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sabato 6 agosto 2022

Microrecensioni 221-225: film ispanici premiati a Cannes e Venezia

Pur avendone scelti 4 fra quelli più quotati (ma fra i meno conosciuti), non vi ho trovato quasi niente di buono e così, per risollevare il morale (cinefilo) e concludere in bellezza, mi sono dovuto affidare a un classico noir messicano della Epoca de Oro.

La noche avanza (Roberto Gavaldón, Mex, 1951)

L’ho voluto guardare ancora una volta non solo per la qualità complessiva (regia, sceneggiatura e interpretazioni) ma anche per il particolare ambiente degli sferisteri jai alai (pelota basca) nel quale si svolge e dei quale ho ricordi internazionali. A fine anni ’70 frequentavo quello di Napoli (semidistrutto dal terremoto del 1980) e nel 1983 andai più volte al Frontón di Ciudad de México (fra le location del film) che curiosamente fece la stessa fine per il terremoto del 1984. Non per niente vi dedicai due post (Jai Alai al Frontón México e Sferisterio di Napoli) che vi invito a leggere per rendervi conto un po’ meglio di questo strano e affascinante mondo che comprende non solo atleti e appassionati di ogni classe sociale, ma anche scommettitori e tipi loschi con conseguenti saltuarie combine.

Il protagonista è Marcos (Pedro Armendáriz), il più famoso giocatore di jai alai del momento, donnaiolo, infedele, bugiardo, litigioso e arrogante, insomma un bel tipino. Dopo aver vinto 26 incontri di seguito e in procinto di trasferirsi all'estero si trova invischiato in tre relazioni pseudo-amorose e complicate e viene ricattato per perdere l’incontro successivo. Riusciranno i ricattatori (che hanno conti in sospeso sia con Marcos che fra di loro) a portare a termine i loro diabolici piani? Scagnozzi infedeli e amanti disperate e vendicative complicano ulteriormente gli avvenimenti della seconda metà della storia, fino alle varie sorprese finali. Classico noir messicano diretto dal sempre affidabile Roberto Gavaldón, con solide interpretazioni di Pedro Armendáriz e José María Linares-Rivas, ma anche il resto del cast, che comprende Anita Blanch e Rebeca Iturbide, svolge un buon lavoro. Giunse anche in Italia con l’ennesimo titolo ridicolo: Odio mortale (sic!). Consigliato, in particolare a chi gradisce storie in ambienti di nicchia poco conosciuti.

 
Blanco en Blanco (Théo Court, Spa/Chi, 2019)

Si distingue soprattutto come esercizio di fotografia, ma purtroppo, specialmente nella prima parte, la maggior parte delle scene sono talmente scure da riuscire a malapena a distinguere persone e ambiente. Bene usare luce naturale e non ridicole candele che improvvisamente illuminano l’intera stanza a giorno, ma esiste anche una via di mezzo. Per fortuna degli spettatori, nella seconda parte la fotografia la fa da padrona con delle belle composizioni. Infatti il protagonista è un fotografo invitato da un ricco proprietario terriero in Tierra del Fuego per immortalare il suo matrimonio. L’azione si svolge alla fine dell’800 e ciò significa che prima di scattare si deve organizzare la scena come un tableau vivant e convincere i soggetti a rimanere fermi per un minuto e oltre, ma anche le semplici riprese in esterno sono meritevoli. Alla fine il protagonista viene praticamente costretto a documentare l’eliminazione fisica di gruppi di indigeni con foto simili e quelle che si fanno alla fine di una battuta di caccia. Film un po’ sbilanciato fra la voglia di perseguire obiettivi artistici e la critica dei metodi brutali degli europei per liberarsi degli indigeni, pratiche che purtroppo proseguono ancora oggi, come in Amazzonia. Le ultime scene furono girate nella caldera del Teide (Tenerife, Canarias) e per la precisione nell’affascinante e (per me) inconfondibile Llano de Ucanca. FIPRESCI e altri 2 Premi a Venezia.

