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martedì 13 luglio 2021

Micro-recensioni 156-160: prima cinquina di classici coreani

Come anticipato nel post di un paio di settimane fa classici sudcoreani degli anni '60, in questa cinquina e la prossima parlerò dei 10 film coreani proiettati al Festival di San Sebastian e pubblicati su YouTube dal Korean Film Archive nella sua playlist Korean Classic Film.

 

Black Hair
/ Geom-eun meori (Man-hui Lee, 1964, Kor)

Yakuza-noir coreano nel quale, stranamente, non appaiono pistole ma solo coltelli e bottiglie rotte, per lo più utilizzate per sfregiare chi non rispetta le ferree regole imposte dal boss, costretto anche lui a subirne le conseguenze. Storia torbida e intricata che ha origine da uno stupro e che si sviluppa quasi esclusivamente all'interno della banda senza mostrarne le effettive attività criminali. Film tenebroso sia per i contenuti che per svolgersi quasi interamente di notte, conta su una eccellente fotografia, con il sottofondo di commento e colonna sonora molto interessanti, già influenzate dal retaggio americano, così come l'abbigliamento e l'ambiente dei bar e locali notturni frequentati da prostitute vestite all'occidentale. Anche se con alcuni limiti di sceneggiatura e dialoghi risulta essere visione piacevole e interessante che ci introduce alla conoscenza del mondo della malavita coreana con i suoi riti, gerarchie e leggi non scritte.

Aimless Bullet / Obaltan (Hyun-mok Yoo, 1961, Kor)

Film del neorealismo coreano che, per dipingere in modo troppo crudo e pessimista un certo tipo di società sudcoreana negli anni del dopoguerra, fu censurato e solo dopo 3 anni e mezzo fu recuperato da un consulente americano del Korean National Film Production Center e quindi presentato al Festival internazionale di San Francisco dove venne molto apprezzato per la tecnica al di là dei contenuti: "a remarkable film, … brilliantly detailed camera work is matched by probing sympathy and rich characterizations" (Variety). Si narra della famiglia di un onesto contabile che si deve prendere cura della madre rimasta scioccata dalla guerra, un fratello invalido di guerra, una sorella che si rassegna a prostituirsi con i soldati americani e due ragazzini; a ciò si devono aggiungere suicidi, rapine e … un fastidiosissimo mal di denti.

  

The Housemaid / Hanyeo (Kim Ki-young, 1960, Kor)

L’unico di questa serie che avevo già visto. Si tratta di un dramma che si è meritato un remake nel 2010 (Kor, IMDb 6,4 e RT 70% contro il 7,3 e 100% dell’originale), diretto da Sang-soo Im. Girato in modo egregio in bianco e nero e quasi tutto in interni, purtroppo si basa su una sceneggiatura (dello stesso Ki-young Kim) molto poco convincente ed un finale ridicolo. In particolare le riprese nella casa a due piani (che ha il suo elemento centrale nelle scale inquadrate da angolazioni sempre diverse) con alternanza di primi piani e riprese attraverso finestre e spiragli di porte, rendono molto bene un’atmosfera da dramma-thriller. Peccato però che i comportamenti dei protagonisti sono insulsi e poco credibili e le interpretazioni a dir poco scadenti, a cominciare dal primo attore veramente pessimo. Andando a cercare i motivi che giustificassero le buone critiche, ho visto che molti commenti concordano in linea massima con la mia opinione e ho anche scoperto due trivia interessanti: il ridicolo e completamente fuori tono finale fu aggiunto in postproduzione in quanto la vera conclusione fu reputata troppo scioccante e all’esordiente attrice che interpretò la squilibrata cameriera non furono più proposti altri ruoli (in effetti comparve in altri due film minori) si dice a causa del ruolo ricoperto in The Housemaid, ma penso anche perché non valeva un granché. Il film (restaurato grazie alla World Cinema Foundation di Martin Scorsese) si trova su YouTube a 720p e vale la pena guardalo per regia, fotografia e riprese, ma sappiate che molto probabilmente sarete delusi da sceneggiatura e interpretazioni.

The Flower in Hell / Ji-okhwa (Sang-ok Shin, 1958, Kor)

Assimilabile nel neorealismo, fu uno dei primi film a mostrare la situazione del dopoguerra (civile, 1950-53, con l’intervento delle truppe americane) fra povertà, mancanza di lavoro, mercato nero e prostituzione. Ulteriore elemento di scalpore fu che la notissima attrice protagonista (Choi Eun-hee, 1926-2018, che di solito interpretava figure positive di donne oneste e dedite alla famiglia) appariva nel ruolo di una prostituta con pochi scrupoli. Anche se non inerente al film, vale la pena menzionare che nel 1978, mentre si trovava a Hong Kong, fu rapita dal regime della Corea del nord e poco dopo anche suo marito, regista di questo film, subì la stessa sorte e insieme furono costretti a recitare lì. Riuscirono a scappare nel 1986 durante una tournee a Vienna rifugiandosi presso l’Ambasciata USA e quindi si trasferirono a Hollywood dove lavorarono per una dozzina di anni; solo nel 1999 tornarono in Corea del sud.

Farewell Duman River / Dumangang-a jal itgeora (Kwon-taek Im, 1962, Kor)

Nell’articolo di presentazione veniva definito western manchù, ma in effetti si tratta di film bellico relativo alle azioni dei partigiani e degli studenti contro l’esercito di occupazione giapponese lungo il fiume Duman, oggi confine fra Corea del nord e la Manciuria cinese. Direi poco interessante, mal realizzato e, come se non bastasse, la copia restaurata non è di gran qualità e mancano molti fotogrammi. Da evitare.

mercoledì 10 luglio 2019

44° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (216-220)

Anche questa seconda cinquina di grandi film del passato è di livello veramente ottimo; tre di essi si trovano fra i primi 100 film di tutti i tempi (classifica IMDb, 16° - 96° - 90°) e c’è anche Gandhi al 231° posto fra i migliori di sempre. Complessivamente hanno ottenuto “appena” 20 Oscar e 16 Nomination, ma c’è da dire che Taxi Driver all'epoca fu assolutamente sottovalutato con le sue sole 4 Nomination a nessun Oscar, quell'anno divisi fra Network, All the President's Men, Rocky e altri di minor rilievo.
Al contrario, per quanto mi concerne, trovo che il film di Scorsese non solo era migliore dei succitati sotto tanti punti di vista (regia, sceneggiatura, interpretazioni, fotografia, ...) ma lo metto al primo posto anche in questa cinquina, preferendolo al pur ottimo Qualcuno volò sul nido del cuculo e allo spettacolare kolossal Lawrence of Arabia che, sebbene assolutamente diversi  e non paragonabili in alcun modo, giudico alla pari fra loro. 
Con questi concorrenti, Gandhi e Easy Rider inevitabilmente risultano inferiori, in particolare il secondo essendo un film troppo legato al suo tempo e, oggettivamente, non un granché pur essendo un cult hippie/pacifista/road movie.

