tracce di altri camminatori si riesce ad evitare l’abitato di Porto Mos e andare direttamente a Ponta da Pietade, ben nota per i suoi innumerevoli e affascinanti archi naturali (sotto a dx) e di lì a Lagos.

   


A est di questa grande cittadina c’è una lunga spiaggia (Meia Praia) di scarso interesse se non balneare, fino alla foce dell’Odiaxere, impassabile. Tanto vale riprendere direttamente dall’altro lato, da Alvor, da dove l’accesso alle dune e alla spiaggia fino alla foce è certamente più agevole e quindi proseguire per le spiagge di Portimão dopo aver superato il promontorio attraversando la pineta e spingendosi verso il ciglio delle falesie per viste molto interessanti.


Sull’altra sponda dell’Arade (fiume navigabile almeno fino a Silves) si ricomincia a camminare sulle falesie da Ferragudo, ma con tratti più brevi rispetto alla parte fra Sagres e Lagos in quanto sono più frequenti i nuovi insediamenti turistici. Ciò non toglie che ci sono percorsi molto interessanti, con tanti saliscendi, che portano a punti panoramici con offrono scorci che vale senz’altro la pena ammirare.

   

Inoltre, è bene sottolineare che l’Algarve è relativamente economico, specialmente in inverno e inizio primavera, le temperature in detti periodi sono miti e le piogge sono scarse e, certamente non di minore importanza, cibo e vino sono ottimi e a buon mercato se si resta lontani dai ristoranti turistici.

martedì 27 febbraio 2018

Trovare trattorie, osterie o bettole “originali” è sempre più difficile!

I motivi sono tanti. Saltando a piè pari tutti quelli relativi a tasse e requisiti come i vari tipi di bagni, spogliatoio personale, diversi tipi di frigo, HACCP, ..., ce ne sono un altro paio che, seppur in modo opposto fra loro, condizionano l’originalità dei locali in questione.
Comincio con quello più “sgradevole”, gli arroganti e scostumati, spesso incolti arricchiti (tuttavia miserabili) che “per moda” vanno in trattoria pretendendo di avere un servizio da ristorante, si comportano in dispregio di ogni basilare regola di seppur minima educazione, trattano il (ridottissimo) personale come se si stessero rivolgendo a degli schiavi e, se sono in gruppo, anche 4 bastano, sono inutilmente ed esageratamente rumorosi. Chiedono di cambiare posate più volte, piatti extra, centinaia di tovaglioli, doppi bicchieri, ecc. senza rendersi conto del fatto che molte di queste attività sono a gestione familiare e cucina, pulizia e servizio ricadono solo su tre persone, delle quali almeno due impegnate su più fronti.
Dopo aver terminato il pasto, anche se vedono gente in attesa, restano al tavolo a chiacchierare senza curarsi del fatto che trattorie e simili contano sul fatto di fare più turni e quindi non si possono permettere di avere i pochi tavoli occupati per ore intere. Infine, dopo essersi ben abbuffati pagando quattro soldi rispetto al loro standard abituale in ristorante, se ne vanno lamentandosi del servizio e lasciando (forse) una mancia, ovviamente da pezzenti (senza voler offendere i veri mendicanti), che anche nel caso di un conto per una decina di persone è inferiore a quanto pagano per un solo drink in un locale “ber bene”.
Questo comportarsi da barbari (“tanto è una trattoria”) condiziona ovviamente la cucina, il servizio, i costi e quindi i prezzi, la disponibilità del personale e la tranquillità del locale, rendendo quindi molto meno piacevole il pranzo degli altri avventori.
L’altro problema è di genere completamente opposto e non sempre è negativo per i gestori, ma lo è solo per i vecchi clienti, abituati ad un certo tipo di cucina e di ambiente. Molte trattorie “storiche” si sono fatte un buon nome, sia per la cucina che per l’ambiente familiare e genuino, proponendo piatti “poveri” che spesso non si trovano facilmente nei menù, con porzioni relativamente abbondanti e prezzi contenuti.
Un po’ per la crisi e un po’ “per moda” questi locali, sia in città che in paesini di campagna, nel corso degli ultimi anni hanno attirato l’attenzione non solo di chi vuole risparmiare pur mangiando bene, ma anche di veri buongustai e di persone alla ricerca di sapori antichi e genuini con l’ovvia conseguenza di un’eccessiva notorietà che in alcuni casi continua ad aumentare in forma esponenziale specialmente se i loro nomi finiscono su guide gastronomiche come “Osterie d'Italia”, “Gambero rozzo” e simili.
Anche evitando i barbari (che con un po’ di fermezza possono essere dissuasi) per i gestori resta il problema di un cambio radicale nell’organizzazione:
si deve produrre molto di più nella solita cucina di spazio limitato, i piatti non sono sufficienti, così come le posate (specialmente se si cambiano), molti richiedono il doppio bicchiere (altro spazio, altro lavoro), i frigoriferi devono essere più grandi e separati, anche le bevande occupano molto spazio in più per i vini imbottigliati, l’acqua, la CocaCola (nelle sue varie versioni Light, Zero, ecc.) mentre una volta la scelta era limitata a vino (dalla damigiana o dal barile) o acqua (dal rubinetto) = zero costi di refrigerazione e poco spazio per lo stoccaggio.
Tutti avrete notato che ormai molte nuove pseudo-trattorie hanno menù (e in più lingue), camerieri con grembiuli o almeno “in divisa”, bicchieri a calice di tutte le dimensioni, non propongono vino locale a quartini, mezzi o litri e quello che più mi tiene lontano da questi falsi locali sono i piatti con spigoli e quelli a cappello di prete rovesciato!

