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mercoledì 11 agosto 2021

Micro-recensioni 196-200: i primi 10 film di Peckinpah (1-5)

Questo ribelle, anomalo regista, proprio a causa del suo carattere, ha diretto solo 14 film, ma gli ultimi 4 sono veramente trascurabili. Fra i primi 10 ci sono invece tutti i migliori, fra i quali vari cult della New Hollywood, a cominciare da The Wild Bunch. Lo si potrebbe quasi definire un Tarantino ante litteram, con tanta violenza e spargimento di sangue nella maggior parte dei suoi film, ma molti annoverano fra i suoi seguaci anche Martin Scorsese e John Woo. I protagonisti sono spesso personaggi particolari avanti con l’età che continuano a credere in certi valori e non si adeguano ai tempi che cambiano. Dedito all’alcool e alle droghe fu capace di litigare con tutti i produttori, licenziato e poi ri-assunto più volte, veniva anche ai ferri corti con le star dei suoi cast ma in fin dei conti tutti lo apprezzavano tant’è che molti attori compaiono ripetutamente nei suoi film: Jason Robards, James Coburn, Emilio Fernández, Warren Oates, Kris Kristofferson, Ben Johnson, David Warner, Slim Pickens, L.Q. Jones and R.G. Armstrong e anche Steve McQueen protagonista di Junior Bonner e The Getaway. Una delle sue frasi preferite (relativamente scherzosa) era: “Quando sono sobrio non riesco a dirigere". Di questo gruppo si può rinunciare solo al suo film d’esordio nel quale, tuttavia, si ritrovano molti degli elementi che ricorreranno nei successivi … una specie di prova generale quando era ancora pressoché sconosciuto. Anche se in alcuni punti l’analisi mi sembra un po’ forzata, in questa recensione di The Deadly Companions vengono evidenziati molti di tali aspetti. Stavolta le microrecensioni sono in ordine cronologico.

  
The Deadly Companions (Sam Peckinpah, 1961, USA) aka La morte cavalca a Rio Bravo 

Al termine della Guerra di secessione americana, durante un assalto ad una banca, un bambino viene accidentalmente ucciso. Uno dei rapinatori si offre volontario per scortare la madre a seppellirlo vicino al marito, in un altro paesino del west, ma il territorio è infestato da banditi e indiani. Il viaggio non sarà per niente facile ...

Ride the High Country (Sam Peckinpah, 1962, USA) aka Sfida nell'Alta Sierra

Questo è il film con il quale Peckinpah si fece notare ed anche questo è una specie di road movie, ma con molti più personaggi del precedente. I protagonisti (pistoleri non più giovanissimi) si conoscono da tempo, ma durante il viaggio fino al campo dei cercatori d'oro, nel breve soggiorno e durante il ritorno si scopriranno i loro veri caratteri.

Major Dundee (Sam Peckinpah, 1965, USA) aka Sierra Charriba

Alla fine della guerra di secessione americana, un plotone di soldati nordisti, integrato da delinquenti e sudisti cooptati, ha il compito di sterminare una banda di Apache che semina terrore e morte, guidati dal capo Sierra Charriba (titolo italiano del film). Oltre a dover controllare i rancori personali per niente sopiti, i due ufficiali protagonisti (il maggiore nordista Dundee/Heston e il sudista "volontario" Tyreen/Harris) dovranno faticare non poco per mantenere la parola data e l'ordine e la disciplina nel gruppo che conta anche 8 volontari colored e, come se non bastasse, dovranno vedersela anche con le truppe francesi all'epoca di stanza in Messico. Cast di gran livello che oltre ai soliti ottimi caratteristi dell’entourage di Peckinpah (come Warren Oates, Ben Johnson, Emilio Fernández, ecc.) vede protagonisti Charlton Heston, Richard Harris e James Coburn.

 
The Wild Bunch (Sam Peckinpah, 1969, USA) aka Il mucchio selvaggio

Come anticipato, questo è il più famoso di Peckinpah ed è ambientato al confine fra USA e Messico nel 1913, in piena rivoluzione messicana con gli scontri fra le truppe di Huerta e quelle di Pancho Villa. Quarto film e quarto road movie western, in questo caso con fuggitivi ed inseguitori americani che però avranno a che fare con il Generale Mapache (interpretato dal famoso regista messicano Emilio “Indio” Fernández) e i suoi rivoluzionari. The Wild Bunch è anche noto dal punto di vista tecnico per le centinaia di brevissime scene (spesso pochi fotogrammi, montate quindi rapidamente) fra le quali ne sono inserite varie al ralenti che, nel complesso, rappresentano il massacro conclusivo, con grande spargimento di sangue. Nella sezione trivia (curiosità) si legge che i 137 minuti del film contengono ben 3.643 inquadrature, vale a dire una media di poco più di 2 secondi ciascuna. Considerando che non mancano scene lunghe, si capisce che molte inquadrature delle sparatorie durano meno di un secondo. Per tale violenza fu aspramente criticato da molti mentre altri lo osannavano come western revisionista che si contrapponeva ai classici dei decenni precedenti nei quali si sparavano sì e no un paio di colpi.

