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martedì 26 ottobre 2021

Micro-recensioni 306-310: un musical-non-musical e una comedia negra su tutti

Si tratta del famosissimo Gli ombrelli di Cherbourg che portò all’attenzione mondiale Jacques Demy e di una commedia grottesca del 1962 che tutti gli spagnoli conoscono; trattandosi di rapinatori assolutamente non professionisti e oltretutto incapaci, potrebbe equivalere al nostrano I soliti ignoti (1958, di Monicelli) nel quale però i protagonisti si atteggiavano a professionisti.


Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964, Fra)

Stavolta comincio con Nomination e Premi; questo musical molto sui generis (non poteva essere diversamente considerato che il regista/sceneggiatore condivideva le idee di rottura della Nouvelle Vague pur non essendo fra i fondatori né fra i più rigorosi) ottenne 5 Nomination Oscar, stranamente quella come miglior film straniero nel 1965 e solo l’anno successivo le altre 4 (sceneggiatura, canzone, musiche e commento musicale). Mi sembra che le ultime 3 elencate siano troppo simili e direi che ne mancano un paio in categorie più importanti quali scenografia e costumi. L’intero film è un’esplosione di colori sgargianti, contrastanti, pieno di abbinamenti oserei dire kitsch, dall’incrocio dei tanti ombrelli visti dall’alto durante i titoli di testa agli abiti dei protagonisti, dai parati alle suppellettili. Trama certamente originale e non sempre scontata. La palla al piede del film (secondo molti) è che i dialoghi sono interamente cant(icchi)ati e, di contro non si vede un singolo passo di danza, certamente un’anomalia per un musical classico, ma qui non se ne sente la mancanza. Palma d’Oro e altri due premi a Cannes per Jacques Demy.

 

Atraco a las tres
(José María Forqué, 1962, Spa)

Nei decenni ’50-’60 in Spagna si produssero con gran successo numerose commedie fra il satirico e il grottesco, con critiche sociali e politiche relativamente velate, abbastanza da essere comprensibili ma non tanto da essere censurate dal franchismo. Maestri nell’eludere gli ottusi ma inflessibili censori furono Berlanga e Azcona, ma a quel periodo appartengono anche altri film come questo che rimangono nella storia del cinema spagnolo insieme con Bienvenido Mister Marshall!, El Verdugo, Placido, quest’ultimo addirittura ottenne anche la Nomination Oscar come miglior film in lingua non inglese. Il cast, raccogliendo numerosi attori e caratteristi fra i più noti e bravi dell’epoca, già è indice di garanzia, ma la trama con tante sorprese, i personaggi molto realistici e le scene con i piccoli problemi di vita quotidiana nei quali tutti si riconoscono aggiungono ulteriore sapore a questa commedia. Da non perdere!

Lust, Caution (Ang Lee, 2007, Tai)

Penso che nessuno metta in dubbio l’abilità di Ang Lee nella regia e nella messa in scena, ma talvolta si imbatte (o sceglie di cimentarsi) in sceneggiature poco solide, per non dire abbastanza sconclusionate, come in questo caso. E sembra non essere solo mia opinione visto che fra le 85 nomination solo 2 sono per la sceneggiatura, mentre – ovviamente – la maggior parte sono relative a miglior film, regia, fotografia, scenografia, costumi. Fra i tanti premi, Lussuria - Seduzione e tradimento (titolo italiano) ottenne anche il Leone d’Oro per Ang Lee e il Premio Osella per il direttore della fotografia Rodrigo Prieto (3 Nomination Oscar per The Irishman, Silence, Brokeback Mountain). Bravi gli attori a cominciare da Tony Leung (apprezzato in tanti film diretti da Wong Kar-wai, ben 7) ma ciò che più colpisce sono gli ambienti, arredamenti e costumi, ben messi in evidenza da una fotografia di alta qualità.  

 

  • documentari sociali e politici di Cecilia Mangini (1959-1964, Italia)
  • documentari etnografici di Cecilia Mangini (1965-1969, Italia)

Molto pubblicizzati dalla Cinemateca Portuguesa, questi corti (per lo più documentari) di Cecilia Mangini (prima donna documentarista italiana) e dei suoi colleghi Lino Del Fra e Gian Franco Mingozzi mi sono sembrati troppo artefatti e un po’ superficiali, pur rimanendo interessanti. In un primo gruppo sono stati presentati da collaboratori della regista (scomparsa a gennaio di quest'anno) filmati erano del primo periodo della cineasta, datati fra 1959 e 1964, tutti relativi alla cultura rurale meridionale essendo lei pugliese di nascita. I documentari affrontano (sulla carta) temi interessanti, ma non riescono a coinvolgere veramente e spesso risultano ripetitivi. Ecco i titoli:

  • Maria e i giorni di Cecilia Mangini, 1959 10’
  • L’inceppata di Lino del Fra, 1960, 10’
  • La taranta di Gian Franco Mingozzi, 1961, 19’
  • La passione del grano di Lino del Fra e Cecilia Mangini, 1963 10’
  • Divino amore de Cecilia Mangini, 1964, 11’
  • Stendalì di Cecilia Mangini, 1965, 11’

Per quanto riguarda quelli sociali, quasi in ogni momento risulta evidente lo spirito propagandistico e certamente la sua fede politica. Infatti sono tutti vicini agli ideali della sinistra, dal PSI a Rifondazione; alcuni le furono specificamente commissionati dai partiti. 

