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lunedì 14 dicembre 2020

micro-recensioni 416-420: film molto diversi, quasi niente in comune

Dopo tante quasi-monografie o gruppi dedicati in prevalenza ad un regista, paese o genere, ecco una cinquina estremamente varia: 5 paesi differenti, generi diversi, fra gli anni ’30 e il 2007. Il film Berlanga è nettamente il migliore, sotto ogni punto di vista, Polanski conferma la sua abilità nei film con pochissimi personaggi, il crime di Haggis è sufficiente, Shimizu ha prodotto senz’altro di meglio, il portoghese Canijo molto deludente.

 

Los jueves, milagro (Luis García Berlanga, Spa, 1957)

Deliziosa comedia negra del realismo spagnolo prodotta con molto poco, utilizzando come set il piccolo paesino Alhama de Aragón (Fuentecilla nel film), noto per le sue acque termali che sono parte fondamentale della storia, insieme con San Dimas (San Disma in italiano, il ladrone buono crocifisso al lato di Gesù). Oggi conta poco più di 1.000 abitanti e non penso che all’epoca fossero molti di più e tanti interpretarono i loro personaggi reali, specialmente nelle scene in chiesa e quelle delle processioni. Le spese per il cast “di grido” fu fra le maggiori di questa produzione italo-spagnola evidenziata dalla presenza (al fianco degli onnipresenti spagnoli Isbert e López Vázquez) di Paolo Stoppa e Richard Basehart (che all'epoca lavorava in Italia essendo sposato con Valentina Cortese) … di conseguenza esiste la versione italiana (bravo chi la trova) con titolo Arrivederci Dimas.

Un’altra perla frutto della creatività e genialità di Berlanga, un maestro in questo genere, che riusciva a fare critica sociale mascherandola da commedia in modo da evitare la censura franchista (p.e. Bienvenido Mister Marshall e Placido). Visto per la prima volta meno di un anno fa, ho voluto guardarlo di nuovo per aver trovato copia migliore e sono stato molto contento di averlo fatto. I volti dei veri abitanti del paesino, i loro atteggiamenti e la descrizione dell'ambiente sono imperdibili ... consigliatissimo.

Death and the Maiden (Roman Polanski, UK/Fra, 1994)

Film con tre soli personaggi, che si svolge nel corso di una notte, in una casa isolata nei pressi di una scogliera, in un paese da poco uscito da un periodo di dittatura. Tre persone colte e formali, una coppia ed uno sconosciuto che ha aiutato l’uomo che era in difficoltà con la sua auto. Improvvisamente qualcosa cambia e la tensione sale rapidamente alle stelle, il rapporto fra i tre diventa violento, fra minacce, accuse e bugie. Purtroppo si perde nel finale e nel brevissimo seguito, con un salto temporale. Le star sono Sigourney Weaver e Ben Kingsley (l’uomo misterioso), ma il semisconosciuto Stuart Wilson non sfigura. Di chiara derivazione teatrale (dramma dell’argentina Ariel Dorfman, e si comprende il perché del tema), riesce comunque a mantenere sempre alta l’attenzione. Sembra che questo tipo di situazioni siano amate da Polanski visto che il regista polacco, fra suoi soli 24 film in oltre 50 anni, conta (a mia memoria) conta altri due film concettualmente simili: Il coltello nell’acqua (1962, suo esordio, Nomination Osca e FIPRESCI a Venezia) e il molto più recente Carnage (2011).


  

In the Valley of Elah (Paul Haggis, USA, 2007)

Crime in ambito quasi militare, incentrato sulla misteriosa scomparsa di un soldato da poco rientrato dall’Iraq e i titoli di testa ci fanno sapere che il soggetto è ispirato a fatti reali. Tommy Lee Jones (Nomination Oscar per questa interpretazione) è il padre alla ricerca della verità, Charlize Theron la detective (derisa da superiori e colleghi) che si fa carico dell’indagine e degli inevitabili scontri con le reticenze e ostacoli opposti dai militari. Molti personaggi non convincono del tutto e lo sviluppo è molto più lento del necessario, il film non riesce a coinvolgere più di tanto, anche se è ben realizzato. Se piace il genere può piacere, ma gli altri lo troverebbero noioso ... a voi la scelta.