219  Taxi Driver (Martin Scorsese, USA, 1976) * con Robert De Niro, Jodie Foster, Cybill Shepherd, Harvey Keitel * IMDb  8,3  RT 98%  *  4 Nomination (miglior film,  Robert De Niro protagonista, Jodie Foster non protagonista e commento musicale) *  96° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Uno dei miei film preferiti in assoluto, una delle migliori regie di Scorsese non ancora preoccupato di dover produrre e dirigere il “film dell'anno”, il regista realizza uno dei migliori film della sua carriera, con nomi non ancora altisonanti e grande cura della regia. Tutto ciò con un budget ridotto, così come aveva fatto con Mean Streets (mezzo milione di dollari). Giusto per fare un paragone con gli altri capolavori di questo gruppo, Taxi Driver costò 1,3 milioni contro i 4,4 di Qualcuno volò ... dell’anno precedente e i 15 milioni di Lawrence d’Arabia (... nel 1962).
Le scene del taxi che attraversa lentamente i vari quartieri di New York forniscono l'occasione per descrivere, seppur sommariamente, il popolo della notte della Grande Mela. Il commento musicale è perfettamente attinente, l'escalation della follia paranoica di Travis Bickle è narrata in modo succinto, ma preciso, esauriente e senza sbavature.
Gli angoli di ripresa originali, sia quelli con la cinepresa fissata a rotazione in qualsiasi punto del taxi, interno o esterno che sia, le lentissime carrellate, nonché le scene conclusive nelle scale del bordello e le indimenticabili riprese dall'alto della stanza con Robert De Niro sanguinante sul divano sono una vera e propria lezione di cinema.
Non saprei dire quante volte ho già visto Taxi Driver, ma certamente questa non è stata l'ultima! 

   
   
218  One Flew Over the Cuckoo's Nest (Milos Forman, USA, 1975) * con Jack Nicholson, Louise Fletcher, Michael Berryman * IMDb  8,7  RT 95%  *  5 Oscar (miglior film, regia, Jack Nicholson e Louise Fletcher protagonisti, sceneggiatura) e 4 Nomination (Brad Dourif non protagonista, fotografia, montaggio e commento musicale) *  16° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Certamente i personaggi degli ospiti del sanatorio sono sensazionali (ognuno a modo suo) ed interpretati alla perfezione. Fra vari illustri sconosciuti si notano Danny DeVito in una delle sue prime apparizioni, Christopher Lloyd (al suo esordio assoluto, poi divenuto famoso interpretando Dr. Emmett Brown in Back to the Future e sequel), Will Sampson (il grande capo), Scatman Crothers (indimenticabile cuoco in Shining), ma si deve sottolineare la perfetta scelta degli attori visto che anche Louise Fletcher (Oscar) e Brad Dourif (Nomination) erano all'inizio della loro carriera.
Il maggior pregio di questo film quasi corale è una grande sceneggiatura che si dipana alla perfezione fra dramma e commedia, sostenuta da un cast di grande valore, pur contando sul solo Jack Nicholson come star.
Certamente da guardare più di una volta.

216  Lawrence of Arabia (David Lean, UK, 1962) * con Peter O'Toole, Alec Guinness, Anthony Quinn, Omar Sharif * IMDb  8,3  RT 97%  *  7 Oscar (miglior film, regia, fotografia, montaggio, scenografia,  sonoro e commento musicale) e 3 Nomination (Peter O'Toole protagonista, Omar Sharif non protagonista, sceneggiatura) *  90° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Se Qualcuno volò sul nido del cuculo si distingue per sceneggiatura e interpretazioni, Lawrence of Arabia ha dalla sua scenografia e fotografia, senza sottovalutare le prove di Peter O'Toole nei panni di Lawrence e di Anthony Quinn e Omar Sharif (al suo esordio internazionale, ma già star in Egitto) quali suoi alleati/antagonisti.
I paesaggi dei deserti (nel film arabi ed egiziani, in realtà location giordane, marocchine e andaluse) sono esaltati da fotografia e riprese eccezionali che, aggiunte a varie spettacolari scene di massa con centinaia e centinaia di uomini, cavalli e cammelli, formano un film visualmente affascinante.
Anche questo, nonostante le 3 ore e mezza di durata, si lascia ri-guardare con molto piacere ... e consiglio di farlo appena se ne ha l'occasione.

    

220  Gandhi (Richard Attenborough, USA, 1982) * con Ben Kingsley, John Gielgud, Candice Bergen * IMDb  8,1  RT 86%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Ben Kingsley protagonista, sceneggiatura,  fotografia, scenografia, montaggio e costumi) e 3 Nomination (sonoro, commento musicale e trucco) *  231° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
A mio modesto parere, sopravvalutato pur essendo un film di ottimo livello. Risulta spesso ripetitivo e troppo incentrato sul personaggio principale, mettendo in luce ben poco della reale (complicatissima) situazione in India verso la fine del periodo coloniale inglese. Si va avanti per singoli episodi distribuiti in luoghi e tempi diversi, con personaggi che, seppur fondamentali, appaiono solo in occasione dei loro incontri con Gandhi. Certamente molto bravo Ben Kingsley, non particolarmente convincente il resto del cast nel suo complesso. Buona la messa in scena (costumi, scenografia, scene di massa), ma appare molto edulcorata e legata ai soliti cliché.
Pur avendo molti  punti in comune con Lawrence of Arabia (fine di domini inglesi in Asia, grandi eventi storici che hanno cambiato la geopolitica del XX secolo, scontri fra masse di persone e pochi soldati, politici che tramano più o meno nell’ombra) trovo che Gandhi sia inferiore sotto ogni punto di vista. 
Interessante ma insufficiente storicamente, in particolare in merito alla tragica e contestata decisione di dividere India e Pakistan suggerisco di guardare Earth (1998), secondo film della trilogia di Deepa Mehta, dopo Fire (1996) e prima di Water (2005), tutti con temi scottanti e controversi.

