Questa eterogenea cinquina comprende tre
notevoli film di quasi un secolo fa (due muti, uno purtroppo incompleto, tratti
da romanzi di Victor Hugo) si aggiungono la prima collaborazione fra
Roger Corman e Vincent Price e un candidato Oscar iraniano.
La tragedia della
miniera (G.W. Pabst, Ger/Fra, 1931)
Ottima e significativa co-produzione
franco-tedesca, un film basato sul maggior disastro minerario europeo, quello
di Courrières del 1906 che causò la morte di 1.099 minatori. Pur non essendo
stato girato in miniera, Pabst riesce a rendere la storia molto
realistica, di passo rapido e senza indugiare su scene commoventi e
strappalacrime.
Ottimi i tempi, il montaggio, le
inquadrature e le interpretazioni. I chiari messaggio del film sono fratellanza,
pacifismo e internazionalismo. Importante la scelta di mantenere le lingue
originali (francese e tedesco) per sottolineare sia gli attriti conseguenti alla
precedente guerra, sia la sincera collaborazione fra le squadre di soccorso; del
resto, il regista era sostenitore dell’internazionalismo. Per esempio nello
stesso anno aveva già realizzato due versioni diverse dell’Opera da tre
soldi di Brecht, una con cast tedesco e l’altra francese e l’anno
successivo avrebbe diretto ben 3 versioni di L’Atlantide (in
tedesco, francese ed inglese).
L'uomo che ride (Paul Leni, USA, 1928)
Noto quasi esclusivamente fra i
cinefili, e da questi apprezzato, si tratta di un adattamento di un romanzo di Victor
Hugo con un notevole cast internazionale. Infatti, il protagonista del melodramma
è il tedesco Conrad Veidt, già molto famoso in patria che molti ricorderanno
nei panni di Cesare (il sonnambulo del Dr. Caligari)
e, molti anni dopo, nel ruolo del Maggiore Strasser in Casablanca
(1942, Michael Curtiz). Al suo fianco due star del muto degli anni ’20,
l’americana Mary Philbin che 3 anni prima si era affermata con The
Phantom of the Opera (1925, con Lon Chaney) e la russa Olga
Baclanova che 2 anni prima aveva abbandonato la sua compagnia in tournee in
USA e subito fu adocchiata dai produttori di Hollywood e subito dopo L'uomo
che ride apparve in The Docks of New York (1928, von
Sternberg), ma il suo ruolo più famoso sarebbe stato quello di Cleopatra in
Freaks (1932, Tod Browning). Ottima messa in scena nella
quale spicca la bravura di Conrad Veidt che recita con la fronte e gli sguardi,
visto che il protagonista era stato sfigurato da bambino ed aveva la bocca fissata
in un perenne ghigno … quello che nel 1940 avrebbe ispirato i creatori del
personaggio di Joker, l’acerrimo nemico di Batman.
Les Miserables - I
Jean Valjean (Henri Fescourt,
Fra, 1925)
Purtroppo, dopo aver guardato la prima
parte di Les Miserables (film di 6 ore, diviso in 4 capitoli) le
tre successive sono state eliminate da YouTube. Peccato, perché a giudicare da quanto
ho potuto vedere mi è sembrato un ottimo adattamento, probabilmente uno dei più
riusciti, del famoso romanzo di Victor Hugo. Se qualcuno può vedere come
uno svantaggio il fatto di essere muto, deve d’altro canto considerare che in
sei ore si può rendere molto meglio la complicata trama che si sviluppa
nell’arco di parecchi anni senza quindi essere costretti a fare sunti o
eliminare di sana pianta delle parti. Ne riparlerò quando riuscirò a recuperare
il resto.
House of Husher (Roger Corman, USA, 1960)
Una dei tanti adattamenti del famoso
racconto di Edgar Alla Poe, diretto e prodotto da Roger Corman,
con protagonista un ottimo Vincent Price, questa volta in un ruolo più
realistico, seppur folle, e non da horror classico. Questa dovrebbe essere la
quarta versione, la prima a colori, ma continuo a preferire la versione muta diretta
da Jean Epstein (1928), con adattamento di Luis Buñuel. Comunque,
Corman si avvantaggiò molto bene del colore sia per gli interni che per la
scena (reale) dell’incendio, tanto che poi la riutilizzò in altri suoi film. Da
produttore e regista di cosiddetti B-movies, aveva fiuto per cogliere tutte
le occasioni che gli si presentavano per girare scene reali e risparmiare tanti
soldi. Gli esterni li andò a girare in un’area appena devastata da un incendio
e, come già accennato, per l’incendio della casa utilizzò un edificio che
doveva essere demolito.
