Visualizzazione post con etichetta Dietrich. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dietrich. Mostra tutti i post

martedì 9 agosto 2022

Microrecensioni 226-230: pre-code movies con tante star

Dicendo pre-code Hollywood ci si riferisce ai film sonori prodotti negli US dal 1929 alla metà del 1934, quando i limiti imposti dal cosiddetto Hays Code (del 1930) cominciarono ad essere effettivamente fatti osservare. Le sceneggiature dovevano rispettare la morale, la simpatia del pubblico doveva essere sempre indirizzata verso i buoni e non si dovevano criticare o mettere in ridicolo leggi naturali, religiose e umane. Fra le tante indicazioni specifiche, si proibiva di mostrare nudi, baci eccessivi e lussuriosi, assunzioni di droghe, esecuzioni esplicite di delitti, allusioni alle perversioni sessuali (che allora comprendevano l'omosessualità), pronunciare alcune parole, trattare adulterio e sesso illegale, relazioni fra persone di razze diverse. Tanti nomi famosi in questi cinque film, per lo più commedie romantiche; due sono diretti da Lubitsch, un maestro del genere, e uno di von Sternberg. Fra gli attori compaiono due volte ciascuno Miriam Hopkins, Cary Grant e Gary Cooper, ma ci sono anche Marlene Dietrich, Mae West, i fratelli Marx, Adolphe Menjou e Fredric March. Nessuno dei film è estremamente osé (neanche per gli standard dell’epoca) ma alcuni dettagli ne impedirono la circolazione dopo il 1934.

 
Morocco (Josef von Sternberg, USA, 1930)

Primo film americano della Dietrich e unica sua Nomination Oscar (altre 3 andarono alla regia, fotografia e scenografia) e fu anche il primo a essere proiettato in USA perché il famoso The Blue Angel (L’angelo azzurro, 1930, von Sternberg) fu distribuito solo successivamente. L’ambiente ricorda quelli di altri film famosi ambientati nei protettorati francesi in nord Africa come l’imperdibile Casablanca (1942, Michael Curtiz, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ambientato in Marocco come questo) o il francese Pépé le Moko (1937, Julien Duvivier, con Jean Gabin) e l’immediato adattamento hollywoodiano Algiers (1938, John Cromwell, con Charles Boyer e Hedy Lamarr), tutti film da non perdere. L’azione segue un battaglione della Legione Straniera a Mogador e i protagonisti sono un legionario donnaiolo (Cary Grant), un’avvenente cantante (Marlene Dietrich) e un ricco pittore (Adolphe Menjou). Ci saranno alti e bassi nei rapporti fra i tre, ma non fu tanto questa la ragione della successiva censura, né una donna indigena con i seni completamente scoperti, quanto il famoso bacio della Dietrich sulla bocca di una cliente del Cabaret Lo Tinto dove lei si esibiva. Film cult, anche se non conosciutissimo, originale per la bella ambientazione e l’uso esclusivo di suono diegetico, quindi in assenza di commento sonoro. Famosa è la scena finale.

I’m No Angel (Wesley Ruggles, USA, 1933)

Da molti giudicato il miglior film di Mae West, già star del teatro come interprete e autrice, ma solo alla sua seconda apparizione sul grande schermo, a quasi 40 anni. Oltre che protagonista assoluta, sempre con un fare sprezzante e/o ammiccante nei confronti degli uomini che ambivano a entrare nelle sue grazie, fu anche sceneggiatrice e curatrice dei dialoghi, spesso molto taglienti, adattati dal suo omonimo lavoro teatrale del 1925. Cary Grant entra in gioco solo nella seconda parte per aiutare un amico, ma finisce prima irretito dalla vamp e poi anche in tribunale. Anche se datato, i brillanti dialoghi reggono ancora oggi e non hanno niente da invidiare alle migliori comedie moderne nonostante i 90 anni trascorsi.

  
Design for Living (Ernst Lubitsch, USA, 1933)

La censura imposta dal codice Hays non consentì il rilancio di questo film a fine anni ’30 per il triangolo (quasi quadrilatero) amoroso e relative allusioni e implicazioni. Due grandi amici americani condividono un piccolo appartamento a Parigi e si innamorano di una stessa ragazza. Competono nel farle la corte, sorgono gelosie, uno approfitta dell’assenza dell’altro, entrambi hanno successo, vengono abbandonati e … guardate il film per sapere come va a finire! Una delle tante brillanti commedie dirette da Lubitsch, ottimo regista berlinese immigrato in USA nel 1923 dopo pochi anni di successi in patria. Diresse le più famose attrici dell’epoca fra le quali Marlene Dietrich, Greta Garbo, Carole Lombard e Miriam Hopkins, distinguendosi per il suo stile che fu definito Lubitsch Touch.

Trouble in Paradise (Ernst Lubitsch, USA, 1932)

In questo film la commedia romantica si tinge di noir per avere fra i protagonisti una coppia di ladri di alto livello. Si comincia con alcuni furti in grande albergo veneziano per poi spostarsi oltreoceano. I due soci/amanti prendono di mira una ricchissima signora e si fanno assumere con l’obiettivo di sottrarle una gran quantità di danaro. Trama abbastanza articolata e per niente ripetitiva, costituita da tanti piccoli eventi (alcuni includono un po’ di suspense) quasi mai scontati e ottimamente interpretata da un gruppo di collaudati caratteristi.

