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martedì 30 marzo 2021

micro-recensioni 66-70: un ottimo documentario e 4 buoni film poco conosciuti

Potrebbe sembrare uno dei tanti documentari musicali, ma è molto di più; i film sono di epoca, natura e provenienza diverse, ognuno con i suoi meriti.

 

Cape Fear (J. Lee Thompson, 1962, USA)

Non vi lasciate ingannare … il titolo è lo stesso ma quello che probabilmente conoscete è il remake di questo film, diretto da Scorsese nel 1991, con protagonisti Robert DeNiro e Nick Nolte. Questa originale e prima trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo è nettamente superiore, soprattutto per le interpretazioni di Robert Mitchum e Gregory Peck. Buona la regia del poco noto J. Lee Thompson (che l’anno prima aveva diretto un altro film di successo: I cannoni di Navarone) e ottime fotografia e scenografia. Recuperatelo e, anche se probabilmente già conoscete la trama, sono certo che resterete soddisfatti.

Triana pura y pura (Ricardo Pachón, 2013, Spa)

Come scritto in apertura, pur contando sulla musica che sul parlato, in questo documentario c’è tanta storia, assolutamente sconosciuta ai più, forse anche a molti appassionati di flamenco. Ci istruisce in merito alla espulsione dei gitani del quartiere di Triana (dall'altro lato del Guadalquivir, il fiume di Siviglia, rispetto al centro della città) nel quale erano installati fin dalla seconda metà del ‘400. Nel barrio convivevano gitani di vari ceppi (balcanici, centroeuropei, asiatici) e regolarmente si riunivano nei patios de corrales per cantare, ballare e divertirsi. A seguito di questa cacciata alla fine degli anni ’50 si dispersero, si adattarono a vivere in alloggi di fortuna e scomparirono le allegre riunioni finché, nel 1983, alcuni volenterosi convinsero tutti i più popolari cantaores, bailaores e tocadores (benché ormai anziani) a riunirsi per un grande spettacolo collettivo e spontaneo nel gran teatro Lope de Vega a Siviglia. 

Si realizzò così una festa irripetibile nella quale si esibirono personaggi famosi dell’ambiente gitano come El Titi, Farruco e Pepa la Calzona (ottuagenaria e cieca, eppure ballava … la potete vedere verso la fine del trailer). Fra interviste e riprese originali di quello spettacolo anche chi non conosce niente di quel mondo potrà almeno farsi un’idea dello spirito con il quale quegli artisti si riunivano e si divertivano senza bisogno di scenografie, costumi eccetera. Consigliato.

  

Milou en mai (Louis Malle, 1990, Fra)

“Classico” film francese dell’epoca, descrittivo dei rapporti di una famiglia alle prese con una morte (e un’eredità) in una grande magione di campagna. Man mano che giungono parenti e affini per il funerale le cose si complicano e vengono alla luce vecchie ruggini, gelosie e rapporti non proprio idilliaci fra la dozzina di probabili eredi. Come prevedibile, il mattatore è Michel Piccoli, il Milou del titolo, anziano fratello della defunta. Con il suo fare spontaneo e ingenuo nonché parecchio svagato, in un modo o nell'altro riesce a tenere testa a parenti e avvoltoi interessati ad accaparrarsi parte dell’eredità. Film praticamente corale con tanti caratteri diversi che si scontrano, mentre dalla radio o dai nuovi arrivati si seguono le notizie che giungono da Parigi in merito al maggio del ’68, con timori crescenti della famiglia benestante in questione. Film che ben ritrae un certo tipo di ambiente borghese, con tutte le sue fisime e preoccupazioni, particolarmente sentite in quel periodo “rivoluzionario” che ha lasciato il segno in tutta Europa.

Thank You for Smoking (Jason Reitman, 2005, USA)

Film indipendente basato su una arguta satira politico-sociale che vede al centro del tema i danni causati dal tabacco, ma il discorso (sempre di taglio satirico) si allarga ai cosiddetti seminatori di morte: i lobbisti non solo del tabacco, ma anche dell'alcol e delle armi negli Stati Uniti. Per quanto possano essere chiaramente ironiche e al limite del surreale, le argomentazioni del protagonista (portavoce ufficiale della lobby del tabacco) sono basate su una logica perversa e dialetticamente ineccepibili. Cala un poco nel gli ultimi 20 minuti con una quasi presa di coscienza del protagonista e con il perfezionamento dei rapporti con suo figlio che per lo più vive con la madre separata. Buono il cast nel quale, fra tanti attori non troppo noti, in parti secondarie appaiono anche i premi Oscar Robert Duvall e J.K. Simmons. Arguto e divertente, non adatto ai fanatici del politically correct.

