martedì 30 aprile 2019

34° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (166-170)

Altri 2 film della retrospettiva Gaumont, una perla di documentario sperimentale, un deludente film australiano recentemente premiato a Venezia e un classico americano che, pur contando sulla regia di Elia Kazan, sceneggiatura di John Steinbeck e con Marlon Brando e Anthony Quinn protagonisti (scusate se è poco) si è rivelato appena sufficiente.

   

166  The Man with the Movie Camera  (Dziga Vertov, URSS, 1929) tit. or. "Chelovek s kino-apparatom“  tit. it. "L'uomo con la macchina da presa“ * con Mikhail Kaufman  * IMDb 8,4  RT 97%
Film muto, senza cartelli e senza sceneggiatura (come si avvisa nei titoli di testa), 68 minuti di immagini che scorrono rapidamente accompagnate da musica pertinente, spesso incalzante.
Vertov mostra di tutto, talvolta per settori (come nel caso di una serie di attività sportive), altre volta alterna azioni visivamente simili ripetitive come filatura e centraliniste. La vita convulsa della città viene proposta più volte con riprese della folla che si sposta disordinatamente, mentre i tram continuano ad incrociarsi rapidamente. Nella seconda parte comincia ad apparire sempre più frequentemente l'uomo con la camera, in posizioni sempre più insolite, talvolta non prive di rischio: su teleferiche, moto, auto, cestelli pendenti da una gru, nello stretto spazio fra i tram che corrono in direzioni opposte. Infine cominciano le doppie esposizioni, spesso con effetti di cambio dimensioni (p.e. operatore che appare come un gigante su un edificio), trucchi cinematografici con riprese inverse, schermo diviso in due orizzontalmente e verticalmente, anche con immagini simmetriche che ruotano in senso opposto. C'è veramente di tutto, da famiglie al mare ad un parto, da veloci azioni ripetitive in fabbrica a gare di motociclette, palestre con incredibili macchinari antesignani di quelli odierni, dal lavoro in miniera a un prestigiatore asiatico che si esibisce davanti a un gruppo di bambini, animazione del cavalletto e della cinepresa (senza operatore), fanghi, ippica, tuffi, un cavallo meccanico, dattilografe, ballerine, un uomo-semaforo, e tanto altro. Le scene, a volte di neanche un secondo, si succedono a ritmo vertiginoso, raramente rallentano, comunque sempre di pari passo con la musica.
Lo trovate, completo, in più versioni su YouTube ed anche su Vimeo.
Interessante, sorprendente, divertente ... da non perdere.

167  Les maudits  (René Clément, Fra, 1947) tit. it. "I maledetti“ * con Marcel Dalio, Henri Vidal, Florence Marly  * IMDb 7,2  RT 100% * “Prix du meilleur film d'aventures et policier” a Cannes.
Chi direbbe mai che un film ambientato quasi esclusivamente in un sottomarino possa essere movimentato e avvincente? Eppure questo classico francese dell'immediato dopoguerra riesce nell'impresa facendo imbarcare ad Oslo personaggi (per lo più civili) di carattere, estrazione e professione totalmente diverse. Procedendo verso il Sudamerica, salirà a bordo un altro passeggero, totalmente estraneo al gruppo che uno degli stessi passeggeri acutamente definisce un'arca di Noè. Fra i vari personaggi c’è anche un italiano, interpretato da Fosco Giachetti.
Pur trovandosi a filmare in spazi molto limitati René Clément (co-sceneggiatore) evita riprese statiche o ripetitive e l’azione si svolge in un continuo tourbillon di intrecci, approcci, inganni e minacce fra i numerosi protagonisti, quasi un film corale.
Terzo film del regista bordolese, che ebbe gran successo fin dall’esordio, i suoi primi 4 film furono tutti premiati a Cannes. Gli altri 3 sono Bataille du rail (1946,) Le père tranquille (1946) e Le mura di Malapaga (1949)  
Uno dei tanti ottimi film francesi dell’epoca, consigliato.

      

169  Un carnet de bal  (Julien Duvivier, Fra, 1937) tit. it. "Carnet di ballo“ * con Marie Bell, Françoise Rosay, Louis Jouvet, Fernandel  * IMDb 7,5  RT 75%p
Carnet di ballo, originale commedia, solo a tratti drammatica, basata sulla strana idea di una ricca e piacente vedova di andare a cercare tutti quelli che ballarono con lei alla sua festa di debutto, a 16 anni. Messasi alla ricerca di quelli i cui nomi erano annottati sul suo carnet di ballo, scoprirà che uno è morto anche se la madre crede sia ancora vivo, e poi c'è chi è diventato monaco, chi medico molto poco affidabile, chi fuorilegge, chi sindaco e chi parrucchiere .
Ben filmato e interpretato trae vantaggio da una ingegnosa sceneggiatura che alterna scene drammatiche e altre di grande ilarità. Si apprezzano non solo il bel bianco e nero (anche grazie alla versione restaurata) e le tante originali riprese che non rispettano la verticalità, ma anche le buone interpretazioni.
Film ben diverso dagli altri precedentemente proposti nella retrospettiva Gaumont ma, come gli altri, senza dubbio piacevole e ben realizzato.

