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martedì 9 agosto 2022

Microrecensioni 226-230: pre-code movies con tante star

Dicendo pre-code Hollywood ci si riferisce ai film sonori prodotti negli US dal 1929 alla metà del 1934, quando i limiti imposti dal cosiddetto Hays Code (del 1930) cominciarono ad essere effettivamente fatti osservare. Le sceneggiature dovevano rispettare la morale, la simpatia del pubblico doveva essere sempre indirizzata verso i buoni e non si dovevano criticare o mettere in ridicolo leggi naturali, religiose e umane. Fra le tante indicazioni specifiche, si proibiva di mostrare nudi, baci eccessivi e lussuriosi, assunzioni di droghe, esecuzioni esplicite di delitti, allusioni alle perversioni sessuali (che allora comprendevano l'omosessualità), pronunciare alcune parole, trattare adulterio e sesso illegale, relazioni fra persone di razze diverse. Tanti nomi famosi in questi cinque film, per lo più commedie romantiche; due sono diretti da Lubitsch, un maestro del genere, e uno di von Sternberg. Fra gli attori compaiono due volte ciascuno Miriam Hopkins, Cary Grant e Gary Cooper, ma ci sono anche Marlene Dietrich, Mae West, i fratelli Marx, Adolphe Menjou e Fredric March. Nessuno dei film è estremamente osé (neanche per gli standard dell’epoca) ma alcuni dettagli ne impedirono la circolazione dopo il 1934.

 
Morocco (Josef von Sternberg, USA, 1930)

Primo film americano della Dietrich e unica sua Nomination Oscar (altre 3 andarono alla regia, fotografia e scenografia) e fu anche il primo a essere proiettato in USA perché il famoso The Blue Angel (L’angelo azzurro, 1930, von Sternberg) fu distribuito solo successivamente. L’ambiente ricorda quelli di altri film famosi ambientati nei protettorati francesi in nord Africa come l’imperdibile Casablanca (1942, Michael Curtiz, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ambientato in Marocco come questo) o il francese Pépé le Moko (1937, Julien Duvivier, con Jean Gabin) e l’immediato adattamento hollywoodiano Algiers (1938, John Cromwell, con Charles Boyer e Hedy Lamarr), tutti film da non perdere. L’azione segue un battaglione della Legione Straniera a Mogador e i protagonisti sono un legionario donnaiolo (Cary Grant), un’avvenente cantante (Marlene Dietrich) e un ricco pittore (Adolphe Menjou). Ci saranno alti e bassi nei rapporti fra i tre, ma non fu tanto questa la ragione della successiva censura, né una donna indigena con i seni completamente scoperti, quanto il famoso bacio della Dietrich sulla bocca di una cliente del Cabaret Lo Tinto dove lei si esibiva. Film cult, anche se non conosciutissimo, originale per la bella ambientazione e l’uso esclusivo di suono diegetico, quindi in assenza di commento sonoro. Famosa è la scena finale.

I’m No Angel (Wesley Ruggles, USA, 1933)

Da molti giudicato il miglior film di Mae West, già star del teatro come interprete e autrice, ma solo alla sua seconda apparizione sul grande schermo, a quasi 40 anni. Oltre che protagonista assoluta, sempre con un fare sprezzante e/o ammiccante nei confronti degli uomini che ambivano a entrare nelle sue grazie, fu anche sceneggiatrice e curatrice dei dialoghi, spesso molto taglienti, adattati dal suo omonimo lavoro teatrale del 1925. Cary Grant entra in gioco solo nella seconda parte per aiutare un amico, ma finisce prima irretito dalla vamp e poi anche in tribunale. Anche se datato, i brillanti dialoghi reggono ancora oggi e non hanno niente da invidiare alle migliori comedie moderne nonostante i 90 anni trascorsi.

  
Design for Living (Ernst Lubitsch, USA, 1933)

La censura imposta dal codice Hays non consentì il rilancio di questo film a fine anni ’30 per il triangolo (quasi quadrilatero) amoroso e relative allusioni e implicazioni. Due grandi amici americani condividono un piccolo appartamento a Parigi e si innamorano di una stessa ragazza. Competono nel farle la corte, sorgono gelosie, uno approfitta dell’assenza dell’altro, entrambi hanno successo, vengono abbandonati e … guardate il film per sapere come va a finire! Una delle tante brillanti commedie dirette da Lubitsch, ottimo regista berlinese immigrato in USA nel 1923 dopo pochi anni di successi in patria. Diresse le più famose attrici dell’epoca fra le quali Marlene Dietrich, Greta Garbo, Carole Lombard e Miriam Hopkins, distinguendosi per il suo stile che fu definito Lubitsch Touch.