217  Easy Rider (Dennis Hopper, USA, 1969) * con Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson * IMDb  7,4  RT 89%  *  2 Nomination Oscar (Jack Nicholson non protagonista e sceneggiatura)
Film rappresentativo di un’epoca, quando negli States divampava la rivoluzione giovanile, con le proteste contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili, gli hippies erano generalmente malvisti per la loro vita sregolata, i capelli lunghi e l’uso di droghe. Gli stili di vita cambiavano rapidamente, così come la musica e il modo di vestirsi, era quindi normale che i normali attriti fra chi la pensava in modo diverso per questioni morali, politiche  o semplicemente razziste fossero all’ordine del giorno.
Easy Rider fornisce uno spaccato di quegli anni, con un mix di comunità hippy, viaggi on the road con classici chopper, confronti con personaggi dalla mentalità estremamente arretrata che portano all’incredibile tragico epilogo.
In quanto all’originale cast, Peter Fonda è assolutamente incapace di recitare, Jack Nicholson (nonostante già avesse interpretato già una ventina di film nei 10 anni precedenti) è ancora “grezzo”, Dennis Hopper (al suo esordio alla regia) si trova a suo agio nel ruolo di ribelle anticonformista, come è più o meno sempre stato e non a caso il suo primo ruolo sullo schermo fu quello di Goon in Rebel Without a Cause (Nicholas Ray, 1955, tit. it. Gioventù bruciata).
Interessante, ma certamente non un gran film.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 5 luglio 2019

43° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (211-215)

Ho messo mano ai grandi film del passato procedendo per quanto possibile in ordine cronologico e questa prima cinquina è di livello veramente ottimo, anche non volendo considerare rating, Oscar e Nomination, è comunque al top. Per pura statistica, 4 su 5 si trovano fra i primi 200 film di tutti i tempi (classifica IMDb, 36° - 148° - 164° - 198°) e complessivamente hanno ottenuto 36 Oscar e 17 Nomination, per una media di oltre 7 Oscar e 3 Nomination a testa ... certamente non mi fido ciecamente di questo tipo di dati, ma per tali risultati qualcosa più di un fondo di verità ci deve essere.
Come mio solito, elenco i film in ordine di preferenza e chi mi segue può già immaginare che i primi due sono quelli in bianco e nero noir/drammatici, seguiti dai due kolossal per concludere con il musical (oggettivamente non al livello degli altri).
   

212  Casablanca (Michael Curtiz, USA, 1942) * con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains, Peter Lorre * IMDb  8,6  RT 97%  *  3 Oscar (miglior film, regia e sceneggiatura) e 5 Nomination (Humphrey Bogart protagonista, Claude Rains non protagonista, fotografia, montaggio e commento musicale) *  36° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Il mio preferito di questo gruppo; essendo un noir (genere che prediligo) ed essendo ottimo praticamente non c’è storia. Nel post scorso avevo sottolineato la pochezza dei dialoghi in vari famosi film di Spielberg, al contrario in questo caso ogni battuta è incisiva, piazzata al momento giusto e piena di sottintesi. I personaggi sono estremamente diversi, accomunati solo dal fatto di trovarsi a Casablanca nello stesso momento ... molti sperano di essere solo di passaggio, gli altri vivono delle loro speranze. Molti caratteri sono indecifrabili, quasi ognuno ha un secondo fine. Tutti perseguono i propri obiettivi, cercando al tempo stesso di sopravvivere quanto meglio possibile.
Sono stato molto soddisfatto della mia ennesima visione, stavolta versione originale restaurata, (in HD) di questo film che tutti avranno visto almeno in parte tante volte, almeno la scena finale all’aeroporto
Imperdibile, da gustare con calma facendo attenzione a tutti i dettagli e ai dialoghi.

214  On the Waterfront (Elia Kazan, USA, 1954) tit. it. “Fronte del porto” * con Marlon Brando, Karl Malden, Lee J. Cobb, Rod Steiger * IMDb  8,2  RT 98%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Marlon Brando protagonista, Eva Marie Saint non protagonista, sceneggiatura, fotografia, montaggio, scenografia) e 4 Nomination (Karl Malden, Lee J. Cobb e Rod Steiger non protagonisti, commento musicale) * 148° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Stranamente, questo non l’avevo mai visto per intero e sono contento di averlo recuperato, oltretutto in versione originale HD.
Trama interessante, anche se a tratti scontata, perfettamente messa in scena e ripresa con un bianco e nero eccellente, opera di quel Boris Kaufman che aveva filmato l’intera produzione di Jean Vigo. Avevo subito apprezzato le prove dei vari ottimi attori non protagonisti e poi ho letto che ottennero un Oscar e tre Nomination che, sommate alla statuetta di Marlon Brando, portano a 5 le candidature nel solo cast ... caso piuttosto raro se non unico, possibile solo con attori di altri tempi.
Come scritto per Casablanca, è un film imperdibile, almeno per i cinefili.
  