170  Viva Zapata! (Elia Kazan, USA, 1952) * con Marlon Brando, Jean Peters, Anthony Quinn * IMDb 7,5  RT 65% * Oscar a Anthony Quinn non protagonista e 4 Nomination (Marlon Brando protagonista, sceneggiatura, scenografia e commento musicale), Marlon Brando miglior attore a Cannes e Nomination Grand Prix per Elia Kazan
Film pretenzioso, per la cui realizzazione furono messi insieme ottimi e stimati professionisti, ma il vero scopo era chiaramente il botteghino.
Data la mia nota passione per il Messico (non solo cultura, musica e cibo, ma anche storia) mi era subito sembrata infelice la scelta di Marlon Brando come protagonista, Zapata era ben più mingherlino e più basso e vestiva in modo diverso, e il trucco non è dei migliori. Storicamente si va ancora peggio, oltre a saltare anni interi senza renderlo evidente, si trattano marginalmente eventi fondamentali, a cominciare dalla decena tragica, che portò all’assassinio di Madero, ma anche tutto il resto è estremamente confuso. Non è possibile pensare di concentrare quasi un decennio di storia pieno di avvenimenti, battaglie, esecuzioni e tradimenti in meno di 2 ore, dando oltretutto troppo spazio alla parte romantica (indispensabile per il prodotto Hollywoodiano).
Al di là di quanto mi era già apparso evidente, nel corso della charla successiva alla proiezione (proposta in occasione del centenario dell'assassinio di Emiliano Zapata) i relatori hanno messo anche in evidenza che, nonostante i grandi nomi e gli Oscar, il film non ebbe il successo sperato né in USA né in Messico. Ovviamente, in patria le tante evidenti imprecisioni vennero subito disapprovate e le scelte di presentare il loro eroe come analfabeta (cosa certamente non vera) e vestito con il classico calzón de manta (quello bianco indossato dai campesinos in tutti i film americani), altrettanto falsa, furono aspramente criticate. Inoltre il film era stato girato interamente negli Stati Uniti tranne i pochi interni nel palazzo presidenziale messicano (Castillo de Chapultepec) e fra gli attori l’unico nativo era Anthony Quinn.
Nell’immaginario collettivo messicano, Zapata oltre ad essere un eroe della rivoluzione messicana quando fu a capo dell’esercito Libertador del Sur, è un simbolo, quasi un santo, che non tenne niente per sé e combatteva più che altro da guerrillero (a differenza del suo omologo  Pancho Villa guidava la Division del Norte, quasi un esercito regolare). Per questo motivo, dopo l’insuccesso iniziale, il film ritornò in auge verso la fine degli anni ’60, promosso dai vari movimenti giovanili più o meno di sinistra e contro il potere non solo negli Stati Uniti e in Messico, ma anche in Francia. Non da ultimo, si può sottolineare che perfino il più recente moto “rivoluzionario” messicano è stato quello del subcomandante Marcos, a capo dell’ Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Insomma, risulta evidente che Kazan e Steinbeck si erano proposti una missione impossibile, quella di rappresentare un idolo, un simbolo, un personaggio troppo amato da buona parte dei messicani per essere proposto in modo credibile da stranieri.
Certamente sufficiente, ma niente di più.

168  Sweet Country (Warwick Thornton, Aus, 2017) * con Bryan Brown, Luka Magdeline Cole, Shanika Cole, Sam Neill * IMDb 6,9  RT 96% * Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Non malvagio, ma deludente; il Premio Speciale della Giuria a Venezia e il 96% di RT, lasciavano sperare in qualcosa di meglio. L’australiano Warwick Thornton ha un background da direttore della fotografia ed ha ricoperto tale ruolo anche per tutti i suoi film. Questa specie di western ambientato in aree semi-desertiche forniva quindi un’ottima opportunità per sfruttare al meglio luci e paesaggi naturali, luoghi che  regista ben conosce per essere originario di Alice Springs, praticamente al centro dell’Australia, o oltre 1000km da qualunque costa e da qualunque grande città. Purtroppo, al di là della scenografia e di qualche decente interpretazione (i settantenni Bryan Brown e Sam Neill a malapena si difendono), il film non conta su una sceneggiatura decente, sia per i contenuti in sé, sia per dialoghi e sviluppo della trama. Siamo ancora a “buoni e cattivi”, il prepotente braccio della legge che si ricrede, l razzista malvagio, il buono dalla fede incrollabile, i nativi vessati ma violenti quasi alla pari dei “bianchi”, anche fra di loro; soggetti triti e ritriti ed in questo caso non rappresentati nel migliore dei modi. Logica, plausibilità e continuità sono similmente carenti. Restano le immagini ...
Guardatelo, ma senza aspettarvi alcuna sorpresa.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 28 aprile 2019

33° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (161-165)

Cinquina nella quale ho voluto includere una conferenza di grande interesse su Jean Vigo e l’ho affiancata a un’altra pietra miliare del cinema: Napoleon (1927) di Abel Gance. Completano il gruppo 2 film di epoche molto diverse, ma entrambi più che buoni, ed il peggior film visto quest’anno. 

   

165 Napoleon (Abel Gance, Fra, 1927) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Albert Dieudonné, Vladimir Roudenko, Edmond Van Daële  * IMDb 7,6  RT 93%
Film epico sia per il soggetto sia per il suo valore nella storia della cinematografia, anche se è doveroso precisare che oramai non si capisce più quale possa essere stata la vera versione di Abel Gance. Come spesso è accaduto per simili kolossal del muto, le copie sono sparite, sono state ritrovate, sono state ri-aggiunte scene tagliate dai produttori e via discorrendo. Io ho guadato la versione restaurata prodotta da Francis Ford Coppola nel 1981, con commento musicale composto e diretto da suo padre, Carmine Coppola.
Pensate che se ne conoscono almeno una ventina di edizioni, a 9,5, 16 e 35mm, virate e non, sonorizzate e non, a 18, 20 e 24 fps, per durate che vanno dalle 3 ore alle 5 ore e mezza.
Un resoconto dettagliato lo trovate in questo esauriente post.
Senza scendere in dettagli (non si finirebbe mai), cito solo una delle varie sperimentazioni di Gance, quella conosciuta come trittico. Si trattava di proiettare tre filmati diversi di dimensioni più o meno quadrate, allineati orizzontalmente in modo da creare un’immagine di proporzioni 3:1, molto vicino a quello che sarà, veri decenni più tardi, il Cinerama (3:1) e il fratello minore Cinemascope (2,55:1, poi ridotto a 2,35:1)
In alcuni casi Gance propone continuità di immagine come se si trattasse di una pellicola unica, altre volte i laterali sono uguali o a specchio, mentre al centro mostra  l’azione principale, altre volte ancore le tre immagini sono indipendenti ed ad un certo momento le immagini laterali sono virate una in blu e l’altra in rosso, lasciando in bianco e nero sola la quella centrale, formando così una bandiera francese.
Al momento, la migliore versione disponibile dovrebbe essere quella su Blu Ray della BFI (5h32’), messa in circolazione nel 2016. Questo era il primo film di un progetto che ne prevedeva 6 sulla vita di Napoleone, ma rimase l'unico. Abel Gance compare nel film in un ruolo relativamente importante, interpretando Louis Saint-Just. 
Secondo me è da guardare ance se non si è proprio appassionati di muto.