Japanese Girls at the Harbor (Hiroshi Shimizu, Jap, 1933)

Shimizu fu uno di quei registi che fece storia nel cinema giapponese dirigendo ben 148 film, cominciando nel 1924 (a soli 21 anni) e fu uno di quelli che continuò a girare muti, come questo, ben oltre gli anni dell’avvento del sonoro. I suoi migliori furono senz’altro quelli realistici, con tanti bambini e giovani come protagonisti. Amico e collega di Ozu, fu anche molto apprezzato da Kenji Mizoguchi, ma questo, pur realizzato con il suo solito stile chiaro e descrittivo, non è riuscito a coinvolgermi; a chi non lo conosce consiglierei di cominciare con altri suoi film.

Sangue do meu sangue (João Canijo, Por, 1994)

Senza dubbio il più deludente di questa cinquina. Molto quotato in patria, dove ha ottenuto molti premi (ma l’attuale produzione lusitana non è di gran livello), si risolve nella descrizione di una famiglia mal assortita di ceto medio-basso nella quale sembra che si faccia a gara a chi si comporta in modo più irrazionale. Canijo (regista e sceneggiatore) ha voluto concentrare in una mezza dozzina di personaggi troppi problemi sociali e ciò, oltre a sembrarmi eccessivo per chiunque, non è assolutamente nelle sue capacità; oltretutto, oltre la brava Rita Blanco, il resto degli interpreti non è convincente. Risulta abbastanza deprimente e anche irritante per l’insulsaggine dei personaggi. Visione che si può evitare.

venerdì 24 aprile 2020

Micro-recensioni 131-135: insolito cinema giapponese, ma di qualità

Ho concluso il mio lungo giro in Asia, con un’altra cinquina di un paese di grandi tradizioni cinematografiche e, pur scavando fra titoli meno noti, ho trovato titoli più che interessanti. In particolare l’ottimo Children of the Beehive, che segna il ritorno alla regia di Shimizu dopo la guerra e il noir-crime d’avanguardia Tokyo Drifter di Suzuki, al quale si sono ispirati in vari casi Quentin Tarantino e Takeshi Kitano. Fra gli altri ce n’è anche uno con 2 Oscar e Gran Premio a Cannes e gli altri compaiono fra i primi 10 migliori film nelle classifiche annuali di Cahiers du Cinéma.
 
Children of the Beehive (Hiroshi Shimizu, Jap, 1948)
Tokyo Drifter (Seijun Suzuki, Jap, 1956)

Dopo aver apprezzato vari film di Shimizu, sempre molto ben diretti, spesso basati su semplici storie ambientate in aree rurali, mi sono imbattuto in questo comunemente giudicato uno dei suoi migliori. Per capirne il background è importante sapere che, nonostante il regista sia stato molto prolifico (quasi 150 film in una trentina d’anni), dal 1942 al 1947 rimase praticamente inattivo dedicandosi invece all’assistenza di bambini orfani e rifugiati (protagonisti del film). In Children of the Beehive tratta proprio di un gruppo di orfani di guerra che sopravvivono come possono, coordinati da un losco individuo senza una gamba. Alla stazione entrano in contatto con un soldato che torna a casa (che non ha) e condivide con lor quel poco che ha. Per il resto del film saranno dibattuti fra il seguire il reduce che insegna loro a lavorare onestamente e il restare con lo storpio; non manca una giovane donna, anche lei sola, senza lavoro e senza soldi …
Tutti gli interpreti sono non professionisti, e si difendono più che bene, ma la regia di Shimizu è talmente espressiva che coprirebbe anche eventuali pecche degli attori. In particolare con i campi medi e lunghi trasmette alla perfezione le titubanze e i timori dei ragazzini che avanzano, retrocedono, si separano, scappano, ritornano in da soli, in piccoli gruppi o compatti. Un film da non perdere, non solo per come è realizzato ma anche per la sceneggiatura, compatta e pressoché perfetta. Il film è legato al precedente Introspection Tower (1941), quasi un sequel.

