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venerdì 2 luglio 2021

Post x cinefili curiosi: classici sudcoreani degli anni '60


Riporto quasi integralmente la traduzione della presentazione della rassegna Flores en el infierno. La edad de oro del cine coreano organizzata dalla Filmoteca Española in collaborazione con la Filmoteca Vasca e il Centro Cultural Coreano en España. Tale retrospettiva dell'Epoca d’oro del cinema coreano era programmata per l'anno scorso nell'ambito del Festival di San Sebastián e poi rimandata a quest'anno causa covid. Ma, per quanto ci riguarda, il fatto interessante è che i 10 film restaurati sono disponibili su YouTube, quasi tutti in HD e con sottotitoli inglesi, in vari casi anche italiani. La considero come un'occasione imperdibile non solo per conoscere gli albori della cinematografia sudcoreana i cui meriti, in occidente, vengono riconosciuti solo da pochi decenni a questa parte (da Park Chan-wook, regista del ben noto Oldboy, 2003, fino a Bong Joon-ho che con Parasite, 2019, l’anno scorso si aggiudicò ben 4 Oscar), ma anche per rendersi un po' conto della situazione sociale negli anni successivi alla guerra (1950-53) e alla definitiva separazione dalla Corea del Nord e della sua evoluzione. Le micro-recensioni relative ai film della rassegna saranno pubblicate in due post fra un paio di settimane, al termine del megaciclo Hitchcock; nel frattempo i più "audaci" sono invitati a iniziare ad esplorare ... questo è il trailer della rassegna:

Cine coreano: l’epoca d'oro degli anni '60

Anche se il cinema sudcoreano è ormai una presenza costante nei Festival internazionali e integrato nel cinema contemporaneo, la storia di questa cinematografia resta sconosciuta al pubblico occidentale e la nostra conoscenza solitamente si limita ai titoli degli ultimi 30 anni. Questo ciclo si focalizza sulla cosiddetta epoca d’oro del cinema sudcoreano, quando, nonostante la precaria situazione economica del dopoguerra e il controllo della dittatura militare di Park Chung-hee, si sviluppò una industria cinematografica capace di soddisfare la domanda di film popolari per la gran parte del pubblico e di consolidare le carriere di registi di stili diversi: alcuni mostravano una immagine della società moderna in via di sviluppo, mentre altri denunciavano le dure condizioni di vita dell’epoca. La selezione include 10 film prodotti fra il 1958 ed il 1968 e mira a rivalutare un gruppo di cineasti che possono essere considerati i più indicati a rappresentare il cinema classico sudcoreano e fornire un panorama dei generi più comuni del periodo, alcuni dei quali ispirati al cinema americano e adattati alla realtà locale, altri propriamente autoctoni.

Fra i film della retrospettiva sono stati inclusi i più emblematici dell’epoca:

  • Hanyeo / The Housemaid (1960, di Kim Ki-young), considerato un capolavoro del cinema sudcoreano;
  • cronache dure e realiste della vita in Corea del Sud del dopoguerra come Ji-okhwa / The Flower in Hell (1958) e Obaltan / Aimless Bullet (1961);
  • classici melodrammi come Gwiro / Homebound (1967), Angae / Mist (1967) e Hyu-il / A Day Off (1968);
  • il noir Geom-eun meori / Black Hair (1964);
  • il thriller Ma-ui gyedan / The Devil’s Stairway (1964);
  • il film romantico/drammatico/giovanile Maenbal-ui cheongchun / The Barefooted Young (1964);
  • il bellico/partigiano Dumangang-a jal itgeora / Farewell Duman River (1962), film d’avventura ambientato in Manchuria, in stile western americano.

NOTA BENE – tutti i film citati sono disponibili online su YouTube con sottotitoli. La maggior parte di essi sono restaurati e caricati in HD, 720p o anche 1080p.

mercoledì 2 giugno 2021

TOLOMEO 2021 e Cinema, il punto dopo la lunga pausa

Penso di non essermi mai concesso una pausa di 3 settimane senza aggiornare né sito né blog, quindi ricomincio trattando i temi che, ultimamente, mi stanno più a cuore: il progetto TOLOMEO 2021 e l’altro cinema (quello meno commerciale, spesso misconosciuto).