161  Jean Vigo: El verdadero énfant térrible  (conferenza) * relatore: José Antonio Valdés Peña (ricercatore, sceneggiatore, critico e docente cinematografico)
Ero indeciso se considerare come visione o meno la conferenza su Jean Vigo, ma ho deciso per il sì dopo le 2 interessantissime ore ben gestite, durante le quali sono stati mostrati un corto per intero, un altro per metà e varie scene significative del mediometraggio Zero in condotta e del suo unico vero film, L'Atalante, praticamente quasi la metà della sua intera produzione, che ammonta a sole 2h47'.
Ecco ciò che Vigo ci ha lasciato: A propos de Nice (1930, 25', documentario che  stravolge gli schemi di quelli turistici dell'epoca); Taris, roi de l'eau (1931, 9'); Zéro de conduite (1933, 44', giudicato sovversivo e per questo proibito fino al '46); L'Atalante (1934, 89', che riuscì appena a terminare, dirigendo le ultime scene in barella). Morì il 5 ottobre 1934, a 29 anni.
Il relatore ha aperto con l'inquadrare pregevolmente e con competenza il periodo di particolare fermento fra innovazioni tecniche, sperimentazioni, passaggio dal muto al sonoro, surrealismo e realismo poetico francese con le sue storie di legionari, criminali, prostitute, origini del noir. Epoca in cui, sulla scia di Abel Gance e Julien Duvivier, muovevano i primi passi i vari Jean Renoir, René Clair, Marcel Carné e a questi si unì (per poco) anche Luis Buñuel, accolto a braccia aperte dai surrealisti.
Jean Vigo è stato presentato come una persona allegra e gioviale, a dispetto dei gravi problemi di salute che lo affliggevano, sempre pronto a creare nuove idee di ripresa. Nel curioso quasi mockumentary sul nuoto (Taris) propone varie scene sott'acqua, all'avanguardia per quei tempi, tecnica che poi perfezionerà in L'Atalante, nella famosissima scena dell'uomo che si tuffa dalla peniche e ne viene mostrato il volto in immersione mentre appare la sposa vestita di bianco, proprio quella che avrete visto migliaia di volte nella sigla di Fuori Orario di Enrico Ghezzi.
Da notare che chi assecondava Vigo in tutte le sue idee, era Boris Kaufman che diresse la fotografia in tutti e 4 i suoi film. Nato in Polonia, all’epoca facente parte dell’Impero Russo, dopo la Francia si trasferì in USA dove fu molto apprezzato, vinse l’Oscar per On the Waterfront (1954, Elia Kazan) e ottenne la Nomination per Bay Doll (1956, Elia Kazan), ma firmò anche altri famosi film come 12 Angry Men (1957, Sidney Lumet) e Splendor in the Grass (1961, Elia Kazan).  Boris era fratello di un altro genio del cinema noto con lo pseudonimo Dziga Vertov, del quale parlerò nel prossimo post.
Serata molto piacevole ed interessante.

      

162  El angel (Luis Ortega, Arg, 2018) * con Lorenzo Ferro, Cecilia Roth, Chino Darin, Daniel Fanego,  Luis Gnecco, Mercedes Morán  * IMDb  7,1  RT 73% * 2 Nomination a Cannes
L’anno di fuoco di Carlos Eduardo Robledo Puch, meglio conosciuto come Ángel Negro o el Ángel de la Muerte, il maggior assassino seriale argentino. Fra marzo 1971 e febbraio 1972, ancora 19enne, con efferata freddezza e indifferenza uccise una dozzina di persona (fra loro anche qualche complice); arrestato, fu accusato di 10 omicidi aggravati e uno semplice, ma lui stesso se ne attribuì 20, di tentato omicidio, di complicità in due stupri, 17 furti con scasso, sequestro di persona e fu condannato all'ergastolo (e sta ancora in carcere, dopo 47 anni). Un paio di anni fa, nel corso di una udienza per ottenere la condizionale gli fu chiesto "Cosa pensi di fare fuori?" "Uccidere la Kirchner" (ex presidente argentina). Ovviamente non gli fu concessa, ma é indicativo in merito al suo carattere.
Il film tratta solo di quest’anno, da quando si associa con il suo primo complice, fino all’arresto. Di famiglia piccolo borghese, si presentava con un aspetto angelico, faccia pulita contornata da boccoli biondi ma era spietato e privo di ogni morale; ma non era avido, rubava per vocazione, tanto che spesso regalava la refurtiva o la abbandonava. A quanto dicono i giornali argentini, gli sceneggiatori, pur mostrando vari suoi crimini a dir poco efferati e violenti, ne hanno proposto un ritratto edulcorato, pare che in  realtà fosse ancora peggiore. Il merito del film, che conta su un cast perfettamente scelto, è quello di non crogiolarsi nella violenza o in scene splatter, ma essere essenziale e mettere in risalto l'apparente calma di un soggetto indubbiamente disturbato, tendente al paranoico.
Tutti i personaggi sono ben delineati, dai “buoni” ai criminali. Oltre alle ottime interpretazioni di tutti i protagonisti (le due coppie di genitori e i figli criminali) è doveroso menzionare  anche la perfetta colonna sonora con tanta musica rock e pop d'epoca, con cover in spagnolo di canzoni ben note che vanno House of the Rising Sun (lanciata da The Animals, qui nella versione argentina di Palito Ortega) a Non ho l'età (cantata in spagnolo proprio da Gigliola Ginguetti). 
Senz'altro molto buono, di passo rapido e bilanciato. Molti prevedono un futuro di successi per l'esordiente Lorenzo Ferro