Infine, c’è il problema - comune a tutto il settore della ristorazione - delle nuove generazioni abituate al junk food e cresciuti a merendine confezionate e delle allergie ed intolleranze alimentari sempre più frequenti (anche se penso che molte siano vizi, visto che spesso le eventuali conseguenze sono solo un po' di "pesantezza"). Come gli altri esercizi, anche le trattorie sono ormai soggette a mille richieste di variazioni e/o "senza" (aglio, cipolla, peperoni, formaggio, pepe o peperoncino, ecc.), ma questo argomento necessita di post apposito.
Tutto ciò ha comportato un drastico cambio di ambiente nel senso di perdita di genuinità, notevoli rialzi dei prezzi, riduzione delle porzioni medie e appiattimento dei sapori nonostante le fantasiose descrizioni dei piatti, quasi da nouvelle cuisine.
due momenti dello stesso pasto (per una persona!) al Tunel de Alfama (maggio 2017)
nei 6,50 Euro era compreso anche pane, dolce e caffé ed il mezzo litro di vino

Per mia precisa scelta rifuggo da questa nuova interpretazione dei termini trattoria e osteria e continuo a frequentare assiduamente e con soddisfazione quelle più tendenti alle bettole (nel miglior senso della parola) dove non esistono menù ma si propongono i “piatti del giorno” (vedi foto di apertura, Tunel de Alfama, Lisbona) fra i quali c’è sempre una minestra o zuppa come lenticchie e scarole,  màccu di favi, minestra maritata, pasta e cicerchie ... e si possono ancora trovare piatti veramente tradizionali come frittura di mazzamma, braciole di cotiche, cassoeula, trippa e fagioli, dove i piatti sono scompagnati, si ha un solo bicchiere e le posate non si cambiano.