The Ballad of Cable Hogue (Sam Peckinpah, 1970, USA)

Subito dopo The Wild Bunch, ultimo di quattro film sempre più violenti, Peckinpah ne diresse uno inaspettato, quasi per sfida, una commedia western, oltretutto quasi romantica. Nei primi decenni del XX secolo il protagonista Cable mette su un punto di ristoro per diligenze visto che, in modo del tutto inatteso, ha scoperto l’unica sorgente d’acqua nel raggio di 20 miglia. La sua pacifica esistenza viene però turbata (piacevolmente e non) dagli incontri con un predicatore di dubbia morale, con una prostituta e con i suoi vecchi compari. 

mercoledì 21 luglio 2021

Micro-recensioni 166-170: quasi tutto Lindsay Anderson

Avrei voluto dedicare la cinquina esclusivamente a questo regista inglese (sebbene nato in India, quando questa era ancora colonia britannica) ma per ora ho recuperato solo 4 dei soli 7 suoi lungometraggi; sto cercando una buona versione originale di O Lucky Man! (1973). Completa il gruppo un noir poco conosciuto, con Victor Mature protagonista.

 
The Whales of August (Lindsay Anderson, 1987, USA)

Piccolo gran bel film, con solo 5 personaggi (+ 1 in una fugace apparizione), tutto girato su un piccolo promontorio del Maine, dove sorge una casa solitaria, con vista sull’Atlantico. L’ottima sceneggiatura viene valorizzata da un cast di giovincelli (età media 82 annni), grandi attori di altri tempi, ma ancora in grande forma, a cominciare da Lillian Gish, 94enne all’epoca del film. L’affiancano Bette Davis (79), Vincent Price (76) e Ann Sothern (78), Nomination Oscar non protagonista. Questo fu l’ultimo film d Lillian Gish, star del muto, musa di D. W. Griffith (famosa per Birth of a Nation,1915, e Intolerance, 1916), una carriera lunga 75 anni. Ascoltare le discussioni fra le due sorelle (Gish e Davis), le intromissioni dell’amica (Sothern) e le visite dell’esule russo, galantuomo d’altri tempi (Price), interrotte solo dal rumorosissimo operaio tuttofare (Harry Carey Jr.), è un piacere per le orecchie. Buona anche la fotografia e la scenografia, sia per gli esterni che per gli interni con tanti interessanti dettagli. Indispensabile guardare la versione originale (si trova anche su YouTube a 720p).

This Sporting Life (Lindsay Anderson, 1963, UK)

Dopo aver lodato l’ultimo, eccoci al primo lungometraggio di Anderson, che giunse dopo 16 apprezzati corti girati fra il 1948 ed il 1959. Dramma intenso con i problematici personaggi principali in continuo contrasto molto ben interpretati da Richard Harris e Rachel Roberts (Nomination Oscar per entrambi). Lui è un operaio che riesce a sfondare nel mondo del rugby professionistico e che, pur avendo ottenuto un ricco ingaggio, si ostina a continuare a vivere nella stanza d’affitto della vedova della quale è invaghito, quasi un’ossessione per lui visto che altre opportunità non gli mancano. Forse Anderson indulge un po’ più del dovuto in alcune scene di gioco, ma talvolta sono importanti per poi descrivere l’ambiente del dopopartita. Consigliato.

  
I Wake Up Scresming (H. Bruce Humberstone, 1941, USA)

Pur non essendo fra i gli attori più noti di metà secolo scorso, Victor Mature fu protagonista di un buon numero di noir (questo è uno dei suoi primi), western e infine kolossal storici come Samson and Delilah (1949, di Cecil B. DeMille) nel quale interpretò Sansone al fianco di Hedy Lamarr (Dalila). In questo noir dalla trama classica, interpreta un talent scout ingiustamente accusato dell’omicidio di una sua star. Altro elemento ricorrente è la presenza della sorella della donna assassinata con l’inevitabile sorgere di una love story mentre tentano di smascherare il vero colpevole. Questo, o meglio questi, forniscono originalità alla trama, personaggi ben delineati, interpretati da più che buoni caratteristi (inquietante Laird Cregar nei panni dell’ispettore Cornell). Titolo italiano Situazione pericolosa IMDb 7,2, RT 86%, consigliato.

If … (Lindsay Anderson, 1967, UK)

Primo elemento della Trilogia di Mick Travis (personaggio interpretato da Malcolm McDowell), qui ribelle nel college, poi sarà un rampante rappresentante di caffè in O Lucky Man! (1973) e infine reporter d’assalto in Britannia Hospital (1982). Diviso in 8 capitoli, anche se a tratti surreale, è in effetti una satira/critica dell’establishment britannico, non solo in quanto all’istruzione, ma anche a tutti quelli che ruotano attorno, compresi clero e militari. Il film diviso in 8 capitoli e in ben 4 casi di sente parte del Sanctus della Missa Luba, della quale ho parlato nel post precedente e che mi ha spinto a recuperare questo film e poi gli altri di Anderson. Classico film di protesta degli anni ’60, vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Britannia Hospital (Lindsay Anderson, 1982, UK)

Terzo e ultimo film della Trilogia di Mick Travis, è veramente surreale-fantastico, e l’accostamento a M.A.S.H. (1970, Robert Altman) mi sembra abbastanza forzato visto che, oltretutto, non si svolge in territorio di guerra; il legame è limitato alla follia dei medici e dei loro accoliti. In più punti esagerato, ma non mancano situazioni grottesche quasi geniali, soprattutto quelle relative alla visita della Regina Madre (madre di Elisabetta II, attualmente regnante). Divertente solo a tratti, guardabile a tempo perso.