      

215  Ben Hur (William Wyler, USA, 1959) * con Charlton Heston, Jack Hawkins, Hugh Griffith, Omar Sharif, Stephen Boyd * IMDb  8,1  RT 88%  *  11 Oscar (miglior film, regia, Charlton Heston protagonista, Hugh Griffith non protagonista, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, sonoro, effetti speciali, commento musicale) e Nomination per la sceneggiatura * 198° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Se ci avessero risparmiato l’ultima parte religiosa/miracolosa sarebbe stato comunque un ottimo film epico di azione e non sarebbe durato 3 ore e mezza. Già nel corso delle prime 3 ore non erano mancati i riferimenti alla vita di Gesù, a cominciare dalla nascita, con l’adorazione dei magi (Baldassarre, avrà un ruolo anche successivamente). A parte questa scelta che mi è sembrata superflua, Ben Hur è un classico kolossal, con scenografie immense, scene di massa e, ovviamente, la corsa di cavalli più famosa della storia del cinema. Tuttavia, con la mia “pignoleria”, devo sottolineare l’inconsistenza di dette scene non solo per le solite ombre le cui lunghezze cambiano troppe volte, ma anche in fatti strettamente numerici come i giri di pista e le bighe (la somma di quelle ancora in corsa e quelle fuori gioco è sempre maggiore delle 9 che si vedono in partenza) ... comunque gara spettacolare e avvincente.
Gli 11 Oscar, o almeno gran parte di essi, furono certamente meritati.

211  Gone with the wind  (Victor Fleming, USA, 1939) tit. it. “Via col vento” * con Clark Gable, Vivien Leigh, Thomas Mitchell, Hattie McDaniel, Olivia de Havilland * IMDb  8,2  RT 94%  *  8 Oscar (miglior film, regia, Vivien Leigh protagonista, Hattie McDaniel non protagonista, fotografia, scenografia, montaggio e sceneggiatura) e 5 Nomination (Clark Gable protagonista, Olivia de Havilland non protagonista, sonoro, effetti speciali e commento musicale) * 164° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Altro film che, nonostante la fama, non avevo mai visto ... non mi ha mai ispirato. Una volta guardato, devo dire che sono rimasto quasi deluso, trovandolo in linea di massima sopravvaluto, pur comprendendo che per nel 1939 fu qualcosa di eccezionale.
In occasione degli Oscar, fu consegnato a William Cameron Menzies un Premio Speciale per “l’eccezionale uso del colore ...”, motivazione che non mi trova tanto d’accordo, in quanto i troppi sfondi arancione - rossastri, tutti molto simili e distribuiti nell’arco dell’intero film, sono esagerati, assolutamente non reali e alla lunga stancano. Vivien Leigh è brava nel riuscire a interpretare alla perfezione la protagonista Scarlett O’Hara, archetipo di donna insopportabile, arrogante, volubile, egoista e chi più ne ha più ne metta; al contrario Clark Gable sembra essere troppo gigione. Anche la sceneggiatura mi è sembrata più vicina a un romanzo d’appendice che a un trama seria.
213  An American in Paris (Vincent Minelli, USA, 1951) tit. it. “Un americano a Parigi” * con Gene Kelly, Leslie Caron, Oscar Levant * IMDb  7,2  RT 95%  *  6 Oscar (miglior film, fotografia, scenografia, costumi, commento musicale e sceneggiatura) e 2 Nomination (miglior regia e montaggio)
Commedia leggera e abbastanza scontata, comunque portata degnamente avanti da Gene Kelly e dalla debuttante Leslie Caron. Non particolarmente coinvolgenti le coreografie, molte delle quali concentrate nella parte finale. Al contrario, mi sono sembrate pregevoli fotografia e scenografia che, insieme con i costumi, forniscono una  piacevole immagine della Parigi bohémienne di metà secolo scorso, seppur probabilmente poco reale.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 29 giugno 2019

42° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (206-210), solo Spielberg

Ed ecco gli altri 5 film diretti da Spielberg già annunciati, guardati in ordine cronologico, come penso sia bene procedere, quando è possibile. Mi convinco sempre di più che regista, uno dei pilastri del nuovo cinema americano, è più che discontinuo. Infatti, oltre ai vari ottimi film che tutti conoscono, ne ha realizzati altri senza infamia e senza lode, mentre altri ancora sono veramente scadenti e per questi penso che i rating sono più che generosi, probabilmente dovuti al nome Spielberg. In questo gruppo ci sono 1941 e Always i quali, se fossero stati diretti da uno sconosciuto, non sarebbero andati oltre il 3.
Sembra che il principale obiettivo del regista/produttore sia quello di fare film di cassetta, adatto per famiglie (in stile quasi disneyano), pieni di buoni sentimenti, bambini o ragazzini sapienti ed indomiti, coraggiose madri single e via discorrendo. Esempi lampanti sono E. T. e Jurassic Park, entrambi sostenuti da spettacolari effetti speciali (per l’epoca) e storie relativamente originali. The Lost World, come quasi qualunque sequel, non vale assolutamente l’innovativo Jurassic Park ed è appena sufficiente. In linea di massima, trovo che in molti di questi film gli attori non sono all’altezza della situazione e tantomeno della loro fama (per quelli che se la sono fatta), con il culmine nell’accozzaglia di nomi che si leggono nei titoli di 1941, ... veramente incredibile.
Perfino dando un’occhiata alle categorie nelle quali i famosi E. T. e Jurassic Park hanno vinto 7 Oscar, si vede che nessuno di essi è di “quelli che contano”.
Concluso questo dovuto preambolo visto che si tratta di un post praticamente monografico, sarò più stringato del solito nei commenti di ciascun film.
 
   

207  E. T.  (Steven Spielberg, USA, 1982) * con Henry Thomas, Drew Barrymore, Peter Coyote * IMDb  7,9  RT 98%  *  4 Oscar (miglior commento musicale,  sonoro, montaggio sonoro ed effetti speciali) e 5 Nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio)
Girato 5 anni dopo Close Encounters ... (con il quale ha vari punti in comune), E. T.  è uno dei film del periodo iniziale nel corso del quale Spielberg si è fatto conoscere nel mondo intero ed ha ovviamente incassato tanti soldi visto che 4 dei primi 7 furono Jaws(1975), Close Encounters ... (1977), Raiders of the Lost Ark (1981) e questo che è il settimo; tutti spettacolari, innovativi, pensati specificamente per il grande pubblico e quindi blockbuster campioni di incasso. Dal punto di vista cinematografico patisce il cast mediocre, dialoghi banali e prevedibilità; c’è perfino un lungo inseguimento polizia/ragazzi in bici, una di quelle scene che gli americani sembrano amare tanti. Da un alro punto di vista, direi che gli Oscar sono tutti meritati. Piaccia o non piaccia, fa parte della storia del cinema.  
209  Jurassic Park  (Steven Spielberg, USA, 1993) * con Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum * IMDb  8,1  RT 93%  *  3 Oscar (miglior sonoro, montaggio sonoro ed effetti speciali) * al 181° posto nella classifica IMDb
Altra mega produzione che all’epoca (26 anni fa) sbalordì soprattutto per gli effetti speciali e la ricostruzione di tante specie di dinosauri, certamente fra gli animali preferiti da tanti bambini. Le innovative tecniche CGI, possibili grazie ai passi da gigante fatti in pochi anni dall’animazione al computer combinata con ambienti reali, segnarono una svolta decisiva nel genere fantastico; un’onda lunga della quale si vedono ancora gli effetti.
Visivamente piacevole, ma anche per questo come per E. T.  valgono le mie riserve in quanto a cast, sceneggiatura e dialoghi; comunque altra pietra miliare del cinema.
 