Trouble in Paradise (Ernst Lubitsch, USA, 1932)

In questo film la commedia romantica si tinge di noir per avere fra i protagonisti una coppia di ladri di alto livello. Si comincia con alcuni furti in grande albergo veneziano per poi spostarsi oltreoceano. I due soci/amanti prendono di mira una ricchissima signora e si fanno assumere con l’obiettivo di sottrarle una gran quantità di danaro. Trama abbastanza articolata e per niente ripetitiva, costituita da tanti piccoli eventi (alcuni includono un po’ di suspense) quasi mai scontati e ottimamente interpretata da un gruppo di collaudati caratteristi.

The Cocoanuts (Robert Florey e Joseph Santley, USA, 1929)

Primo effettivo film dei fratelli Marx (uno precedente non fu mai distribuito ed è andato perso), nella formazione a quattro in quanto manca Gummo che non apparve mai nei loro film. Zeppo, già qui in un ruolo minore, partecipò solo a 6 film del gruppo, del quale rimangono nella memoria collettiva quasi esclusivamente Groucho, Chico e Harpo. Essendo un adattamento di una commedia di Broadway porta con sé vari numeri solo musicali o cantati e alcune coreografie molto articolate. Il resto del tempo si passa con i giochi di parole, le gag di Harpo (il muto) abilissimo borseggiatore, i discorsi insensati di Groucho il seduttore e le manfrine di Chico (dall’accento italiano) ottimo musicista oltre ad essere perfetta spalla per i fratelli in qualunque occasione. Questi sono gli elementi che li resero poi famosi anche nel mondo del cinema senza avere più bisogno di ballerine e canzoni. Vale la pena di spendere due parole per Margaret Dumont, che appare sempre nella parte l’iconica matrona ricca e di sani principi morali, spesso circuita da Groucho. Perfettamente adatta al ruolo, pare che abbia confessato di non aver mai compreso i giochi di parole e i nonsense dei fratelli Marx né sulla scena né in privato.

giovedì 19 maggio 2022

Microrecensioni 136-140: interessante mix, con punti in comune

Due ottimi classici poco visti del 1963, i primi due film di Joachim Trier (recentemente assurto a notorietà internazionale con la Nomination Oscar per The Worst Person in the World) e un buon franco-alemanno, ancorché un po’ deludente.

 
Le feu follet (Louis Malle, 1963, Fra)

Tratto dall’omonimo romanzo del 1931 di Pierre Drieu la Rochelle, tratta dei tormenti di un giovane uomo appena disintossicatosi. Combattendo la solitudine e alla ricerca di una ragione di vita, Alain (Maurice Ronet) ritorna per un giorno a Parigi nel tentativo di tornare alla normalità; ma il fatto di rincontrare i suoi amici parigini e frequentare i soliti locali sembra non aiutarlo minimamente. L’ambiente è quello dell’alta società e della cultura, nel quale il protagonista si rivela essere stato personaggio conosciuto e ricordato con affetto anche da personale di albergo, bar e ristoranti … forse gli unici veramente sinceri. Interessante anche se deprimente, teatrale, ottimamente interpretato, profondo. Unanimemente giudicato uno fra i migliori film di Malle, così come una delle migliori interpretazioni di Ronet. Premio speciale della Giuria, Premio Pasinetti e Nomination Leone d’Oro a Venezia.

I basilischi (Lina Wertmuller, 1963, Ita)

Un classico cult italiano, opera prima di Lina Wertmuller (con esperienza di aiuto regista di Federico Fellini per il film ) che, ispirata anche dal maestro, già metteva in mostra il suo stile satirico al limite del grottesco, attentissima alla vita di provincia fatta di stereotipi regionali nonché alla parlata (ma senza esagerare), alle tradizioni ancestrali e ai personaggi particolari. Il merito è certamente tutto suo essendo non solo regista ma anche autrice unica di soggetto e sceneggiatura. L’ambiente è quello di una cittadina dell’entroterra pugliese, al confine con la Basilicata, con economia indissolubilmente legata all’agricoltura. E un film tutto da vedere e da ascoltare, con dialoghi sagaci e divertenti, senz’altro realistici. Da non perdere.