Altro film molto particolare è Tokyo Drifter, dalla trama banale (per una storia di gangster fra innumerevoli sparatorie, doppiogioco e tradimenti) ma dalla messa in scena straordinaria caratterizzata da scenografie minimaliste, luci inusuali, interni quasi assolutamente vuoti, montaggio a tratti frenetico che lascia molto all’immaginazione, salti temporali e commento musicale sui generis. In apertura ho citato Tarantino il quale, in Kill Bill: Vol. 1, riprende l’idea di Suzuki cominciando il film in bianco e nero e proseguendo poi a colori dopo i titoli, ma anche alcune scene con i yakuza che si affrontano e la musica tambureggiante, nonché l’originale fischiettio del protagonista. Chi apprezza Tarantino e Kitano non se lo dovrebbe perdere!
The Gate of Hell (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1953) Gran Prix a Cannes
Rhapsody in August (Akira Kurosawa, Jap, 1991) 10° per Cahiers du Cinéma
Shara (Naomi Kawase, Jap, 2003) 5° Cahiers, Nomination Palma d’Oro

Uno o due Oscar? Questione di lana caprina, ma io direi due. The Gate of Hell si aggiudicò l’Oscar per i costumi, ma nella stessa occasione ottenne anche il Premio Onorario per il miglior film in lingua non inglese. Tale premio fu istituito dopo la guerra e solo nel 1956 fu convertito in Oscar, cambiando solo nei metodi di selezione. Per puro spirito storico/statistico, aggiungo che i 7 premiati negli anni precedenti furono Sciuscià e Ladri di biciclette, altri 2 giapponesi (Rashomon e Samurai, entrambi con Toshiro Mifune come protagonista), 2 francesi (Monsieur Vincent e Giochi proibiti) e l’italo francese Le mura di Malapaga … e il primo Oscar ufficiale per film stranieri fu di nuovo italiano con La Strada (Federico Fellini).
I coloratissimi costumi sono effettivamente spettacolari al di là delle loro fogge e disegni sui tessuti. La storia, ambientata nel XII secolo, è singolare in quanto mette insieme una storia di un amore impossibile con le solite rivalità fra feudatari (e gli inevitabili tradimenti) e i codici d’onore non solo dei samurai. Non è di pari livello con i migliori film di samurai e le lame vengono sfoderate in poche occasioni, ma certamente merita per sceneggiatura, scenografia e realizzazione.

Penultimo film di Kurosawa, dopo Kagemusha, Ran e Sogni e prima di Madadayo, oserei dire un passo falso. Questo suo adattamento di un romanzo di Murata è valido e interessante quasi per i primi tre quarti, poi scende di tono e intensità e il finale non convince. Inoltre, mi chiedo perché, fra i tanti attori americani che avrebbero volentieri lavorato con lui gratis, ha scelto proprio l’incapace Richard Gere (che pare lavorò senza chiedere compenso) … per fortuna la sua presenza è relativamente breve. Interessante, per chi non ne fosse a conoscenza, è la descrizione dei sentimenti dei giapponesi nei confronti degli americani, della poca conoscenza che i giovani nipponici hanno del lancio delle atomiche e relative conseguenze, di quello che molti pensano non si possa dire in merito, il forte legame con le Hawaii (stato USA) dove i residenti di origine giapponese sono molti di più degli americani. Per fortuna, Kurosawa ha concluso la sua carriera con Madadayo

Infine, Shara. Anche questo non mi ha convinto del tutto anche se rimane più che apprezzabile il lavoro di camera a spalla (quasi per tutto il film) e il solito focalizzarsi su profondi rapporti umani della regista Kawase (forse molti la conoscono per An, 2015, distribuito in Italia come Le ricette della signora Toku). Gli esterni sono poco convincenti e alcune scene sono troppo lunghe, a cominciare dalla sfilata per il festival e l’insulso parto. Evitabile.