The Cocoanuts (Robert Florey e Joseph Santley, USA, 1929)

Primo effettivo film dei fratelli Marx (uno precedente non fu mai distribuito ed è andato perso), nella formazione a quattro in quanto manca Gummo che non apparve mai nei loro film. Zeppo, già qui in un ruolo minore, partecipò solo a 6 film del gruppo, del quale rimangono nella memoria collettiva quasi esclusivamente Groucho, Chico e Harpo. Essendo un adattamento di una commedia di Broadway porta con sé vari numeri solo musicali o cantati e alcune coreografie molto articolate. Il resto del tempo si passa con i giochi di parole, le gag di Harpo (il muto) abilissimo borseggiatore, i discorsi insensati di Groucho il seduttore e le manfrine di Chico (dall’accento italiano) ottimo musicista oltre ad essere perfetta spalla per i fratelli in qualunque occasione. Questi sono gli elementi che li resero poi famosi anche nel mondo del cinema senza avere più bisogno di ballerine e canzoni. Vale la pena di spendere due parole per Margaret Dumont, che appare sempre nella parte l’iconica matrona ricca e di sani principi morali, spesso circuita da Groucho. Perfettamente adatta al ruolo, pare che abbia confessato di non aver mai compreso i giochi di parole e i nonsense dei fratelli Marx né sulla scena né in privato.

sabato 18 settembre 2021

Micro-recensioni 256-260: 10 noir USA classici (2: 1949-58)

Secondo gruppo di noir (qui le micro-recensioni dei primi 5) che ho voluto concludere con due eccezionali film di fine anni ’50, non fra i più visti e non proprio aderenti al classico cliché dei noir tendendo al genere crime e thriller, noti in Italia con i titoli La morte corre sul fiume e L'infernale Quinlan, come al solito non traduzioni letterali di quelli originali. I primi tre sono stati invece una (piacevole) novità per me. In sostanza, ottima cinquina.

 
Touch of Evil (Orson Welles, 1958, USA) aka L'infernale Quinlan

Stranamente questo film di e con Orson Welles ha goduto di circolazione ridotta, ma c’è da segnalare che la versione commerciale più comune fu ampiamente rimaneggiata dai produttori che addirittura aggiunsero nuove scene. Ciò indusse il regista a scrivere loro una famosa lettera di oltre una cinquantina di pagine nella quale contestava decisamente e punto per punto le loro scelte e chiedeva il ripristino del progetto originale. Come accadeva quasi sempre all’epoca, non solo a lui ma anche ad altri registi, non fu preso in considerazione e solo dopo anni fu eseguito un tentativo di ricostruire il film secondo la sceneggiatura originale; tale versione di trova su dvd ed è quella che ho guardato. L’infame e diabolico Quinlan è interpretato da un fantastico Orson Welles, qui con aspetto quasi terrificante, esaltato da un pesante trucco. Lo affiancano tanti caratteristi (p.e. il maltese Joseph Calleia) di valore che evidenziano la pochezza di uno dei tanti noti attori hollywoodiani sopravvalutati: Charlton Heston. Ci sono anche un paio di personaggi femminili relativamente minori, uno a carico della poco incisiva Vivien Leigh (la donna accoltellata in Psycho) e l’altra interpretata da Marlene Dietrich con il suo inossidabile sguardo magnetico. L'azione si sviluppa a cavallo del confine fra Messico e USA, fra tutori della legge corrotti, criminali dichiarati, di alto e basso rango, e chi investiga sul traffico internazionale di narcotici. Miglior film del 1958 per Cahiers du Cinema, Metascore 99 come Night of the Hunter.

The Night of the Hunter (Charles Laughton, 1955, USA) aka La morte corre sul fiume

Ottima sceneggiatura e grande interpretazione di Robert Mitchum in un ruolo per lui insolito. Discorso a parte merita la fotografia, pressoché perfetta ma troppo evidentemente da studio, esteticamente incisiva ma nonostante il gran lavoro sulle luci queste risultano oggettivamente irreali. Secondo me, altra pecca (senz’altro minore) è l’eccessivo uso di fauna selvatica locale in primo piano (assolutamente ininfluente nella storia) mentre sullo sfondo prosegue il viaggio dei piccoli protagonisti. Al contrario, a suo merito, devo sottolineare l’ottima caratterizzazione del predicatore, figura che nei film americani dell’epoca (ma anche in There Will Be Blood, 2007, 2 Oscar) è di solito un ciarlatano o ha una mente veramente perversa, che riesce ad irretire i bravi cittadini inducendoli a comportamenti irresponsabili e a soggiogare le vittime dei loro schemi. Unico film diretto da Charles Laughton, certamente molto più noto come attore (un Oscar e 2 Nomination) che come regista.

  

The Big Heat (Fritz Lang, 1953, USA) aka Io, la legge o Il grande caldo

Trama molto articolata che ha un punto in comune con quella di Touch of Evil per quanto riguarda i poliziotti corrotti, anche di rango, collusi con i malavitosi e senza scrupoli perfino nei confronti di colleghi onesti. E quando ci sono troppi soldi in gioco o scontri di potere si sa che tradimenti e delazioni sono all’ordine del giorno. Chi ricorda Fritz Lang solo per il suo periodo d’oro tedesco con capolavori come I NibelunghiIl dr. MabuseMetropolis e M, il mostro di Dusseldorf è bene che sappia che in USA diresse molti noir di più che buon livello fra i quali, prima di questo, ci sono infatti Fury con Spencer Tracy e Scarlet Street con Edward G. Robinson. I buoni registi di una volta raramente deludono, anche quando sono sottoposti a condizionamenti da parte dei produttori.

