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sabato 29 agosto 2015

La capacità di dialogare sta scomparendo?

Affronto questo tema che senz’altro sarà stato analizzato e sviscerato da dotti, psicologi, sociologi e filosofi e del quale anche nei secoli passati si è discusso tanto. Credo fermamente nella libertà di pensiero, sono convinto che con il dialogo non si possano ottenere che risultati positivi e che è altrettanto importante saper ascoltare con attenzione. 
Purtroppo constato sempre più spesso che troppe persone non vogliono confrontarsi con gli altri (che non significa litigare o accapigliarsi), non trattano con persone con convinzioni diverse dalle loro e si rifiutano categoricamente di valutare nuove idee, ed eventualmente approfondirle. Molti si fanno scudo di slogan, bandiere e frasi fatte senza essere in grado di controbattere alla seppur minima obiezione contrapposta alle loro (presunte) idee. Lo spunto me lo ha fornito un articolo nel quale mi sono imbattuto qualche giorno fa e dal quale ho subito copiato un paragrafo che in poche righe riassume un atteggiamento molto frequente fra quelli che abbracciano una fede (religiosa, politica, sportiva, etica che sia). In sostanza sosteneva che:
Il nocciolo del problema è la riluttanza dei “veri credenti”, in qualunque cosa credano, di accettare che qualcuno possa in buona fede avere idee diverse. Ciò spiega anche perché i “veri credenti” (tendenti all’essere invasati, n.d.r.) spesso sembrano andare d’accordo perfettamente. Chiunque abbia mai discusso con un “fondamentalista” religioso sa bene che la semplice spiegazione fornita per la tua diversità di opinioni è che sei posseduto dal Diavolo. In modo simile ho incontrato ambientalisti militanti che pensano che se sollevi una seppur minima obiezione alle loro idee, veramente sei posseduto dal Diavolo ... o dai Signori del Petrolio, che per loro è in sostanza la stessa cosa.
Non voglio entrare nel merito fornendo spiegazioni che certamente esulano dalle mie conoscenze e competenze, ma ho l’impressione che in particolare le nuove generazioni (molto genericamente parlando) non sappiano relazionarsi con gli altri e non sappiano argomentare. Talvolta, essendo io un polemico di natura, per puro diletto e senza alcun astio pungolo qualcuno che mi sembra essere abbastanza fondamentalista. Raramente la discussione va avanti in quanto il mio interlocutore, dopo aver ripetuto più volte vari slogan o addirittura sempre lo stesso con toni sempre più alti, mi insulta e abbandona il campo.
Qualche anno fa, leggendo l'ottimo romanzo Kane and Abel (di Jeffrey Archer, 1979), venni a conoscenza dell'esistenza del Debate (non traducibile con il semplice vocabolo italiano dibattito), esercizio didattico in uso nel mondo anglosassone sia a livello scolastico che universitario, anche di altissimo livello.
Esistono vari format di debates e per ognuno di essi ci sono leghe e campionati nazionali, ma molte procedure sono praticamente simili se non identiche.
In pochissime parole funziona così: viene esposto un concetto (proposition) e due gruppi contrapposti dovranno sostenerlo (proposition side, affirmative) e controbatterlo (opposition side, negative). Una delle prassi più comuni è quella di avere squadre di due oratori ciascuna che si alternano (aff1, neg1, aff2, neg2) nel sostenere o contrastare l’idea. Nella seconda fase l’ordine si inverte a cominciano gli interventi (di durata dimezzata rispetto ai precedenti) in risposta alle affermazioni fatte dagli avversari precedentemente, con la conseguenza che il proposition side apre e chiude il debate. I tempi degli interventi sono rigorosamente rispettati e, ovviamente, non è tollerata alcuna interruzione. Traendo spunto da una storia vera, Denzel Washington ha diretto ed interpretato il film The great debaters (2007, titolo italiano “Il potere della parola”) ambientato nel sud degli USA nel 1935, quando per la prima volta anche i "negri" furono ammessi alle competizioni. La squadra scolastica (ragazzi di  colore guidati dal prof. Tolson/Denzel Washington) di un paesino del Texas, al termine di una stagione quasi senza sconfitte, viene addirittura invitata a misurarsi con la squadra di Harvard (uno dei più famosi collegeamercani).
Quindi assolutamente niente a che vedere con l’accezione moderna del termine italiano “dibattito” proposto in varie trasmissione televisive. Ben si sa che i “dibattiti” italiani, siano essi politici, sportivi, sociali o di puro gossip, si trascinano pietosamente fra interruzioni e sforamenti di tempo per poi spesso terminare con urla, strepiti ed insulti.
Nel modello del debate, la fa da padrone l’ars oratoria e il rispetto per gli opponenti. Un giudice imparziale stabilirà chi ha vinto non in base alla bontà dell’idea, bensì valutando chi è stato più convincente ed ha esposto meglio idee, fatti, citazioni e teorie a sostegno del proprio lato. Non è assolutamente necessario credere in quel che si dice, bisogna solo saperlo esporre e convincentemente. Questo tipo di esercizio è fondamentale nel mondo legale, ma anche in campo politico è particolarmente importante.
Per esempio ho trovato in rete il video del Debate organizzato dalla Student Economic Review, avente come contendenti due college famosi come Trinity e Yale, sull'asserzione: "Crediamo che le tasse siano un furto" (sic!)
Altri esempi trovati in rete che dimostrano la varietà di temi (talvolta anche triviali) proposti sono:
  • “Il governo dovrebbe legalizzare la marijuana”
  • “Se in conflitto, il diritto ad un processo equo deve avere la priorità sulla libertà di parola”
  • “Gli uomini dovrebbero indossare boxer e non slip”
Ultima considerazione: l’uso spropositato dei mezzi di comunicazione e svago elettronici sicuramente non facilita l’esercizio mentale, l’elaborazione di idee e concetti propri e, soprattutto, la loro esposizione in modo corretto, articolato e convincente. Si dovrebbe ritornare a conversare e discutere seriamente, serenamente, senza interrompere, ascoltando idee diverse dalle proprie.