sabato 21 marzo 2020

Micro-recensioni 71-80 del 2020: Kinuyo Tanaka, Yasujirô Ozu e il cinese Mu Fei

Decina tutta dell’Estremo Oriente quasi totalmente giapponese completata da un raro film cinese del 1948, da molti giudicato fra i migliori, se non il migliore, del secolo scorso.
Ben 7 dei 9 giapponesi sono legati al nome di Kinuyo Tanaka una delle più famose e attive attrici nipponiche, 202 film in 42 anni. Ha lavorato con i migliori registi dell’epoca e fra il 1953 e il 1962 ha diretto 6 apprezzati film. In questo gruppo ci sono 4 film di Yasujirô Ozu (3 dei quali muti nonostante si fosse già negli anni ’30) che la vedono protagonista e 3 dei suoi film da regista (in due dei quali ha anche una piccola parte). Fra le sue più famose interpretazioni a livello internazionale, sono quelle nei capolavori di Mizoguchi (Oharu, Sansho, Ugetsu) e lei è la Orin di Narayama di Kinoshita.
   
Love Letters (Kinuyo Tanaka, Jap, 1953)
The Eternal Breast (Kinuyo Tanaka, Jap, 1955)
Love under the Crucifix (Kinuyo Tanaka, Jap, 1962)
Più interessanti i primi due, in classico stile giapponese del dopoguerra, nei quali si notano influenze sia di Ozu che di Mizoguchi; il primo, Love Letters (tit. or. Koibumi, 2 Nomination a Cannes) segna l’esordio alla regia di Tanaka. Entrambi si possono includere nel genere melodramma realistico del dopoguerra; anche il terzo (ultima regia dell’attrice che negli anni successivi sarebbe apparsa solo in un’altra 15ina di film) è un melodramma ma è ambientato alla fine del XVI secolo ed è a colori. 
Koibumi, pur avendo in effetti protagonisti maschili, è centrato sulle donne che, loro malgrado, si dovettero adattare ad accompagnarsi con i soldati americani. A questi sono indirizzate le lettere d’amore del titolo e ogni donna ha una storia diversa. Questa anomala attività di scrivano del protagonista lo farà rientrare in contatto con il suo amore perduto …
La protagonista assoluta di The Eternal Breast è invece una donna, forte, che porta avanti la sua privata lotta per la propria indipendenza, contro i tradizionali principi della buona società giapponese (per lo più maschilisti) e contro il cancro. Se il primo era più sentimentale, questo è certamente drammatico, ma senza dubbio ben realizzato come l’altro.
Il terzo, come anticipato, dà più spazio alla cinematografia approfittando anche del formato (2.35:1), con molti esterni e bella scenografia (costumi e ambienti). In questo caso si tratta di una vecchia passione che si riaccende dopo molti anni ma è inibita da questioni religiose (all’epoca i cattolici era praticamente banditi, se non perseguitati). Queste saranno utilizzate per mettere fuori gioco avversari politici e concorrenti nel fiorente commercio con l’Occidente. Manca di spessore e si muove fra lo scontato e il ripetitivo.

Dove sono finiti i sogni di gioventù?  (Yasujirô Ozu, Jap, 1932)
Woman of Tokyo (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
Dragnet Girl (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
A Hen in the Wind (Yasujirô Ozu, Jap, 1948)
Può sembrare strano, ma nella prima metà degli anni ’30, mentre tutti si davano da fare per adattarsi all’avvento e gran successo del sonoro che fece cadere nell’oblio molti registi e attori che avevano avuto enorme successo con il muto, Yasujirô Ozu continuò a dirigere film muti fino al 1935 e solo nel 1936 uscì il suo primo talkie, The Only Son (tit. or. Hitori musuko). I suoi muti erano di genere molto vario, commedie che includevano visioni ironico/critiche della società giapponese (p.e. Dove sono finiti i sogni di gioventù?), drammi nudi e crudi (Woman of Tokyo) e perfino noir ante litteram (Dragnet Girl). Nei primi due il protagonista è Ureo Egawa, un attore dal volto molto particolare derivante dall’essere nippo-tedesco; negli anni successivi non ebbe grande successo. Come detto, in questi 4 film di Ozu è protagonista (o tuttalpiù co-protagonista) anche l’allora poco più che ventenne Kinuyo Tanaka.
Nell’ambito del cinema giapponese di quei tempi, Dragnet Girl è senz’altro un film insolito e in esso molti hanno voluto vedere l’influenza di von Sternberg e non sono pochi quelli che lo etichettano come antesignano dello stile dei noir americani.
In A Hen in the Wind (1948) si ritrovano invece molti dei temi dominanti del dopoguerra, il ritorno di soldati e prigionieri in Cina che si riuniscono con mogli e a volte figli che non vedevano da molti anni e le riunioni non sono sempre facili.
Tutti film da guardare, sia i 4 diretti da Ozu che i 3 di Kinuyo Tanaka.