The Asphalt Jungle (John Huston, 1949, USA) aka Giungla di asfalto

Storia di un audace furto notturno in una gioielleria, ideato da un genio del crimine appena uscito di galera il quale, però, si deve affidare a vari sconosciuti per portare a termine il colpo. Come spesso accade in questi casi, non tutti manterranno gli impegni presi e tenteranno di ottenere una fetta maggiore del bottino. Il film conta su un buon cast senza grandi nomi (anche se, in una parte molto secondaria, appare anche Marylin Monroe), ma con assortimento di ottimi caratteristi, fra i quali si distingue Sam Jaffe che per questa prova ottenne la candidatura all’Oscar come non protagonista e fu anche premiato come miglior attore al Festival di Venezia nel quale Huston ebbe la nomination al Leone d’Oro. Il film ottenne anche altre 3 Nomination Oscar (miglior regia, sceneggiatura e fotografia).

Ace in the Hole (Billy Wilder, 1951, USA) aka Asso nella manica

Buon dramma sulla manipolazione delle notizie per farle diventare scoop e sul tentativo di mantenere vivo l’interesse quanto più a lungo possibile a qualunque costo. Altro aspetto evidenziato è quello del condizionamento delle masse presenzialiste, migliaia di persone in attesa che si risolva la situazione restano in un’area deserta, di fronte ad una parete rocciosa, per giorni, in sostanza a bighellonare. Oltre all’evento in sé che mobilita giornalisti e operatori, la presenza di tale folla richiama sul posto venditori ambulanti, ciarlatani, un luna park / circo mentre ciò che prima era gratuito diventa a pagamento, e sempre più caro. Kirk Douglas interpreta il giornalista in disgrazia che fortuitamente si imbatte nel caso e ad arte lo fa diventare un evento di interesse nazionale. Nomination Oscar sceneggiatura e miglior regia e commento musicale al Festival di Venezia, dove Billy Wilder fu candidato al Leone d’Oro.

martedì 29 giugno 2021

Micro-recensioni 136-140: altri 5 Hitchcock, 4 da guardare, 1 evitabile

Anche questo gruppo (anni 1949-54) comprende un flop, ma due sono più che buoni, anche se poco noti al grande pubblico italiano, e gli ultimi due sono ottimi e relativamente famosi. Dividendoli per genere, due vedono innocenti accusati di omicidio volontario da menti perverse e anche se si conosce dall’inizio il vero colpevole non sarà facile arrivare a smascherarlo, un film in costume certamente trascurabile. Si deve anche notare che, anche se Hitchcock lavorava ormai da anni per Hollywood, era ancora molto legato alla madre patria e quindi non c’è da meravigliarsi se solo uno della cinquina è ambientato in USA, mentre gli altri 4 nel Commonwealth (2 in UK, uno in Canada e uno in Australia) il che comporta anche l’utilizzo di molti attori inglesi. Comincio, ovviamente, con gli ottimi.

 
Dial M for Murder (1954) (Il delitto perfetto)

Una chiave, come quella co-protagonista in Notorius, in questo film è protagonista assoluta, dall'inizio alla fine, muovendosi fra tasche (non sempre quelle giuste), borse, borsellini e sotto gli zerbini. Un delitto ben pianificato, seppur dopo aver valutato e curato tanti particolari, va a monte per un dettaglio assolutamente imprevedibile. In questo caso, l’ingegnoso autore del piano riesce a modificarlo in corso d’opera con grande abilità e creatività, ma l’imponderabile è sempre in agguato. Questa la sostanza di un vero thriller, basato su particolari e tempistica. Ottimi i tempi e i dialoghi che si svolgono a turno fra i tre uomini: il marito dell’accusata, il suo amico e l’ispettore. Fu il primo dei tre film che Grace Kelly interpretò diretta da Hitchcock, immediatamente seguito da Rear Window lo stesso anno (1954) e da To Catch a Thief (1955). Assolutamente da non perdere.

Strangers on a Train (1951) (L'altro uomo o Delitto per delitto)

La situazione proposta potrebbe apparire un po’ surreale, ma ha una sua logica ed è certamente affascinante e singolare comportando, di conseguenza, l’indispensabile presenza di un protagonista un può fuori di testa. I suoi singolari comportamenti, che includono l’abbigliamento, sono molto ben descritti da Hitchcock fin dalle prime scene attraverso tanti dettagli. C’è quindi anche spazio per inserire situazioni e personaggi fra l’ironico e il comico, come le ricchissime anziane ingioiellate che flirtano con il protagonista, il bambino sulla giostra e l’operaio che tenta di fermarla. Fra i tanti colpi piccoli ostacoli e colpi di scena distribuiti ad arte nel corso dell’intero film, ce n’è però uno secondo me troppo forzato e tirato per le lunghe, oltre che poco credibile; ciò non pregiudica assolutamente la qualità del film nel suo complesso, ciò grazie anche a quanti collaborarono alla sua realizzazione.  Infatti, il soggetto è tratto da un romanzo di Patricia Highsmith (successivamente diventata una apprezzatissima autrice di polizieschi) e alla sceneggiatura collaborò Raymond Chandler (il creatore del personaggio di Philip Marlowe); direttore della fotografia fu Robert Burks che, a partire da questa sua prima collaborazione, praticamente ebbe l’esclusiva con Hitchcock con 12 film su 13 (fino a Marnie, 1964, saltando solo Psycho, 1960), ottenendo l’Oscar per To Catch a Thief (1954) e Nomination per questo Strangers on a Train (1951) e Rear Window (1954).