  • Essere donne di Cecilia Mangini, 1965, 31’
  • Tommaso di Cecilia Mangini, 1965, 11’
  • La scelta di Cecilia Mangini, 1967, 13’
  • Brindisi’65 di Cecilia Mangini, 1967, 16’
  • V&V di Lino del Fra, 1969, 15’

giovedì 15 aprile 2021

micro-recensioni 81-85: nettamente la migliore delle 3 cinquine di dark comedy

Terzo e ultimo gruppo di commedie infarcite di humor nero, sono tutte di diverso taglio ed ognuna di esse o batte su un tema sociale reale o è parodia di un genere … o unisce i due stili. Tanti ottimi attori, ma poche ultrapagate star, diretti da 3 noti e affidabili registi e un paio di pressoché sconosciuti (per Shane Black si trattò della sua prima regia, dopo varie sceneggiature).

Seven Psychopats (Martin McDonagh, 2012, USA/UK)

Secondo dei soli 3 lungometraggi di questo regista/sceneggiatore irlandese fuori del comune, fra In Bruges (2008) e Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (2017), tutti chiaramente del genere dark comedy, di quelle più acide e senza sconti per nessuno. Soggetti e sceneggiature sono di ottimo livello ed evidentemente si tratta di una sua mania, già fattasi notare con la sua prima regia, il suo unico corto (Six Shooters, 2004) con il quale vinse l’Oscar di categoria. Per concludere il discorso sulla sua carriera, sappiate che è in produzione il suo nuovo film (al momento senza titolo) che vede di nuovo protagonisti Colin Farrell e Brendan Gleeson (già insieme in In Bruges). Fra i protagonisti di questo film si ritrovano vari attori del suo entourage, oltre a Farrell ci sono Sam Rockwell e Woody Harrelson (rispettivamente Oscar e Nomination non protagonisti in Three Billboards …) ed anche Zeljko Ivanek e Abbie Cornish che nello stesso film compaiono in ruoli minori; il cast è inoltre arricchito da attori e caratteristi di tutto rilievo quali Christopher Walken, Harry Dean Stanton e Tom Waits.  Venendo al soggetto, siamo di fronte ad un ennesimo film che tratta di una sceneggiatura di un altro film e le due trame si intrecciano avendo vari punti in comune. Il pacifico sceneggiatore, alla ricerca dei personaggi (psicopatici) per il suo lavoro, si trova coinvolto in un giro di rapimenti di cani a scopo estorsivo, ma uno di questi è l’idolatrato pet di un malavitoso dal grilletto facile e a partire da ciò i morti non si contano e si vanno a sommare alle vittime degli altri psicopatici. Da quanto anticipato mi sembra chiaro che, dal mio punto di vista, è un film da non perdere per la regia, i dialoghi, la sceneggiatura, le interpretazioni e (nel finale) anche i paesaggi desertici del SW americano. 

 

In the Loop (Armando Iannucci, 2009, UK)

Ottima commedia satirico politica che si sviluppa in un breve arco di tempo fra UK e USA che, per una serie di fraintendimenti e incaute esternazioni di politici, si trovano ad essere responsabili di un imminente conflitto. Pochi gli attori conosciuti ma per lo più protagonisti di solide interpretazioni. Primo lungometraggio diretto da Iannucci che di solito si limita ad essere sceneggiatore. In questo caso ripropone alcuni personaggi della serie televisiva da lui stesso creata The Thick of It, utilizzandone anche tre attori principali, interpreti degli stessi personaggi. Il turpiloquio, in particolare da parte dell’addetto stampa (un bravissimo Peter Capaldi), regna sovrano e ciò ha addirittura spinto qualcuno a contare quante volte si dica fuck … 135 volte! Certo il trattamento riservato ai politici, portaborse e assistenti vari, da entrambi i lati dell’oceano, non è tenero e tutti ne escono molto male. Nomination Oscar per la sceneggiatura alla quale ha collaborato lo stesso Iannucci.

Matchstick Men (Ridley Scott, 2003, USA)

Una volta tanto Nicholas Cage entra bene nel ruolo e convince (sarà perché interpreta un truffatore quasi psicopatico pieno di tic?), ma non è certo allo stesso livello di Sam Rockwell nel film è il suo compare. Bravi anche i tre co-protagonisti Alison Lohman, Bruce McGill e Bruce Altman. Anche in questo per lui insolito genere molto leggero Ridley Scott (The Duellists, Blade Runner, Thelma & Louise, Gladiator, American Gangster, …) gestisce la sceneggiatura, peraltro ottima, alla perfezione. Trama snella e divertente visto che si tratta di piccoli truffatori indipendenti. Le due ore scarse del film passano piacevolmente per chi non si aspetta un film “impegnato”, visto il regista.