L’argomento più caldo è senz’altro il primo, considerato che siamo partiti di slancio a Sorrento, realizzando gran parte del lavoro nei primi tre mesi dell’anno, mentre al di qua dello Spartimiento (leggi Massa Lubrense) si è ancora titubanti fra approvazioni già ottenute, richieste di nuove approvazioni e tentate deleghe di responsabilità.

Per rendere edotti i tanti camminatori, escursionisti e operatori turistici che – di persona, via filo o email – continuano a chiedermi “A che punto state a Massa?” chiarisco che l’attuale situazione di stallo è conseguenza della lentezza nelle risoluzioni in merito ad alcuni tratti non transitabili. Ciò nonostante già nella sintesi allegata al preventivo, protocollato il 14 gennaio, avessi anticipato l’importanza della “prontezza con la quale i Comuni interessati confermeranno itinerari, sistema di segnatura e tipologia della segnaletica (tutto già verbalmente concordato)". Nella determinazione di conferimento incarico del 26 febbraio, oltre a qualche errore, riscontrai l’inserimento di una data di conclusione dei lavori non presente nella mia proposta. Pur avendolo fatto notare e ricordando che ancora non erano stati approvati i percorsi, non ricevetti alcun riscontro scritto, ma mi fu garantita (verbalmente) flessibilità in merito. Il 21 aprile tornai sul tema richiedendo di effettuare scelte in merito ad alcuni percorsi problematici e, non avendo ricevuto risposta, il 19 maggio inviai un sollecito. In precedenza, con D.G. del 9 aprile (ma pubblicata solo il 12 maggio ed in pari data inoltratami) veniva affidata a Penisolaverde S.p.A. “la pulizia e la segnatura dei sentieri su indicazioni del progettista incaricato” e, con mia sorpresa, dalla “RELAZIONE ILLUSTRATIVA” appresi anche che “solo successivamente alla consegna del progetto si potrà provvedere alla sua approvazione” … fino a quel punto, ingenuamente ed evidentemente sbagliando, avevo inteso che fosse già stato approvato. Di conseguenza, ho provveduto ad aggiornare la versione già in possesso dell'Amministrazione, integrandola con quanto già realizzato dal lato sorrentino e quanto concordato con l’Ass. alla Sentieristica e al Direttore Generale di Penisolaverde (verbalmente, in videoconferenza Skype) e a protocollarlo lunedì 31 maggio. A questo punto, logicamente, attenderò l’approvazione ufficiale del Progetto e solo dopo che me l’avranno comunicata potrò ricominciare ad effettuare sopralluoghi e programmare la segnatura e la posa di nuove mattonelle, se e dove ne sarà approvato l’uso.

Prevedo, e temo, che prima di poter procedere dovrò attendere un bel po’. …

Di tutt’altro tono il tema cinefilo … con la speranza di poter trattare e raccontare di tanti titoli sconosciuti ai più fra un paio di mesi!

Pur avendo sospeso del tutto le visioni nelle ultime tre settimane (il che spiega la mancata pubblicazione di micro-recensioni) ho continuato a ricercare film e a informarmi in merito a recuperi e restauri segnalati da Cineteca Nacional de Mexico, Filmoteca UNAM, Cinemateca Portuguesa, Filmoteca Española, Cineteca Madrid, Criterion, Janus Film, BFI, MUBI, ma la buona notizia è di diversa provenienza. Temevo di non poter andare neanche quest’anno al Festival di Bologna Il Cinema Ritrovato (20-27 luglio) in attesa della seconda dose di vaccino il 28 …, ma come tutti sanno un recente decreto stabilisce che già 15gg dopo la prima si ottiene la certificazione verde (aka green pass) e quindi non ci sarà necessità di tamponi ogni 48 ore o altro! Chi non conoscesse questo Festival sappia che è ben differente dalla maggior parte degli altri che presentano nuove pellicole, non sempre di gran qualità (trattandosi di manifestazione più o meno commerciali). Questo guarda più al passato, non include la pagliacciata del red carpet e ogni anno propone nuovi restauri (il laboratorio di Bologna è uno dei più apprezzati del mondo intero) oltre a varie sezioni dedicate a specifici registi, attori o sceneggiatori, alcune ai film di 100 anni prima e via discorrendo. In totale si proiettano varie centinaia di film, quasi tutti prodotti nel secolo scorso. 

