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martedì 9 agosto 2022

Microrecensioni 226-230: pre-code movies con tante star

Dicendo pre-code Hollywood ci si riferisce ai film sonori prodotti negli US dal 1929 alla metà del 1934, quando i limiti imposti dal cosiddetto Hays Code (del 1930) cominciarono ad essere effettivamente fatti osservare. Le sceneggiature dovevano rispettare la morale, la simpatia del pubblico doveva essere sempre indirizzata verso i buoni e non si dovevano criticare o mettere in ridicolo leggi naturali, religiose e umane. Fra le tante indicazioni specifiche, si proibiva di mostrare nudi, baci eccessivi e lussuriosi, assunzioni di droghe, esecuzioni esplicite di delitti, allusioni alle perversioni sessuali (che allora comprendevano l'omosessualità), pronunciare alcune parole, trattare adulterio e sesso illegale, relazioni fra persone di razze diverse. Tanti nomi famosi in questi cinque film, per lo più commedie romantiche; due sono diretti da Lubitsch, un maestro del genere, e uno di von Sternberg. Fra gli attori compaiono due volte ciascuno Miriam Hopkins, Cary Grant e Gary Cooper, ma ci sono anche Marlene Dietrich, Mae West, i fratelli Marx, Adolphe Menjou e Fredric March. Nessuno dei film è estremamente osé (neanche per gli standard dell’epoca) ma alcuni dettagli ne impedirono la circolazione dopo il 1934.

 
Morocco (Josef von Sternberg, USA, 1930)

Primo film americano della Dietrich e unica sua Nomination Oscar (altre 3 andarono alla regia, fotografia e scenografia) e fu anche il primo a essere proiettato in USA perché il famoso The Blue Angel (L’angelo azzurro, 1930, von Sternberg) fu distribuito solo successivamente. L’ambiente ricorda quelli di altri film famosi ambientati nei protettorati francesi in nord Africa come l’imperdibile Casablanca (1942, Michael Curtiz, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ambientato in Marocco come questo) o il francese Pépé le Moko (1937, Julien Duvivier, con Jean Gabin) e l’immediato adattamento hollywoodiano Algiers (1938, John Cromwell, con Charles Boyer e Hedy Lamarr), tutti film da non perdere. L’azione segue un battaglione della Legione Straniera a Mogador e i protagonisti sono un legionario donnaiolo (Cary Grant), un’avvenente cantante (Marlene Dietrich) e un ricco pittore (Adolphe Menjou). Ci saranno alti e bassi nei rapporti fra i tre, ma non fu tanto questa la ragione della successiva censura, né una donna indigena con i seni completamente scoperti, quanto il famoso bacio della Dietrich sulla bocca di una cliente del Cabaret Lo Tinto dove lei si esibiva. Film cult, anche se non conosciutissimo, originale per la bella ambientazione e l’uso esclusivo di suono diegetico, quindi in assenza di commento sonoro. Famosa è la scena finale.

I’m No Angel (Wesley Ruggles, USA, 1933)

Da molti giudicato il miglior film di Mae West, già star del teatro come interprete e autrice, ma solo alla sua seconda apparizione sul grande schermo, a quasi 40 anni. Oltre che protagonista assoluta, sempre con un fare sprezzante e/o ammiccante nei confronti degli uomini che ambivano a entrare nelle sue grazie, fu anche sceneggiatrice e curatrice dei dialoghi, spesso molto taglienti, adattati dal suo omonimo lavoro teatrale del 1925. Cary Grant entra in gioco solo nella seconda parte per aiutare un amico, ma finisce prima irretito dalla vamp e poi anche in tribunale. Anche se datato, i brillanti dialoghi reggono ancora oggi e non hanno niente da invidiare alle migliori comedie moderne nonostante i 90 anni trascorsi.