Nuevo orden (Michel Franco, Mex, 2019)

Altro film che mi ha lasciato molto perplesso, scelto per vari motivi nonostante i rating non certo entusiasmanti che contrastano con i premi ottenuti a Venezia (Gran Premio della Giuria e Leoncino d’Oro). Già conoscevo il regista/sceneggiatore/produttore Michel Franco noto per i suoi apprezzati film che affrontano temi difficili, come in Después de Lucía (2012) e Las hijas de Abril (2017), e a ciò si aggiunge il fatto di aver assistito al alcune riprese al centro di Coyoacán. Pur avendo il merito di affrontare l’eterno problema delle grandi differenze sociali tuttora presenti in Messico, secondo me stavolta ha esagerato proponendo quasi un kolossal urbano (si parla di 3.000 comparse), eccedendo nella violenza e, al contrario, essendo troppo vago in merito alle connivenze fra capitalisti, militari e rivoluzionari. Per sottolineare lo spreco (mania di grandezza di Franco), posso dirvi che delle riprese sul set organizzato per tre giorni sul sagrato della chiesa di Coyoacán, con ben oltre un centinaio di comparse e tecnici, sono stati utilizzati solo una dozzina di secondi; in precedenza aveva bloccato arterie principali di Ciudad de México con un mare di carcasse di auto, barricate fumanti e finti cadaveri per meno di dieci secondi di girato utilizzato.

 
Memoria (Apichatpong Weerasethakul, Col/Thai, 2021)

Il tanto acclamato regista thailandese con questo film (il primo al di fuori del paese natio) si sposta in Colombia ma resta nell’ambito onirico – mistico – paranormale. Alcune situazioni non le ha certo scelte in modo peregrino, l’incontro fra culture è ben esposto ed è apprezzabile il mantenimento del doppio idioma (castigliano latino e inglese) con relativi accenti per i non madrelingua, ma si deve rendere conto che non è Werner Herzog, né Bela Tarr, né Andy Wharol per poter proporre lunghissime scene silenziose e inquadrature fisse. Non a caso le più frequenti osservazioni – critiche sono proprio in merito alla lentezza del film e, seppur non eccessiva, alla durata del film che alcuni pensano che perfino dimezzato non perderebbe molto. La presenza di Tilda Swinton non basta a risollevare un film pretenzioso, soporifero e noioso come altri suoi lavori, ma è statisticamente prevedibile che continueranno a invitare e premiare Apichatpong Weerasethakul ai Festival per essere fuori del comune. Premio della Giuria a Cannes, in precedenza una mezza dozzina di presenze, con una Palma d’Oro nel 2010.

Kékszakállú (Gastón Solnicki, Arg, 2016)

Non so come si possa pensare di finanziare e realizzare film come questo, senza né capo né coda, brutto esempio del genere ricchi rampolli sudamericani insulsi e nullafacenti, prodotti che poi vengono mandati in giro (evidentemente raccomandati) e fanno aumentare le perplessità in merito alle selezioni dei festival e dei metri di giudizio delle giurie. I dialoghi sono ridotti all’osso (e probabilmente è una fortuna), il sonoro per lo più in presa diretta con fastidiosissimi, spesso sovrastanti, rumori di fondo, recitazione meno che amatoriale, la maggior parte delle inquadrature sono fisse, incluse molte senza alcun senso di edifici. Di nuovo per fortuna, il film dura poco più di un’ora. Penso sia il primo al quale ho affibbiato un significativo 1 su 10 su IMDb! Se trovo già generoso il 5,5 su tale piattaforma, giudico incredibile il 95% su RT, anche se probabilmente derivante dalle poche recensioni scritte in occasione dei festival (a Venezia ottenne il Premio FIPRESCI) nelle quali i critici invitati, raramente stroncano … è tutto un business.

martedì 3 maggio 2022

Microrecensioni 121-125: altri 3 To (HK) e 2 Huezo (Mex)

Ai quattro film di Johnnie To (icona del cinema di Hong Kong) inseriti nel precedente gruppo, ho aggiunto questi tre presentati a Cannes, uno candidato alla Palma d’Oro, gli altri due fuori concorso. Negli anni successivi altri 3 suoi film arrivarono al Festival e nel 2011 il regista fece parte della giuria. Tatiana Huezo è invece nativa di El Salvador, ma residente in Messico, molto impegnata sul fronte della giustizia sociale e diritti delle donne, fra narcos e corruzione della polizia. Nel complesso si tratta di una buona cinquina, anche se per quasi ogni film ci sono luci e ombre.