Nel programma di quest’anno nella sezione Il Paradiso dei Cinefili ci sono:

  • Ritrovati e restaurati: 8 film recentemente restaurati, dalla rara commedia muta Erotikon (1920) a Watermelon Man (1970), passando per Vampyr (1932, C. Th. Dreyer) e Nightmare Alley (1947, di Edmund Goulding con Tyrone Power - foto sopra -, del quale è annunciato un remake diretto da Guillermo del Toro);
  • Romy, vita e romanzo (dedicato alla Schneider)
  • Qualcosa per cui vivere: il cinema di George Stevens
  • Omaggio ad Aldo Fabrizi
  • Herman Mankiewicz: un talento disperso
  • Super8 & 16mm – piccolo grande passo

Nella sezione La macchina dello spazio sono compresi 

  • I documentari della Iwanami, 
  • Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte (“il solo regista del dopoguerra il cui lavoro è stato importante per le culture cinematografiche di entrambe le repubbliche tedesche”), 
  • Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il parallel cinema indiano (“con titoli rarissimi, quasi mai visti fuori dall’India”), 
  • Cinemalibero: femminile, plurale (10 film di esordio di registe di Angola, Cuba, Senegal, Venezuela, Ungheria, Bulgaria, Algeria, Portogallo, Polonia).

Nella sezione La macchina del tempo si trovano tanti muti del 1901, del 1921 (100 anni fa), film rari in prestito da una preziosa collezione privata giapponese, una selezione di film di Buster Keaton, documenti e documentari.

Capirete bene che un cinefilo incallito come me avrà solo il problema di dover scegliere fra tanto ottimo materiale, da guardare su schermo grande in buone sale (per fortuna non troppo distanti fra loro); senza dimenticare le proiezioni serali all’aperto in Piazza Maggiore! (foto sotto)

Per saperne di più: festival.ilcinemaritrovato.it

martedì 2 giugno 2020

Cineclub, cineforum o gruppo di cinefili indipendenti?

In previsione dell’ormai probabile mio rientro in Italia, con oltre due mesi e mezzo di ritardo sul previsto, annuncio alle poche decine di lettori dei miei post cinematografici la mia intenzione di creare un gruppo di “sinceri” cinefili. Scrivo sinceri e non veri in quanto mi rivolgo anche a quanti non hanno un grande background di quantità, durata e/o qualità (sia per la nota limitata offerta o per la loro giovane età), essendo sufficiente uno schietto interesse a guardare film non commerciali.
In base al numero degli interessati si potranno organizzare attività di vario tipo che vanno dalle visioni collettive a scambi di link, di dvd e/o Blu-ray, generici forum online, partecipazioni a Festival, scambi di idee in merito a determinati registi, generi, periodi o cinematografie e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente, si tratterà di film in gran parte stranieri e spesso d'epoca e/o poco conosciuti, molti mai giunti in Italia e quindi privi di versione doppiata o sottotitolata per cui la conoscenza di inglese o spagnolo è quasi sempre indispensabile, anche se scolastica. Personalmente, ho ampliato il vocabolario e appreso tanto proprio guardando film sottotitolati, in particolare quelli con audio e sottotitoli in idiomi diversi tra loro; l'esercizio non è sempre facile ma alla lunga dà ottimi risultati. 
Guardando film con audio e sottotitoli (di solito per non udenti) nello stesso idioma si apprezza meglio la pronuncia e si apprendono anche tanti vocaboli descrittivi, non connessi ai dialoghi. Si avrà non solo la possibilità di guardare buoni film altrimenti inaccessibili, ma anche di migliorare la propria conoscenza delle lingue, il che non guasta assolutamente. Ci vuole solo volontà e perseveranza.
Per organizzarci è ovviamente indispensabile comunicare in privato per poi scegliere una piattaforma conveniente per la gestione di un gruppo chiuso. Pertanto, inizialmente i cinefili dovranno contattarmi a giovis@giovis.com specificando brevemente i loro trascorsi nel campo, lingue conosciute e a quale livello, nonché eventuali interessi specifici in modo da valutare preliminarmente esigenze, proposte e richieste. In base a queste e ai luoghi di residenza degli interessati si valuterà l’opportunità di organizzare incontri effettivi o virtuali per le varie attività.
Per chi non conosca il mio background, ecco un mio breve curriculum cinefilo.
Non penso sia necessario sottolineare che, come la maggior parte delle mie proposte, anche questa è del tutto gratuita, nel solito stile FREE.

lunedì 18 novembre 2019

Altra settimana hawaiiana molto intensa!