  
Design for Living (Ernst Lubitsch, USA, 1933)

La censura imposta dal codice Hays non consentì il rilancio di questo film a fine anni ’30 per il triangolo (quasi quadrilatero) amoroso e relative allusioni e implicazioni. Due grandi amici americani condividono un piccolo appartamento a Parigi e si innamorano di una stessa ragazza. Competono nel farle la corte, sorgono gelosie, uno approfitta dell’assenza dell’altro, entrambi hanno successo, vengono abbandonati e … guardate il film per sapere come va a finire! Una delle tante brillanti commedie dirette da Lubitsch, ottimo regista berlinese immigrato in USA nel 1923 dopo pochi anni di successi in patria. Diresse le più famose attrici dell’epoca fra le quali Marlene Dietrich, Greta Garbo, Carole Lombard e Miriam Hopkins, distinguendosi per il suo stile che fu definito Lubitsch Touch.

Trouble in Paradise (Ernst Lubitsch, USA, 1932)

In questo film la commedia romantica si tinge di noir per avere fra i protagonisti una coppia di ladri di alto livello. Si comincia con alcuni furti in grande albergo veneziano per poi spostarsi oltreoceano. I due soci/amanti prendono di mira una ricchissima signora e si fanno assumere con l’obiettivo di sottrarle una gran quantità di danaro. Trama abbastanza articolata e per niente ripetitiva, costituita da tanti piccoli eventi (alcuni includono un po’ di suspense) quasi mai scontati e ottimamente interpretata da un gruppo di collaudati caratteristi.

The Cocoanuts (Robert Florey e Joseph Santley, USA, 1929)

Primo effettivo film dei fratelli Marx (uno precedente non fu mai distribuito ed è andato perso), nella formazione a quattro in quanto manca Gummo che non apparve mai nei loro film. Zeppo, già qui in un ruolo minore, partecipò solo a 6 film del gruppo, del quale rimangono nella memoria collettiva quasi esclusivamente Groucho, Chico e Harpo. Essendo un adattamento di una commedia di Broadway porta con sé vari numeri solo musicali o cantati e alcune coreografie molto articolate. Il resto del tempo si passa con i giochi di parole, le gag di Harpo (il muto) abilissimo borseggiatore, i discorsi insensati di Groucho il seduttore e le manfrine di Chico (dall’accento italiano) ottimo musicista oltre ad essere perfetta spalla per i fratelli in qualunque occasione. Questi sono gli elementi che li resero poi famosi anche nel mondo del cinema senza avere più bisogno di ballerine e canzoni. Vale la pena di spendere due parole per Margaret Dumont, che appare sempre nella parte l’iconica matrona ricca e di sani principi morali, spesso circuita da Groucho. Perfettamente adatta al ruolo, pare che abbia confessato di non aver mai compreso i giochi di parole e i nonsense dei fratelli Marx né sulla scena né in privato.

mercoledì 16 febbraio 2022

Microrec. 51-55 del 2022: altri 3 pluricandidati Oscar e …

Mi sembra sempre più scadente il livello medio del lotto di candidati agli Oscar 2022. Anche quest’anno ci sono biopic e sceneggiature adattate in quantità; tranne Belfast e (seppur di inferiore qualità) Don’t Look Up, sembrano non esistere più buone sceneggiature originali! Cinquina complessivamente mediocre in quanto anche gli altri due film, pur avendo aspetti interessanti, non sono veramente coinvolgenti.

 
Nightmare Alley (Guillermo del Toro, 2021, USA)

Remake dell’omonimo film del 1947 (a sua volta tratto dal romanzo omonimo), diretto da Edmund Goulding, con protagonista Tyrone Power; 4 Nomination (miglior film, scenografia, fotografia, costumi). Avendo guardato l’originale, posso dire che questa versione di Guillermo del Toro si regge solo sull’ottima fotografia, le luci molto scenografiche ancorché irreali, il grande uso di grandangoli e il design nel suo complesso. Tanti nomi di rilievo, anche se in piccole parti, si fanno apprezzare ma il protagonista Bradley Cooper si dimostra ancora una volta assolutamente inadatto. Altra pecca è l’eccesiva durata: 2h30’! Anche i critici non l’hanno accolto troppo bene, 79% di recensioni positive non sono un gran risultato per un ricco film che aspira agli Oscar.