Children of Heaven (Majid Majidi, Iran, 1997)
Parte bene, si sviluppa in modo un po’ ripetitivo
somigliando molto a Il palloncino bianco (1995) di Jafar
Panahi, Camera d’Or a Cannes, e si conclude in modo insulso … meraviglia
la Nomination all’Oscar, certamente eccessiva. Considerati i tanti buoni film iraniani,
questo è certamente evitabile.
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martedì 12 maggio 2020
Micro-recensioni 156-160: con Pabst, Hugo, Corman e … Joker
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lunedì 19 agosto 2019
52° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (256-260)
Cercando altre opere di Josef von Sternberg, mi sono imbattuto in
alcuni film non ancora guardati di grandi registi austroungarici quali Robert Wiene (regista del Das Cabinet des Dr. Caligari,
1920) e G.W. Pabst (regista
de Il
vaso di Pandora, 1929); non solo non mi sono lasciato sfuggire l’occasione,
ma ho anche trovato una delle tante liste di film di genere (35 Films from the Golden Age of German Cinema) che comprendeva una decina di lavori
a me sconosciuti o dei quali avevo solo sentito parlare. Ovviamente queste
saranno le mie prossime visioni e argomento di futuri post.
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.
260 The
Shangai Gesture (Josef von Sternberg, USA, 1941) tit. it. “I misteri di
Shanghai” * con Gene Tierney, Walter Huston, Victor Mature, Ona Munson *
IMDb 6,7
RT 100% * 2 Nomination (scenografia e commento musicale)
Uno dei numerosi film di von Sternberg con ambientazione
esotica. Interpretando i rating sembra essere uno dei meno graditi dal pubblico
(comunque ben oltre la sufficienza) ma molto apprezzato dai critici per lo
stile e l’atmosfera che riesce a creare, anche se di Shanghai si vede ben poco.
Pur essendo girato quasi interamente in interni, in Oriente e senza poliziotti
o veri criminali, lo si può senz’altro inquadrare nel genere noir. A parte gli eccessi
di trucco e acconciatura di 'Mother' Gin
Sling (interpretata dall’americana Ona
Munson), gli altri personaggi sono personaggi sono perfettamente proposti,
in un ambiente di mistero e vizio, gioco d’azzardo e potere. Si distinguono le
ottime interpretazioni di Victor Mature
(l’enigmatico e flemmatico Doctor Omar)
e di Gene Tierney (l’isterica
giovane viziata).
Senza dubbio un gran bel film con un
finale a sorpresa di tutto rispetto.
Più che consigliato.
257 Orlac's
Hands (Robert Wiene, Ger, 1924) trad. “Le mani di Orlac” * con Conrad Veidt,
Alexandra Sorina, Fritz Strassny * IMDb
7,1 RT 86%
Questo horror psicologico miscelato al
poliziesco, uno degli ultimi film dell’espressionismo tedesco, tratto dal
romanzo omonimo di Maurice Renard,
si basa non solo sull’interessante soggetto ma soprattutto sull’interpretazione
drammatica Conrad Veidt (Cesare in Il gabinetto del Dr. Caligari,
il Maggiore tedesco in Casablanca).
Le scene e i fondali non sono certo quelle di Caligari (1920) ma
qualche elemento simile vi si può vedere. Apprezzabili le varie doppie
esposizioni (una tecnica spesso utilizzata nei muti) che mostrano i tormenti
del protagonista, fra incubo e immaginazione, a volte indotti dal malvagio di
turno.
Ne furono prodotti due remake sonori: Amore
folle (1935) e Le mani dell'altro (1961).
Nel complesso un film più che buono,
con solida sceneggiatura e notevoli interpretazioni e regia.