Settimana passata fra Botanical Gardens (4 su 5), 10 film all’HIFF (Hawaiian International Film Festival) oltre a quelli al Movie Museum e l’immancabile cibo asiatico. Con un paio di blitz, come sempre assistito da Naomi (la botanica che sceglie gli alberi e piante da riportare in carta), non solo abbiamo concluso la mappatura dei due Orti Botanici ancora privi di mappa dettagliata (Wahiawa e Lili’huokalani), ma abbiamo anche realizzato mappa tecnica (per l’irrigazione) del Koko Crater Botanical Gardens. Nel corso della settimana prossima, fra un’impaginazione e l’altra delle mappe, dovrei avere più tempo per le foto.
   
sopra: base del tronco del Rainbow Eucalyptus (Eucalyptus deglupta) 
e i vistosi fiori della Scarlet Jade Vine (Mucuna bennettii)  *  Wahiawa BG
L'Orto Botanico di Wahiawa comprende di tre parti ben distinte, la terrazza principale, con prati ben curati, panchine e fontanine, in gran parte accessibile anche con carrozzine (solo poche traverse con fondo in ghiaia non lo sono), una ripa a nord attraversata da vari sentieri cementati che permettono di accedere alla terza area, selvaggia, stretta e lunga, in effetti il greto del torrente, quasi sempre in secca ma soggetto ad occasionali flash flood, con due tratti interdetti. In effetti c'è anche una piccola parte nella ripa opposta, accessibile tramite scalette. Quella a sinistra è l'essenziale cartina sull'attuale dépliant, relativa solo a terrazza principale e ripa sud, con poche specie segnalate. A destra la bozza della nuova mappa con molte più piante, ed è incluso il greto del torrente che verrà stampato sul verso. Un buon passo avanti!
   
Del piccolo Lili'uokalani, giardino della prima e ultima regina regnante delle Hawaii, deposta dai nel 1893 con l’appoggio dei Marines nel tentativo di annettere l'arcipelago agli USA, cosa che però avvenne solo nel 1959, quando diventò il 50° stato dell'unione. Pur deposta e agli arresti domiciliari nel palazzo reale Iolani, la regina Lili'uokalani poteva disporre dei propri beni e lasciò alla città (specificamente per uso pubblico) varie proprietà fra le quali questo giardino. La maggior parte dei grandi alberi che fiancheggiano il torrente (con tanto di piccola ma suggestiva cascata) sono ben più vecchi di un secolo e sono quasi tutti Monkeypod (Samanea Saman, Fabaceae, gruppo mimosoide, noto anche come rain tree o Hitachi tree), una specie che, avendo spazio, non si sviluppa tanto in altezza quanto in larghezza formando con la sua chioma delle perfette calotte sferiche. Questo della foto, che si trova nel parco Moanalua qui ad Honolulu, è uno dei più famosi e grandi: con una chioma di ben 40m di diametro per “solo” 25m di altezza, il tronco ha circonferenza di 7m. 
Altra specie presente quasi ovunque nelle zone aperte del giardino sono le Loulu palm, ma c'è ne sono anche tre Royal, slanciate e altissime, quasi come quelle del Foster BG, alte oltre 35m.

Di questo orto botanico non esisteva né il dépliant e tanto meno una mappa, neanche uno schizzo. Questa è la bozza, sul retro saranno aggiunte descrizioni delle piante evidenziate in mappa, nonché breve storia giardino.

Cinema: all'HIFF ho avuto occasione di guardare The Irishman (qui la recensione), il più recente film di Scorsese con Robert DeNiro, Joe Pesci e Al Pacino. Come è noto, essendo prodotto da Netflix, praticamente non è distribuito in sala e quindi posso reputarmi più che fortunato per averlo visto su schermo grande. Ho avuto anche modo di guardare film che con tutta probabilità non giungeranno mai in Italia nonostante vari di essi siano stati apprezzati in Festival importanti come Cannes anche And Then We Danced (Georgia), J'a perdu min corps (Fra), Arab Blues (Tun/Fra) A vida invisivel (Bra), The Last Color (Ind), commentati nelle microrecensioni 341-345 e 346-350, quelle di Portrait de la jeune fille en feu e Beanpole / Dylda saranno pubblicate fra un paio di giorni nel prossimo gruppo. Ma quello che più mi è piaciuto è stato Chunhyang (Corea, 2000, di Kwon-taek Im), visto un paio di giorni fa al Movie Museum.
    