164  Les Anges du péché (Robert Bresson, Fra, 1943) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie  * IMDb 7,6  RT 83%
Film d’esordio di Bresson, regista di qualità ma (come molti suoi pari) con una limitata produzione, appena 13 lungometraggi in una quarantina di anni (1943 - 1983).
Non fatevi ingannare dal titolo e dall'ambientazione in un convento di suore domenicane ... la religione c'entra relativamente poco. Si tratta di un ben congegnato dramma psicologico nel quale la regola conta, ma le personalità enigmatiche delle protagoniste e i loro fini sono gli elementi fondamentali attorno ai quali si sviluppa e monta l'intera trama.
Questo ed il successivo sono i soli film di Bresson con un cast si soli attori professionisti. La fotografia è particolarmente precisa e curata, evidente retaggio degli trascorsi del regista come pittore e fotografo. Girato in pieno periodo di guerra, giunse in Italia solo nel 1950 come La conversa di Belfort.
Un ottimo film d’esordio, in precedenza aveva diretto solo Affaires publiques (1934 - un corto di 25 minuti, stranamente una commedia) e aveva collaborato a varie sceneggiature; successivamente fu co-sceneggiatore di tutti i suoi film tranne il singolare Lancelot du Lac (1974).  
Pur avendolo guardato l’anno scorso (ma da file) non ho voluto perdere l’occasione di ri-guardarlo su schermo grande in un’accogliente sala della Cineteca Nacional Mexico.


163  Las tetas de mi madre (Carlos Zapata, Col, 2015) * con Alejandro Aguilar, Joseph Barrios, Angelica Blandon * IMDb  6,4 
Storia insulsa, poco credibile, mal rappresentata, peggio interpretata, regia assente ... dove sono finiti i film colombiani più che decenti? Sembra si tratti di un esordio autoprodotto, IMDb riporta che successivamente Carlos Zapata si è solo occupato del montaggio di due corti ... qualcuno, per fortuna, gli avrà spiegato che non era mestiere suo. Mi meraviglia che la Cineteca l’abbia proiettato.
Chiaramente, è da evitare ad ogni costo.

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giovedì 25 aprile 2019

32° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (156-160)

Cinquina con predominanza francese, 2 film molto singolari, oserei dire unici, prodotti a 50 anni di distanza, ai quali hanno fatto seguito tre pellicole che hanno un elemento comune, le protagoniste sono giovani ventenni (+ o -) che si trovano ad affrontare difficili situazioni non solo sentimentali ma anche sociali. 
Si va dal dramma vissuto in una famiglia pakistana radicata in Europa, ai fermenti giovanili in Tunisia appena prima della rivoluzione del 2010, al più romantico ma non meno complesso dramma ambientato in Giappone. Essendo troppo "diversi" i primi 2 ed equivalenti gli altri 3 li metto in ordine di visione.


   

156  Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Jean-Luc Godard, Fra, 1965) tit. or. “Alphaville” * con Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff * IMDb  7,2  RT 91% * Orso d’Oro a Berlino
Film sui generis, molto Nouvelle Vague, molto godardiano. Si tratta del nono lungometraggio di Godard, dopo il suo esordio con A bout de souffle (1960), quasi contemporaneo a Bande à part (1964) e Pierrot le fou (1965), altri caposaldi dei suoi primi frenetici anni da regista (negli anni ’60 diresse 17 lungometraggio, 6 episodi di film e 12 corti). A mio modesto parere, dopo quel periodo (comunque fra alti e bassi) perse verve e genialità e degli anni successivi non ricordo molto di memorabile o veramente innovativo.
Si tratta di una quasi irrispettosa ma certamente ben miscelata parodia di vari generi: sci-fi, spy story, thriller, poliziesco, western. Non richiese nessuna scenografia particolare, Godard scelse semplicemente i set fra gli edifici di Parigi più all'avanguardia, e tanto bastò per la sua messa in scena minimalista.
Da sottolineare la partecipazione di Eddie Constantine (attore americano di B movie) nei panni del protagonista, agente CIA Lemmy Caution. Il personaggio era noto per essere stato già rappresentato in una mezza dozzina di film diretti da Bernard Borderie, sempre interpretato da Constantine.
Alterna versi surrealisti tratti da Capitale de la douleur (la copertina del libro viene mostrata in più occasioni) e battute da degne dei peggiori B-movie, azioni palesemente caricaturali e personaggi ridicoli, tutto assemblato con intento chiaramente dissacrante. 
Da guardare e riguardare attentamente, senza scervellarsi troppo.

157  Francofonía  (Aleksándr Sokúrov, Fra, 2015) * con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth  * IMDb  6,6  RT 86%
A metà strada fra documentario e fiction, questo ottimo lavoro di Sokúrov ci mette al corrente di come furono salvate tante opere d’arte del Louvre durante la II Guerra Mondiale, della simile sorte che ebbero altri lavori e monumenti, degli artefici di tale salvataggio. Lo fa con accuratezza e allo stesso tempo con ironia, facendo apparire più volte nelle sale del museo parigino Napoleone, il quale si vanta di aver portando innumerevoli statue, dipinti e reperti di ogni genere in Francia grazie alle sue guerre di conquista. Si alternano filmati d'epoca, documenti, riprese del museo ai giorni nostri, scene con attori che interpretano il direttore del museo (Jacques Jaujard) e l'ufficiale tedesco responsabile del settore artistico, il Conte Franz Wolff-Metternich.
Sokúrov coglie anche l'occasione per fare un discorso generale sulla preservazione delle opere d’arte e sulle conseguenze delle guerre e dei trasporti.
Certo non per tutti, ma chi ha un seppur minimo senso artistico non potrà fare a meno di apprezzarlo ... io l'ho trovato eccellente.