Glossario (da Treccani.it)
  • trattorìa – Pubblico esercizio, con una o più sale, dove si possono consumare pasti completi; ha in genere tono più modesto rispetto al ristorante, ma spesso il nome di trattoria è assunto anche da ristoranti caratteristici di alto livello.
  • osterìa – Nel passato, locanda dove si poteva mangiare e trovare alloggio. Oggi, locale pubblico, di tono modesto e popolare, con mescita di vini e spesso anche con servizio di trattoria.
  • béttola – Osteria d’infimo ordine con spaccio e mescita di vino e talora con servizio di cucina; quasi sempre spregiativo. 

mercoledì 30 novembre 2016

Feste molto rumorose al suono di "cacharros"

* Fiesta de los cacharros (Valle de La Orotava, Tenerife, Canarias) 
* Arrastre de latas (Algeciras, Andalucia)

Due feste infantili simili, di origini incerte e comunque diverse, legate a due località molto distanti fra loro.
La prima si celebra (almeno nella versione attuale) la sera del 29 novembre, vigilia della festa di Sant'Andrea, patrono di Icod de los VinosQui e in altri centri del Valle c'è la tradizione di mettere insieme una quantità di latte, lattine e scatole di banda stagnata creando soprattutto "serpenti" più o meno lunghi, ma i più creativi le uniscono nelle forme più strane. 
Cacharro significa piccolo recipiente, ma anche coccio o una cosa vecchia in genere. Ragazzi e bambini nei giorni precedenti si procurano non solo barattoli e latte ma addirittura bagnarole e piccoli elettrodomestici, insomma qualunque cosa che, trascinata per strada, faccia rumore.
L’origine, come detto, non è certa. Oltre ad una teoria che la lega al mettere in fuga le streghe con il gran fracasso, tutte le altre sono connesse con Sant’Adrea e il vino. Una leggenda vuole che San Andrés zoppicasse, ma non si sa se per malformazione o per essere ubriaco e comunque los cacharros gli sarebbero stati legati ai vestiti da bambini impertinenti. Più o meno simile quella che narra che i bambini svegliano il santo al suono di cacharros per non farlo arrivare tardi alla sua festa, qui legata al vino (apertura delle cantine) che viene accompagnato da castagne arrostite nelle classiche "fornacelle" tronco-coniche. Oltre un paio di settimane di ritardo rispetto all’italica tradizione secondo la quale "a San Martino ogni mosto è vino" (11 novembre), ma qui siamo alle Canarie.
   
Il 29 era anche il giorno in cui si usava andare in riva al mare a lavare botti e barili con acqua salata prima di travasare il vino e a ciò è connessa una ulteriore ipotesi cioè che i padroni delle cantine, andando a lavare i fusti e le botti in riva al mare trascinavano cacharros per annunciare che il vino era pronto..
«Hoy es día 29,/ víspera de San Andrés./ Las castañas están al fuego,/ el vino ya está en el jarro/ y en el Puerto de la Cruz/ todos ruedan el cacharro».
Oggi è 29, vigilia di Sant’Andrea. Le castagne sono sul fuoco, il vino nel boccale  a Puerto de la Cruz tutti “ruedan el cacharro”.
Fino agli anni ’80 è stata una gran festa, poi cadde quasi nell’oblio per poi tornare di moda nei luoghi di produzione (La Orotava, Icod de los Vinos, ecc.) e a Puerto de la Cruz dove venivano lavati i barili.
   
La seconda, detta anche Cabalgata de las latas, è invece connessa con l'epifania, festa molto sentita in tutta la Spagna in quanto è allora che i bambini ricevono i loro regali più importanti. Alla festività ci si riferisce come Los Reyes "("I Re", ovviamente Magi).
Anche in questo caso le ipotesi in merito all'origine e significato sono molteplici. I bambini il 5 gennaio devono farsi sentire dai Magi poiché il malvagio " gigante de Botafuego" in quel giorno crea una coltre di nubi o fumo che oscura le luci della città e di conseguenza Los Reyes passano oltre senza lasciare alcun dono. Più semplicemente altri sostengono che anticamente i bambini univano tutti i giocattoli rotti o vecchi (un tempo per lo più di latta) per ricordare ai Magi che avevano bisogno di riceverne di nuovi.
   