 

God Bless America (Bobcat Goldthwait, 2011, USA)

Altro film indipendente con regista e cast misconosciuti che approfitta della libertà per criticare apertamente e senza remore tanti stili di vita americani, alcuni dei quali diffusi però in tante altre realtà. Le opinioni sono quasi sempre più che condivisibili anche se le conseguenti reazioni dei protagonisti non lo sono di certo … ma almeno non si nasconde nel qualunquismo. La pecca è quella di voler dire troppo (ripeto, critiche per lo più giuste) e quindi si fanno fare al protagonista sproloqui che risultano talvolta troppo lunghi … sembra di ascoltare le chiacchiere da bar di qualche criticone, ma anche in quei casi si ripetono concetti assolutamente veri. L’andamento del film diventa spesso un po’ surreale, tante situazioni sono poco plausibili, ma in effetti penso che qualunque spettatore di sani principi in fondo in fondo goda della “caccia ai cattivi” con ovvie conseguenze letali … si tratta di una commedia!

Kiss Kiss Bang Bang (Shane Black, 2005, USA)

Qui la parodia è diretta ai film crime-noir, con tanto di detective privato e uno sprovveduto civile coinvolti in un turbine di assassini e affari per niente chiari. Di ritmo rapidissimo con decine e decine di twist propone cadaveri che compaiono, scompaiono e si duplicano …, procedendo nella complicata storia aumentano anche i morti, ma ammazzati in diretta, e poi ci sono persone scomparse che ritornano, dubbi legami familiari, un’eredità milionaria. Il soggetto è divertente e la costruzione interessante, peccato che abbiano reso troppo stupido e insensato il personaggio interpretato da Robert Downey Jr.; la storia avrebbe funzionato egualmente anche con un protagonista un po’ più sveglio.

domenica 8 settembre 2019

56° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (276-280)

Cinquina mista, ma con alcuni film che hanno dei punti in comune. Dopo aver apprezzato Louise Brooks in Diario di una donna perduta (1929, di G. W. Pabst) una decina di giorni fa, mi venne voglia di guardare di nuovo l'altro suo famoso film diretto dal regista austriaco e mi è capitato di recuperare anche un suo precedente film americano con il quale cominciò a farsi conoscere, diretta da un altro regista poi divenuto più che famoso e stimato: Howard Hawks
Un'altra ri-visione è stata quella della geniale commedia spagnola El mundo es nuestro, mentre i rimanenti due film (recupero di recenti candidati o vincitori Oscar) sono accomunati dal fatto di avere come protagonisti anziani più o meno svampiti, di ambienti assolutamente diversi e con “problemi” altrettanto diversi, ma uno è in b/n e l’altro a colori sgargianti e patinati, uno con attori per lo più poco noti ma che offrono ottime prove e l’altro con due (quasi) mostri sacri assolutamente sprecati e una nota attrice una delle sue interpretazioni più inconsistenti ... Nebraska surclassa Youth!

   

280  Nebraska (Alexander Payne, USA, 2013) * con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb * IMDb  7,7  RT 91% * 6 Nomination (miglior film, regia, Bruce Dern protagonista, June Squibb non protagonista, fotografia e sceneggiatura); Bruce Dern miglior attore a Cannes
Alexander Payne sembra essere specializzato in commedie amare, spesso in ambiente famigliare (Sideways, The Descendants, ...) ed in questo campo, pur non raggiungendo vette eccelse, realizza ottimi film, molto umani, senza grandi esagerazioni, ben narrati.
Bruce Dern con oltre un centinaio di film alle spalle (spesso diretto da ottimi registi fra i quali Pollack, Hitchcock, Corman, Aldrich e ultimamente Tarantino) nei quali quasi sempre ha ricoperto ruoli secondari, prossimo agli ottant’anni si guadagna la sua brava e meritata candidatura Oscar come protagonista. Ed è lui l’unica “star”, il resto del cast è composto da attori semisconosciuti, specialmente a livello internazionale, ma tutti si calano perfettamente nei propri ruoli (perfettamente descritti) trovandosi evidentemente a loro agio, scommetto che - se indagassi - scoprirei che la maggior parte di loro sono originari del midwest.
La testardaggine del protagonista che vuole andare a ritirare il suo premio di 1.000.000 di dollari viene comunque premiata con i ritrovati rapporti con (alcuni) famigliari e piccole rivincite con i vecchi amici della sua cittadina di origine. Quasi un road movie, con un viaggio di 1.300km da Billings (Montana) e Lincoln (Nebraska), passando per il Sud Dakota.
L’utilizzo del bianco e nero per narrare questa storia ambientata nel midwest più vero, con tutti i suoi personaggi e ambienti tipici, è più che appropriato.
Un ottimo film che merita senz’altro di essere guardato.