Cibo: 
Spicy pork kimchee ramen (Japan, foto a dx), Pad Thai (Thailand), Beef laksa (Malaysia), Chow Funn gravy (cantonese, China, foto a sx), Teri chicken bukkake udon (Japan) e altri meno interessanti.

giovedì 22 novembre 2018

Al Festival di Huelva ho riscosso applausi a scena aperta ...

... come paladino dei cinefili e spettatori perbene!
Già ben conosciuto per la mia quasi onnipresenza sia in sala che alle conferenze stampa dalle azafatas (hostess), dagli addetti agli ingressi, da vari giornalisti e aficionados, nonché dall'addetto stampa, quest'ultimo ha avuto la brillante (seppur gentile) idea di menzionarmi per ben due volte nel corso della breve introduzione alla proiezione di Miriam miente (sezione ufficiale del Festival).
Più volte avevo chiacchierato con Rafa (giornalista della rete Onda Cero) il quale mi aveva anche accompagnato in un posto 3B (bueno, bonito y barato = buono, carino ed economico), mi aveva presentato giornalisti specializzati colombiani e peruani, lo staff della delegazione dominicana e altri suoi colleghi, e per questo ieri sera, nella hall del Gran Teatro, mi sono permesso di sollecitare un suo intervento per porre un freno alle frequenti accensioni di smartphone durante le proiezioni, invitandolo a fare un pubblico appello (rimbrotto preventivo) prima dell'inizio del film.

Il buon Rafa si è scusato per non averlo fatto in precedenti occasioni e mi ha detto che già qualcuno si era lamentato la sera precedente, ma non sapeva che probabilmente ciò derivava dal mio battibecco letteralmente plateale (trovandoci in platea) a fine proiezione con un imbecille scostumato che sedeva nella mia fila, per sua fortuna con due signore e sua moglie fra me e lui. Dopo averlo invitato gentilmente più volte a desistere dal suo comportamento, a fine proiezione gliene ho dette di tutti i colori e mentre le due signore redarguivano aspramente la moglie (anche lei colpevole di più accensioni) l’imbecille bofonchiava qualcosa come i bambini che mugugnano pur sapendo di aver torto, inventando le scuse più assurde. L’ho aspettato all’uscita per capire cosa avesse da ridire, ma el cobarde è sgattaiolato via senza farsi vedere.
Rafa ha iniziato la presentazione del film con un panegirico delle opportunità fornite dai Festival di incontrare cinefili di altri paesi e mi ha menzionato (come il señor Giovanni de Italia) quale uno di loro venuto a Huelva apposta per il Festival e presente a quasi tutte le proiezioni ... e fin qui tutto tranquillo. Poi, finita la breve intervista alla giovane coppia di registi di Miriam miente accompagnati dalla figlia Lia di 5 mesi, ha aggiunto che lo stesso señor Giovanni gli aveva fatto presente l'indecenza del diffuso uso di cellulari che illuminano quasi a giorno almeno un paio di file e, facendo sua la mia protesta, senza tanti giri di parole ha invitato il pubblico a comportarsi più correttamente ... e a questo punto è partito uno scrosciante applauso spontaneo, più forte e lungo di quello di prassi rivolto poco prima ai registi.
Ovviamente non era indirizzato a me come persona, ma dimostrava l'ampio sostegno alla mia lamentela nei confronti di quel 5-10% di incivili, purtroppo presenti in quasi qualunque sala (ma in un festival è ridicolo che ciò possa accadere senza che nessuno dica niente).
Spesso avere la faccia tosta di sottolineare comportamenti scorretti e/o molesti porta a buoni risultati. Alcun la reputano maleducazione, ma io la vedo come male minore. Ciò spiega gli applausi di tutti quelli che evidentemente soffrivano in silenzio per non avere la sfrontatezza di redarguire gli scostumati e si sono sentiti sollevati dal fatto che qualcuno (in questo caso io) abbia messo le cose in chiaro.