Pur essendo caratteristica di Algeciras (alle cui spalle si trova Botafuego) , attualmente feste simili si svolgono anche a Tarifa e Cadice entrambe a pochi km di distanza, lungo la costa della parte più meridionale della penisola iberica. La sfilata rientra nella ben più importante Cabalgata de los Reyes.
Il termine cabalgata non significa solo “cavalcata” (sebbene sia l'origine della parola), ma una sfilata in genere, con o senza cavalli, spesso con carri, persone in costume, ecc. 

domenica 15 novembre 2015

Ha senso chiedere “Qual è il/la migliore?”

Domande di questo tipo erano ricorrenti e fra le più frequenti che gli escursionisti (in particolare gli americani) che facevano parte dei gruppi che guidavo lungo i sentieri mi ponevano.
Qual è il/la migliore xxx?” riferendosi a pizzerie, gelaterie, vini, pasticcerie, ristoranti, caffè, sentieri, alberghi, e via discorrendo. Ho sempre trovato domande di questo tipo assolutamente oziose, futili, inutili, e potrei continuare con quasi-sinonimi che ai più suscettibili potrebbero apparire offensivi. Per tutti gli esempi appena proposti il metro di giudizio è estremamente soggettivo e quindi dare un consiglio-valutazione di quel tipo ad una persona che non si conosce per niente diventa ancora più campato in aria, senza senso e inopportuno.
Per fare qualche esempio, la pizza napoletana (originale) è morbida e sottile, ma molti la preferiscono croccante o spessa quanto una focaccia. Come si fa ad indicare la migliore ammesso che si abbia avuto l’occasione di mangiare in “tutte” le pizzerie dell’area?
Discorso simile vale per i gelati e ancor di più per i vini non sapendo se l’interlocutore preferisce i secchi, corposi, rossi o bianchi, ad alta o bassa gradazione per non parlare dell’accoppiamento con i cibi.
Per gli alberghi dipende da ciò che si richiede: tranquillità, panorama, piscina, centralità ... e tuttavia si dovrebbe presupporre che chi risponde dovrebbe conoscere un numero spropositato di alberghi.
Qualunque sia l’argomento neanche gli “esperti”, veri o presunti che siano, riescono a concordare su alcuna decisione tant’è vero che nemmeno sui più famosi e semplici dualismi sportivi si contrappongono opinioni contrastanti: Coppi vs Bartali, Mazzola vs Rivera, Messi vs CR7 ...
Penso sia chiaro che è inutile pormi questo tipo di domande e nei casi nei quali non posso fare a meno di rispondere non fornisco risposte nette ed univoche ma una lunga e articolata discettazione composta di tanti “se” (ipotesi iniziali) seguiti dalle relative conclusioni.
Al contrario, trovo molto utili le liste di “suggerimenti” (brevi o lunghe che siano) in quanto comprendono una buona varietà di proposte fra le quali ognuno potrà scegliere quelle che più si addicono ai propri gusti, capacità e possibilità economiche. Per esempio in una lista di dieci o più buoni film o libri (senza alcun ordine di merito) senz’altro ognuno potrà trovarne alcuni che fanno al caso proprio. 
Tutto quanto detto finora è perfettamente applicabile anche ai sentieri in quanto, come ho già scritto tante volte, non può esistere il migliore poiché si dovrebbero considerare una marea di fattori che vanno al di là dei pochi elementi oggettivi quali lunghezza, dislivello e pendenze, includendo periodo dell’anno, condizioni meteo e capacità e forma dell’escursionista.