277  Il vaso di Pandora (G. W. Pabst, Ger, 1929) tit. or. “Die Buchse der Pandora” * con Louise Brooks, Fritz Kortner, Francis Lederer * IMDb  7,9  RT 90% 
Primo dei due film di Pabst con Louise Brooks, usciti nello stesso anno, questo ben più famoso dell’altro, Diario di una donna perduta. In questo caso l’attrice americana, quasi un sex symbol dell’epoca, con il suo inconfondibile taglio di capelli, interpreta una donna che attira le attenzioni degli uomini, porta scompiglio, rovina e anche morte. Basato su due tragedie scritte da Frank Wedekind nel 1904, questo adattamento rese famoso il personaggio di Lulù (titolo alternativo film) e Louise Brooks, femme fatale che senza dubbio ha ispirato (anche nell’aspetto) la Valentina di Guido Crepax.
Pabst mette in scena un lavoro ben bilanciato, con buona descrizione dei personaggi, utilizzando ancora una volta alla perfezione le limitate tecniche del muto, tendente molto più al realismo che all’espressionismo giunto ormai quasi al termine del suo periodo d’oro. 
Pietra miliare del cinema muto, da guardare ... senza ombra di dubbio. 

       

278  El mundo es nuestro (Alfonso Sánchez, Spa, 2012) trad. “Il mondo è nostro” * con Alfonso Sánchez, Alberto López, Alfonso Valenzuela * IMDb  6,6 
Ho voluto ri-guardare questa divertente commedia negra-crime spagnola, a tratti esilarante, per proporla ad amici che hanno apprezzato. Peccato che la maggior parte degli italiani non ne conoscano neanche il titolo e sembra che non esistano neanche i sottotitoli in italiano, chi ha poca dimestichezza con lo spagnolo (molto andaluso) si deve arrangiare con quelli in inglese. Lo vidi la prima volta quasi 3 anni fa in USA ... com'è che nella vicina Italia nessuno lo distribuisca pur trattando temi ben noti anche qui da noi e visto che circolano commedie ben più insulse e spesso volgari senza neanche essere divertenti?
Chiaramente si basa su tanti luoghi comuni, ma i personaggi sono estremamente ben assortiti ed in un modo o nell’altro ognuno ha un suo spazio nella storia di una rapina che, in modo imprevedibile, si complica sempre di più. Quasi tutto il film è incentrato su ciò che avviene all’interno della piccola filiale di una banca nel cuore di Siviglia con continue sorprese e colpi di scena. Oltre ai due inetti rapinatori arriva un terzo incomodo e poi un cinese che si vanno ad aggiungere ad una coppia alle prese con in “mutuo a tasso fisso ma variabile”, tre clienti, un trafficante, il direttore, la cassiera e l’addetta alle pulizie. Nelle poche frenetiche ore durante le quali si trovano assediati da polizia e reparti speciali, si assiste anche a ciò che avviene fuori fra i membri delle forze dell’ordine, vari (più o meno incapaci) reporter, i tanti intervenuti che rumoreggiano, interviste improvvisate e quasi surreali. Insomma, in meno di un’ora e mezza succede di tutto e di più, parlando di banche, disoccupazione, lavoro nero, spaccio, riciclaggio, rivalità fra corpi di polizia, processioni, confraternite, omosessualità, tv spazzatura, politici corrotti, differenze culturali ...
Originale anche l’importanza data al “fanatismo religioso”, ma non quello degli attentati bensì quello popolare, quasi pagano, dei riti estremamente sentiti nel sud della Spagna (Andalusia) così come in Italia meridionale; non a caso (ma pochi lo notano) la colonna sonora è interamente costituita da pezzi da processione, eseguiti da banda di ottoni e percussioni.
Alfonso Sánchez, attore protagonista e debuttante come regista e sceneggiatore, ci regala questo divertente film corale a tratti quasi sit-com, ma piacevole, rapido, con battute a raffica e in sostanza ben interpretato (ovviamente un po’ sopra le righe).
Non è facile recuperarlo, ma vale la pena di fare una ricerca ... consigliatissimo! ovviamente per il divertimento, non per la pura arte cinematografica.

276  A Girl in Every Port (Howard Hawks, USA, 1928) tit. it. “Un cuore in inverno” * con Victor McLaglen, Robert Armstrong, Louise Brooks * IMDb  6,7 
Commedia d’epoca in - ovvio - ambiente marinaresco, con tutto ciò che possa essere lecito aspettarsi: avventure e disavventure in porti di tutto il mondo, scazzottate, ubriacature, rivalità con colleghi, infatuazioni, tradimenti, prostitute, postriboli, bar e tutto il resto. Si deve però dire che il livello è certamente sopra la sufficienza, non solo grazie alla presenza di Victor McLaglen e Louise Brooks, ma soprattutto per la regia di Howard Hawks, allora agli inizi della sua brillante carriera di regista versatile, includendo commedie, noir e western di successo.
Tollerato il genere, si lascia guardare piacevolmente.