      

158  Noces  (Stephan Streker, Bel/Pak, 2016) tit. int. “A Wedding” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi * IMDb  7,2  RT 100%
Se anche per questo film un eventuale distributore italiano cambierà il titolo, ne suggerirei almeno uno attinente, che potrebbe essere: "Chi è causa del suo mal, pianga se stesso", adatto a vari dei protagonisti. La ragione? Seguire ciecamente gli obblighi dettati dalle tradizioni, a dispetto del buonsenso, dei tempi che cambiano e, in questo caso, del trovarsi in una società sostanzialmente diversa. La protagonista è una giovane pakistana, musulmana, colta, di bell'aspetto, di famiglia relativamente benestante, che si trova a dover prendere molte decisioni importanti. Purtroppo per lei, si renderà conto che fare delle scelte (giuste o sbagliate che siano) e poco dopo tornare sui propri passi non porta nessun vantaggio. Noces è ben realizzato, sulla scorta di una buona sceneggiatura che mette in risalto molti dei controsenso derivanti da da tradizioni e religioni. Da come lo interpreto è un film “femminista” che tuttavia mette in risalto il peggio del comportamento di madri e sorelle maggiori, le quali, pur essendo passate per gli stessi problemi, non si schierano dalla parte delle più giovani, quasi a dire: ho sofferto io, adesso tocca a te. Ciò non per dire che padri e fratelli siano migliori, ma penso che le donne dovrebbero aspettarsi almeno un po' di solidarietà femminile. 
In conclusione, un film più che buono che mostra il peggio di un certo tipo di società.

159  À peine j'ouvre les yeux  (Leyla Bouzid, Tun, 2015) tit. it. “Appena apro gli occhi - Canto per la libertà” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi  * IMDb  6,8  RT 100% * Premio Label Europa Cinemas e Nomination a Venezia per Leyla Bouzid
Film tunisino, premiato a Venezia, 100% su RottenTomatoes come il per certi versi omologo Noces. L’azione si sviluppa nell’estate precedente la Rivoluzione dei Gelsomini (2010/11) quando era già evidente un certo fermento, soprattutto giovanile. In questo caso la storia d’amore è quasi secondaria, essendo più importante il vivace confronto fra la protagonista (aspirante cantante, che vorrebbe studiare musica) e i genitori che la vorrebbero medico. Alcune canzoni del gruppo del quale fa parte hanno contenuti chiaramente politici e da ciò derivano problemi con la polizia. La giovane Farah con la sua voglia di liberà ed indipendenza, dovrà fare quindi i conti con i genitori (soprattutto la madre), il suo ragazzo (componente della band e autore dei testi) e la polizia politica.
La tunisina Leyla Bouzid, figlia del regista e sceneggiatore Nouri Bouzid, è al suo primo lungometraggio dopo vari corti, un documentario e collaborazioni in varie vesti anche per produzioni importanti come La Vie d'Adèle (2012, Abdellatif Kéchiche).
Lungi dall’essere perfetto, è senz’altro ben realizzato e molto interessante. Come i recentemente visti Noces e Félicité, si può senz’altro credere a molto di come sono descritti gli ambienti sociali considerato che sono visti “dall’interno” e non sono le solite produzioni commerciali di altri paesi.

160  Netemo sametemo (Ryûsuke Hamaguchi, Jap, 2018) tit. int. “Asako I & II” * con Baya Medhaffer, Ghalia Benali, Montassar Ayari  * IMDb  6,6  RT 68% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Film "giapponese" dal passo tranquillo, fra giovani garbati, cerimoniosi, anche se alcuni sono un po' stravaganti. Dei tre film giovanili di questo gruppo è senz’altro il più romantico e il meno drammatico, ma senz’altro è originale e ben strutturano. Si tratta della singolare storia di Asako, una ragazza che con un colpo di fulmine pensa di aver trovato l’amore della sua vita. Ben presto, però, il ragazzo sparisce misteriosamente; due anni dopo, la ragazza fortuitamente lo incontra ... ma è lui o è un sosia? Come andrà a finire? Senza svelare troppo dico solo che Asako dovrà prendere decisioni, alcune delle quali contrastanti, qualcuna giusta e qualche altra sbagliata.
Ryûsuke Hamaguchi è un regista che già si era fatto notare e si spera che adesso, a seguito della candidatura alla Palma d’Oro, gli sia dato maggior credito in quanto sembra sapere il fatto suo. 

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mercoledì 24 aprile 2019

31° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (151-155)

Anche questa volta, oltre al film d'epoca (francese, ben lontano dalla qualità di Citizen Kane), ci sono 4 produzioni di nazionalità diverse (Corea, Ungheria, Brasile e Francia / Senegal) e 3 di essi hanno ricevuto riconoscimenti in Festival importanti quali Cannes, Berlino e Venezia.

   


152  Burning  (Chang-dong Lee, Kor, 2018) tit. or. “Beoning” * con Ah-in Yoo, Steven Yeun, Jong-seo Jun * IMDb  7,6  RT 94% * 2 Premi a Cannes e Nomination Palma d’Oro
Acclamato, ma non convincente, estremamente lento (è stata la prima volta in questa settimana che ho visto spettatori uscire prima del tempo), forse troppo lungo (2h30’) ma è evidente che sia una “tattica” precisa del regista (non condivisa da tutti) per creare dubbi e tensioni.
Insignito del gran Premio della Giuria a Cannes pochi mesi fa, mi lasciava molto ben sperare ... sono rimasto un po' deluso e spiego perché. La sceneggiatura è un adattamento di una short story di Haruki Murakami che non ho dubbi sia affascinante per l'intreccio di storie, ricordi e "bugie", fra fantasia e mitomania. Ci sono un protagonista e due co-protagonisti e la trama si sviluppa fornendo pochissime certezze; dopo un poco e fino alla fine lo spettatore viene spinto a dubitare di tutto, in quanto quasi niente di quanto detto in precedenza viene chiaramente confermato, ma neanche smentito.
Si deve aggiungere che solo il protagonista sembra avere una vita "normale", la ragazza sembra essere colei che fa più affermazioni non verificate, del terzo, oltre a sapere che è ricco, non si sa praticamente niente.
Dov'è il problema? Come dicevo, Chang-dong Lee (secondo me e molti altri) ha esposto tale situazione ad un ritmo ingiustificatamente lento e, non essendo certo un Tarkovski, diventa tedioso e soporifero. Non si distingue neanche per un particolare lavoro di macchina o inquadrature. Passare da un racconto breve ad un film di due ore e mezza mi sembra pretenzioso. 
In conclusione, il soggetto che mantiene lo spettatore in un'eterna condizione di dubbio e/o sospetto è ottimo e dà pregio al film, che merita di essere visto; resta il rammarico della quantomeno non perfetta realizzazione.