Sulla scorta di queste premesse nei prossimi post suggerirò una serie di sentieri che, a mio parere, sono fra i più interessanti e spettacolari. Descriverò concisamente i meriti quanto più oggettivi possibile di alcuni tratti, ma non escursioni complete, aggiungendo qualche suggerimento per includerli in un percorso più lungo che ciascuno organizzerà liberamente.
Nell’intento di evitare che qualcuno possa interpretare la lista in calce come una classifica, ho elencato i sentieri in base alla loro posizione procedendo da est verso ovest, in direzione di Punta Campanella e Capri. Ripeto, a scanso di equivoci, che io stesso non saprei comporre una classifica fra essi poiché potenzialmente sono tutti egualmente affascinanti se affrontati nei giorni adatti, con tempo, visibilità e temperatura giusti, per le persone che siano in grado di goderseli senza “farsi uscire gli occhi di fuori” ...
  • Tre Calli - Capo Muro (+Monte Catiello)
  • Crinale Conocchia (+Molare)
  • Caserma Forestale - frana 4 gennaio 2002
  • Punta Bandera - Casa del Monaco (+Cerasuolo)
  • Capodacqua - Monte Comune - cancello di Arola
  • Campanella - San Costanzo (+Vuallariello)
  • Migliera - Cocuzzo - Solaro - Cetrella 

Il migliore in assoluto non esiste, ma probabilmente ognuno potrà trovare il suo personale preferito nelle "liste dei migliori".

domenica 3 agosto 2014

Proverbi, saggezza dei popoli: vino vs. acqua

Non sono colti aforismi, non sono massime, non sono leggi, né della natura, né degli uomini, eppure sono stati per secoli guida e consiglio per quasi ogni occasione.
Dico “sono stati” in quanto gli stili di vita sono molto cambiati rispetto al passato e pertanto alcuni di essi si riferiscono a oggetti, luoghi e azioni che non esistono quasi o proprio più.
Questa volta lo spunto per il post mi è stato fornito da una chiacchierata sul vino (quello genuino, senza etichette) che ci ha portati a citare alcuni modi di dire e proverbi relativi al bere ed in particolare all'eterno suo contrasto/paragone con l’acqua.
Siamo partiti da un classico della lingua napoletana: Acqua â fraveca e vino ê fravecature, per poi passare a L’acqua nfraceta ‘e bastimienti a mare, L’acqua va dint’ ‘a spalla e via discorrendo.
Conoscendo i tanti punti in comune (per innegabili ragioni storiche) con gli spagnoli, mi sono preso la briga di effettuare una breve ricerca per sapere quali fossero le loro posizioni tradizionali in merito.
Ho trovato molte similitudini, qualche banale adattamento del latino In vino veritas, ma anche tanti sagaci accostamenti e paragoni. Ve ne propongo qualcuno a cominciare da quelli attinenti all'opposizione acqua-vino:
Il pesce vivo ha bisogno dell’acqua, quello morto del vino
Riso, pesci e cetrioli nascono con l’acqua e muoiono con il vino
Acqua per i buoi e vino per i re
Acqua a torrenti e vino a sorsi
Questo ci riporta al primo che vi ho proposto, ma al posto dei muratori ci sono i tagliaboschi che una volta, manco a dirlo, operavano solo a mano
Grasso per la sega e vino per chi sega
Ne riporto solo qualcun altro, ma si potrebbe continuare all’infinito:
Con il cavolo pancetta e con la pancetta vino
L’uovo di oggi, il pane di ieri e il vino invecchiato a tutti giovano e a nessuno nuociono
Brodo freddo e vino caldo perdono tutto il loro valore
Con buon formaggio e miglior vino, si accorcia il cammino
Un boccone di pane, una fettina di formaggio e un bacio alla fiaschetta

Troppo vino non mantiene segreti né parole date
Chi va alla cantina e non beve, asino entra e asino esce
L’uva ha due sapori divini: come uva e come vino
Nel tagliare bene e versare vino si vede chi mi vuole bene e chi mi vuole male
Meglio morire nel vino che vivere nell'acqua, disse il moscerino alla rana
Chi non beve vino ad un funerale, il suo è prossimo
Olio e vino, balsami divini
Una cena senza vino è come un giorno senza sole
Bambino, mangia e crescerai; vecchio, bevi e vivrai
Il vino non nuoce a nessuno se bevuto con giudizio
Un bicchiere di vino invecchiato, dà allegria, forza e giudizio

sabato 1 febbraio 2014

Varie: Occhi aperti e cervello in moto!