  
Oslo, 31. August (Joachim Trier, 2011, Nor)

Seppur più vagamente, anche questo film di Trier (niente a che vedere con il danese Lars von Trier, co-fondatori di Dogma 95 con Thomas Vinterberg) si ispira a Le feu follet, ma la scena è quella di una Oslo di un decennio fa, con tanti giovani che sembrano ancora indecisi sul loro futuro e poco soddisfatti delle loro esperienze. Anche in questo caso tutti gli eventi sono raccolti in una giornata (da cui il titolo) raccontati attraverso gli incontri di un giovane che, avendo un giorno di permesso dal centro di recupero dove ha trascorso gli ultimi mesi, torna in città per incontrare amici, conoscenti, ex, vecchie fiamme. Non una grande presentazione dei giovani norvegesi, che appaiono per lo più superficiali e disillusi; questi sono argomenti ricorrenti nei 3 dei soli 5 film di Trier che ho visto (dei quali è anche sceneggiatore) ed è lecito supporre che anche gli altri due trattino temi simili. L’impressione è che questa monotematicità sia un suo limite, mentre è assolutamente da apprezzare per il suo modo di filmare, con grande e buon uso di macchina a mano, piani ravvicinati, montaggio rapido. Cimentandosi in altro tipo di produzioni e affidandosi ad altri sceneggiatori potrebbe guadagnarci molto. Tornando al soggetto, risulta certamente perdente nel confronto con l’adattamento di Luis Malle.

Reprise (Joachim Trier, 2006, Nor)

Questo fu l’esordio di Trier e, come appena scritto, anche in questo caso i protagonisti sono due giovani pieni di aspirazioni, ma anche di dubbi, certamente molto entusiasti ma altrettanto insicuri. I due sono aspiranti scrittori che perseguono i loro ideali, hanno i loro autori di riferimento, vengono spesso quasi derisi dai loro conoscenti. Anche in questo caso i giovani hanno problemi di alcool e droga ma risaltano anche l’ipocrisia e la cattiveria. Come spesso accade fra artisti, pseudoartisti ed aspiranti artisti, l’euforia di momentanei e improvvisi successi si alterna con la depressione e l’incapacità di produrre.

Transit (Christian Petzold, 2018, Ger/Fra)

In un certo senso la trama ricorda l’essenza del famoso Casablanca (1942, Michael Curtiz), fra persone in fuga da un regime dispotico, lasciapassare, passaporti falsi, biglietti per espatriare. L’intreccio degli incontri, le casualità, i personaggi appena accennati che ricompaiono all’improvviso, i tanti twist che continuano fino all’ultima enigmatica scena sono certamente un valore aggiunto per la sceneggiatura. Questo è un adattamento (curato dallo stesso regista) dell’omonimo romanzo di Anna Seghers del 1944; ardito in quanto la scena è trasposta a tempi moderni, con fantomatici invasori della Francia, la maggior parte delle persone in fuga lasciano Parigi e le città del nord per ritrovarsi a Marsiglia in attesa di una fuga via nave verso i paesi di oltreatlantico. Non ho gradito la frequente narrazione con voce fuori campo, oltretutto di nessuno dei protagonisti … una soluzione che non mi è mai piaciuta, appena tollerata nei classici noir americani per i quelli veniva usata di frequente.

lunedì 13 settembre 2021

Micro-recensioni 246-250: 10 noir USA classici (1: ’41-’49)

Prima parte di una selezione di 10 noir dell’epoca d’oro del genere, scelti fra i più quotati e che non guardavo da vari anni. L’eccezionale lista dei registi è composta da nomi che hanno fatto la storia del cinema americano e non solo: Huston (2), Wilder (2), Curtiz, Hawks, Walsh, Lang, Laughton e Welles. Non è da meno l’elenco delle star che comprende Humphrey BogartEdward G. Robinson, James Cagney, Kirk Douglas, Glenn Ford, Robert MitchumCharlton HestonOrson Welles. I loro rating medi sono 8,1 su IMDb e 96% su RT che quindi suggeriscono di guardarli tutti (qui proposti in ordine cronologico) a prescindere dai miei consigli, comunque tutti positivi.

The Maltese Falcon (John Huston, 1941, USA) aka Il mistero del falco

Un vero classico sempre inserito ai primi posti nelle classifiche dei film del genere e dell’epoca che però, pur parlando di ottimi film, non è fra i miei preferiti. Praticamente tutti i personaggi principali sono esagerati, in un senso o nell’altro: Bogart uomo irresistibile (?) dal pugno fulminante, la sua cliente per niente credibile, il grassone troppo caricaturale per quanto divertente (soprattutto nei dialoghi), il guardaspalle assolutamente incapace e Peter Lorre nel solito stereotipo di subdolo viscido. Eppure grazie alla regia di Huston e nonostante la trama a dir poco fantasiosa si lascia guardare con interesse fino alla fine. Nomination Oscar miglior film, sceneggiatura Sydney Greenstreet (il grassone) non protagonista.