      

210  The Lost World  (Steven Spielberg, USA, 1997) * con Jeff Goldblum, Julianne Moore, Pete Postlethwaite * IMDb  6,5  RT 53% 
Come anticipato nel cappello, qui cominciano le dolenti note. Questo sequel di Jurassic Park  che ripropone anche qualche personaggio/attore è senz’altro inferiore all’originale e i 4 anni di ulteriore sviluppo della tecnologia CGI non sembrano aggiungere molto alla spettacolarità del precedente.  Jeff Goldblum sempre più inespressivo è contornato da altri attori mediocri che quindi non lo fanno sfigurare più di tanto. Sorge il dubbio che Spielberg risparmi deliberatamente sul cast per pagare gli effetti speciali con i quali ha costruito la sua reputazione ed il suo impero economico. Ci si può limitare a guardare Jurassic Park  e tralasciare questo, non si perde niente.
208  Always  (Steven Spielberg, USA, 1989) * con Richard Dreyfuss, Holly Hunter, Brad Johnson * IMDb  6,4  RT 65% 
Sempre peggio ... film romantico quasi strappalacrime, con storia e dialoghi risibili, realizzazione che aspira ad essere spettacolare ma è spesso ridicola e insensata per essere poco o niente plausibile. Richard Dreyfuss si dimostra ancora una volta poco incisivo (come anche in Jaws) e Holly Hunter non è da meno; Brad Johnson forse è il migliore dei tre protagonisti visto come si cala nel ruolo del bello imbambolato, con il suo perenne sorriso quasi da ebete. Guardalo mi sembra una perdita di tempo e quindi non lo consiglio.
206  1941  (Steven Spielberg, USA, 1979) * con John Belushi, Warren Oates, Christopher Lee, Toshiro Mifune, Dan Aykroyd * IMDb  5,9  RT 33%  *  3 Nomination (fotografia, sonoro ed effetti speciali)
E con questo si tocca il fondo. Film senza né capo né coda, che rasenta il ridicolo, con tanti attori di nome ai quali tuttavia non è affidato alcun ruolo di peso. John Belushi saltella e si agita pensando forse di stare ancora girando Animal House (1978); attori a fine di una gloriosa carriera (p.e. Toshiro Mifune) o almeno più che dignitosa (p.e. Warren Oates, Ned Beatty e Christopher Lee) si trovano chiaramente spaesati in questo bailamme; ma in condizioni simili ci sono anche Dan Aykroyd, Tim Matheson, Nancy Allen e vari altri volti noti.
Da evitare accuratamente.  

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sabato 15 giugno 2019

41° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (201-205)

Dopo una pausa di un paio di settimane dovuta a svariate situazioni non connesse fra loro, sono tornato al ritmo di un film/giorno (più o meno) ed ecco 5 nuove microrecensioni. A parte il film francese (per fortuna recuperato dopo la mancata proiezione del mese scorso), tutti gli altri sono diretti da Spielberg e ne seguiranno altri 5, guardati e da guardare in rigoroso ordine cronologico. Tale “retrospettiva” comprende buona parte dei suoi primi film fra i quali alcuni meno conosciuti o molto criticati.

   

202  Duel  (Steven Spielberg, USA, 1971) * con Dennis Weaver, Jacqueline Scott, Eddie Firestone * IMDb  7,7  RT 87% 
C’è chi lo considera il primo vero film di Spielberg e chi non lo elenca neanche fra i suoi film ... in effetti Duel nacque con film per la TV e 2 anni dopo (con l’aggiunta di 15 minuti) fu distribuito nelle sale, mentre il primo vero lungometraggio (Firelight,1964), girato con pochi mezzi dall’allora 18enne regista, è andato perso; non è chiaro se gli spezzoni oggi disponibili siano effettivamente parti della versione definitiva.
Secondo me, in stretto senso cinematografico, considerato il soggetto e il budget, tenendo conto dei limitati mezzi, del fatto che fu girato in meno di 3 settimane e che in pratica conta su un solo attore, Duel è un ottimo road movie, tendente al thriller, ovviamente un cult da non perdere.
Posso aggiungere che quando nel 1975 gestivo il mio “cineclub”, nella rassegna “Nuovo Cinema Americano” inserii questo e il successivo Sugarland Express subito dopo Vanishing Point (1971, di Richard C. Sarafian), proponendo così un formidabile terzetto di road movies.

203  Sugarland Express  (Steven Spielberg, USA, 1974) * con Goldie Hawn, Ben Johnson, William Atherton, Michael Sacks * IMDb  6,8  RT 91%  * premio per la sceneggiatura e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Subito dopo Duel, Spielberg diresse quest’altro road movie, altrettanto particolare ma invece dello psicopatico camionista assassino che segue minacciosamente un’auto, qui quelli più fuori di testa sono gli inseguiti anche se fra l’incredibile numero di poliziotti e simili che li “scortano” quelli sani di mente sono ben pochi.
Ci si può vedere tanto in merito all’uso (indiscriminato) delle armi e nel persistere della mentalità da far west, con giustizieri e posse. Eccellenti alcuni personaggi, anche se hanno piccole parti (deliziosa la coppia di anziani rapinati); anche sceneggiatura e dialoghi sono appropriati e significativi.
Sottovalutato dal pubblico ma apprezzato dalla critica, secondo me è un buon film, certamente meritevole di una visione.