Dalla mia poltrona, poco più dietro del centro sala, durante tutta la proiezione non ho visto una sola luce di smartphone!

giovedì 16 marzo 2017

Le “camicie hawaiiane” ... di origine nippo-sino-libanesi

Le Aloha shirt, altrimenti conosciute come camicie Hawaiiane, furono lanciate alle Hawaii negli anni ’30, ma la loro storia inizia qualche decennio prima. Tale Kōichirō Miyamoto, figlio di un immigrato giapponese che nel 1904 aveva aperto un negozio di abbigliamento, dopo la morte del padre (1915) cominciò a produrre in proprio realizzando camicie con i tessuti utilizzati originariamente per i kimono. La le prime vere Aloha shirt furono disegnate dal cinese Ellery Chun che aveva un negozio a Waikiki ed ebbero subito un grande successo sia fra i locali che fra i surfisti giunti dal continente. Dopo pochi anni tutte le più importanti aziende del settore, anche quelle in U.S.A., cominciarono a produrle con disegni molto vari ma anche in quantità industriali con disegno unico per grandi aziende che decisero di utilizzarle come divise per i dipendenti.
Dopo la II Guerra Mondiale praticamente tutti i tanti militari che avevano prestato servizio nel Pacifico portarono a casa almeno una camicia. Negli anni successivi grazie ai più facili e rapidi collegamenti aerei e ancor di più dopo che le Hawaii divennero il 50° stato U.S.A. nel 1959 ci fu il boom del turismo.
Questo settore dell’abbigliamento fu rivoluzionato quando Alfred Shaheen (nato nel New Jersey, figlio di commercianti tessili libanesi) cominciò a stampare i tessuti e a produrre a basso costo non solo camicie, ma anche vestiti femminili. Successivamente migliorò il design e la qualità dei tessuti fino ad ottenere abbigliamento di classe. 
Allo stato attuale sembra che il top del design sia quello del marchio Tori Richard, specialmente per il settore femminile.
In molte occasioni festive le coppie, o anche intere famiglie, indossano abiti prodotti con il medesimo tessuto.  
Le Aloha shirt sono attualmente il maggior prodotto di esportazione del reparto tessile. Quelle moderne sono per lo più stampate, a maniche corte, con colletto, con tasca sul petto a sinistra cucita in modo che il disegno non sia interrotto, con pochi bottoni (non sempre fino al collo) e tagliate per dare il massimo confort (non aderenti) e per essere indossate fuori dei pantaloni. 
 
Quelle indossate dai locali, al lavoro o per puro piacere, sono di solito molto sobrie mentre quelle con colori sgargianti (spesso pacchiane e di cattivo gusto) sono quelle più ambite dai turisti.
   
Ciò per quanto riguarda la produzione e il commercio, ma è altrettanto interessante l'iter "sociale" delle Aloha shirts.
Già nel 1947 la City and County of Honolulu deliberò di consentire ai propri dipendenti di indossarle al lavoro nel periodo estivo, ma in senso ampio, da marzo a ottobre. 
A seguito di ciò fu creato l’Aloha Week Festival che si tiene ogni ottobre e continua ad avere un grande successo. La sede è il grande Ala Moana Park in riva al mare (già citato più volte) ed è come un revival delle antiche tradizioni hawaiiane, quindi con balli, canti, musica, sport tradizionali e, ovviamente, tanto cibo.
Oggi è consentito indossare le Aloha shirts in qualunque giorno dell'anno e pare che sia anche espressamente suggerito in molti ambienti di lavoro in quanto indossando queste ampie e leggere camicie non c'è bisogno di un eccessivo utilizzo dell'aria condizionata. Qui alle Hawaii ormai quasi tutti vanno al lavoro con questo tipo di abbigliamento ed è rarissimo vedere qualcuno in giacca e cravatta. Anche in molte occasioni semi-formali viene spesso richiesto l’Aloha Attire, che pur non essendo “elegante e impegnativo” non è assolutamente casual. In particolari occasioni anche i membri della Camera delle Hawaii indossano la loro Aloha shirt “di ordinanza”(foto in basso).

martedì 24 gennaio 2017

Da domenica 29 sarò in grandissime difficoltà ... cinefile

Avendo la fortuna di viaggiare in un paese cinematograficamente civile, avrò la possibilità di guardare al cinema ed in versione originale tanti ottimi film, ad appena un paio di km dalla mia residenza temporanea. Chiaramente non mi lamento di questo problema di abbondanza, anzi sono più che contento di doverlo affrontare, anche se penso che dovrò fare gli straordinari e vedere più di una volta un paio di film al giorno.
Nelle prossime settimane spero quindi di fornire almeno buone dritte a miei simili (nel senso di appassionati di cinema dalla mente aperta) i quali possono avere già ora un’anticipazione di ciò che mi prefiggo di guardare visitando la mia pagina Coming Soon. 
  