Double Indemnity (Billy Wilder, 1944, USA) aka La fiamma del peccato

Altro film citato sempre fra i migliori (veri) noir, distribuito in Italia con un titolo assurdo, considerato che l’originale si riferisce invece al nocciolo della questione, il pagamento di un doppio indennizzo da parte dell’assicurazione. Al contrario di The Maltese Falcon, qui ci sono tanti personaggi comuni e credibili che quindi non obbligati ad essere supereroi o furbissimi. Grazie alla loro presenza e alle casualità ben congegnate si creano varie situazioni quasi da thriller. La buona regia, la bella fotografia b/n e le interpretazioni hanno contribuito ulteriormente a farne un cult. Al 113° posto fra i migliori film di tutti i tempi, ottenne 7 Nomination Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, Barbara Stanwyck protagonista, commento musicale e sonoro)

  
Mildred Pierce (Michael Curtiz, 1945, USA) aka Il romanzo di Mildred

Questo è forse il meno conosciuto di questo gruppo ma certo non sfigura in confronto agli altri, a differenza dei quali ha una maggior componente romantica e la vera protagonista è la donna del titolo, interpretata da Joan Crawford. Inizia con un omicidio a sangue freddo e la storia che potrebbe sembrare semplice in un primo momento si complica sempre di più nel racconto dei precedenti di Mildred, narrati in flashback. Vi compaiono tanti personaggi di vario genere, che spariscono per un certo tempo per poi ricomparire. Ad ulteriore differenza degli altri ci sono anche due co-protagoniste, la figlia di Mildred, croce e delizia della madre, causa scatenante di mille problemi e la sua assistente. Oscar a Joan Crawford protagonista e 5 Nomination (miglior film, sceneggiatura, fotografia e a Eve Arden e Ann Blyth non protagoniste)

The Big Sleep (Howard Hawks, 1946, USA) aka Il grande sonno

Tratto dall’omonimo romanzo di Chandler in cui per la prima volta appare il detective Philip Marlowe, che successivamente sarà protagonista di altri romanzi e film. Non riuscendo a giustificare il titolo ho effettuato una breve ricerca scoprendo che il protagonista si riferisce alla morte come grande sonno in una sua considerazione al termine del romanzo … ora lo sapete anche voi. Storia molto articolata e intricata, piena di doppiogiochisti, tradimenti e minacce che garantisce di non annoiarsi assolutamente durante la visione. Certamente più violento dei precedenti, ma questa è una caratteristica delle storie in cui appare Marlowe il quale, ad un certo punto, viene regolarmente pestato … ma non mancano i morti. Gossip: su questo set nacque la passione fra Bogart e Lauren Bacall che convolarono a nozze pochi mesi dopo.

White Heat (Raoul Walsh, 1949, USA) aka La furia umana

Qui il protagonista è James Cagney in uno dei suoi tanti ruoli di cattivo, spietato e psicopatico, con un rapporto quasi morboso con l’anziana madre. Mettendo in atto un piano teoricamente ben congegnato, finisce in galera dove, però, viene controllato da un agente sotto copertura. Snella e veloce la prima parte con il colpo al treno, piena di tensione quella centrale in prigione, da thriller l’ultima audace rapina, con finale letteralmente esplosivo. Bravi tutti gli attori della gang (anche se i loro nomi non sono molto noti) nonché le sole due attrici: Margaret Wycherly (già quasi 70enne, nel ruolo della madre) e Virgina Mayo (l’avvenente bionda di turno). Nomination Oscar per la sceneggiatura.

mercoledì 16 giugno 2021

Micro-recensioni 116-120: Hitchcock comincia a fare veramente sul serio

Consiglio: recuperate almeno The Man Who Knew Too Much e The 39 Steps

 
Come anticipato nel post precedente, nel 1932 Hitchcock lasciò la BFI per passare alla Gaumont British e, dopo l’interludio di Waltzes from Vienna (commedia ben realizzata, ma del tutto trascurabile), iniziò a dirigere film dei suoi generi preferiti, con tutt’altri risultati. Infatti, fra gli ultimi film del suo periodo inglese ci sono non solo i noti The Man Who Knew Too Much (1934, del quale poi lui stesso diresse un remake nel 1955) e The 39 Steps (1935) compresi in questo gruppo, ma anche e l’ottimo seppur meno conosciuto Sabotage (1936), Young and innocent (1937) e The Lady vanishes (1938) che fanno parte del prossimo. In questo gruppo:

  • Rich and Strange (1932)  
  • Waltzes from Vienna (1933)  
  • The Man Who Knew Too Much (1934)  
  • The 39 Steps (1935)  
  • Secret Agent (1936)

Tralasciando i commenti in merito all’insulsa commedia Rich and Strange (1932) e al già citato Waltzes from Vienna, passo quindi a parlare degli altri 3 di questo gruppo che hanno base comune gli intrighi internazionali ma, tranne che in Secret Agent i protagonisti sono comuni cittadini che si trovano coinvolti loro malgrado fornendo così infiniti spunti a Hitchcock per creare suspense. Infatti, se da professionisti si sa spesso cosa aspettarsi, per le persone impaurite, minacciate e/o accusate ingiustamente le loro reazioni non sono facilmente prevedibili e così al lavoro sui tempi per creare l’attesa, si somma quello di non sapere cosa succederà! Per questi motivi Secret Agent è quello dei tre che mi piace di meno mentre gli altri due sono, secondo me di gran lunga superiori. 

  
In The 39 Steps c’è però da dire che le scene finali sono un po’ troppo lunghe, monotone, non troppo credibili e senza un vero coinvolgimento dei protagonisti, ma la vedo come unica minore pecca di un gran bel thriller/mistery, con trama molto singolare, ben due personaggi “comuni” che si trovano invischiati nelle pericolose vicende (e non vanno per niente d’accordo), sviluppi pieni di twist e ambientazioni molto varie. Questo, oltre ad essere il mio preferito del gruppo, evidenzia ancora una volta quanta commedia Hitchcock riesca a mettere anche nelle situazioni più drammatiche (vedi citazione “commedie” post precedente).

Per The Man Who Knew Too Much volle Peter Lorre, divenuto improvvisamente famoso per il suo ruolo di killer pedofilo in M - Il mostro di Düsseldorf (1931, Fritz Lang, 91° miglior film di sempre) dopo aver lavorato in teatro per una decina di anni, diretto anche da Bertold Brecht. Lo riutilizzò per il successivo Secret Agent (1936), facendolo tornare apposta dagli USA dove si era già trasferito e dove avrebbe continuato la sua carriera da ottimo caratterista spaziando dai noir Il falcone maltese (1941, John Huston) e Casablanca (1942, Michael Curtiz) alle commedie come Arsenico e vecchi merletti (1943, Frank Capra), essendo apprezzatissimo dai grandi registi dell’epoca. In quanto al cast c’è da segnalare anche la presenza della quasi esordiente 14enne Nova Pilbeam nei panni dell’insopportabile figlia dei protagonisti che fra i suoi soli 14 film conta però un’altra collaborazione con Hitchcock (stavolta da protagonista) in Young and innocent (1937), ma direi che il mondo del cinema non ha perso molto.

mercoledì 2 settembre 2020

Micro-recensioni 291-295: due commedie sui generis e 3 film di Curtiz

Il pezzo forte di questo gruppo è senz’altro The Sea Wolf, ma anche gli altri 2 diretti da Curtiz (noir classici) sono notevoli. Le due commedie sono interessanti specialmente per i conoscitori e appassionati dei rispettivi settori: il capolavoro di Cervantes e la gastronomia.

  
The Sea Wolf (Michael Curtiz, USA, 1941)
Uno dei personaggi più inquietanti fra i tanti interpretati dall’ottimo Edward G. Robinson, il capitano di un veliero pressoché pirata (ma all’inizio del XX secolo) con parte dell’equipaggio forzatamente tenuto a bordo. Fra il folle e lo psicopatico, a tratti ricorda il capitano Achab (Moby Dick). Tranne le poche scene iniziali, tutto si svolge in mare aperto. Nel cast, che comprende tanti buoni caratteristi, si fanno onore Ida Lupino, John Garfield, Barry Fitzgerald, Alexander Knox e Gene Lockhart.
Consigliato.

Flamingo Road (Michael Curtiz, USA, 1949)
Noir politico, che vede protagonisti la più che combattiva Lane Bellamy, artista di fiera itinerante (Joan Crawford), e il viscido sceriffo Titus Semple, magistralmente interpretato da Sydney Greenstreet. Tutto l’entourage politico che si prepara alle elezioni e i successivi sviluppi sono molto ben descritti e, adattati in tempi e luoghi differenti, sono in ogni momento molto credibili.
Fra i tre, questo ha rating inferiori agli altri due che vantano un identico 7,5 su IMDb e 100% su RottenTomatoes, ma a mio parere non è di molto inferiore, quindi lo consiglio. 