279  Youth  (Paolo Sorrentino, Ita, 2015) * con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz * IMDb  7,3  RT 72%  * Nomination Oscar per canzone originale
Pretenzioso e sostanzialmente noioso, personaggi fra il ridicolo e il patetico, due ottimi attori quali Michael Caine e Harvey Keitel sprecati, una delle più inconsistenti prove di Rachel Weisz, regia e sceneggiatura di Sorrentino ben lontane da quelle de La grande bellezza (2013) ... resta un esercizio di fotografia patinata da spot, rotocalco o videoclip.
Da evitare per non restare delusi o, almeno, guardatelo senza aspettarvi molto.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 4 settembre 2019

55° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (271-275)

Torno alle cinquine eterogenee ... infatti, insieme con l’ultimo tedesco dell’epoca d’oro recuperato, ci sono un film drammatico giapponese, uno romantico francese e due inglesi di taglio molto diverso: una commedia e uno storico.
  
   


274  A Man for All Seasons  (Fred Zinneman, UK, 1966) tit. it. “Un uomo per tutte le stagioni” * con Paul Scofield, Robert Shaw, Orson Welles, Wendy Hiller * IMDb  7,7  RT 82%  *  6 Oscar  (miglior film, regia, Paul Scofield protagonista, sceneggiatura, fotografia, costumi) e 2 Nomination (Robert Shaw, e Wendy Hiller non protagonisti)
Film storico basato su un evento fondamentale per la storia, non solo inglese ma mondiale, tuttavia poco approfondito al di fuori del Regno Unito. Si tratta infatti degli ultimi giorni di vita di Thomas More (italianizzato Tommaso Moro, 1478-1535) politico e letterato, ma soprattutto fervente cattolico che per le sue convinzioni fu decapitato. Il tentativo di Enrico VIII di far annullare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena condusse alla dichiarazione di supremazia del re sulla Chiesa d’Inghilterra, alla conseguente rottura con il papato e quindi alle decapitazioni dei personaggi pubblici che non accettarono questo divisione (fra i quali More). Da ciò consegue che i dialoghi sono di stampo politico, filosofico e religioso, i riferimenti alla storia dell’epoca (in particolare ai rapporti di potere con Spagna e papato) sono numerosi e quindi a chi non ci si raccapezza il film apparirà pesante. Tuttavia, non si potrà fare a meno di apprezzare scenografie e costumi nonché le ottime interpretazioni di Paul Scofield, Robert Shaw, Wendy Hiller e anche quella di Orson Welles, seppur limitata alla scena iniziale ... è comunque un pezzo d’arte.
Due parole le merita senz’altro il regista Fred Zinneman (Da qui all’eternità, Mezzogiorno di fuoco, ...), vincitore di 4 Oscar, che svolge un eccellente lavoro nel mettere insieme una sceneggiatura sostanzialmente difficile e potenzialmente poco cinematografica. Di lui ho sempre apprezzato la versatilità a cominciare dal suo film di esordio Redes (1936, Mex, co-diretto con Emilio Gómez Muriel) del quale conservo un ottimo ricordo.

273  Hobson's Choice  (David Lean, UK, 1954) tit. it. “Hobson il tiranno” * con Charles Laughton, John Mills, Brenda de Banzie * IMDb  7,7  RT 90%  *  Orso d’Argento per David Lean a Berlino
Non è certo il David Lean dei grandi film di fine carriera (Il ponte sul fiume Kwai, Lawrence d’Arabia, Doctor Zivago, ...), ma si era già fatto apprezzare soprattutto per Brief Encounter (1945) e Great Expectations (1946), dei quali era anche sceneggiatore e per i quali ottenne le sue prime 4 Nomination Oscar (2 per le regie e 2 per le sceneggiature), quando si cimentò con questa commedia in puro stile inglese, ambientata in una relativamente opulenta cittadina britannica a fine ‘800.
Al limite della farsa, questa commedia vede protagonista un vedovo despota (il titolo italiano, pur non essendo traduzione letterale dell’originale, è più che giustificato) padrone assoluto del suo negozio-laboratorio di calzature e alle prese con tre figlie che aspirerebbero a maritarsi con chi dicono loro e non secondo le scelte del padre. Oltre Charles Laughton nelle vesti del padre padrone, bravo come al solito, qui un po’ sopra le righe ma è il personaggio che lo richiede, anche tutto il resto del cast è convincente nell’interpretare non solo i coprotagonisti (figlie e fidanzati) ma anche gli amici di bisboccia di Hobson e gli altri personaggi minori.
Divertente e ben realizzato, porta lo spettatore in un ambiente piccolo borghese, in una bottega artigiana di ottimi livello e reputazione con residenza annessa, nel pub dove si beve a più non posso, nella vita quotidiana inglese in piena epoca vittoriana e nelle sue tradizioni.
Ottimo per svagarsi un paio d’ore scarse.