Facendo seguito a quanto scritto nel post precedente e forte del commento di Quattroframmenti ritorno brevemente sul tema della fiducia (mai cieca) in quello che si legge, in particolare in internet.
Come al solito mi avvalgo di esempi che, pur nella loro estraneità ai temi dell’escursionismo, nella loro essenzialità suggeriscono di stare sempre allerta e di valutare quanto si legge. 
Comincio con una regola fondamentale della logica: quando, su un qualunque tema, vi trovate di fronte a teorie o affermazioni in contrasto fra loro, tenete ben presente che solo una può essere giusta o anche nessuna, ma mai due di esse in quanto si negano a vicenda. E ciò vale per notizie assolutamente contrastanti che si leggono su giornali di diverso colore politico, per teorie scientifiche, per misurazioni e chiaramente anche per le religioni. Solo una di esse è, forse, vera.
Classifiche e suggerimenti. Cercate di immaginare chi possa aver valutato o votato. Se, per esempio su TripAdvisor compare una classifica delle migliori pizzerie di una qualunque località turistica, è più che lecito pensare che i votanti/esperti/giudici siano per la maggioranza stranieri, casomai provenienti da paesi in cui le pizze surgelate vengono reclamizzate come “croccanti come le vere pizze italiane”!!
Asserzione quantomeno blasfema e sacrilega. Vi fidereste di queste pizzerie? Per me sarebbe un buon motivo per evitarle.
E per rimanere in tema gastronomico vi racconto di una geniale messa in ridicolo della più famosa rivista americana che tratta del buon bere: Wine Spectator.
Robin Goldstein (autore, difensore dei consumatori e creatore di Fearless Critic, nemico delle bestialità scritte su cibo e vino) nel 2008 decise di verificare come venivano attribuiti i premi Award of Excellence di Wine Spectator.
Quindi decise di aprire un ristorante “virtuale” a Milano (L’Intrepido) con un telefono al quale rispondeva una segreteria telefonica, pagò la quota di 250 US$, inviò un bel menù (una improbabile amalgama di originali ricette di nouvelle cuisine italiana) e la lista dei vini.
Nell’agosto 2008 all’Intrepido fu conferito il premio Award of Excellence, ma poco dopo sparì dal sito di Wine Spectator non perché si accorsero di essere stati presi in giro, ma perché fu lo stesso Goldstein che il 15 agosto rese pubblica la storia al meeting dell’American Association of Wine Economists a Portland, Oregon.
I responsabili della rivista sostennero di aver chiamato più volte il ristorante, ma nell’unico loro messaggio registrato sulla segreteria proponevano solo di comprare uno spazio pubblicitario (altra bella figura).
Per aggiungere la ciliegina sulla torta, Goldstein oltre alla necessaria lista di circa 250 vini aveva aggiunto una lista di vini ufficialmente “riserva”, ma scelti fra quelli ai quali Wine Spectator aveva attribuito punteggi molto bassi. Ciò dimostrava che era possibile attribuirsi il premio anche con una cantina pessima che per di più non esisteva!
Al link seguente trovate tutta la storia, nonché la lista dei vini e addirittura la registrazione del messaggio lasciato sulla segreteria telefonica (mp3)
Altra famosa genialità che vi segnalo fu quella attuata da ricercatori dell’università di Bordeaux, Francia, che presentarono un nuovo vino rosso che in effetti era un bianco colorato artificialmente senza alcuna variazione di sapore. Altra bella figura per esperti e sommelier.