The Breaking Point (Michael Curtiz, USA, 1950)
Terzo recupero della filmografia di Curtiz, si torna in mare e di nuovo lungo le coste del Pacifico, ma stavolta non si tratta di un veliero bensì di una piccola imbarcazione utilizzata per charter, per lo più per la pesca. Ritroviamo John Garfield (appena visto in The Sea Wolf) nei panni del quasi-proprietario della barca (deve finire di pagarla) il quale accetta lavori a dir poco loschi pur di non perderla. Chiaramente si ritroverà in un mare di guai e ci saranno numerosi morti, buoni e cattivi. Ottimo il finale, in particolare l’ultima scena. Sceneggiatura tratta da un racconto di Hemingway!
Consigliato.
 
La grande bouffe (Marco Ferreri, Fra/Ita, 1973)
Famosa commedia drammatica di Ferreri, ancora una volta in collaborazione con Rafael Azcona (scrittore dai testi estremamente graffianti) al quale si era affidato anche per i suoi primi film El pisito (1958) e El cochecito (1960). Cast d’eccezione con primi attori francesi e italiani fra i migliori dell’epoca: Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi. Fu anche la prima apparizione ufficiale della simpatica e abbondante Andréa Ferréol dopo una mezza dozzina di uncredited.
Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes.
Quattro professionisti (nel film portano i nomi dei propri interpreti), si ritirano in una villa parigina per suicidarsi … mangiando (ovviamente piatti di alta cucina accompagnati da bevande pregiate) e non disdegnando compagnie femminili.
Commedia grottesca unica nel suo genere, da guardare solo se interessati a mangiate pantagrueliche, altri potrebbero disgustarsi …

Don Quijote cabalga de nuevo (Roberto Gavaldón, Spa/Mex, 1973)
L’ho voluto recuperare e guardare nonostante le recensioni non proprio stimolanti … la combinazione di due attori amati e apprezzati nei rispettivi paesi (Messico e Spagna) diretti da un affidabile regista della Epoca de Oro del cinema messicano, negli anni ’50 ogni anno presente a Berlino, Cannes o Venezia, mi aveva incuriosito molto. In effetti il film non è un granché, è molto slegato anche se la sceneggiatura include buone trovate che propongono una possibile diversa lettura delle deliranti azioni di Don Chisciotte (Fernando Fernán Gómez) e Sancho Panza (Cantinflas). Si lascia guardare solo per curiosità, se si conoscono personaggi e attori.

#cinegiovis #cinema #film

giovedì 13 agosto 2020

Micro-recensioni 266-270: si torna ai noir classici

Cinquina sottotono, con la maggioranza dei film legati alle conseguenze della guerra terminata un paio di anni prima e, stranamente, alcuni hanno in comune la parte psichica al centro della trama. Non tutti sono di buon livello, anche se interpretati da attori che andavano per la maggior (p.e. Burt Lancaster) ma, in compenso, il prossimo gruppo si preannuncia molto interessante e di più alto livello.
 
Sleep, My Love (Douglas Sirk, USA, 1947)
Ancora una volta un regista di scuola tedesca emigrato oltreoceano. Specialmente nelle tante scene in interno si nota l’influenza dello stile che i vari Lang, Siodmak, Lubitsch, von Sternberg, Wilder, Curtiz e altri introdussero a Hollywood. Nel solido cast si distingue Don Ameche, ben supportato non solo dai coprotagonisti Claudette Colbert, Robert Cummings, ma anche dai vari caratteristi che ricoprono gli altri ruoli.
Essendo difficile dire qualcosa della interessante trama senza fare spoiler, seppur non fondamentali, dico solo che si tenta di far passare per insana di mente la protagonista, con l’aiuto di vari singolari personaggi, alcuni conniventi, altri assolutamente ignari della diabolica trama. Buona sceneggiatura, ben messa in scena, con ottima scelta dei tempi.
Da guardare.

Larceny (George Sherman, USA, 1948)
I protagonisti sono un gruppo di truffatori (non troppo affiatati) che agiscono nell’ambiente dell’alta società, dove i dollari circolano in quantità e senza tanti problemi. Ovviamente, si devono creare personaggi, storie, background e “garanzie” per ottenere la fiducia delle loro vittime. Trama ben costruita e con tanti twist, fino al movimentato finale, anche se in buona parte prevedibile. L’elemento di disturbo è l’infida, bellicosa, passionale e incontrollabile Tori che, a causa del suo carattere “esuberante”, mette a rischio l’intera operazione truffaldina. L’interpreta una ottima Shelley Winters che all’epoca, giovane e snella, interpretava frequentemente ruoli di femme fatale o ragazza del boss di turno, come in questo caso, ma tutt’altro che sottomessa … (nella foto al lato è con Dan Duryea).
Un noir originale che merita la visione.
  