   
I confess (1953) (Io confesso)

Questo è fra i film meno conosciuti del periodo americano di Hitchcock, e non ne comprendo il motivo ... l’ho trovato ottimo e certamente migliore di altri ben più famosi. Sembra un misto di vari generi, tuttavia perfettamente miscelati: court movie, dramma romantico, thriller, noir e anche altro. Buon cast anche se pare che Hitchcock non gradì molto le scelte della produzione, avendo diverse richiesto altri interpreti. La trama si dipana in modo abbastanza lineare, ma il pregio sta nel non lasciar prevedere se, come, quando e da chi sarà smascherato l’assassino, non per bravura di chi investiga (l’ispettore cocciuto e prevenuto interpretato da Karl Malden), ma per la rottura del muro di silenzio che - per motivi molto diversi - si è creato intorno all’omicidio con il quale si apre il film. Montgomery Clift interpreta il sacerdote ingiustamente accusato, ma Hitchcock non calca assolutamente la mano sull’argomento religioso (in particolare sul segreto della confessione) puntando esclusivamente sul dilemma: parlerà o non parlerà? In più momenti ricorda lo stile di Orson Welles … se non lo avete visto, vi suggerisco di recuperarlo ... ne vale la pena!

Stage Fright (1950) (Paura in palcoscenico)

Trama abbastanza intricata, piena di sorprese, protagonisti e colpii di scena per permettere a Hitchcock di esibirsi nel creare tante situazioni di suspense, senza neanche risparmiarsi sulle scene e personaggi più che umoristici (l’uomo del pub, la donna alla fiera, ...). Il padre della protagonista (Jane Wyman), interpretato dall’ineffabile Alastair Simm, appena venuto a conoscenza dei problemi e preoccupazioni della figlia, pronuncia una frase emblematica (purtroppo vera sempre ed in assoluto) che spiega come è arrivata a quel punto (e altro deve ancora accadere): “la stupidità è contagiosa!”.
Pur non essendo un’opera maestra, è un film molto ben congegnato, diretto e interpretato, dallo sviluppo molto rapido, senza pause di sorta. Più si procede e più intrecciati divengono i rapporti fra i protagonisti, vari dei quali si spacciano per quelli che non sono, per le tante bugie che ovviamente tentano di coprire con ulteriori menzogne. Perfetta Marlene Dietrich (con la Wyman le sole presenze non inglesi del cast) nel ruolo della perfida e cinica femme fatale, ma anche tutto il resto del cast è scelto opportunamente e offre egregie interpretazioni. Senz’altro lo si può classificare come un piacevole thriller “leggero”, fra il divertente e l’avvincente, e quindi meritevole di una visione.

Under Capricorn (1949) (Il peccato di Lady Considine o Sotto il Capricorno)

Una specie di melodramma ambientato in Australia nell’800, non molto riuscito. Terza e ultima apparizione di Ingrid Bergman nei film di Hitchcock, affiancata dal ben più solido Joseph Cotten, secondo me generalmente sottovalutato nonostante le ottime interpretazioni in Shadow of a Doubt (unico altro film con Hitchcock), The Third Man (1949, Carol Reed) e Citizen Kane (1941, Orson Welles). Visione non strettamente necessaria.

domenica 11 ottobre 2020

Micro-recensioni 341-345: buon mix di sorprese e … gemelle

In questa cinquina ho inserito i due film che completano il triangolo di gemelle: due americani interpretati da Bette Davis e due con stesso soggetto con la versione messicana interpretata da Dolores del Rio. Ma ho anche recuperato tre film a me sconosciuti, con cast pieni di tanti grandi nomi; uno è sicuramente da non perdere, un altro si è rivelato piacevole e ben realizzato, ma molto datato, il terzo molto deludente.

Baby Doll (Elia Kazan, USA, 1956)

Film di qualità, eppure poco conosciuto nonostante i nomi dei cineasti impegnati e 4 Nomination Oscar. Inutile discutere del regista Elia Kazan e di Tennesse Williams, autore di questa sceneggiatura originale che ha una struttura chiaramente teatrale, con tre personaggi principali, in continua contrapposizione ma per motivi molto differenti. I tre (ottimi) interpreti sono Karl Malden (l’unico già molto apprezzato e di esperienza), Carroll Baker appena al suo terzo film ma considerate che nel secondo (Il gigante, dello stesso anno) era apparsa al lato di James Dean, Elizabeth Taylor e Rock Hudson, ed Eli Wallach al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo qualche anno di TV. Tennesse Williams ottenne la sua seconda Nomination Oscar dopo quella di 5 anni prima per Un tram chiamato desiderio, anche quello diretto da Elia Kazan e con Karl Malden che ottenne l’Oscar come non protagonista; candidate Oscare furono anche le due sole donne del film, Carroll Baker protagonista e Mildred Dunnock non protagonista; l’altra Nomination andò a Boris Kaufman (Oscar per Fronte del porto) per la fotografia.