256 Genuine
(Robert Wiene, Ger, 1920) tit. int. “The
Tragedy (o The Tale) of a Vampire” * con Fern Andra, Hans Heinrich von
Twardowski, Ernst Gronau * IMDb 6,0 RT 41%p
Difficilmente giudicabile per il
semplice motivo che la versione disponibile è quella “condensata” di 43', praticamente
la metà della versione originale di 88' che è visibile solo al City Film Museum
di Monaco, Germania. In effetti il titolo è fuorviante in quanto non c’è niente
di vampiresco nel senso comune del termine, ci si riferisce invece ad una femme
fatale della quale si seguono le avventure. Infatti per buona parte del film
viene tenuta in una “prigione di lusso” dopo essere stata comprata come
schiava. Alcune scenografie sono affascinanti quasi quanto quelle di Caligari
(e infatti lo scenografo è lo stesso), ma la storia non regge e senz’altro pesa
il fatto che non si sa cosa succeda nella metà tagliata. Soffre anche di una
recitazione con troppo gesticolare e braccia protese.
Ha sempre sofferto dell’inevitabile
confronto con Caligari, dello stesso regista, il grande successo uscito pochi
mesi prima, ancora oggi un cult per qualunque cinefilo.
Da guardare soprattutto per le scene e
per interesse “storico”
258 Street
of Sorrow (aka Joyless Street) (G.W. Pabst, Ger, 1925) tit. it. “La via senza
gioia” o “L’ammaliatrice” * con Asta Nielsen, Greta Garbo, Ágnes Eszterházy *
IMDb 7,3
RT 75%
Questo fu il film che fece conoscere Greta Garbo (il suo quinto in 5 anni,
pochissimi per l’epoca) ma fu così che l’attrice ottenne un contratto con la
MGM e continuò brillantemente la sua carriera negli USA. Similmente all’appena
citato Genuine, quella che ho recuperato è la versione condensata in 60’;
del film ne esistono una decina di montaggi, il più lungo dei quali è di 175’
(quasi 3 ore!). Purtroppo ciò accade spesso con film di quasi 100 anni fa, che
già all’epoca venivano distribuiti in vari paesi in edizioni diverse. A partire
dai primi tentativi di restauro o ri-assemblaggio si utilizzarono spezzoni di
varia provenienza e furono inserite riprese probabilmente mai effettivamente
proposte in sala.
Tornando al film, l’ho trovato un po’
troppo melodrammatico ma conta su una solida regia e la buona interpretazione
dell’astro nascente (la svedese Greta
Garbo).
259 Dishonored
(Josef von Sternberg, USA, 1931)
tit. it. “Disonorata” * con Marlene Dietrich, Victor
McLaglen, Gustav von Seyffertitz * IMDb 7,3 RT 100%
Dei film di Josef von Sternberg fin qui visti è quello che mi ha appassionato
di meno, soprattutto per la sceneggiatura poco credibile che si svluppa nel
contesto degli ultimi anni della I Guerra Mondiale, fra un amore appassionato,
spie e doppiogiochisti sia dal lato austroungarico che russo.
In questo caso, la spia ammaliatrice è Marlene Dietrich ed è strano (forse non
tanto) che dopo pochi mesi uscì un altro film sostanzialmente simile con
protagonista l’altra star dell’epoca, Greta
Garbo (Mata Hari, 1931).
Interessante.
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sabato 13 aprile 2019
25° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (121-125)
Dopo le commedie leggere del gruppo precedente, propongo una cinquina estremamente varia e certamente di migliore qualità, con film di nazionalità
ed epoche diverse (dal 1920 al 2008). In quanto alle mie preferenze (l’ordine nel quale
li commento) non avuto dubbi in merito ai primi due, gli altri 3 li vedo a pari
merito considerando nel complesso i pregi e le indubbie insufficienze.
122 Das
Cabinet des Dr. Caligari (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. “Il gabinetto del Dr. Caligari” *
con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb 8,1 RT
100%
Uno dei film
più significativi dell’epoca del muto, pietra miliare della storia del cinema,
finalmente ammirato in sala in versione restaurata 4k. Pur avendolo guardato
numerose volte, continuano ad affascinarmi le scene, le ombre e fondali nei quali è
difficilissimo trovare elementi verticali o simmetrici, essendo tutto distorto
ad arte, puro Espressionismo.
Il programma
degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento lo aveva inserito fra
gli eventi speciali e lo annunciava con “sonorizzazione dal vivo”. Avevo
immaginato di trovare un solo artista (al piano o al violino, per esempio) o al
massimo un trio, un po’ in disparte, e non due membri dell’Edison Studio
sul palco, dietro a due laptop. Ho trovato questa sonorizzazione troppo
invadente per l’eccessivo utilizzo del sintetizzatore, l’aggiunta di “parlato”
ad un film muto assolutamente fuori luogo, con la voce di Caligari tanto
gracchiante (volutamente, altre erano quasi normali) da somigliante a quella di
un robot di scadente qualità.