      

271  Ragazze  in uniforme (Leontine Sagan, Ger, 1931) tit. or. “Mädchen in Uniform” * con Dorothea Wieck, Hertha Thiele, Emilia Unda * IMDb  7,7  RT 100%
Film rigoroso che si svolge tutto all’interno di un collegio femminile (dalle regole molto rigide) che inevitabilmente mi ha riportato alla mente quello mostrato in Diario di una donna perduta (1929, di G. W. Pabst) guardato la settimana scorsa. Evidentemente dovevano essere situazioni comuni per le ragazze della media borghesia e oltre, specialmente per quelle un po’ ribelli per le quali diventava una specie di riformatorio.
In questo caso la storia quasi osé per le venerazione della protagonista nei confronti di una istitutrice, fa passare in secondo piano i rapporti fra il dispotico staff e le “recluse”.
Si tratta del primo dei soli 3 film diretti dalla Sagan, già attrice e regista teatrale, certamente il suo più famoso soprattutto per lo scalpore suscitato dal cast completamente femminile e il tema chiaramente lesbico, seppur non del tutto esplicitato.
Interessante e ben realizzato.

272  Older Brother Younger Sister   (Mikio Naruse, Jap, 1953) tit. or. “Ani imôto” * con Machiko Kyô, Masayuki Mori, Yoshiko Kuga * IMDb  7,4 
Film  basato sull’omonimo noto racconto di Saisei Murō già adattato per il grande schermo nel 1936 (regia di Sotoji Kimura) e successivamente riproposto da Tadashi Imai nel 1976, sempre con lo stesso titolo. Pur non essendo famoso come altri registi giapponesi suoi contemporanei, Naruse sfoggia come suo solito un più che apprezzabile stile personale alternando interni a campi lunghi esterni e ponendo sempre la massima attenzione alla composizione dell’immagine.
In sostanza, una classico dramma familiare giapponese, molto ben interpretato e costruito, forte della solida base fornita dai protagonisti tutti molto diversi e spesso in contrasto fra di loro: genitori, un figlio, due figlie (una delle quali “sedotta e abbandonata”), il presunto seduttore, un pretendente. Tutto si svolge in un piccolo villaggio rurale, la grande città (Tokio) si nomina più volte ma non viene mai mostrata, pur avendo un suo ruolo nella storia.
Da guardare.

275  Un coeur en hiver (Claude Sautet, Fra, 1992) tit. it. “Un cuore in inverno” * con Daniel Auteuil, Emmanuelle Béart, André Dussollier  * IMDb  7,7  RT 85% 
Se Ani imôto è tipicamente giapponese, questo film di Sautet è inconfondibilmente francese. Una storia intricata e ben narrata, ma sostanzialmente con pochi avvenimenti. Una buona analisi dei vertici di un improbabile triangolo impossibile, personaggi tenuti insieme dal violino. Infatti, è proprio questo strumento che lega la violinista di classe, il suo fidanzato commerciante di liuti, il socio di quest’ultimo costruttore/accordatore dei preziosi strumenti. Ovviamente, tutta la colonna sonora è costituita da eccellenti pezzi per violino e trio (con violoncello e piano) eseguita durante prove, registrazioni, concerti. Seppur con buona scenografia e buone interpretazioni, la regia non si fa notare per alcunché e la sceneggiatura è un po’ debole.
Tutto sommato è un film più che sufficiente, ma non coinvolge, né convince del tutto.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 30 agosto 2019

54° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (266-270)

Altra cinquina dedicata completamente al periodo d’oro del cinema tedesco, con alcuni film veramente notevoli e non solo per i nomi dei registi. Quattro muti, dei quali uno di animazione (splendido) e un documentario, l’unico sonoro è uno dei due diretti da Pabst.
  
   


266  Le avventure del Principe Achmed (Lotte Reiniger, Ger, 1926) tit. or. “Die Abenteuer des Prinzen Achmed” * animazione * IMDb  7,8  RT 80%
Piacevolissima sorpresa questo che dovrebbe essere il primo lungometraggio animato (potrebbe essere stato anticipato da un paio di produzioni argentine delle quali tuttavia non esistono copie) e oltretutto con tecnica, stile e soggetto molto particolari. Si rifà infatti al classico teatro delle ombre orientale e la trama è una combinazione di leggende e racconti ambientati in paesi arabi, India ed Estremo Oriente. Consiglio di leggere questo interessante ed esplicativo post pubblicato su Cinemafrica ma, ovviamente, c’è tanto altro in rete in merito al film, essendo una pietra miliare dell’animazione.
Imperdibile e da guardare più di una volta per apprezzare dettagli tecnici e non.