 
Tempestad (Tatiana Huezo, 2016, Mex)

Documentario che riporta tragiche storie parallele di donne, attraverso la narrazione con voce fuori campo e immagini non sempre connesse all’esposizione dei fatti. Una è arrestata ingiustamente come capro espiatorio e mandata dallo Yucatan all’estremo nord del paese, a 2.000km di distanza, in una specie di carcere gestito dalla malavita. Un’altra, di famiglia circense composta per lo più da donne, racconta della sua vita, dell’istruzione delle figlie e del rapimento di una di queste. In pratica storie estremamente serie, quasi raccapriccianti, ascoltate dalla viva voce delle protagoniste, ma troppo lentamente, con lunghe pause. Contemporaneamente le immagini descrivono altri ambienti, persone in viaggio, campi, strade … Ai Festival ha ottenuto una quindicina di riconoscimenti internazionali e altrettante Nomination; vanta un buon 7,8 su IMDb e 95% su RT.

Noche de fuego (Tatiana Huezo, 2021, Mex)

Primo lungometraggio fiction della Huezo, dopo i due apprezzati documentari El lugar más pequeño (2011, sulla guerra civile in El Salvador) e il succitato Tempestad. Si sviluppa in due momenti diversi in un piccolo villaggio di montagna i cui abitanti sono vessati dagli uomini dei cartelli. Le protagoniste sono tre amiche, bambine nella prima parte, adolescenti nella seconda. Le donne che non sono rapite dai narcos sono al loro servizio come raccoglitrici di oppio e per questo godono di una relativa protezione. Il film resta sospeso fra il dramma della vita nella terra dei narcos e il coming of age, ovviamente molto difficile in quelle aree. Anche questo è stato molto apprezzato ai Festival ottenendo 17 Premi (fra i quali Un Certain Regard Award a Cannes) e oltre 20 Nomination; ha 7,3 su IMDb e 96% su RT.

  
Breaking News (Johnnie To, 2004, HK)

L’idea di base è molto originale e più che valida ma, purtroppo, non sviluppata nel migliore dei modi. Dopo un violento scontro a fuoco fra polizia e malviventi (per caso ripreso dalle tv) i secondi si rifugiano in un grande condominio, che viene ben presto circondato. Le prime immagini mostrano un poliziotto che alza le mani implorando pietà, causando un mare di critiche in merito all’inefficienza della polizia. Per riparare a questo danno mediatico si decide di mostrare tutte e fasi successive organizzando un contro-show. I problemi (per il film) sorgono da questo punto in poi per situazioni poco plausibili, blocchi mancati, tante scale affrontate di corsa andando su e giù e, infine, centinaia di colpi che, pur da breve distanza, non vanno a segno. Cast convincente ma sceneggiatura scadente e lacunosa …

  • Election (Johnnie To, 2005, HK)
  • Triad Election (Johnnie To, 2006, HK) aka Election 2

Questi due noir/crime di To sono di tema identico essendo entrambi incentrati sull’elezione di una stessa triade a due anni di distanza e quindi propongono una certa continuità di trama e molti personaggi in comune. Rispetto agli altri crime menzionati nel gruppo precedente, presentano stile molto diverso ma, secondo me, non migliore. Se prima si procedeva con molta tensione e poca azione, riservando questa quasi esclusivamente alle scene finali, in questi c’è tanta violenza (direi un eccesso) e una continua serie di tradimenti e cambi di casacca che rendono la storia abbastanza confusa. Specialmente nel sequel in alcuni momenti sembra di star guardando più uno splatter che un normale crime nell’ambiente delle triadi cantonesi.