La singolare storia (e situazione quasi surreale) narra di un uomo maturo (Malden) che ha sposato una giovane e avvenente ragazza (Baker) ma, per contratto, deve aspettare il compimento dei suoi 20 anni prima di condividere il letto coniugale. Il giorno prima del fatidico compleanno irrompe in scena il siciliano Silva Vaccaro (Wallach) che ha un conto da regolare con Malden … e non dirò di più. Divertenti alcune frasi in dialetto che evidentemente erano talmente conosciute da non richiedere sottotitolo neanche nella versione originale; t’aggia romp’re i corna - Mamma mia! - Cose e pazz!

Senz’altro consigliato.

 

La otra (Roberto Gavaldón, Mex, 1946)

Vi avevo anticipato l’intenzione di una nuova visione di questo film per avere identico soggetto del successivo Dead Ringer (1964), guardato per la prima volta e commentato la settimana scorsa.

In effetti il trattamento è abbastanza differente; il primo (messicano) tende più al romantico, l’altro (hollywoodiano) più al crime. Molto diversi vengono descritti i due spasimanti poliziotti ed è singolare che anche il cane abbia carattere opposto e in uno dei due risulta addirittura fondamentale.

Fra i due preferisco questo come atmosfera e fotografia, l’altro per essere più avvincente, con tensioni e colpi di scena più significativi.

A Stolen Life (Curtis Bernhardt, USA, 1946)

Questo è invece il film nel quale Bette Davis interpretò la prima volta due gemelle assolutamente identiche ma dai caratteri e stili di vita molto diversi e che indusse la Warner a rimandare Dead Ringer per essere concettualmente uguale (sostituzione di persona), seppur diverso nella sostanza. Senz’altro sufficiente, ma assolutamente poco avvincente.

 

Desire (Frank Borzage, USA, 1936)

Crime-comedy leggera con un giovane Gary Cooper in cerca d’avventure amorose che, nel corso di un viaggio premio sulle strade di Spagna, trova sulla sua strada l’affascinante truffatrice internazionale Marlene DietrichTrama ben congegnata nella quale l'attrice tedesca si cala perfettamente nel personaggio della femme fatale di turno, mentre sorprende vedere Cooper in un ruolo non abituale ... comunque se la cava più che bene. Buon passatempo.

The Comedy of Terrors (Jacques Tourneur, USA, 1963)

Questo l’ho scelto semplicemente per aver visto un vecchio enorme poster della versione portoghese (O Gato Miou Três Vezes, in Italia fu titolato Il clan del terrore) e per il cast che metteva insieme icone quali Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff e Basil Rathborne (15 film nelle vesti di Sherlock Holmes). In effetti solo i dialoghi sono abbastanza brillanti, gli eventi sono scontati e/o esagerati. Il soggetto poteva essere sfruttato in modo migliore, risulta chiaro che però l’obiettivo era quello di produrre film popolare e di cassetta. Il regista Jacques Tourneur sarà certamente ricordato per alcuni suoi noir e western, non certo per questo film.

venerdì 5 giugno 2020

Micro-recensioni 196-200: tre commedie grottesche slave e …

Due film americani (che inseguivo da tempo) con tanti nomi altisonanti, ma non all’altezza delle potenzialità, e tre semisconosciute dark comedy slave.
Who's Singin' Over There? (Slobodan Sijan, Yug, 1980)
Road movie che narra di un viaggio su uno sgangherato bus di linea, lungo le strade sterrate della campagna iugoslava, nelle ore in cui le truppe tedesche occupavano Belgrado (6 aprile 1941). Loro malgrado, dovranno convivere una coppia di novelli sposi in fuga, un cacciatore, un filonazista, un sacerdote, un cantante, un anziano militare, due suonatori girovaghi “zingari”, padre e figlio che si alternano fra guida e assistenza passeggeri (preparando anche una grigliata) e tre maialini vivi. Succederà più o meno di tutto e le scene grottesche si alternano a dialoghi taglienti … il politically correct, per fortuna, non era stato ancora inventato. Personaggi ben descritti e interpretati e cast scelto alla perfezione ne fanno quasi un antesignano delle commedie di Kusturica, ma con protagonisti meno esagerati.

Cabaret Balkan (Goran Paskaljevic, Yug, 1998)
Anche in questo caso la linea temporale è molto limitata ed è “quasi” un road movie che si svolge in una lunga notte con tanti personaggi che vengono introdotti in scene diverse (per lo più violente o potenzialmente violente) e che poi, nel loro girovagare, si ritrovano in altre situazioni in altri luoghi. Goran Paskaljevic, che gode fama di essere fra i migliori registi serbi, riesce a dare continuità e suspense a scene al limite del surreale, con persone apparentemente “normali” che si devono confrontare con personaggi per lo più fuori di testa (almeno uno per ciascuna situazione). Si susseguono vorticosamente litigi, un tentato linciaggio, aggressioni sessuali, irragionevoli scontri che vanno da quelli semplicemente fisici, all’uso di bottiglie rotte, coltelli, armi da fuoco e perfino una bomba a mano. In vari punti mi ha ricordato molto Storie pazzesche (di Damián Szifron, 2014, Nomination Oscar). Penso di aver dato l’idea, riuscendo allo stesso tempo ad evitare spoiler.
Optimisti (Goran Paskaljevic, Ser, 2006)
Quest’altro film di Goran Paskaljevic è dichiaratamente diviso in 5 storie che non hanno niente a che vedere fra loro se non il vago concetto di ottimismo a tutti i costi; quello definito da Voltaire nel suo Candido, “… sostenere che tutto va bene quando tutto va male." Molto meno convincente rispetto a Cabaret Balkan, in questo caso protagonisti e situazioni tendono più alla stupidità che alla follia, tuttavia non mancano le scene violente che sembrano confermare lo stereotipo della perenne litigiosità delle etnie slave … innata o storica? Appena sufficiente nel complesso, solo in alcuni episodi ci sono situazioni notevoli, per il resto procede lentamente con pochi spunti arguti.