   
Spring in a Small Town (Mu Fei, Cina, 1948)
Introspection Tower (Hiroshi Shimizu, Jap, 1941)
Yellow Crow (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Comincio con l’unico cinese, di un regista che non conoscevo assolutamente, prematuramente scomparso a soli 44 anni con soli 10 film al suo attivo, eppure considerato uno dei migliori registi cinesi di metà secolo scorso. Il suo Spring in a Small Town è tenuto in gran considerazione anche per non essere un film politicizzato o di propaganda come erano la maggior parte degli altri dell’epoca. Mu Fei dirige un ottimo dramma sentimentale in spazi ridotti e con soli 5 attori (3 veri protagonisti). Anche in questo caso c’è un re-incontro fra un medico ed una sua possibile sposa di una decina di anni prima, ora spostata con un suo amico gravemente malato. Tutto ruota attorno ad un sottile intreccio di gelosia, passione, rispetto per l’amicizia e per il coniuge. Una vera sorpresa.
Di Hiroshi Shimizu ho già parlato nei post precedenti ed anche in questo suo film c’è molto realismo che a tratti si avvicina quasi al documentario. Descrive la l’interazione in un collegio per minori “difficili” (quasi riformatorio ma senza alcuna barriera), sia fra i ragazzi e ragazze ospiti, sia fra i giovani e i loro tutori. Film quasi corale molto ben realizzato.
Infine, Yellow Crow di Gosho, del quale avevo apprezzato An Inn at Osaka (1954) visto qualche settimana fa. Per l’ennesima volta si tratta di un ritorno di un uomo che ritorna a casa dopo una decina d’anni ma non riesce a entrare in empatia con il figlio (nato subito dopo la sua partenza). Il protagonista è in effetti il ragazzo (oggettivamente un po’ difficile) che, abituato a vivere da solo con la madre, si trova ora ad avere un padre che non lo comprende ed anche una sorellina che, ovviamente, crea qualche gelosia. Non mi ha convinto più di tanto, ma non è certamente malvagio.

martedì 17 marzo 2020

Micro-recensioni 61-70 del 2020: "The Big Red One" di Fuller è migliore di "1917"

Strana decina questa … molti buoni film, ma nessuna eccellenza e solo uno a mio parere scadente (Cotton Club) ma ormai è noto a tutti che Coppola ha i suoi alti e bassi.

   