154  Félicité  (Alain Gomis, Fra/Sen, 2017) * con Véro Tshanda Beya Mputu, Gaetan Claudia, Papi Mpaka  * IMDb  6,4  RT 96%  *  Gran Premio della Giuria e Nomination Orso d’Oro a Berlino
Film sostanzialmente "africano" con il Senegal paese co-produttore, girato in un sobborgo di Kinshasa (capitale della Repubblica Democratica del Congo, già Zaire) con attori locali, diretti da Alain Gomis (anche co-sceneggiatore), nato a Parigi da padre senegalese. Interessante per essere quindi simile a un black movie americano, come quelli che si giravano a metà secolo scorso, con cast interamente di afroamericani in quel caso, di africani di colore in questo. Con questi presupposti è lecito credere che quanto mostrato sia in gran parte ciò che accade nella realtà e non totale finzione creata da sceneggiatori e/o registi che l'Africa non l'hanno vissuta. 
L'ambiente è quello quasi povero, vale a dire che ognuno di arrangia come può, ma ha un appartamento o almeno una stanza, con elettricità e qualche elettrodomestico, ed anche i soldi per andare a bere ....
Félicité si guadagna da vivere cantando in un locale notturno ma, per pagare l'operazione della quale ha bisogno il figlio ferito in un incidente stradale, si trova a dover racimolare quanto prima possibile una certa somma, in un modo o nell'altro. Seguendola in questa specie di questua, vengono mostrati i vari rapporti con colleghi, amici, parenti, chiesa, clienti del locale, ex-marito (padre del ragazzo), polizia, infermieri, dottori. Ne viene fuori un interessante spaccato della società congolese che sopravvive come può, dignitosamente per quanto possibile.

      


155  Arábia (João Dumans, Affonso Uchoa, Bra, 2017) * con Aristides de Sousa, Murilo Caliari, Gláucia Vandeveld * IMDb  7,4 RT 93%
Film singolare che trasforma in immagini un diario di un operaio industriale, appena deceduto sul lavoro. A trovarselo fra le mani è un ragazzo che lo conosceva e che è stato mandato a recuperare i suoi effetti personali. 
Vengono così descritte le sue varie occupazioni (quasi tutte in ambito di industria pesante) le sue disavventure, i suoi compagni di lavoro, le sue speranze, la sua temporanea compagna. Ritratto ben fatto di un lavoratore sostanzialmente onesto e sensibile. 
Per niente pretenzioso, semplicemente ben realizzato, sicuramente sopra la sufficienza.

151  Jenny (Marcel Carné, Fra, 1936) * con Françoise Rosay, Albert Préjean, Lisette Lanvin * IMDb  6,6 
Un quasi noir di Carné, con adattamento e dialoghi di Jacques Prévert, un intreccio di personaggi abbastanza equivoci (tranne una) che ruotano attorno a madame Jenny, tenutaria di un locale altrettanto equivoco, ma di lusso. Le bugie e omissioni regnano sovrane e solo grazie alle continue menzogne e riserve mentali il film regge può andare avanti per oltre un'ora e mezza.
Nel night-ristorante di lusso la clientela è di un certo livello ed elegante, non semplicemente danarosa, e ciò permette alla maitresse di nascondere per un po’ la sua vera attività alla figlia, tornata a casa dopo un'assenza di vari anni. La storia, dal soggetto più volte sfruttato, si complica a causa di vari personaggi (clienti e non) che gravitano nell’ambiente per differenti motivi, che tuttavia portano ad una certa rivalità fra vari di loro.
Nel cast c’è anche un volto ben noto anche in Italia, quello di Charles Vanel, divenuto poi famoso soprattutto per le sue partecipazioni a film polizieschi, sia come criminale che dalla parte della legge.
Molto datato, ma ben realizzato.


153  Sunset  (László Nemes, Hun, 2018) tit. or. “Napszállta”, tit. it. “Tramonto” * con Susanne Wuest, Juli Jakab, Evelin Dobos * IMDb  6,6  RT 57% * Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Per 80% del tempo la camera si muove a non oltre due metri dal soggetto, riprendendolo di fronte, di spalle o di lato e seguendolo dovunque, fra la folla, per le scale, nelle stanze, sempre con pochissima profondità di campo lasciando così tutto il resto della scena assolutamente fuori fuoco. A tratti dà addirittura l’idea che le riprese dei soggetti in primo piano siano state sovrapposte alle altre (a mo’ di fondali), come era pratica comune nei film di metà secolo scorso, in particolare nelle scene in auto (ricordate quante volte senza muovere il volante le auto sembravano affrontare curve o, al contrario, girandolo, l’immagine nel lunotto posteriore rimaneva sempre la stessa?). A ciò si aggiunge spesso il fastidioso respiro affannoso del soggetto di turno, come se veramente lo spettatore stesse a un metro di distanza. Se nel precedente lavoro di László Nemes (Son of Saul, Oscar 2016) in tanti, me compreso, avevano apprezzato questa tecnica, in particolare quando il protagonista si addentrava nella folla fra gride quasi disumane, come fosse un girone dantesco, stavolta appaiono senz'altro eccessive.
A prescindere dalla parte tecnica, anche la sceneggiatura è molto confusa e non conoscendo abbastanza della situazione politica dell'impero austro-ungarico alle soglie della Grande Guerra, tanti avvenimenti e personaggi sono poco chiari. Lascia perplessi anche l’estrema libertà con la quale la protagonista si muove da sola. Pretenzioso, stucchevole per la ripetitività delle riprese, restano alcune interessanti scenografie e bei costumi, specialmente i copricapo (una fabbrica di cappelli è il perno di tutto il film). 
Non ve lo consiglio.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 23 aprile 2019