Rancho Notorius (Fritz Lang, USA, 1952)
Strano western diretto da Fritz Lang, con Marlene Dietrich (ad Hollywood nel 1930 sull’onda del successo in L’angelo azzurro, e Oscar l’anno seguente per Morocco, entrambi diretti da Josef von Sternberg) e Arthur Kennedy, che quell’anno ottenne la seconda delle sue 5 Nomination. Il soffre non solo di una debole sceneggiatura ma anche e soprattutto di scenografie di quart’ordine … completamente girato negli studios di Hollywood, con pessimi fondali. I classici campi lunghi, gli ampi panorami e le cavalcate sono del tutto assenti. Lo stimato regista fa quello che può ma non riesce a salvare Rancho Notorius.

The Fugitive (John Ford, USA, 1947)
Sorprendentemente, The Fugitive ha risultati ancora peggiori del suddetto film di Lang, nonostante la combinazione di tanti ottimi artisti (nei vari campi) che non ha prodotto che un film mediocre. La sceneggiatura è adattamento di uno di più celebrati romanzi di Graham Greene (The Power and the Glory), messa in scena da 2 registi di indiscussa fama (John Ford e Emilio “Indio” Fernández, il secondo uncredited), conta su tre star internazionali come protagonisti quali Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro Armendáriz e, come se non bastasse, la fotografia è affidata all’ottimo Gabriel Figueroa, un maestro del bianco e nero. In effetti l’unico all’altezza dei suoi trascorsi è quest’ultimo, anche se l’unico riconoscimento al film fu il Premio Internazionale attribuito a John Ford a Venezia. La croce di fuoco (questo il pessimo titolo italiano) è lento, basato su stereotipi, su poche scene prolungate, discontinuo e spesso illogico in quanto a tempi e luoghi, con il carattere del prete in fuga (Henry Fonda) proditoriamente stravolto rispetto al personaggio creato da Greene

lunedì 19 agosto 2019

52° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (256-260)

Cercando altre opere di Josef von Sternberg, mi sono imbattuto in alcuni film non ancora guardati di grandi registi austroungarici quali Robert Wiene (regista del Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) e G.W. Pabst (regista de Il vaso di Pandora, 1929); non solo non mi sono lasciato sfuggire l’occasione, ma ho anche trovato una delle tante liste di film di genere (35 Films from the Golden Age of German Cinema) che comprendeva una decina di lavori a me sconosciuti o dei quali avevo solo sentito parlare. Ovviamente queste saranno le mie prossime visioni e argomento di futuri post.
   

260  The Shangai Gesture (Josef von Sternberg, USA, 1941) tit. it. “I misteri di Shanghai” * con Gene Tierney, Walter Huston, Victor Mature, Ona Munson * IMDb  6,7  RT 100% * 2 Nomination (scenografia e commento musicale)
Uno dei numerosi film di von Sternberg con ambientazione esotica. Interpretando i rating sembra essere uno dei meno graditi dal pubblico (comunque ben oltre la sufficienza) ma molto apprezzato dai critici per lo stile e l’atmosfera che riesce a creare, anche se di Shanghai si vede ben poco. Pur essendo girato quasi interamente in interni, in Oriente e senza poliziotti o veri criminali, lo si può senz’altro inquadrare nel genere noir. A parte gli eccessi di trucco e acconciatura di 'Mother' Gin Sling (interpretata dall’americana Ona Munson), gli altri personaggi sono personaggi sono perfettamente proposti, in un ambiente di mistero e vizio, gioco d’azzardo e potere. Si distinguono le ottime interpretazioni di Victor Mature (l’enigmatico e flemmatico Doctor Omar) e di Gene Tierney (l’isterica giovane viziata).
Senza dubbio un gran bel film con un finale a sorpresa di tutto rispetto.
Più che consigliato.

257  Orlac's Hands (Robert Wiene, Ger, 1924) trad. “Le mani di Orlac” * con Conrad Veidt, Alexandra Sorina, Fritz Strassny * IMDb  7,1  RT 86%
Questo horror psicologico miscelato al poliziesco, uno degli ultimi film dell’espressionismo tedesco, tratto dal romanzo omonimo di Maurice Renard, si basa non solo sull’interessante soggetto ma soprattutto sull’interpretazione drammatica Conrad Veidt (Cesare in Il gabinetto del Dr. Caligari, il Maggiore tedesco in Casablanca). Le scene e i fondali non sono certo quelle di Caligari (1920) ma qualche elemento simile vi si può vedere. Apprezzabili le varie doppie esposizioni (una tecnica spesso utilizzata nei muti) che mostrano i tormenti del protagonista, fra incubo e immaginazione, a volte indotti dal malvagio di turno.
Ne furono prodotti due remake sonori: Amore folle (1935) e Le mani dell'altro (1961). 
Nel complesso un film più che buono, con solida sceneggiatura e notevoli interpretazioni e regia. 