martedì 20 gennaio 2015

Multitasking? Quanto è efficace e vantaggioso?

Sottopongo alla vostra attenzione un articolo che tratta abbastanza dettagliatamente (considerata la limitata lunghezza) di multitasking - che sia esso effettivo o meno – neuroscienza, tecnologia, comunicazione e altro ancora. Anche in questo caso ho trovato il pezzo in Internet ed in inglese … spero che almeno alcuni di voi lo possano leggere in lingua originale. Propone in sostanza una serie di dati (scientifici) e varie considerazioni in ambito sociologico e comportamentale, riprendendo argomenti ampliamente trattati nel libro: The Organized Mind: Thinking Straight inthe Age of Information Overload (Daniel J. Levitin,  professore di psicologia e neuroscienze comportamentali presso l'Università di Montreal, Canada).
Ma a chi non conosce una parola di inglese e a quelli che non hanno voglia o tempo di leggere tutto l’articolo sottopongo comunque alcuni spunti di riflessione:
  • oggi abbiamo accesso ad una quantità di notizie e proposte che ci arrivano in qualunque posto ed in qualunque momento della giornata e la ovvia necessità di effettuare una cernita scegliendo quali leggere, quali salvare e quali evitare implica un certo dispendio (spesso spreco) di energie.
  • Earl Miller, neuroscienziato del MIT, sottolinea che quando si pensa di star facendo più attività contemporaneamente (multitasking), in effetti si sta solo passando molto rapidamente da una all’altra ed ogni cambio ha un “costo”. Ironicamente, anche se si pensa di fare tanto, è dimostrato che il multitasking ci rende meno efficienti. Infatti questi cambi hanno bisogno dello stesso “carburante” necessario per rimanere concentrati e quindi lo sottraggono dal nostro (limitato) serbatoio riducendo le nostre capacità.
  • il multitasking crea una dipendenza dalla dopamina legata alla perdita di attenzione e alla contemporanea costante ricerca di nuovi stimoli esterni
  • a seguito di una specifica ricerca Glenn Wilson, professore di psicologia, ha scoperto che se mentre si cerca di concentrarsi in una qualsiasi attività avere una email non letta può ridurre l’IQ (quoziente di intelligenza) di 10 punti

Ed ecco tre affermazioni relative alla estrema velocità con cui la comunicazione (almeno in nordamerica) si sta evolvendo(?):
  • la maggior parte degli under 30 pensano che comunicare via email sia obsoleto e lo facciano solo i “vecchi
  • molti under 20 vedono ora Facebook come un modo di comunicare solo per persone più grandi
  • gli under 20 preferiscono il texting in quanto offre più riservatezza rispetto alla telefonata e l’immediatezza che non si ha con una email
  • il limite massimo di caratteri del texting condiziona negativamente una qualsivoglia possibile seria discussione

E per finire: i messaggi appaiono magicamente sullo schermo del telefonino e sollecitano la vostra immediata attenzione, aggiungete il fatto che una mancata risposta può essere interpretata come un insulto e questa è la ricetta per la dipendenza. A livello cerebrale vi sentite gratificati per aver assolto rapidamente il compito che fino a pochi secondi prima non conoscevate neanche, viene rilasciata dopamina e il sistema urge: “Ancora! Ancora!”.
Nell’articolo c’è anche tanto altro, ma anche senza leggerlo penso di aver già fornito, a chi ha ancora l’abitudine di ragionare e di avere scambi di opinioni, una buona quantità di spunti di riflessione e di argomenti di discussione. 
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Aggiunto il 22 gennaio:  articolo apparso sul Corriere della Sera (quindi in italiano) che ricalca abbastanza fedelmente quello in inglese già proposto.