In
conclusione, eccezionale la qualità del restauro con immagini ben definite e di
tanti “colori” (virate al seppia, ocra, tonalità di grigio, verdine, ...) ma la
combinazione con questa “sonorizzazione” l’ho trovata un assoluto disastro.
125 Fados (Carlos Saura, Por, 2007) * con Camané, Carlos do Carmo,
Mariza, Carminho * IMDb 7,2 RT 96%
Buona scelta
di pezzi di fado, messi insieme nel solito sapiente stile di Saura. Conoscendo abbastanza il genere
musicale, ed essendo appassionato di quello tradizionale o quasi, non ho
particolarmente gradito l’intrusione di stranieri che lo rivisitano in stile
troppo estemporaneo. Al contrario, la combinazione di cantanti portoghesi di fado
castizo (dal 70enne Carlos do Carmo alle nuove leve come Carminho (classe ‘84), alle immagini d’archivio di Amália Rodrigues (1920-1999) e
dell’inconfondibile Alfredo Marceneiro
(morto nell’82 a 91 anni), è più che buona anche se, ovviamente, lungi dall’essere
esaustiva.
Non c’entra
con lo stile con il quale è stato realizzato il film ma, da aficionado,
avrei preferito che Saura avesse
approfondito il lato amatoriale invece che le cover. Esiste un mondo
estremamente variegato di fadisti che si esibiscono in piccoli locali, in
piccoli paesi, spesso senza neanche essere pagati. Inoltre, ogni anno si
svolgono innumerevoli concorsi di Fado amador (amatoriale) che
coinvolgono un gran numero di interpreti ed attirano un folto pubblico
estremamente competente. Ad Alfama (Lisbona), al lato dell’ingresso di una Casa
de Fado fa bella mostra di sé la l’azulejo qui al lato nel quale si
afferma che “è fadista sia chi lo canta che chi lo sa ascoltare”.
Per gli appassionati Fados è
imperdibile, per gli altri è un eccellente maniera per avvicinarsi a questo
tipo di musica tradizionale.
121 A
Lustful Man (Yasuzô Masumura, Jap, 1961) tit. or. “Koshoku ichidai otoko” *
con Raizô Ichikawa, Ayako Wakao, Tamao Nakamura, Michiko Ai * IMDb 6,7
Ennesima
originale messa in scena di Masumura, che in questo caso tratta di un donnaiolo
impenitente, disposto a tutto per le donne, dal mettere a rischio la propria
vita al dilapidare l’immensa fortuna di famiglia.
Solito
piacevole ritmo estremamente rapido, con una serie di scene composte di riprese
brevi e concise. Una “commedia erotica” molto soft, assolutamente non di
cattivo gusto, niente a che vedere con le “commedie sexy” italiane che
imperversavano qualche decennio fa o con i cinepanettoni.
Masumura, del quale parlai più volte a ottobre dell’anno
scorso in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla Filmoteca Española,
si è cimentato in film dei generi più diversi, tutti abbastanza buoni e
congruenti con le sue idee, dirigendo ben 50 film in 15 anni.
123 Teorema (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1968) * con Silvana Mangano, Terence Stamp,
Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Anne Wiazemsky, Laura Belli * IMDb 7,3 RT
90%
Vidi il film
qualche anno dopo l’uscita e non lo capii più di tanto. Dopo quasi 50 anni ho
voluto guardarlo di nuovo, ho colto (forse) qualche significato in più, ma
resto con il dubbio di quale sia l’enunciato del “teorema” e non ne capisco la
“dimostrazione”. Non sono riuscito ad
entrare in sintonia con i protagonisti e quindi non comprendo molte delle loro
reazioni.
Tuttavia,
rinunciando al voler trovare una logica, Teorema
ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto per la costruzione non
lineare. In quanto a ciò, mi ha colpito il monologo di Pietro (il figlio) in
merito alla sua analoga visione dell’arte astratta, casuale e irripetibile. La
figlia Odetta è interpretata da Anne
Wiazemsky che appena due anni prima aveva acquisito una buona notorietà al
suo esordio, come protagonista di Au
hasard Balthazar (1966, Robert
Bresson). Anche in questo caso bisogna sorbirsi la presenza dell’incapace
Ninetto Davoli, oltretutto in un ruolo insignificante, ovviamente per i suoi
noti legami con il regista.