      

256  Genuine  (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. int. “The Tragedy (o The Tale) of a Vampire” * con Fern Andra, Hans Heinrich von Twardowski, Ernst Gronau * IMDb  6,0  RT 41%p
Difficilmente giudicabile per il semplice motivo che la versione disponibile è quella “condensata” di 43', praticamente la metà della versione originale di 88' che è visibile solo al City Film Museum di Monaco, Germania. In effetti il titolo è fuorviante in quanto non c’è niente di vampiresco nel senso comune del termine, ci si riferisce invece ad una femme fatale della quale si seguono le avventure. Infatti per buona parte del film viene tenuta in una “prigione di lusso” dopo essere stata comprata come schiava. Alcune scenografie sono affascinanti quasi quanto quelle di Caligari (e infatti lo scenografo è lo stesso), ma la storia non regge e senz’altro pesa il fatto che non si sa cosa succeda nella metà tagliata. Soffre anche di una recitazione con troppo gesticolare e braccia protese.
Ha sempre sofferto dell’inevitabile confronto con Caligari, dello stesso regista, il grande successo uscito pochi mesi prima, ancora oggi un cult per qualunque cinefilo.
Da guardare soprattutto per le scene e per interesse “storico”

258  Street of Sorrow (aka Joyless Street) (G.W. Pabst, Ger, 1925) tit. it. “La via senza gioia” o “L’ammaliatrice” * con Asta Nielsen, Greta Garbo, Ágnes Eszterházy * IMDb  7,3  RT 75%
Questo fu il film che fece conoscere Greta Garbo (il suo quinto in 5 anni, pochissimi per l’epoca) ma fu così che l’attrice ottenne un contratto con la MGM e continuò brillantemente la sua carriera negli USA. Similmente all’appena citato Genuine, quella che ho recuperato è la versione condensata in 60’; del film ne esistono una decina di montaggi, il più lungo dei quali è di 175’ (quasi 3 ore!). Purtroppo ciò accade spesso con film di quasi 100 anni fa, che già all’epoca venivano distribuiti in vari paesi in edizioni diverse. A partire dai primi tentativi di restauro o ri-assemblaggio si utilizzarono spezzoni di varia provenienza e furono inserite riprese probabilmente mai effettivamente proposte in sala.
Tornando al film, l’ho trovato un po’ troppo melodrammatico ma conta su una solida regia e la buona interpretazione dell’astro nascente (la svedese Greta Garbo).

259  Dishonored  (Josef von Sternberg, USA, 1931) tit. it. “Disonorata” * con Marlene Dietrich, Victor McLaglen, Gustav von Seyffertitz * IMDb  7,3  RT 100%
Dei film di Josef von Sternberg fin qui visti è quello che mi ha appassionato di meno, soprattutto per la sceneggiatura poco credibile che si svluppa nel contesto degli ultimi anni della I Guerra Mondiale, fra un amore appassionato, spie e doppiogiochisti sia dal lato austroungarico che russo.
In questo caso, la spia ammaliatrice è Marlene Dietrich ed è strano (forse non tanto) che dopo pochi mesi uscì un altro film sostanzialmente simile con protagonista l’altra star dell’epoca, Greta Garbo (Mata Hari, 1931).
Interessante.
   
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 5 agosto 2019

49° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (241-245)

E ora si ricomincia da capo con una cinquina tutta muta (quasi, un film è commentato)! Torno all’invenzione del cinema con una serie di 108 film restaurati girati dai fratelli Lumière, da quello che dovrebbe essere il primo in assoluto (1895) ad alcuni del 1905, scelti, organizzati e commentati da Thierry Frémaux. Completano la cinquina un film di Victor Sjöström (uno degli attori simbolo di Bergman, anche regista) e tre di Josef von Sternberg, poi regista di L’angelo azzurro con il quale rese famosa Marlene Dietrich, che successivamente diresse in altri 6 film.
Le micro-recensioni di questo post sono in ordine cronologico, considerando il primo del 1895-1905 e per commentare in blocco i lavori di von Sternberg. 

   

241  Lumiere! (Thierry Frémaux, Fra, 2016) * con Auguste e Louis Lumière * IMDb  8,4  RT 86%p
A questo eccellente ed interessantissimo lavoro realizzato dal direttore dell’Institut Lumière di Lione, nonché delegato generale del Festival de Cannes, già dedicai un post quando lo apprezzai per la prima volta  un paio di anni fa e quindi ad esso vi rimando. Lì troverete anche il trailer e 3 filmati significativi e affascinanti: uno realizzato in un villaggio vietnamita, un allenamento degli chasseurs alpins e la Danse serpentine (colorato a mano).
A quanto scritto allora aggiungo solo che è un film (se così si può definire) da guardare e riguardare, non solo godendosi i filmati in sé e per sé, ma anche prestando particolare attenzione ai commenti di Frémaux che mette in risalto e illustra tante intuizioni dei fratelli Lumière, successivamente sviluppate da altri. 
Imperdibile!