269  Uomini di domenica (Robert Siodmak, Ger, 1930) tit. or. “Menschen am Sonntag” * con Erwin Splettstößer, Brigitte Borchert, Wolfgang von Waltershausen * IMDb  7,4  RT 100%
Film d’esordio di Robert Siodmak (poi divenuto famoso oltreoceano soprattutto per i suoi noir, come per esempio La scala a chiocciola) con sceneggiatura firmata da Billie Wilder, proprio quello che divenne famoso in USA e nel mondo come Billy (penso sia inutile ricordare i suoi 6 Oscar e tanti altri successi), basata su un reportage realizzato Kurt Siodmak, fratello di Robert. Con alcuni inserti di tipo quasi documentaristico, segue le avventure di un paio di amici che in una domenica d’estate flirtano con delle coetanee in giro per la città e sulla spiaggia Nikolassee. Piacevole, essenziale, ben girato e con buona fotografia. I giovani Siodmak (all’epoca 30enne) e Wilder (24enne) dimostrano di avere già idee ben chiare. Interessante anche per lo spaccato di vita berlinese del 1930, per molti potrebbe essere una sorpresa.
Da guardare con attenzione.

      

268  Diario di una donna perduta (G.W. Pabst, Ger, 1929) tit. or. “Tagebuch einer Verlorenen” * con Louise Brooks, Josef Rovenský, Fritz Rasp * IMDb  7,9  RT 100%
Questo è il secondo dei due film interpretati dalla star americana Louise Brooks sotto la direzione di Pabst. Il primo, Il vaso di Pandora (aka Lulù) aveva riscosso un gran successo da entrambe i lati dell’oceano e quindi giustificò questa nuova produzione appena pochi mesi dopo. Insieme con La via senza gioia (1925, Die freudlose Gasse), costituisce una di “trilogia della donna perduta”, non ufficialmente riconosciuta.
Si tratta di un melodramma d’epoca, tratto dall’omonimo romanzo del 1905 di Margarete Böhme,  con notevoli risvolti “femministi”. La regia di Pabst è come sempre precisa e incisiva, l’interpretazione di Louise Brooks vigorosa, tutto il contesto funziona più che bene con, forse, una sola caduta nel finale (ma pare che fu imposta).
Da guardare senza esitazione alcuna ... a me ha fatto venire anche voglia di una nuova visione di Lulù, visto l’ultima volta oltre 5 anni fa.

269  L’opera da tre soldi (G.W. Pabst, Ger, 1931) tit. or. “Die 3 Groschen-Oper” * con Rudolf Forster, Lotte Lenya, Carola Neher, Fritz Rasp * IMDb  7,4  RT 86%p
Dopo Tartufo di Molière nell’ adattamento di Murnau guardato pochi giorni fa, ecco un altro famoso lavoro teatrale portato sullo schermo: L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Questo, a sua volta, è basato sulla commedia satirica inglese The Beggar's Opera (L'opera del mendicante, John Gay, 1727) e ciò spiega l’ambientazione londinese. Chiaramente, partendo da un tale soggetto, il lavoro di Pabst non poteva essere che di gran qualità.  Essendo in fondo una commedia, non mancano satira né personaggi né situazioni al limite del grottesco.
Anche in questo caso ci sono alcune variazioni di trama, ma il film è certamente molto ben girato e ben interpretato e conta selle note canzoni già inserite nell’opera teatrale. Chi non ricorda, per esempio, il motivo della Ballata di Mackie Messer proposta appena dopo i titoli di testa? Questa la versione proposta nel film:
Negli anni è diventato uno standard jazz/swing interpretato innumerevoli volte da tanti musicisti e cantanti di fama mondiale fra i quali Louis Armstrong, Pérez Prado, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, The Doors, Tony Bennett, Marianne Faithfull, Sting, Nick Cave, Robbie Williams e Michael Bublé. Le versioni italiane più conosciute sono quelle di Milva, Domenico Modugno e Massimo Ranieri.

267  Berlino - sinfonia di una grande città (Walter Ruttmann, Ger, 1927) tit. or. “Berlin - Die Sinfonie der Großstadt” * documentario * IMDb  7,6  RT 86%
Documentario ben realizzato, ma non proprio appassionante. Descrive per immagini una giornata feriale berlinese, dalle prime ore fino a notte fonda, mostrando operai, massaie, lavoratori di ogni genere, bambini, studenti, che si muovono per le strade berlinesi.
Da notare che il regista Walther Ruttmann è stato anche direttore della fotografia di soli due film, ma che film! Muti diretti da Fritz Lang, fra i più famosi non solo del regista ma della storia del cinema: I Nibelunghi: Sigfrido (1924) e Metropolis (1927).
Deve piacere il genere per apprezzarlo (in tal caso è senz’altro di ottimo livello), altrimenti dopo un po’ risulta noioso.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 26 agosto 2019

53° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (261-265)