giovedì 7 aprile 2022

Microrec. 96-100: un Rohmer, 3 buoni messicani della Epoca de Oro e un pessimo giapponese

Ennesimo piacevole film del gran narratore Rohmer, accompagnato da tre film poco conosciuti (comunque di livello più che buono) del miglior periodo della cinematografia messicana, ricca di ottimi registi e interpreti, ed anche le trame non sono da meno essendo spesso molto originali e non brutte copie degli stili americani traslati in Messico. La commedia giapponese, pur godendo di buona critica, mi ha invece molto deluso.

 
Pauline à la plage (Éric Rohmer, 1983, Fra)

Si tratta del terzo film della serie Comédies et proverbes (1981-87) ed il proverbio al quale fa riferimento è “Chi parla troppo danneggia se stesso”, attribuito a Chrétien de Troyes, autore medioevale che per primo trattò diffusamente di Lancillotto, Parsifal e del Sacro Graal. La storia si sviluppa nel corso di pochi giorni passati in una località balneare della Normandia dalla 15enne Pauline, affidata alla cugina Marion di parecchi anni più grande. Solo sei personaggi, dei quali uno secondario, intrecciano le loro storie fra innamoramenti, avventure, tradimenti, corteggiamenti e bugie. Con narrazione scorrevole e piacevole, come suo solito, Rohmer ben descrive i protagonisti e nella sua sceneggiatura riesce anche ad inserire tante considerazioni sull’amore, visto da vari punti di vista, da persone di varia età. Tre premi a Berlino e Nomination all’Orso d’Oro. 

El asesino X (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

I film che trattavano di rivoluzione della rivoluzione lo resero uno dei più famosi registi messicani, ma Juan Bustillo Oro in questo caso si cimenta in un lavoro inusuale per lui, reso ancor più particolare da Carlos López Moctezuma in uno dei suoi rarissimi ruoli di uomo di legge, di sani principi morali e non il solito perfido spietato infame. Tratto da un romanzo, narra la storia di X a partire dall’omicidio (apparentemente per vendetta) di un uomo che viveva sotto falso nome. Dopo questo ottimo inizio noir, e dopo una brevissima parte investigativa, il film diventa un court room movie con l’accusato che continua a ribadire che non sa niente e non ricorda niente (neanche il proprio nome) e il direttore della prigione (anche penalista) che lo difende pur trattandosi di un caso disperato visto che X è reo confesso che si è consegnato spontaneamente alla polizia. Interessanti gli interrogatori che alternano momenti kafkiani a momenti da commedia, mettendo in ridicolo il pubblico ministero.

  
Pecadora (José Díaz Morales, 1947, Mex)

Ninón Sevilla in questo film ricopre un ruolo secondario (comunque di ballerina cabaretera), mentre la vera protagonista è Emilia Guiú. Pertanto non rientra nel classico genere rumbera ma è una storia romantica che si sviluppa al margine della vita dei locali notturni e tende al noir in più occasioni. Infatti non mancano ricatti e pistolettate e, più che pecadora, la protagonista è perseguitata da incontri inopportuni e sfortunati e le sue disgrazie ricadono anche su chi le sta vicino. Quindi sono poche le esibizioni nei cabaret, ma non mancano i classici boleros e un po’ di musica caraibica.

Camino del infierno (Miguel Morayta, 1961, Mex)

Melodramma tragico che inizia come un classico noir ma ben presto si trasforma in una storia d’amore prima contrastata e poi di gran passione per passare infine a una tragica conclusione piena di buoni sentimenti e gran finale di nuovo noir/crime. Protagonisti Pedro Armendáriz (da poco uscito di galera seppur innocente) e Leticia Palma, nei panni di donna fatale che mira solo ad avere amanti ricchi disposti a spendere fortune per i suoi capricci. In effetti sono due poco di buono che si trovano insieme per caso dopo un colpo andato più che male e, pur essendo evidentemente incompatibili, iniziano una storia che sarà un calvario un po’ per colpa loro, ma saranno anche perseguitati dalla mala sorte.