Come scrissi
il mese scorso commentando Uccellacci
e uccellini, fra i film di PPP i miei
preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in
assoluto), Edipo Re e Il Vangelo
secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi).
Vale la pena
di guardare Teorema più che
altro per avere una visione esaustiva dei lungometraggi di Pasolini, compito relativamente facile trattandosi di soli 13 film.
124 Two-legged
Horse (Samira
Makhmalbaf, Iran, 2008) tit. or. “Asbe du-pa”
* con Ziya Mirza
Mohamad, Haron Ahad, Gol-Ghotai * IMDb 7,1
Pur essendo
interessante dal punto di vista sociale ed antropologico, come altri film
simili ambientati nel pressoché sconosciuto Medioriente, Two-legged Horse non mi ha convinto. L’ho trovato ripetitivo,
mal montato, eccessivo nel ricorrente indugiare sul puledro neonato, le gare
fra i ragazzini in groppa alle loro “cavalcature” (tutti asini tranne il “cavallo
a due zampe”) sono realizzate in modo molto approssimativo, la piccola
mendicante è troppo poco credibile. C’è da dire che la sceneggiatura ed il
montaggio sono opera del padre, il regista Mohsen
Makhmalbaf (Gabbeh, Kandahar, Il silenzio, ...), produttore di film come Osama (Golden Globe,
pluripremiato a Cannes), genitore anche di Hana
(di 8 anni più giovane di Samira)
che nel 2007 diresse il suo secondo e - al momento - ultimo film: Sotto le rovine del Buddha (2 premi a
Berlino). L’interesse di questa famiglia di cineasti sembra essere indirizzato quasi
esclusivamente alle aree rurali più povere dell’Afghanistan.
Samira aveva
precedentemente ricevuto numerosi riconoscimenti a Cannes per i suoi primi 3 lungometraggi
- Sib (1998, La mela), Takhté siah (2000, Lavagne)
e Panj é asr (2003, Alle 5 della sera) - ma questo Two-legged Horse sembra che non sia stato egualmente
apprezzato e, non so se è solo un caso, è stato l’ultimo dei suoi quattro. Tuttavia,
si deve sottolineare che nel 2002 le fu affidata la realizzazione del primo
degli 11 corti che compongono il film 11
settembre 2001, presentato e premiato a Venezia, e guardate in che
ottima compagnia si trovava: Claude
Lelouch, Youssef Chahine, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Shōhei Imamura, Sean Penn, Danis Tanović
e Idrissa Ouédraogo.
Mi
riprometto di cercare altri film diretti dai membri di questa famiglia (oltre a
quelli già visti) e guardare quanto riuscirò a recuperare.
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martedì 7 agosto 2018
Due eccezionali film muti del 1920 "Il Golem" e "Caligari"
Data la loro limitata durata (rispettivamente 51' e 64') ho voluto
e potuto concedermi un double bill muto di meno di 2h, con questi due film del
1920 che, oltre ad essere famosi classici dell’espressionismo tedesco, sono
anche apprezzatissimi dai veri cinefili.
223 “The Cabinet of Dr. Caligari” (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. "Il gabinetto del dottor Caligari“ * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb 8,1 RT 100%
224 “Der Golem” (Carl Boese, Paul Wegener, Ger, 1920) tit. it. "Il Golem - Come venne al mondo“ * con Paul Wegener, Albert Steinrück, Ernst Deutsch * IMDb 7,2 RT 100%
Le trame e gli ambienti sono completamente distinti, così come le epoche e le messe in scena eppure i due film sono accomunati dall’alone di mistero che avvolge i protagonisti e dai fantastici scenari e fondali con prospettive improbabili se non impossibili, caratteristici dell'espressionismo tedesco, che da soli valgono una ennesima visione (per quanto mi riguarda sono ad una mezza dozzina almeno per ciascuno di loro).