      

205  Close Encounters of the 3rd kind  (Steven Spielberg, USA, 1977) * con Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr * IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar miglior fotografia, 7 Nomination (miglior regia, scenografia, montaggio, Melinda Dillon non protagonista, sonoro, commento musicale, effetti speciali) e Premio Speciale per montaggio effetti sonori
Certamente all’epoca fu innovativo nel campo della fantascienza, che fino ad allora sembrava aver prediletto i viaggi spaziali verso mondi sconosciuti trascurando i temi di possibili arrivi di alieni sulla terra. Anche l’approccio non conflittivo (nonostante lo stretto controllo militare) che pone il film in un ambito “buonista” pose le basi per tanti altri film prodotti con simile ottica, a cominciare da E. T. (1982) dello stesso regista. Qualcuno sostiene che la sceneggiatura è un’elaborazione di Firelight, scritto, diretto e prodotto da Spielberg con soli 500 dollari, proiettato solo in un cinema locale e poi andato in gran parte perso.
Notevoli ed innovativi effetti speciali ed una bella fotografia (anche se le scene e i soggetti sono spesso troppo illuminati) sostengono il film ... la storia è poco avvincente in quanto troppo prevedibile.
Va visto per i suoi aspetti positivi e per essere una pietra miliare nel genere sci-fi, ma non è un certo un capolavoro.

204  Jaws (Steven Spielberg, USA, 1975) * con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss * IMDb  8,0 RT 97%  *  3 Oscar (montaggio, sonoro e musica) e Nomination come miglior film* 237° nel ranking IMBd
Non per fare il bastian contrario, ma di questi primi 3 film di Spielberg che ho rivisto con piacere, Lo squalo è quello che mi è piaciuto di meno. Nell’essenza ha molto in comune con i precedenti, fra seguimenti/inseguimenti e incombente rischio di vita. Certamente c’è più interazione fra i protagonisti, oltre al vorace pesce i 3 personaggi principali molto diversi fra loro interagiscono in modo interessante.
Tuttavia, devo sottolineare che ha un difetto comune con tanti film in ambiente naturale e soprattutto in quelli girati in mare: l’assoluta evidente mancanza di continuità. Fra campo e controcampo si passa da superficie del mare liscia come l’olio a mare agitato, da cielo azzurro a quasi foschia, rotta dell’imbarcazione che cambia palesemente a giudicare da vento, moto ondoso e sole, distanze e manovre assolutamente poco credibili considerata la presenza di almeno un uomo di mare. A tutto ciò in Jaws si aggiunge il numero di barili gialli che si moltiplicano, la barca semiaffondata che improvvisamente ha il pozzetto asciutto, motori dall’incredibile funzionamento e altro. Nonostante tutto ciò il film regge perfettamente per la tensione continua, l’attesa dell’apparizione dello squalo, le riprese subacquee eccetera, che funzionano a meraviglia, specialmente per i tantissimi che hanno poco a nessuna dimestichezza con il mare aperto.
Più thriller che film d’azione, merita comunque una visione. Nel cast è Robert Shaw quello che emerge.

201  La main du diable  (Maurice Tourneur, Fra, 1943) tit. it. “La mano del diavolo” * con Pierre Fresnay, Josseline Gaël, Noël Roquevert * IMDb  7,5 
Horror/fantasy d’epoca diretto da Maurice Tourneur, padre di quel Jacques Tourneur, apprezzato regista di noir americani (p.e. Out of the PastNightfall, ...) 
Il protagonista è Pierre Fresnay, noto per avere ricoperto ruoli da protagonista in film fondamentali della storia del cinema, non solo francese, come La grande illusione (di Jean Renoir, 1937, con Jean Gabin Eric von Stroheim quali coprotagonisti) e Il corvo (1943, di Henri Georges Clouzot).
Storia interessante e avvincente ben girata e messa in scena, con tanti buoni attori anche se per lo più sconosciuti. Sceneggiatura di Jean-Paul Le Chanois che, nel 1958, dirigerà uno dei migliori adattamenti di Les Miserables, con Jean Gabin nei panni di Jean Valjean.
PS - a proposito di Out of the Past (che è un ottimo noir del 1947, con Robert Mitchum e Kirk Douglas) e delle pessime “libere interpretazioni” che amo citare, tale film fu distribuito in Italia con due titoli diversi, fra i quali non saprei scegliere il più insulso: Le catene della colpa e, in alternativa, La banda degli implacabili (!).

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 28 maggio 2019

40° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (196-200)

Cinquina con tanti morti e con tanta violenza ... ma di quelle che fanno sorridere, praticamente quasi delle commedie splatter (anche se il sangue non è eccessivo). Dopo i due Kitano sequel di Outrage (2010, commentato qualche settimana fa) e la coppia di film firmati da Rodriguez e Tarantino che compongono Grindhouse, ho completato con un film molto particolare di Bergman, fra l’horror e il surreale, genere che pare non gli si addica troppo, si salva solo per le splendide riprese curate dal suo fido direttore della fotografia Sven Nykvist.

   

198  Death Proof (Grindhouse) (Quentin Tarantino, USA, 2007) * con Kurt Russell, Rose McGowan, Rosario Dawson  * IMDb 7,0  RT 83%
Questo è il mio preferito del gruppo, certamente meno serio di Vargtimmen, ma secondo me più creativo, originale, caricaturale sia nei personaggi che nelle situazioni e dialoghi. Apparentemente senza pretese, conta su una delle migliori interpretazioni di Kurt Russel che, oggettivamente, grandissimo attore non è. La sceneggiatura, più che buona, è sostanzialmente divisa in due parti ben distinte, il legame è costituito dal protagonista Stuntman Mike (Russel) e dalla sua macchina assassina Death Proof. Da devoto fanatico cinefilo, Tarantino inserisce nei dialoghi e nella trama tante citazioni, particolarmente importante è quella di Vanishing Point (1971, Richard C. Sarafian, tit. it. Punto zero, con Barry Newman), un vero cult per gli amanti dei road movie, niente a che vedere con lo scadente omonimo del 1997, nel quale il protagonista Kowalsky è interpretato dal pur bravo Viggo Mortensen
Un film da godersi in versione originale, si perde troppo con i sottotitoli e ancor di più nel doppiaggio. Senz'altro un buon lavoro di Quentin Tarantino, autore unico della sceneggiatura e anche interprete nei panni di Warren
Nonostante sia un titolo spesso trascurato e sottovalutato, se minimamente gradite lo stile del regista, non vi perdete questo film.