Ricetta e fondamentali della cucina messicana

Estremamente ma piacevolmente impegnato nella visione di decine di film alla Cineteca Nacional Mexico, nelle ultime settimane ho trascurato altri argomenti e ora interrompo la serie di post di dedicati alle recensioni con uno di cucina etnica, altra mia nota passione.
Pollo en Salsa de Chile Guajillo con nopales


Comincio con questa recente "scoperta", in un certo senso simile a un mole per la densità ed il sapore deciso della salsa, tuttavia sostanzialmente diversa. Infatti, nel Pollo en salsa de Chile Guajillo con Nopales non ci sono le tantissime spezie classiche dei mole (di solito oltre 20), ma conta su pochissimi ingredienti.
Si ha solo bisogno di cosce di pollo, chile guajillo (peperoni relativamente poco piccanti, circa 10.000 scoville, foto a sx), nopales (pale di fico d'India), pomodori, cipolla, aglio, alloro e cumino.
Anche la preparazione è relativamente facile: sbollentare i peperoni e poi ridurli a pasta con cipolla, pomodoro, aglio, alloro e un pizzico di cumino,  amalgamando il tutto con il brodo del pollo. Soffriggere questa salsa in padella per un paio di minuti, aggiungere i nopales (precedentemente sbollentati e tagliati a striscette) e il pollo; lasciar amalgamare per qualche minuto.
Comunemente si chiama chile guajillo il chile mirasol secco e intero, che è il modo nel quale viene di solito venduto. Questo tipo di peperone è tipico dello stato di Zacatecas.
Combinazione estremamente interessante e saporita. Ovviamente, al lato si aggiunge qualche cucchiaiata di frijoles, con o senza crema y queso ... dei quali ora vado a parlare.
Inizio col ricordare alcuni ingredienti fondamentali della cucina messicana: chiles (peperoni), jitomates (pomodori) e cebollas (cipolle). Questi sono quelli che caratterizzano qualunque cibo a la mexicana, ma c'è un quarto classico prodotto (frijoles = fagioli) che vengono serviti a volte come contorno altre separatamente, con una quantità di piatti, dai desayunos (colazione) a quasi qualunque tipo di pietanza, con carni, verdure, banane fritte, totopos, tortillas, ... come potete vedere nelle foto in basso.  
   
   
   
Possono essere più o meno umidi, da quasi una zuppa a una crema molto liquida, a refritos (ripassati in padella, di solito già ridotti in purè) e spesso accompagnati da queso y crema (formaggio semifresco grattato quasi a scagliette e ... crema). Non ho tradotto il secondo termine in quanto a seconda della regione, del piatto e del locale, può presentarsi in modo molto diverso. In sostanza si tratta di panna di consistenza molto variabile in quanto a volte allungata con latte e/o addensata con farina di mais, in altri casi è un po' acidificata (crema agria) e diventa simile alla panna acida (int. sour cream) classica dei paesi dell'est. 
   
   
Chi parla spagnolo della penisola iberica dovrà ricordarsi di cambiare qualche vocabolo. I peperoni da pimientos diventano chiles, i fagioli da judias alubias passano frijoles, i pomodori da tomate jitomate, (dal náhuatl xitomatl, dal quale derivano i tanti vocaboli simili in tutto il mondo), la panna da nata passa crema, termine che tuttavia ha molti diversi significati.
Infine, penso sia giusto ricordare almeno una parte degli alimenti originari delle Americhe e importati in Europa a partire dal XVI secolo, alcuni continuano ad essere importati (in particolare frutta), altri oggi si coltivano normalmente e in tante varietà anche nel vecchio continente. Oltre ai già citati pomodori, peperoni e fagioli, ci sono patate, zucche, mais, cacao, peperoncini, avocado, arachidi, ananas, mango e papaya, giusto per citare i più importanti o noti.

lunedì 22 aprile 2019

30° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (146-150)

Altra cinquine di provenienza molto varia; a un intramontabile classico americano degli anni ’40 si affiancano 4 recentissimi film prodotti in Russia, Brasile, Messico e Danimarca. Come per il gruppo precedente, il peggiore è lo scandinavo ... eppure hanno una grande tradizione alle spalle! 
Visto che Quarto potere si può considerare fuori concorso, dispongo i film in modo diverso dal solito, anche perché non saprei decidere i posti d'onore, praticamente ex-aequo.

146  Citizen Kane (Orson Welles, USA, 1941) tit. it. “Quarto potere”  * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dorothy Comingore * IMDb  8,3  RT 100% * Oscar per la sceneggiatura e 8 Nomination (miglior film, regia, Orson Welles protagonista, fotografia, scenografia, montaggio, sonoro, commento musicale) * al 73° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi

Non vale la pena diventare ripetitivo scrivendo ennesimi elogi in merito al film e, soprattutto, al genio che era Orson WellesTuttavia, mi preme dire che il breve biopic di Charles Foster Kane mostrato nei primi minuti continua a non piacermi mentre apprezzo sempre di più le composizioni delle inquadrature, le luci e le riprese da angoli impossibili, specialmente quelle dal pavimento. La scena in cui il protagonista si confronta con Joseph Cotten è memorabile ed unica.
Assumendo che tutti lo abbiate guardato almeno una volta, mi limito a sottolineare che guardare in sala la più recente versione di Citizen Kane (restaurata e corretta nel 2015) è tutt’altra cosa rispetto alle edizioni passate o a ciò che si poteva apprezzare in televisione. Nel caso vi capiti l’occasione, non ve la lasciate sfuggire ... guardatelo di nuovo anche se lo conoscete a memoria. 