The Man from Snowy River (George Miller, 1982, Aus)

Uno dei numerosi, ma per lo più sconosciuti in Europa, western australiani. Badate, non sono veri western girati in Australia (similmente a quelli girati in Spagna o Italia all’epoca degli spaghetti western) ma storie simili a quelle dei western con poche pistole, nessun nativo, ma tanti cavalli e bestiame di allevamento. Bella la fotografia e spettacolari gli scenari, ma le riprese risultano un po' ripetitive e la sceneggiatura tende al melodrammatico, scadendo ancora di più nella parte romantica. Buone le interpretazioni del cast quasi tutto australiano, con l’eccezione di Kirk Douglas che interpreta un doppio ruolo di due fratelli dal carattere completamente diverso che non si parlano da 20 anni. Guardabile (bello visivamente) ma certamente non avvincente.

domenica 1 dicembre 2019

74° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (366-370)

Gruppo nettamente dominato dall’unico giapponese che, da solo, vale tutti e quattro i film di Hollywwod che completano la cinquina, nonostante i tanti nomi di grido (John Huston, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Marilyn Monroe, George C. Scott, Henry Hathaway, Tony Curtis, Frank Sinatra, Richard Widmark, Joseph Cotten, …). Il film di Masaki Kobayashi è un vero capolavoro e ad esso è dedicato gran parte del post nel quale, per l’occasione, ai poster ho aggiunto varie immagini del film in questione ... da non perdere!

   

366  Kaidan (Masaki Kobayashi, Jap, 1964) tit. it. “Kwaidan - Storie di fantasmi” * con Rentarô Mikuni, Michiyo Aratama, Tatsuya Nakadai, Misako Watanabe * IMDb 8,0  RT 100% 
Aggiungere 5 foto
Uno dei 3 lavori più apprezzati di Kobayashi, tutti realizzati nell’arco di pochi anni, essendo gli altri Human Condition (1959-61, in tre parti) e Harakiri / Seppuku (1962, per me il migliore in assoluto). Pur non essendo del tutto omogeneo se non per lo stile e il tema, i suoi i pregi sono chiaramente nella messa in scena e nella gestione dei colori che lasciano chiaramente trasparire i trascorsi pittorici del regista. La mancanza di effettiva continuità deriva dal fatto che si tratta di una raccolta di 4 famosi racconti tradizionali del soprannaturale, fra fantasmi e spiriti. Come quelli di ogni altro paese, sono abbastanza semplici e lineari, sotto vari aspetti anche scontati, mirando solo a sostenere la morale conclusiva tipica di qualunque favola.
Pur se diretto con la solita artistica lentezza di molti lavori del regista, ciò che lo rende pregevole e quindi generalmente apprezzatissimo, sono la fotografia, i costumi, le scene e i fondali. In particolare questi ultimi contano su una gran varietà di colori forti, poco reali, ma certamente di effetto e ben trattati, che forniscono eccellente sfondo per queste storie. (vedi foto). Il film fu completamente girato utilizzando set montati in un vecchio hangar, nessun esterno reale; nei colori onirici, quasi psichedelici, dei fondali predominano i colori fra i rossi e i gialli, includendo quindi gli arancioni, in tutte le tonalità possibili e immaginabili. 






Le 4 leggende sono di lunghezza molto diversa (p.e. la terza è lunga il triplo della quarta), la seconda è probabilmente la più coinvolgente per compattezza e interpretazione, avendo come protagonista Tatsuya Nakadai, attore preferito di Kobayashi, come sottolineato pochi giorni fa in merito a Black River.
Il terzo racconto, il più lungo in assoluto e quello con più attori, si distingue dagli altri per utilizzare classici dipinti giapponesi a supporto della descrizione di una epica battaglia navale fra due clan che sarà la base per gli eventi successivi. La macchina da presa anche in questo caso si muove lentamente (inutile dirlo... si tratta sempre e comunque di Kobayashi) fra disegni di volti, armi, barche e sangue. 
Nel caso vogliate guardare Kaidan (cosa che senza dubbio suggerisco) accertatevi di recuerare la versione completa di 3h03’ e non una di quelle ridotte  semplicemente accorciando scene, e tantomeno quella in cui è stato eliminato un intero episodio.