200  L'ora del lupo (Ingmar Bergman, Sve, 1968) tit. or. “Vargtimmen”  * con Max von Sydow, Liv Ullmann, Gertrud Fridh * IMDb 7,7  RT 89%
Come anticipato nel cappello, si vede che l'horror non è il campo di Bergman e tantomeno il surreale ... non è certo Buñuel! Tuttavia, grazie alla sua coppia di interpreti preferiti di quel periodo (Max von Sydow e Liv Ullmann, sempre ottimi) il film regge in modo più che decente, ma è senza dubbio uno dei lavori meno significativi del regista svedese. Interessante, ma non memorabile, il modo in cui Bergman inserisce nella trama le parti oniriche-surreali da lui stesso ideate (è sceneggiatore unico).
Film da guardare per la buona realizzazione, soprattutto la fotografia in bianco e nero, ma senza aspettarsi molto. 

      


196  Beyond Outrage (Takeshi Kitano, Jap, 2012) tit. or. “Autoreiji: Biyondo”  * con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida, Tomokazu Miura  * IMDb 6,8  RT 47%
197  Outrage Coda (Takeshi Kitano, Jap, 2017) * con Takeshi Kitano, Toshiyuki Nishida, Tatsuo Nadaka  * IMDb 6,0  RT 60%
Secondo e terzo capitolo della serie Outrage, che vede protagonista lo stesso Kitano (aka Beat Takeshi) nei panni di Otomo, un killer yakuza. Specialmente nell’ultimo lo si vede molto appesantito (ma giustificatamente, avendo 70 anni), abbastanza fuori ruolo, ma tiene comunque bene la scena con il suo fare imperturbabile e la faccia pressoché inespressiva e immobile se non fosse per il suo caratteristico tic. Morti a non finire, alcune esecuzioni sono veramente creative, sorprendono sempre le scene assolutamente vuote ... strade senza traffico, locali vuoti, i giapponesi sembrano essere tutti a casa. In entrambe i film si procede a furia di riunioni, assassinii, tradimenti, esecuzioni, accordi, altre uccisioni, ... non c’è un momento di pausa.
Bisogna essere fan di Kitano per goderseli, ma penso che anche i suoi sostenitori debba ammettere che questi due Outrage non sono certo paragonabili alla maggior parte dei film precedenti del “Tarantino giapponese”.

199  Planet Terror (Grindhouse) (Robert Rodriguez, USA, 2007) * con Rose McGowan, Freddy Rodríguez, Josh Brolin * IMDb 7,1  RT 77%
Robert Rodriguez  è regista estremamente “irregolare”, procede ad alti e bassi. Si fece conoscere con il suo lavoro di esordio El Mariachi (estremamente low cost ... 7.000 dollari!), una genialità per quel budget. Dopo vari film da dimenticare tornò alla ribalta per la sua collaborazione all’ottimo Sin City, per poi passare al divertente e per alcuni versi geniale Machete (solo l’originale, pessimi i sequel) ,con il suo cast eterogeneo di attori famosi che interpretano personaggi opposti a quelli per i quali molti li ricordano.
Questo Planet Terror che fu pensato per essere la metà del double bill Grindhouse , secondo me si aggiunge a quelli da dimenticare, anche perché va in coppia con il buon film di Tarantino del quale ho appena scritto, un perfetto B-movie. Anche io che certo non sono esperto né amante degli horror posso notare che è realizzato veramente male, niente a che vedere con le tante buone parodie del genere prodotte negli ultimi 50 anni.
Non consigliato.  

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sabato 18 maggio 2019

39° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (191-195)

Cinquina di gran qualità, almeno sulla carta ... Al recupero di 3 film candidati e/o vincitori di Oscar 2019, ho affiancato 2 pellicole del secolo scorso di indiscusso pregio. Mi è sembrato che la fama di quelli moderni sia dovuta più che altro al gran battage pubblicitario.
   

195  Raging Bull (Martin Scorsese, USA, 1980) tit. it. “Toro scatenato” * con Robert De Niro, Cathy Moriarty, Joe Pesci * IMDb 8,2  RT 95% * 2 Oscar (Robert De Niro protagonista e montaggio) e 6 Nomination (miglior film, regia, Joe Pesci e Cathy Moriarty non protagonisti, fotografia, sonoro), al 128° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Come era bravo il giovane Robert De Niro ... tutte (o quasi) le sue migliori interpretazioni sono concentrate in una decina di anni, da Mean Streets (1973, Scorsese) a Once Upon a Time in America (1984, Leone). Fra i gli altri 9 film interpretati in tale periodo ci sono anche: The Godfather: Part II (1974), Taxi Driver (1976) The Deer Hunter (1978) e questo Raging Bull (1980), ... scusate se è poco.
La scene sul ring (che scandiscono la cronistoria della carriera di La Motta) sono mirabilmente abbreviate all’essenziale, proposte in modo quasi teatrale, ma certamente poco credibili in quanto a realismo. Pur volendo considerare ciò una pecca, questa sarebbe probabilmente l’unica di un film quasi perfetto. Infatti, la splendida fotografia b/n di Michael Chapman, l’accattivante colonna sonora (include anche Scapricciatiello che fu tema dominante in Mean Streets), la scenografia, i costumi e le interpretazioni dei tanti goodfellas italoamericani contribuiscono alla costruzione di un film pregevole sotto ogni punto di vista.
A tratti violento, è comunque tanto coinvolgente che anche i più sensibili lo guarderanno fino alla fine, casomai chiudendo gli occhi in qualche occasione. Chi non lo avesse ancora visto dovrebbe correre ai ripari al più presto.