Survival Family (Shinobu Yaguchi, 2016, Jap)

L’idea sembrava buona (blackout totale della durata di vari mesi) ma è sviluppata in modo pessimo e oltretutto non era assolutamente necessario trascinare la storia per quasi due ore fra incongruenze, situazioni impossibili, twist scontati e spesso ridicoli. Desolante ritratto di una famiglia giapponese moderna (ma esteso alla classe media borghese) completamente standardizzata in quanto a stile di vita e alimentazione, con totale perdita di vista delle realtà naturali e tradizionali. Da evitare.

martedì 1 marzo 2022

Microrec. 61-65 del 2022: due Bogdanovich e 3 molto diversi fra loro

Noto cineasta che iniziò come critico cinematografico, Bogdanovich ha in effetti prodotto molto poco di veramente buono: The Last Picture Show (1971, 2 Oscar e 6 Nomination) e Paper Moon. A seguito della sua dipartita, un paio di mesi fa, ho inserito nel mio cartellone solo il secondo (l’altro, ottimo, l’ho guardato per l’ennesima volta l’anno scorso) e ho aggiunto una sua commedia che ebbe successo di pubblico, ma non fa onore al suo nome. Ho completato il gruppo con un’altra ennesima visione di quello che è, secondo me, il miglior film di Kar Wai Wong e due buoni film mai visti prima; quindi 4 su 5 sono consigliati.

In the mood for love (Kar Wai Wong, 2000, HK)

Come anticipato, questo è un film che apprezzo particolarmente per molti motivi. Alla sottile sceneggiatura, alle buone interpretazioni dei due protagonisti (Tony Chiu Wai LeungMaggie Cheung) e all’abbigliamento e scenografia si aggiunge una splendida colonna sonora che alterna il tema portante (Yumeji's Theme di Shigeru Umebayashi) a brani interpretati in spagnolo latino da Nat King ColeSpecialmente in un film come questo nel quale l’azione è veramente limitata, si apprezzano le perfette inquadrature che spesso incorniciano i soggetti in spazi ristretti quali corridoi, specchi, spiragli di porte semiaperte; notevole è anche l’uso saltuario ma assolutamente ponderato del ralenti. Attualmente al 233° posto fra i migliori film di sempre (IMDb), Tony Leung miglior attore a Cannes dove il film ebbe anche il Premio Speciale per la tecnica e la Nomination alla Palma d’Oro. Da non perdere!

 

Requiem for a Dream
(Darren Aronofsky, 2000, USA)

Mi ha ricordato molto Trainspotting, anche se, a differenza del film inglese, il regista e sceneggiatore ha lavorato molto sulle immagini e sul velocissimo montaggio e ha sviluppato meno la sceneggiatura. Questa è sì articolata ma la sostanza è poca, nel senso che propone pochi avvenimenti, oltretutto distribuiti in un certo lasso di tempo. In buona parte del film vengono proposte le visioni degli sballi in modo parzialmente ripetitivo, che a un certo punto diventano quindi noiose. Buono il cast che in sostanza conta solo 3 o 4 protagonisti (uno è personaggio secondario). I tre sono ben interpretati da Ellen Burstyn (che fu candidata all’Oscar), Jared Leto e Jennifer Connelly. Attualmente al 98° posto fra i migliori film di sempre (IMDb).

Tomboy (Céline Sciamma, 2011, Fra)

Regista attenta e precisa, Céline Sciamma cura molto la descrizione dei protagonisti, e lo fa bene. L’argomento del film è tema inusuale e non facile da trattare. Una ragazzina (10 anni circa) si trasferisce in una nuova città e dovrà fare nuove amicizie; il suo taglio di capelli, i suoi lineamenti e gli atteggiamenti, nonché l’abbigliamento non sono chiaramente femminili e un po’ per caso e un po’ per scelta Laure sceglie di farsi passare per Mikael. Tutto ciò che segue fino all’inevitabile scoperta della verità è ben narrato e non concede niente a stereotipi e banalità. Oltre a Zoé Héran (Laure/ Mikael) anche tutti gli altri giovanissimi attori che rappresentano la quasi totalità del cast sono bravi e credibili (penso con terrore al doppiaggio italiano che, in particolare per i giovanissimi è di solito pessimo!).