High Wall (Curtis Bernhardt, USA, 1947)
Un pilota di rientro dall’Indocina dopo 2 anni di assenza si ritrova implicato nell’assassinio di sua moglie. A causa di un precedente incidente che aveva causato danni cerebrali e successiva operazione, soffre di perdita di memoria e confessa di averla uccisa. Una dottoressa dell’ospedale psichiatrico nel quale si deve stabilire il suo stato mentale non crede alla sua colpevolezza e da qui in avanti gli avvenimenti diventano sempre meno credibili. Idea di partenza non malvagia, ma si perde fra parte legale, clinica e azione. Appena sufficiente.

Kiss the Blood Off My Hands (Norman Foster, USA, 1948)
Deludente … i due famosi attori protagonisti Burt Lancaster e Joan Fontaine (sorella minore di Olivia de Havilland) non riescono e rendere credibile questa storia ambientata a Londra nell’immediato dopoguerra. Lei infermiera lui reduce da un campo di prigionia nazista, soggetto a scatti di violenza. La trama ha molto poco di plausibile e si sviluppa in modo lento e poco coinvolgente.
Evitabile.

I Wouldn't Be in Your Shoes (William Nigh, USA, 1948)
Il titolo si riferisce in modo sottile alla causa della condanna a morte di un innocente che faceva del ballo la sua professione; le sue scarpe sono l’indizio principale del suo coinvolgimento nell’assassinio. I tempi sono molto mal gestiti e i flashback e la voce fuori campo creano ulteriore confusione. Il soggetto era potenzialmente buono ma è stato adattato in modo insoddisfacente.  
Evitabile.

#cinegiovis #cinema #film

venerdì 5 luglio 2019

43° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (211-215)

Ho messo mano ai grandi film del passato procedendo per quanto possibile in ordine cronologico e questa prima cinquina è di livello veramente ottimo, anche non volendo considerare rating, Oscar e Nomination, è comunque al top. Per pura statistica, 4 su 5 si trovano fra i primi 200 film di tutti i tempi (classifica IMDb, 36° - 148° - 164° - 198°) e complessivamente hanno ottenuto 36 Oscar e 17 Nomination, per una media di oltre 7 Oscar e 3 Nomination a testa ... certamente non mi fido ciecamente di questo tipo di dati, ma per tali risultati qualcosa più di un fondo di verità ci deve essere.
Come mio solito, elenco i film in ordine di preferenza e chi mi segue può già immaginare che i primi due sono quelli in bianco e nero noir/drammatici, seguiti dai due kolossal per concludere con il musical (oggettivamente non al livello degli altri).
   

212  Casablanca (Michael Curtiz, USA, 1942) * con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains, Peter Lorre * IMDb  8,6  RT 97%  *  3 Oscar (miglior film, regia e sceneggiatura) e 5 Nomination (Humphrey Bogart protagonista, Claude Rains non protagonista, fotografia, montaggio e commento musicale) *  36° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Il mio preferito di questo gruppo; essendo un noir (genere che prediligo) ed essendo ottimo praticamente non c’è storia. Nel post scorso avevo sottolineato la pochezza dei dialoghi in vari famosi film di Spielberg, al contrario in questo caso ogni battuta è incisiva, piazzata al momento giusto e piena di sottintesi. I personaggi sono estremamente diversi, accomunati solo dal fatto di trovarsi a Casablanca nello stesso momento ... molti sperano di essere solo di passaggio, gli altri vivono delle loro speranze. Molti caratteri sono indecifrabili, quasi ognuno ha un secondo fine. Tutti perseguono i propri obiettivi, cercando al tempo stesso di sopravvivere quanto meglio possibile.
Sono stato molto soddisfatto della mia ennesima visione, stavolta versione originale restaurata, (in HD) di questo film che tutti avranno visto almeno in parte tante volte, almeno la scena finale all’aeroporto
Imperdibile, da gustare con calma facendo attenzione a tutti i dettagli e ai dialoghi.