367  Pickup on South Street (Samuel Fuller, USA, 1953) tit. it. “Mano pericolosa” * con Richard Widmark, Jean Peters, Thelma Ritter * IMDb 7,7  RT 91% * Nomination Oscar per Thelma Ritter non protagonista; Leone di Bronzo e Nomination Leone d’Oro a Samuel Fueller a Venezia
Classico noir degli anni ’50, nel quale un borseggiatore si trova coinvolto suo malgrado in un affare molto più grande e pericoloso del solito, con polizia e non solo alle calcagna. Non manca in nome di richiamo (Richard Widmark), la femme fatale (Jean Peters) e la brava attrice di supporto (Thelma Ritter, Oscar). Ben realizzato in un classico ambiente noir, fra spionaggio internazionale e rapporti al limite del legale fra polizia e piccola malavita.
Più che buono nel suo genere.

      

369  The List of Adrian Messenger (John Huston, USA, 1963) tit. it. “I 5 volti dell'assassino” * con George C. Scott, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Tony Curtis, Frank Sinatra * IMDb 6,9  RT 63%
Non prometteva un granché in quanto a rating e, a prima vista, sembrava strana la presenza di 5 attori di calibro in un film semisconosciuto. Ebbene il film è migliore di quanto annunciato ma scordatevi di vedere i volti degli attori annunciati in quanto la maggior parte di loro appare solo in brevi scene e pesantemente truccati, praticamente irriconoscibili. Sarà possibile sapere chi è chi solo al termine, dopo il fatidico “The End”, quanto ognuno di loro si strapperà la maschera e rivelerà la propria identità, un sotterfugio al limite della truffa nei confronti degli spettatori.
Il vero protagonista è George C. Scott e il suo antagonista Kirk Douglas, entrambi sono garanzia di buona qualità di interpretazioni e sono ben supportati dal resto del cast (riconoscibile) che conta su volti non eccessivamente noti. Il soggetto è semplice e lineare (il classico gioco ad eliminazione da una certa lista) ma i motivi del killer sono ben occultati e il gioco fra gatto e topo è ben proposto, con vari interessanti e ben situati colpi di scena, spesso poco prevedibili.
Se piace il genere, più che sufficiente.

368  Portrait of Jennie (William Dieterle, USA, 1948) tit. it. “Il ritratto di Jennie” * con Jennifer Jones, Joseph Cotten, Ethel Barrymore * IMDb 7,7  RT 83%  * Oscar per gli effetti speciali e Nomination per la fotografia; Joseph Cotten miglior attore e Nomination Leone d’Oro per William Dieterle a Venezia
Trama romantica - fantasy - artistica con soggetto abbastanza insulso e prevedibile. Avvenimenti ripetitivi di incontri di una ragazzina (all'inizio) che nel corso del film diventa donna, ma è sempre interpretata (in modo poco convincente) da Jennifer Jones. Considerato che né Joseph Cotten né il personaggio che interpreta colpiscono in particolar modo, l'unico punto a favore del film resta Ethel Barrymore, sempre affidabile come i suoi fratelli Lionel e John.
Film mediocre nonostante nomination e altri riconoscimenti, evitabile senza rimpianti. 


370  Niagara (Henry Hathaway, USA, 1953) * con Marilyn Monroe, Joseph Cotten, Jean Peters * IMDb 7,0  RT 83%
Altro classico noir degli anni ’50, dalla trama potenzialmente interessante con qualche buon twist, ma la sceneggiatura è lacunosa. Le pessime prove di Casey Adams e Marilyn Monroe che in quanto a capacità artistiche non riesce ad andare oltre l’ancheggiare, fanno sembrare non solo Joseph Cotten ma anche Jean Peters meritevoli di Oscar.

La regia di Henry Hathaway non riesce a salvare il film, peccato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.