Ecco la parte interessante del cartellone del vicino multisala:
  • La La Land (14 Nomination Oscar 2017) regia di Damien Chazelle, con Emma Stone Ryan Gosling
  • Lion  (6 Nomination Oscar 2017) regia di Garth Davis, con Nicole Kidman and David Wenham
  • Manchester by the Sea (6 Nomination Oscar 2017) regia di Kenneth Lonergan Casey Affleck, Kyle Chandler, Lucas Hedges
  • Hidden Figures  (3 Nomination Oscar 2017, miglior film, Octavia Spencer non protagonista, sceneggiatura) regia di Theodore Melfi, con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe
  • 20th Century Women (Nomination Oscar 2017 per miglior sceneggiatura orginale) regia di Mike Mills, con Annette Bening, Greta Gerwig, Elle Fanning e Lucas Jade Zumann
  • Elle  (Nomination Oscar 2017 per Isabelle Huppert attrice protagonista) regia di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny
E non pensiate che ci siano 20 sale ... sono solo 8. Inoltre, questa programmazione era annunciata ancor prima della odierna comunicazione delle Nomination, a dimostrazione che questo livello di qualità è prassi. Ma non finisce qui, in quanto poche centinaia di metri più in là c’è anche il Movie Museum (del quale ho già parlato varie volte) che in effetti è una mini-sala con una ventina di poltrone reclinabili nella quale si proiettano due film di qualità al giorno, 5 giorni alla settimana, per solo 5 dollari a ingresso. A fine mese sarà pubblicato il programma di febbraio.
Infine, ci si mette anche il Museo d’Arte che nella sua sala organizza rassegne internazionali di grande spessore e fra quelle già annunciate ci sono l’African American Film Festival e Women in Film che comprende 13th (Nomination Oscar e Bafta) e The Eagle Huntress (Nomination Bafta). E come se non bastasse fra un programma e l’altro (fra qualche giorno si conclude il Bollywood Festival) ci sono altri film come l’iraniano The Salesman (Nomination Oscar 2017 miglior film straniero) e tre serate dedicate agli Short Films candidati agli Oscar nelle sezioni animazione, live action e documentari.
  
Tutto ciò non in una metropoli di milioni di abitanti, ma di una con meno di 400.00 residenti. Questo dimostra (ma lascia il tempo che trova) che si possono anche proporre buone programmazioni e riempire le sale, tant’è che spesso è opportuno prenotare se si vuole essere certi di trovare posto.
  • Perché gestori di sale e distributori italiani si ostinano a proporre solo un 20-30% di buoni film (per essere ottimisti) riempiendo il resto del cartellone con prodotti di scarso livello? 
  • Quando si potrà sperare di vedere un’inversione di tendenza? 
Mi sembra lapalissiano che se non si cominciano a proiettare film di qualità, anche se sconosciuti, il pubblico non potrà mai cominciare ad abituarsi a pellicole che non siano quelle di cassetta o quelle che i gestori possono noleggiare per pochi euro.
Di conseguenza, a noi cinefili non resta che aspettare i buoni film che talvolta passano in TV a orari impossibili, andare a qualche Festival, trovare qualcosa di buono in rete (dove per fortuna c’è tanto) o sperare nelle programmazioni dei cineclub e cineforum, purtroppo non tutte di livello accettabile.