194  Andrei Rublev (Andrei Tarkovski, URSS, 1966) * con Anatoliy Solonitsyn, Ivan Lapikov, Nikolay Grinko  * IMDb 8,2  RT 95% * Premio FIPRESCI a Cannes, al 210° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Alcuni lo giudicano un “mattone”, ma si sa che quella di Andrei Tarkovski non è una cinematografia tradizionale e/o leggera, in quanto si destreggia fra l’artistico e il poetico, e un film in bianco e nero di quasi 3 ore e mezza è senz’altro troppo per chi non lo comprende. Alcuni momenti salienti della vita del pittore di icone Andrei Rublev (fatti avvenuti fra il 1400 e il 1423) sono narrati in 8 parti ben distinte, comprese fra un prologo e un epilogo; quest’ultimo è l’unica parte a colori e mostra alcune opere dell’artista russo.
Le immagini sono (quasi) tutte spettacolari, sia con che senza movimenti di macchina, la qualità della fotografia è ottima, la sceneggiatura (dello stesso Tarkovski insieme con Konchalovsky) è molto ben congegnata. Solo la parte dei tartari mi è sembrata meno convincente.
Ho guardato la versione integrale (3h05’) messa in circolazione a fine secolo scorso dalla Criterion; negli anni precedenti erano state proposte solo le edizioni ridotte una ventina di minuti, ma una per la televisione russa era stata addirittura condensata in appena 1h41’. Di conseguenza, si vedono anche le famose scene censurate che diedero adito ad infinite polemiche in merito al maltrattamento di animali (quella del cavallo la più disturbante).
Un film comunque da guardare, possibilmente con la giusta preparazione e disposizione di spirito.

      

193  Roma (Alfonso Cuarón, USA, 2018) * con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey * IMDb 7,8  RT 96% * 3 Oscar (miglior film non in lingua inglese, regia, fotografia) e 7 Nomination (miglior film, Yalitza Aparicio protagonista, Marina de Tavira non protagonista, sceneggiatura, scenografia, sonoro, mixaggio sonoro)
Buon film, ma non è certo il capolavoro che Netflix ha cercato di vendere nel mondo intero come tale, investendo più per la promozione che per la vera e propria produzione. Inquadrato così è stato quindi deludente. Sembra che ormai quasi tutti quelli che si interessano di cinema si siano convinti che gli Oscar (ancor più che negli anni passati, e nonostante i notevoli cambiamenti nelle composizioni delle giurie) siano manipolati da produttori e lobby varie. Quest’anno in particolare, la lista dei candidati comprendeva titoli a dir poco imbarazzanti.
Venendo al film, mi è sembrato caotico, privo di un filo conduttore pur essendo ben lontano da un film corale. Il sonoro e il mixaggio sonoro (candidati Oscar) saranno pur pregevoli tecnicamente, ma all’atto pratico semplicemente rendono l’audio estremamente confuso, con troppi rumori di fondo e spesso con ragazzetti urlanti, non strettamente necessari. In quanto alla fotografia (Oscar), sembra che Cuarón si intestardisca nei controluce. Se ciò funziona mirabilmente nella sequenza finale sulla spiaggia, rasenta il ridicolo in quelle dell’addestramento del reparto speciale in quanto i numerosi campo/controcampo mostrano le lunghe ombre che si alternano davanti e dietro agli spettatori, lasciando questi sempre non illuminati direttamente.
Altre scene poco credibili, mi sono sembrate quelle degli innumerevoli urti dell’auto, degli innumerevoli escrementi canini nel garage, dell’incendio e anche nella scena finale (che vuole apparire come un lungo piano sequenza) avevo notato che onde e luce cambiavano più volte ... e infatti non si tratta di una vera singola ripresa, ma di un abile e complicato montaggio non completamente mascherato dagli sforzi in fase di editing. Il regista/direttore della fotografia gioca con l’acqua e spesso anche con i riflessi ma, nonostante varie scene effettivamente ammirevoli, è evidente che non è Tarkovski.
Il film che Cuarón ha realizzato è dichiaratamente un film di ricordi e ha quindi inserito tante situazioni e personaggi, vari dei quali quasi del tutto scomparsi: l’uomo proiettile, il suonatore di campanaccio che avvisa della raccolta della spazzatura, la banda militare in giro per la città, l’arrotino in bici che si annuncia con il tradizionale flauto di pan, il venditore di castagne, ... el halconazo (aka Matanza del Jueves de Corpus, 10 giugno 1971, quando il regista aveva 10 anni), ma troppo viene lasciato in sospeso. Quanti colgono tutti questi particolari all’infuori dei messicani?  In patria, in linea di massima il film non è stato particolarmente apprezzato, specialmente da chi ha vissuto quell’epoca. La mia amica cinefila, nata e cresciuta nella capitale, già studentessa all’epoca dei fatti, mi aveva scritto abbastanza polemicamente: “Non mi è chiaro in che consista l’eccezionalità del film”. In sostanza sono d’accordo con lei, è un buon film ma assolutamente non eccezionale.

192  BlacKkKlansman (Spike Lee, USA, 2018) * con John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier * IMDb 7,5  RT 96% * Oscar per sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, Adam Driver non protagonista, montaggio e commento musicale)
Certamente interessante, relativamente ben realizzato e ben interpretato. Come tutti sanno, si tratta di storia vera seppur al limite dell’incredibile, basata sulle memorie del protagonista, poliziotto afroamericano che, facendosi passare per suprematista bianco (al telefono) riesce a infiltrarsi in una sezione del Ku Klux Klan.

191  The Ballad of Buster Scruggs (Ethan Coen, Joel Coen, USA, 2018) * con Tim Blake Nelson, Willie Watson, Clancy Brown * IMDb 7,3  RT 91% * 3 Nomination Oscar (miglior sceneggiatura, costumi, canzone originale)
Molto deludente ... non so a cosa stessero pensando i fratelli Coen, che in linea di massima apprezzo; sarà una conseguenza della produzione Netflix? Fotografia troppo patinata, personaggi e situazioni al limite del ridicolo, si salvano alcuni buoni spunti di humor nero.  
Il film è diviso in 6 storie completamente indipendenti l’una dall’altra, il solo legame è il periodo e il west; il titolo è quello dell’episodio di apertura ... quasi un semplice sketch.

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