Fra le rarissime linee verticali, spiccano in particolare le finestre rigorosamente trapezoidali, i fregi lineari sulle pareti talvolta quasi diritti, in altri casi simili a onde e spirali, i ponti curvi, i tetti e i comignoli pendenti e allungati, le scale fra le quali ne spicca una a chiocciola, aperta dal lato del punto di ripresa, chiusa dall’altro, con uno stretto passaggio a sezione ovale, che ricorda tanto un padiglione auricolare. (foto sotto)
Singolari transizioni, non proprio dissolvenze, che iniziano o
terminano con solo una minima area circolare illuminata nel resto dello schermo
nero, non centrata nell'inquadratura, ma centrata su un volto che quindi resta
l'unico soggetto visibile per vari secondi o è l’unico sul quale fissare
l’attenzione prima che si illumini il resto dello schermo. Questa tecnica crea
effetti simili a quelli dello zoom che, seppur brevettato a inizio secolo,
sarebbe stato un obbiettivo compatibile con le cineprese solo nei primi anni ’30.
223 “The Cabinet of Dr. Caligari” (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. "Il gabinetto del dottor Caligari“ * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb 8,1 RT 100%
224 “Der Golem” (Carl Boese, Paul Wegener, Ger, 1920) tit. it. "Il Golem - Come venne al mondo“ * con Paul Wegener, Albert Steinrück, Ernst Deutsch * IMDb 7,2 RT 100%
Le trame e gli ambienti sono completamente distinti, così come le epoche e le messe in scena eppure i due film sono accomunati dall’alone di mistero che avvolge i protagonisti e dai fantastici scenari e fondali con prospettive improbabili se non impossibili, caratteristici dell'espressionismo tedesco, che da soli valgono una ennesima visione (per quanto mi riguarda sono ad una mezza dozzina almeno per ciascuno di loro).
Fra le rarissime linee verticali, spiccano in particolare le finestre rigorosamente trapezoidali, i fregi lineari sulle pareti talvolta quasi diritti, in altri casi simili a onde e spirali, i ponti curvi, i tetti e i comignoli pendenti e allungati, le scale fra le quali ne spicca una a chiocciola, aperta dal lato del punto di ripresa, chiusa dall’altro, con uno stretto passaggio a sezione ovale, che ricorda tanto un padiglione auricolare. (foto sotto)
Singolari transizioni, non proprio dissolvenze, che iniziano o
terminano con solo una minima area circolare illuminata nel resto dello schermo
nero, non centrata nell'inquadratura, ma centrata su un volto che quindi resta
l'unico soggetto visibile per vari secondi o è l’unico sul quale fissare
l’attenzione prima che si illumini il resto dello schermo. Questa tecnica crea
effetti simili a quelli dello zoom che, seppur brevettato a inizio secolo,
sarebbe stato un obbiettivo compatibile con le cineprese solo nei primi anni ’30.
Le scenografie sono quasi sempre molto contrastate, utilizzando al
meglio il bianco e nero, aggiungendo lunghe e nette ombre proiettate la luci
orizzontali o addirittura dal basso, simili a quelle che saranno poi riproposte
in tanto film noir, in particolare sulle scale.
In entrambi i film si possono
trovare similitudini (ispirazioni) con i
dipinti post-impressionisti/primi espressionisti di artisti del calibro di Vincent Van Ghog (dipinto in basso a sx),
Edvard Munch, Chaïm Soutine (dipinto in basso a dx) che, almeno in un periodo della loro carriera artistica, sono stati
eccelsi esponenti di tali correnti. Del resto basta osservare il poster originale di Der Golem in apertura di post.
La narrazione, come nei migliori silent movies, è rapida ed essenziale,
mentre la recitazione è al solito un po’ sopra le righe, accompagnata da un grande
agitare di braccia.
Le foto proposte in questo post sono solo una minima parte delle geniali inquadrature realizzate da Robert Wiene, Carl Boese e Paul Wegener; chiunque abbia un seppur minimo interesse nelle arti figurative (non per forza nel cinema) dovrebbe guardare, e con attenzione, questi film ed altri del medesimo periodo come Nosferatu (F. W. Murnau, 1922), Metropolis, (Fritz Lang, 1927) ecc. e non c’è dubbio che ne rimarrebbe estremamente soddisfatto.
Curiosità:
- in Der Golem, c’è un’evidente citazione di Frankenstein con la bambina che offre un frutto (foto sopra a sx) al gigante di argilla, il Golem, figura antropomorfa della mitologia ebraica e del folclore medievale.
- Paul Wegener, co-regista del suddetto film, interpreta il Golem
- passando nel campo dei “goof”, ho notato che la giostra che ruota sullo sfondo nella fiera nella quale il Dr. Caligari esibisce Cesare - il suo “sonnambulo veggente” - la prima volta gira in senso orario e un paio di minuti dopo in senso opposto ... molto strano ...
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