   

147  Leto (Kirill Serebrennikov, Rus, 2018) tit. it. “Summer”  * con Teo Yoo, Irina Starshenbaum, Roman Bilyk * IMDb  7,5  RT 70% * Premio per colonna sonora e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Argomento molto particolare, penso sconosciuto ai più, perfino agli amanti del rock. Il film tratta infatti della musica giovani russa di oltrecortina negli anni ’80. Rockettari più o meno bravi tentavano di affermarsi con uno stile proprio ma sempre avendo come punto di riferimento i loro idoli inglesi e americani, più o meno gli stessi di tutti i coetanei europei. La sceneggiatura ricalca vagamente la storia di un paio fra i più noti di questi musicisti e cantautori: Mayk Naumenko e Victor Tsoy. Il primo, già affermato e punto di riferimento per tutti gli altri, fa da guida e quasi da impresario al secondo, accettando anche una non ben definita storia fra sua moglie e Victor, della quale è a conoscenza e non la ostacola.
Nel film sono inseriti in vari momenti originali effetti speciali consistenti in linee e disegni sovrapposti alle immagini, tipo quelli che in animazione rappresentano scariche elettriche. A volte l’inquadratura è divisa in tre parti regolari, nel centro seguono le immagini ai lati testi (scritti a mano).
Per la cronaca, si tratta del più recente dei 9 film di Serebrennikov, che si era già fatto conoscere a Cannes con (M)uchenik (2016, Parola di Dio).
Film interessante e originale che alterna bianco e nero e colore, ben costruito ed interpretato, con buona musica (se non si è allergici al rock).


149  Praça Paris  (Lúcia Murat, Fra, 2017) * con Grace Passô, Joana de Verona, Marco Antonio Caponi * IMDb  6,7 
Assolutamente niente male, al di sopra delle aspettative, molto vario e ben organizzato, con tante svolte. Tratta di un inusuale sviluppo del rapporto medico - paziente, fra una giovane psicologa portoghese e una dipendente dell'università di Rio de Janeiro. La regista Lúcia Murat, senza mai indugiare troppo nei vari avvenimenti ed evitando le scene a sensazione nelle quali altri avrebbero sguazzato, riesce a fornire un più che buon quadro di entrambe le personalità, con background molto diversi non solo per la provenienza (borghesia portoghese - favelas brasiliane) ma anche per i trascorsi che vengono fuori pian piano. Il rapporto è in continuo divenire, fra bugie, diverbi quasi aggressivi, rifiuti; quasi in ogni scena accade qualcosa di significativo e sempre credibile e la psicologa, suo malgrado, si renderà conto della vita pericolosa e violenta di Rio, e delle sue favelas in particolare, e diventerà sempre più agitata e insicura, quasi paranoica (a dispetto della sua professione).
Visto l’ambiente e l’argomento del film, pensavo fosse opera di una brava giovane regista e invece ho scoperto che Lúcia Murat (oggi 70enne) è regista e sceneggiatrice da 30 anni, seppur con solo una decina di lavori. Ciò spiega l’evidente sicurezza nella direzione e già dall'inizio è chiaro che sappia il fatto suo. Per esempio, ho trovato cinematograficamente ottimi i titoli di testa che scorrono accompagnati da uno struggente fado interpretato da Carminhomentre si vede la psicologa (Joana de Verona) che passeggia nei pressi di un faro in cima ad una tipica falesia della costa Atlantica, per poi farla riapparire nuotando davanti ad una spiaggia di Rio. Simili immagini concluderanno il film.
Le transizioni sono buone, i personaggi credibili oltre ad essere ben interpretati e descritti per quanto necessario. Brave entrambe le protagoniste, certamente più convincente Grace Passô (l’ascensorista).
Più che consigliato.

150  Las niñas bien (Alejandra Márquez Abella, Mex, 2018) * con Ilse Salas, Flavio Medina, Cassandra Ciangherotti * IMDb  7,2  RT 88% 

Film senza infamia e senza lode, con una trama che potrebbe essere adattata a qualunque società, in qualunque epoca. Descrive, a prescindere dalla intrinseca pochezza morale degli arricchiti, la loro rapida decadenza non appena, per un qualunque motivo, non hanno più potere economico e non possono (perché non sanno) rinunciare a tutto ciò che è stata la loro routine di apparenza, falsità, esibizionismo. A causa di una crisi economica varie "signore" si trovano in difficoltà e cominciano a comportarsi in modo più che anormale, mentre alcuni mariti hanno reazioni ancora peggiori. Praticamente niente di nuovo sotto il sole, film decentemente costruito ed interpretato sulla base di una sceneggiatura comunque debole. 
Non malvagio in quanto mostra molte verità, ma appena sopra la sufficienza.  

148  Il colpevole  (Gustav Möller, Sve, 2018) tit. int. “The Guilty”  tit. or. “Den skyldige”  * con Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi * IMDb  7,5  RT 99%

Ero scettico, ma non prevenuto, sapendo che si trattava di un film interamente girato nei locali di un commissariato della polizia di Copenaghen nei quali si gestiscono le emergenze. Pochi buoni twist non bastano a salvare questo film, praticamente giudicabile solo sulla base della sceneggiatura visto che non c’è azione e gli spazi sono limitati.
Mi sembra che nella storia ci siano troppe falle e forzature, che ovviamente non riporto per evitare spoiler. Una cosa è certa, sembra incredibile che un centralinista addetto alle emergenze, oltre ai suoi problemi (ben presto evidenti, vengono chiariti a poco a poco) abbia riflessi da bradipo (senza offesa per tali simpatici mammiferi) e non le idee assolutamente poco chiare su come gestire la complicata situazione, che si ostina a fronteggiare quasi da solo.
Il protagonista Jakob Cedergren (il poliziotto centralinista) non è male ma la parte che gli è stata affidata non regge e, nel complesso, cinematograficamente parlando non c’è molto di più.
Non capisco l'entusiasmo di numerosi "critici" nei confronti di questo regista (e co-sceneggiatore) al suo primo lungometraggio.
Non lo consiglio, suggeriscono di scegliere altro. 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.