Being the Ricardos (Aaron Sorkin, 2021, USA)

Biopic su una famosa coppia di artisti dello spettacolo; 3 Nomination (migliori attori protagonisti Nicole Kidman e Javier Bardem, non protagonista J.K. Simmons). Dalle candidature risulta evidente che sia stato apprezzato solo il cast; il montaggio risulta estremamente confuso e i continui salti temporali non fanno apprezzare il poco di buono del film. Anche se l’azione principale si focalizza sulle riprese di una famosa sit-com in una settimana dei primi anni ’50, vengono inserite tanti altri avvenimenti degli anni precedenti, senza fornire alcun preciso riferimento. Anche questo film non è stato troppo apprezzato dalla critica, il 68% su RT significa che 1 recensioni su 3 è stata negativa. Nicole Kidman viene data come favorita per l’Oscar. 

  
The Eyes of Tammy Faye (Michael Showalter, 2021, USA)

Biopic su una famosa coppia di predicatori evangelisti (lei quasi invasata, lui avido approfittatore) che fra gli anni ’70 e ’80 misero su una potente organizzazione pseudoreligiosa con tanto di proprio canale televisivo, parco di divertimenti e società immobiliari. 2 Nomination: migliori attrice protagonista Jessica Chastain, trucco e acconciature. Forse interessante per gli americani che ricordano quel periodo visto che si fanno anche tanti riferimenti ad altri predicatori e ai loro legami con la politica; per il resto del mondo sembra incredibile come possano essere arrivati tanto in alto (me certo non moralmente). Anche questo film non avuto grande successo di critica (69%) né di pubblico (6,7 su IMDb). Se Jessica Chastain interpreta bene la propria parte, non si può dire altrettanto di Andrew Garfield, tuttavia candidato come miglior attore protagonista, ma per Tick, Tick … Boom! (altro biopic, altro film deludente).

Le petit soldat (Jean-Luc Godard, 1963, Fra)

Fra i registi iconici della Nouvelle Vague, al sopravvalutato Truffaut certamente preferisco Godard che in questo film del suo primo periodo mantiene ancora lo spirito veramente innovativo del movimento. In bianco e nero e con tanta camera a mano narra di un improbabile gioco di spie, killer e terroristi ai margini della guerra franco-algerina. Trama poco interessante e poco plausibile, con vari lunghi rallentamenti relativi alla love story fra i protagonisti (di fazioni opposte) alternati a pedinamenti e inseguimenti. La tecnica è la parte meritevole, la sceneggiatura lascia molto a desiderare.

Viramundo (Pierre-Yves Borgeaud, 2013, Fra)

Di questo pseudo-doc mi aveva attratto il protagonista (il cantautore brasiliano Gilberto Gil) ed il suo confronto con le realtà degli aborigeni australiani e delle comunità di colore del Sud Africa, ma si è rivelato poco interessante dal punto di vista musicale e astruso dal punto di vista antropologico che vorrebbe paragonare gli africani portati in Brasile come schiavi dai portoghesi, agli aborigeni quasi sterminati dagli inglesi e ai sudafricani oppressi e colonizzati dai boeri. Pochi i momenti interessanti e troppe riprese con l’artista in primo piano.

martedì 13 aprile 2021

micro-recensioni 76-80: commedie nettamente migliori delle precedenti 5

Secondo gruppo delle commedie dark i cui titoli li ho recuperati dalla lista: 70 Hilarious Dark Comedy. Questi si sono rivelati mediamente molto migliori dei primi 5, dei quali sono uno mi era piaciuto; qui solo uno non mi è piaciuto … il più noto e quotato.