242  The Outlaw and His Wife! (Victor Sjöström, Sve, 1918) * con Victor Sjöström, Edith Erastoff, John Ekman * IMDb  7,2  RT 100% 
Direi un lavoro relativamente deludente questo di uno dei più famosi registi/attori scandinavi. Senz’altro il suo muto più noto Körkarlen (1921, tit. it. Il carretto fantasma) è di gran lunga superiore sia per tecnica cinematografica che per interpretazione. In vari dei suoi primi film (iniziò nel 1913) Sjöström fu non solo regista, ma anche sceneggiatore ed interprete principale; come attore concluse la sua carriera nelle vesti del Dr. Borg, il protagonista di uno dei più famosi film del suo compatriota Ingmar Bergman: Il posto delle fragole (1957).
La storia (ambientata in Islanda) si sviluppa nell’arco di molti anni e risulta un po’ carente di continuità; trovo che ci sia troppo gesticolare nella recitazione, anche se ciò era comune all’epoca per enfatizzare situazioni e sentimenti; la sceneggiatura è debole ed in sostanza poco credibile.
Certamente non male per quell’epoca, ma non fra i migliori. 

      

Tratto in blocco questi tre muti di von Sternberg ai quali farò seguire altri, certamente quelli con Marlene Dietrich, dei quali ho visto solo Der blaue Engel (1930, L’angelo azzurro).

243  Underworld  (Josef von Sternberg, USA, 1927) tit. it. “Le notti di Chicago”, o “Il castigo” * con George Bancroft, Clive Brook, Evelyn Brent * IMDb  7,7  RT 85% *  Oscar miglior sceneggiatura originale
244  The Last Command (Josef von Sternberg, USA, 1928) tit. it. “Crepuscolo di gloria” * con Emil Jannings, Evelyn Brent, William Powell * IMDb  7,7  RT 100%  * Oscar a Emil Jannings protagonista e Nomination miglior sceneggiatura originale
245  The Docks of New York (Josef von Sternberg, USA, 1928) tit. it. “I dannati dell'oceano” * con George Bancroft, Betty Compson, Olga Baclanova * IMDb  8,0  RT 100% 

Inizio con poche righe di presentazione del regista, di origine austriaca, che sbarcò per la prima volta in America a soli 3 anni, ma divise infanzia e studi fra Vienna e New York. Dopo vari attività occasionali, a 17 anni (1911) cominciò a lavorare per la World Film Company nella quale fece presto carriera, passando rapidamente da magazziniere a proiezionista, montatore, addetto ai cartelli, operatore e poi assistente regista dal 1919; nel 1924 diresse il suo primo lungometraggio: The Salvation Hunters. Questo film fu molto apprezzato dai produttori fra i quali c’erano anche Charlie Chaplin e Douglas Faibanks, soprattutto per la perfetta organizzazione e realizzazione, nonostante il limitatissimo budget di 4.800 dollari, poco anche a quei tempi. Von Sternberg ebbe la caratteristica di trattare quasi sempre storie passionali e drammi interiori, protagonisti che si dibattono fra bene e male, spesso in ambienti sociali difficili, in molti casi in luoghi esotici, talvolta riportati proprio nei titoli (p.e. Marocco, Shanghai Express, The Shanghai Gesture, Macao, Anatahan).
Venendo ai tre film in questione, degli ultimi anni del muto, Underworld  viene visto da molti come prototipo dei film di gangster, pur essendoci una notevole componente di amore, amicizia, gratitudine, tradimento e sospetto. Un film ben costruito, di ritmo abbastanza svelto, con vari colpi di scena che, seppur in parte prevedibili, rendono interessante la trama, non proprio banale ... non per niente vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Buone le interpretazioni fra le quali spicca quella di George Bancroft, che molti ricorderanno come Marshall Wilcox in Stagecoach (1939, Ombre rosse, di John Ford).
The Last Command mi ha colpito per la trama originale che si sviluppa in due parti ben distinte, in luoghi e situazioni ed epoche molte diverse: ambiente militare durante la rivoluzione russa, set cinematografico negli Stati Uniti. Il personaggio principale è tuttavia unico, ottimamente interpretato da Emil Jannings (che meritatamente ottenne l’Oscar) , già noto per le sue performance nei panni del protagonista in Der Letzte Mann (1924, L’ultima risata) e di Mephisto in Faust (1926) entrambi di F.W. Murnau.
Veramente un ottimo film, essenziale, ben diretto e ben interpretato.
Anche nel terzo ed ultimo film di questo trittico di lungometraggi diretti Von Sternberg nei panni del protagonista troviamo George Bancroft, che in questo caso interpreta un carbonaio (marinaio addetto a spalare carbone nelle caldaie) che, nelle poche ore di libertà a terra prima di salpare per un nuovo viaggio, riesce a mettersi in sacco di pasticci.
Pure in questo caso la trama è interessante, con il protagonista che si trova a dover decidere se fermarsi rinunciando alla sua “libertà e indipendenza”  o continuare ad andare in giro per il mondo passando giorni e giorni davanti alla bocca di una fornace per poi “godersi” le poche ore di licenza fra bar e postriboli. 
Dopo questa più che soddisfacente incursione nel periodo del muto di Von Sternberg, sono ancor più ansioso di recuperare altri suoi film sonori, in particolare quelli ambientati in Oriente e altri luoghi esotici.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.