214  On the Waterfront (Elia Kazan, USA, 1954) tit. it. “Fronte del porto” * con Marlon Brando, Karl Malden, Lee J. Cobb, Rod Steiger * IMDb  8,2  RT 98%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Marlon Brando protagonista, Eva Marie Saint non protagonista, sceneggiatura, fotografia, montaggio, scenografia) e 4 Nomination (Karl Malden, Lee J. Cobb e Rod Steiger non protagonisti, commento musicale) * 148° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Stranamente, questo non l’avevo mai visto per intero e sono contento di averlo recuperato, oltretutto in versione originale HD.
Trama interessante, anche se a tratti scontata, perfettamente messa in scena e ripresa con un bianco e nero eccellente, opera di quel Boris Kaufman che aveva filmato l’intera produzione di Jean Vigo. Avevo subito apprezzato le prove dei vari ottimi attori non protagonisti e poi ho letto che ottennero un Oscar e tre Nomination che, sommate alla statuetta di Marlon Brando, portano a 5 le candidature nel solo cast ... caso piuttosto raro se non unico, possibile solo con attori di altri tempi.
Come scritto per Casablanca, è un film imperdibile, almeno per i cinefili.
  
      

215  Ben Hur (William Wyler, USA, 1959) * con Charlton Heston, Jack Hawkins, Hugh Griffith, Omar Sharif, Stephen Boyd * IMDb  8,1  RT 88%  *  11 Oscar (miglior film, regia, Charlton Heston protagonista, Hugh Griffith non protagonista, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, effetti speciali, commento musicale) e Nomination per la sceneggiatura * 198° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Se ci avessero risparmiato l’ultima parte religiosa/miracolosa sarebbe stato comunque un ottimo film epico di azione e non sarebbe durato 3 ore e mezza. Già nel corso delle prime 3 ore non erano mancati i riferimenti alla vita di Gesù, a cominciare dalla nascita, con l’adorazione dei magi (Baldassarre, avrà un ruolo anche successivamente). A parte questa scelta che mi è sembrata superflua, Ben Hur è un classico kolossal, con scenografie immense, scene di massa e, ovviamente, la corsa di cavalli più famosa della storia del cinema. Tuttavia, con la mia “pignoleria”, devo sottolineare l’inconsistenza di dette scene non solo per le solite ombre le cui lunghezze cambiano troppe volte, ma anche in fatti strettamente numerici come i giri di pista e le bighe (la somma di quelle ancora in corsa e quelle fuori gioco è sempre maggiore delle 9 che si vedono in partenza) ... comunque gara spettacolare e avvincente.
Gli 11 Oscar, o almeno gran parte di essi, furono certamente meritati.

211  Gone with the wind  (Victor Fleming, USA, 1939) tit. it. “Via col vento” * con Clark Gable, Vivien Leigh, Thomas Mitchell, Hattie McDaniel, Olivia de Havilland * IMDb  8,2  RT 94%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Vivien Leigh protagonista, Hattie McDaniel non protagonista, fotografia, scenografia, montaggio e sceneggiatura) e 5 Nomination (Clark Gable protagonista, Olivia de Havilland non protagonista, sonoro, effetti speciali e commento musicale) * 164° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Altro film che, nonostante la fama, non avevo mai visto ... non mi ha mai ispirato. Una volta guardato, devo dire che sono rimasto quasi deluso, trovandolo in linea di massima sopravvaluto, pur comprendendo che per nel 1939 fu qualcosa di eccezionale.
In occasione degli Oscar, fu consegnato a William Cameron Menzies un Premio Speciale per “l’eccezionale uso del colore ...”, motivazione che non mi trova tanto d’accordo, in quanto i troppi sfondi arancione - rossastri, tutti molto simili e distribuiti nell’arco dell’intero film, sono esagerati, assolutamente non reali e alla lunga stancano. Vivien Leigh è brava nel riuscire a interpretare alla perfezione la protagonista Scarlett O’Hara, archetipo di donna insopportabile, arrogante, volubile, egoista e chi più ne ha più ne metta; al contrario Clark Gable sembra essere troppo gigione. Anche la sceneggiatura mi è sembrata più vicina a un romanzo d’appendice che a un trama seria.
213  An American in Paris (Vincent Minelli, USA, 1951) tit. it. “Un americano a Parigi” * con Gene Kelly, Leslie Caron, Oscar Levant * IMDb  7,2  RT 95%  *  6 Oscar (miglior film, fotografia, scenografia, costumi, commento musicale e sceneggiatura) e 2 Nomination (miglior regia e montaggio)
Commedia leggera e abbastanza scontata, comunque portata degnamente avanti da Gene Kelly e dalla debuttante Leslie Caron. Non particolarmente coinvolgenti le coreografie, molte delle quali concentrate nella parte finale. Al contrario, mi sono sembrate pregevoli fotografia e scenografia che, insieme con i costumi, forniscono una  piacevole immagine della Parigi bohémienne di metà secolo scorso, seppur probabilmente poco reale.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.