Ci sono 3 americani degli anni ’80 e di genere molto diverso fra loro, ma tutti diretti da registi che hanno fatto storia, due quali emblemi del Nuovo Cinema Americano (Coppola e Spielberg, ancora sulla breccia) e da un anarchico (per il cinema) quale Samuel Fuller.
The Big Red One (Samuel Fuller, USA, 1980-2004)
The Cotton Club (Francis Ford Coppola, USA, 1984)
Empire of the Sun (Steven Spielberg, USA, 1987)
In quanto al primo c’è da precisare che l’edizione del 1980 giunse in sala drasticamente tagliata dalla produzione (1h53’) ma nel 2004 le riprese furono riassemblate in 2h42’, in base al progetto originale di Fuller (morto nel 1997). Inizialmente il regista aveva presentato un film di circa 4 ore, poi ridotte alla metà, ma la produzione lo estromise completamente e fecero di testa loro. The Big Red One reconstruction fu curato da Richard Schickel, assistito dal montatore Bryan McKenzie e da Peter Bogdanovich. Da questa opera di restauro e ricostruzione è stato prodotto anche un documentario di 5h16’. Non da ultimo, si deve sottolineare che Fuller partecipò attivamente alle campagne europee della WWII tanto da essere anche pluridecorato, mentre Lee Marvin (protagonista) partecipò come marine alle azioni nel Pacifico; varie esperienze reali sono state riprodotte in questo eccellente B-movie bellico. Come sottolineò un critico, le grandi produzioni si basano sulla guerra e le grandi manovre, i B-movie sui combattenti, ma non per questo sono di qualità inferiore. Nel complesso, lo giudico migliore e certamente più credibile dell’acclamatissimo 1917, pur essendo costato solo 4,5 milioni (equivalenti a 14 attuali) contro i 100 milioni del film di Sam Mendes.
Gli altri due sono ben noti e quindi scrivo solo poche parole. Il primo è limitato non solo da sceneggiatura scadente ma anche da un cast mal assortito, guidato dall’incapace Richard Gere; l’altro mi è sembrato un po’ troppo fuori dalla realtà, a tratti quasi onirico/allegorico ma si può riconoscere il merito a Spielberg di aver scoperto e lanciato Christian Bale, all’epoca 13enne.

 
Gli altri due di Hollywood sono western degli anni ’50 con registi e attori di grido:
Vera Cruz (Robert Aldrich, USA, 1954) 
Warlock (Edward Dmytryk, USA, 1959)
Entrambi sono singolari anche se il secondo ricalca la trama classica del pistolero-sceriffo con spalla. La sua singolarità consiste nell’essere un adattamento del romanzo di Oakley Hall che fece storia nel 1958 per essere fra i finalisti del Premio Pulitzer pur essendo del solitamente disprezzato genere “western”. Henry Fonda è il pistolero, Anthony Quinn la sua spalla, Richard Widmark il terzo incomodo. Ovviamente ottimamente interpretato, ben orchestrato e con una trama dai vari risvolti non proprio scontati.
Anche l’altro conta su due ottimi attori quali Gary Cooper e Burt Lancaster, soci ma anche in costante antagonismo, diretti dall’affidabile Aldrich, ma la storia ambientata in Messico fra rivoluzionari, austriaci di Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico in fuga e avventurieri americani è ben poca cosa, di una banalità a volte sconcertante.
 
L’altra metà è composta da 2 giapponesi, 2 svedesi aventi in comune Hasse Ekman e un film d’animazione sulle conseguenze di un ipotetico attacco nucleare.
Children in the Wind (Hiroshi Shimizu, Jap, 1937)
Cash Calls Hell (Hideo Gosha, Jap, 1966)
Sete - Thirst (Ingmar Bergman, Swe, 1949)
Girl with Hyacinths (Hasse Ekman, Swe, 1950)
When the Wind Blows (Jimmy T. Murakami, UK, 1986)
Quello di Shimizu propone l’ennesimo spaccato della società giapponese degli anni ’30, girato con garbo e mano sicura pur senza contare su avvenimenti notevoli. L’altro giapponese è un buon noir, ben girato, ma con la pecca di avere varie lacune e banalità intercalate in una storia al contrario originale e con vari twist.
   
Interessanti e rigorosi i due svedesi, che sono in un certo senso collegati fra loro in quanto uno dei protagonisti del film di Bergman (allora ancora poco conosciuto) è il regista dell’altro.
L’ultimo è un film d’animazione inglese che si va ad aggiungere alla serie di produzioni che negli anni ’80 trattarono del rischio di guerra nucleare e delle ipotetiche conseguenze. Giustamente drammatico, certamente non per giovincelli, risulta un po’ limitato negli spazi e ripetitivo nei discorsi e azioni della coppia di anziani (un po’ svagati) che vivono in una casa isolata di campagna.