 

Office Space (Mike Judge, 1999, USA)

Arguta e originale commedia sarcastica, ambientata in un tipico ufficio americano, di quelli enormi e sovraffollati, con i dipendenti chiusi nei classici separé (nel film “cubicoli”) dai quali ogni tanto si vede sporgere una testa. Perfettamente azzeccati i dialoghi (più che altro monologhi) fra il capufficio e la vittima di turno, così come le interviste dei due esperti che devono scegliere quelli di cui l’azienda può fare a meno. Anche le scene al fast food sono indovinate e senza alcuna esagerazione. Film indipendente senza grandi nomi e, a maggior merito, l’unica star (Jennifer Aniston) ricopre ruolo secondario e non da vamp. Senz’altro il migliore e più divertente di questa cinquina, con personaggi ben delineati e molte sorprese non banali. Da vedere, non si può raccontare … consigliato.

American Psycho (Mary Harron, 2000, USA)

Originale thriller che vede nei panni del protagonista il sempre convincente Christian Bale. Un executive newyorkese di successo vive una doppia vita, una di tipo maniacale, l’altra tendente al disturbato. Ben descritto il personaggio e quelli che gli ruotano attorno. Completa il quadro una buona sceneggiatura condita con qualche inaspettato twist. In vari punti rischia di cadere troppo nello splatter, ma in sostanza riesce a non esagerare. Merita una visione da parte degli appassionati del genere.

  

Adaptation (Spike Jonze, 2002, USA)

L’idea di fondo mi è parsa geniale, la combinazione di un libro (saggio/romanzo) reale difficile da sceneggiare, in un film con sceneggiatura altrettanto difficile da mettere insieme visto che fra i protagonisti ci sono l’autrice Susan Orlean (interpretata da Meryl Streep) e il soggetto della sua inchiesta John Laroche (Chris Cooper). Inoltre, il vero protagonista è Charlie Kaufman uno dei due gemelli sceneggiatori (Nicholas Cage) che è anche il vero sceneggiatore di questo film. Come se non bastasse, c’è una scena sul set di Being John Malkovich, film diretto da Spike Jonze tre anni prima. The Orchid Thief (Il ladro di orchidee) fu scritto dalla scrittrice e giornalista americana Susan Orlean che nel 1995 si era interessata di questa strana storia vedeva coinvolti un fanatico ricercatore di orchidee e vari Seminole (nativi americani) trattandone poi ampiamente su The New Yorker. Detto dell’intreccio, mi è sembrata troppo caricato il modo in cui viene presentato il protagonista, mentre ho trovato ottima l’interpretazione di Chris Cooper (Oscar non protagonista); da notare che ci furono anche 3 Nomination per Nicholas Cage protagonista, Meryl Streep non protagonista e Charlie Kaufman (nel film interpretato da Cage) per la sceneggiatura.

Election (Alexander Payne, 1999, USA)

C’è un po’ di tutto in questa commedia, soprattutto manie tipicamente americane che trovano terreno fertile in ambiente scolastico, ma non la solita trama trita e ritrita. L’ambizione e l’arrivismo la fanno da padrone, lasciando in secondo piano l’immancabile riferimento al bullismo e alle diversità. Buone le interpretazioni dei giovani, meno quella degli attori più navigati, a cominciare da Matthew Broderick. Nomination Oscar ad Alexander Payne come co-sceneggiatore, nella stessa categoria ne ha poi vinti 2 (Sideways e The Descendants); da sottolineare che per i suddetti film ottenne anche le Nomination come regista, così come per il successivo ottimo Nebraska (2013). Un regista che produce poco (9 film in quasi 30 anni) ma da tenere d’occhio per la buona qualità media.

Fight Club (David Fincher, 1999, USA)

Troppa voce narrante, inutile violenza, sceneggiatura assolutamente poco plausibile; non capisco proprio come possa essere all’11° posto fra i migliori film di sempre su IMDb, con un incredibile 8,8; i più saggi critici di RT lo fermano solo al 79% di recensioni sufficienti e addirittura nell’ancor più bilanciato Metascore scende a 66 (ancora troppo secondo me). Supponendo che lo conoscano quasi tutti, mi limito ad esporre il mio deciso dissenso con “la critica”. Il più deludente del gruppo, anche per essere tanto lodato (dagli altri).