Come anticipato commentando la cinquina precedente, ho recuperato e cominciato a guardare (come mia abitudine procedendo per quanto possibile in ordine cronologico) i film che mi mancavano della lista 35 Films from the Golden Age of German Cinema, trovata su IMDb.com. Ho iniziato così due originali commedie grottesche dirette da Ernst Lubitsch, uno dei tanti valenti registi della scuola viennese, nati nell’Impero Austroungarico (p. e. Billy Wylder, Fritz  Lang, Otto Preminger, Robert Siodmak, F.W. Murnau, Max Ophüls, Fred Zinnemann, Josef von Sternberg, ...), e poi si trasferitisi (per lo più scapparono) oltreoceano dove avrebbero ottenuto grandi successi a Hollywood. In merito a questo esodo, Oscar Montani sul suo blog Soft Bolied ha pubblicato una serie di 5 interessanti e circostanziati articoli dal titolo Tedeschi a Hollywood (Berlino-Hollywood solo andata, ovvero La grande fugache consiglio di leggere. A parte il deludente lavoro dei semisconosciuti Leo Birinsky e Paul Leni, nella cinquina ci sono altre due opere di assoluto livello, dirette da due maestri  dell’epoca: Carl-Th. Dreyer e F.W. Murnau.
   

261  Die Puppe (Ernst Lubitsch, Ger, 1919) tit. it. “La bambola di carne” * con Ossi Oswalda, Hermann Thimig, Victor Janson * IMDb  7,4 
262  Die Austernprinzessin (Ernst Lubitsch, Ger, 1919) tit. it. “La principessa delle ostriche” * con Ossi Oswalda, Victor Janson, Harry Liedtke * IMDb  7,2

La protagonista di queste due farse è Ossi Oswalda, una delle star del muto tedesco, non per niente soprannominata The German Mary Pickford, che fu interprete di una dozzina di film di Lubitsch.  Commedie a dir poco leggere, lampantemente esagerate, provocatorie e ironiche, che comunque riescono ad essere divertenti e piacevoli grazie al rapido ritmo e alle estremamente creative messe in scena.
Nei 4 atti di Die Puppe si prendono di mira, fra gli altri, i monaci ipocriti e mangioni, appaiono cavalli “umani”, i fondali sono disegni di grande fantasia e ci sono tanti personaggi singolari e caricaturali quali l’inventore di bambole meccaniche, il ragazzino terribile, la governante.
L’altro film è ufficialmente presentato come “commedia grottesca in 4 atti” e in questo caso al centro dell’attenzione c’è un ricchissimo (palesemente arricchito) padre con una viziatissima figlia in cerca di marito. Alla messa in ridicolo della loro spropositata ricchezza e della enorme magione, popolata da una miriade di servitori specifici per ogni attività, anche la più banale e routinaria, si contrappongono due amici scapestrati, uno dei quali è un principe decaduto, assolutamente squattrinato.
Nel loro genere, i film sono due vere perle e meritano di essere guardati.

      

263  Michael (Carl-Th. Dreyer, Ger, 1924) tit. it. “Desiderio del cuore” * con Walter Slezak, Max Auzinger, Nora Gregor * IMDb  7,1  RT 90%
uno dei pochi film di Dreyer prodotti in Germania. Il maestro danese si cimenta nell’adattamento dell’omonimo romanzo di Herman Bang, un’opera controversa al limite dello scabroso per la morale dell’epoca in quando narra di un triangolo amoroso (seppur non del tutto esplicito) fra un modello, il grande artista suo mecenate e padre putativo (allusivamente amante) ed una principessa russa assolutamente al verde che circuisce il giovane. Al di là della trama, spicca una ottima regia, buone interpretazioni e una fotografia di alto livello.

265  Herr Tartüff (F.W. Murnau, Ger, 1925) tit. it. “Tartufo” * con Emil Jannings, Hermann Picha, Rosa Valetti, André Mattoni * IMDb  7,2  RT 80%
Adattamento non pedissequo e abbastanza abbreviato della famosa tragicommedia di Molière (1644). Notevole la messa in scena con un ottimo cast nel quale, ancora una volta, la parte del leone la fa Emil Jannings nei panni di Tartufo. La pesante satira nei confronti della nobiltà, del clero e della religione (più che altro bigottismo), creò non pochi problemi a Molière, grattacapi che ovviamente Murnau non ebbe.
Lavoro preciso e ben realizzato, ma certamente non è fra i migliori film del regista tedesco.

264  Das Wachsfigurenkabinett (Leo Birinsky, Paul Leni, Ger, 1924) tit. int. “Waxworks” * con Emil Jannings, Conrad Veidt, Werner Krauss * IMDb  6,7  RT 50%p
Nettamente il più deludente di questo gruppo, soprattutto per la sceneggiatura, debole e poco bilanciata, e nonostante la presenza di due ottimi attori quali Emil Jannings (L’ultima risata, The Last Command, ...) e Conrad Veidt (da poco apprezzato in Orlac's hands e famoso per i suoi ruoli in Caligari e Casablanca), impiegati molto al di sotto delle loro possibilità. Tuttavia, c’è da dire che le scenografie e fondali di chiaro stampo espressionista sono più che interessanti, spesso affascinanti.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.