A volte la mia cinefilia, forse esagerata, mi fa sentire un emarginato ... quasi un reietto. Capita anche a voi?

domenica 27 novembre 2016

"BAR BAHAR" donne palestino-israeliane di nuova generazione

Tre giovani donne palestino-israeliane evolute si scontrano con gli effimeri e spesso falsi venti di libertà e progresso. In Bar Bahar la giovane regista Maysaloun Hamoud offre agli spettatori uno spaccato della vita di alcune donne palestinesi dei nostri giorni, molto diverso da luoghi comuni e stereotipi. 
Come in ogni altra società, i modi di vita di tre co-inquiline (molto diversi fra loro) non possono certo rappresentare quelli di tutte le donne e meno che mai in questo caso, tuttavia è importante che si sappia che esistono anche quei tipi di problemi che, in fin dei conti, sono simili a quelli occidentali, di quell’Europa alla quale più volte fanno riferimento.
In un moderno appartamento di Tel Aviv (Israele) alla cristiana lesbica con piercing e tatuaggi, aspirante DJ, e all’avvocatessa disinibita e dall’abbigliamento stravagante e provocatorio, gran fumatrice e facente uso di droghe, inaspettatamente si aggiunge una studentessa di informatica, musulmana osservante, con tanto di hiyab.
Tutte e tre si troveranno ad avere a che fare con possibili (improbabili) partner e con le loro famiglie che non accettano i loro stili di vita e che, al di là della facciata di liberalismo e progresso, ostacolano per quanto possono la loro libertà scelta. Nel breve periodo descritto nel corso del film Laila, Salma e Nour riusciranno solo a prendere coscienza delle loro idee e a stringere un solido legame di rispetto e amicizia, a dispetto delle loro diversità.
   
Ovviamente non può né vuole essere esaustivo, ma in tutta l’inaspettata modernità quasi si fondono la tolleranza nei confronti degli omosessuali (un loro amico a dichiaratamente gay), alcool, droga, ecc. e i vincoli dettati dalle famiglie patriarcali e dalle religioni.  
Trailer con sottotitoli in inglese, se li preferite in spagnolo ecco il link
Sono quasi certo che il film ha ottenuto tutti i premi ai quali concorreva in tre festival diversi (3 a San Sebastian, 2 a Haifa e uno a Toronto) proprio per il fatto di descrivere queste giovani che non accettano “l’obbligo” di dover rimanere in casa ad occuparsi solo della cucina e dei figli, ma con la chiara volontà di raggiungere l’emancipazione e l’autodeterminazione. Storie inaspettate e quasi sorprendenti per chi conosce quelle realtà solo attraverso le immagini violente che vengono propinate dalle tv e avvenimenti tragici raccontati dai giornali, eppure storie vere e reali. 
Come ho più volte scritto, i film stranieri seri di paesi di cui si sa poco o niente, al di là della loro qualità tecnica e artistica, sono fondamentali per aprirci la mente, per comprendere alcuni aspetti della vita quotidiana in altre culture, e Bar Bahar non fa eccezione.
Questo è il primo lungometraggio della regista palestinese la quale, oltre a dirigerlo, ne ha anche scritto la sceneggiatura e questa è una lunga intervista (in spagnolo) rilasciata durante il Festival di San Sebastián di settembre scorso. Al termine della stessa Maysaloun Hamoud (seconda da sinistra nella foto) afferma che nelle sue intenzioni Bar Bahar dovrebbe il primo di una trilogia, il secondo si chiamerà Bar (Terra) e il terzo Bahar (Mare).
Il film è appena giunto nelle sale esordendo in Spagna (25 novembre), al momento non ci sono anticipazioni di uscite in altri paesi, se non quella in Israele a gennaio 2017. Se siete interessati, ogni tanto fate una ricerca ricordando che il titolo è quello originale in arabo, ma in ebreo è Lo Po, Lo Sham, quello internazionale per ora è In between, in spagnolo è stato aggiunto Entre dos mundos, chissà come sarà in italiano, se mai verrà distribuito nel “bèl paése”.
   
Per vostra conoscenza, i palestinesi israeliani sono circa 2 milioni, poco meno del 20% della popolazione complessiva di Israele. Non sono tutti musulmani e tantomeno terroristi, molti sono cristiani. Molte giovani sono assolutamente indipendenti, professioniste e cercano di vivere in stile più occidentale ma, nonostante molte conquiste e miglioramenti rispetto al passato, il percorso sembra essere ancora molto lungo.
 
361° film del 2016: un film al giorno (366, essendo bisestile)
“Bar Bahar” (Maysaloun Hamoud, Israele, 2016) 
con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura
Film molto interessante anche se non di eccelsa qualità, notevole anche la colonna sonora ... consigliato.