 

Paper Moon
(Peter Bogdanovich, 1973, USA)

Di nuovo in bianco e nero, come The Last Picture Show, ma non è una dramma realistico come quello bensì una originale commedia leggera ambientata nel periodo della depressione degli anni ’30. La star del film è indiscutibilmente l’esordiente Tatum O'Neal, figlia di Ryan, co-protagonista nei panni di un piccolo truffatore porta a porta. Vinse l’Oscar come protagonista e all’epoca divenne la più giovane premiata in tale categoria. In alcuni momenti diventa quasi una comica, ma varie trovate sono originali e i dialoghi sono ben congegnati, in particolare le parti che includono le argute battute e le inattese uscite creative della terribile ragazzina. Un piacevole passatempo che si avvantaggia anche di una buona fotografia delle ben riprodotte scenografie.

What's Up, Doc? (Peter Bogdanovich, 1972, USA)

Commedia estremamente stupida, nota in Italia come Ma papà ti manda sola? Quasi allo stesso livello di commedie all’italiana con tante persone interessate ad una valigetta della quale, purtroppo per loro, ce ne sono molte altre in giro, nello stesso albergo. Pieno di personaggi e situazioni ridicole, è da evitare, non vale proprio la pena perdere tempo.

mercoledì 21 luglio 2021

Micro-recensioni 166-170: quasi tutto Lindsay Anderson

Avrei voluto dedicare la cinquina esclusivamente a questo regista inglese (sebbene nato in India, quando questa era ancora colonia britannica) ma per ora ho recuperato solo 4 dei soli 7 suoi lungometraggi; sto cercando una buona versione originale di O Lucky Man! (1973). Completa il gruppo un noir poco conosciuto, con Victor Mature protagonista.

 
The Whales of August (Lindsay Anderson, 1987, USA)

Piccolo gran bel film, con solo 5 personaggi (+ 1 in una fugace apparizione), tutto girato su un piccolo promontorio del Maine, dove sorge una casa solitaria, con vista sull’Atlantico. L’ottima sceneggiatura viene valorizzata da un cast di giovincelli (età media 82 annni), grandi attori di altri tempi, ma ancora in grande forma, a cominciare da Lillian Gish, 94enne all’epoca del film. L’affiancano Bette Davis (79), Vincent Price (76) e Ann Sothern (78), Nomination Oscar non protagonista. Questo fu l’ultimo film d Lillian Gish, star del muto, musa di D. W. Griffith (famosa per Birth of a Nation,1915, e Intolerance, 1916), una carriera lunga 75 anni. Ascoltare le discussioni fra le due sorelle (Gish e Davis), le intromissioni dell’amica (Sothern) e le visite dell’esule russo, galantuomo d’altri tempi (Price), interrotte solo dal rumorosissimo operaio tuttofare (Harry Carey Jr.), è un piacere per le orecchie. Buona anche la fotografia e la scenografia, sia per gli esterni che per gli interni con tanti interessanti dettagli. Indispensabile guardare la versione originale (si trova anche su YouTube a 720p).

This Sporting Life (Lindsay Anderson, 1963, UK)

Dopo aver lodato l’ultimo, eccoci al primo lungometraggio di Anderson, che giunse dopo 16 apprezzati corti girati fra il 1948 ed il 1959. Dramma intenso con i problematici personaggi principali in continuo contrasto molto ben interpretati da Richard Harris e Rachel Roberts (Nomination Oscar per entrambi). Lui è un operaio che riesce a sfondare nel mondo del rugby professionistico e che, pur avendo ottenuto un ricco ingaggio, si ostina a continuare a vivere nella stanza d’affitto della vedova della quale è invaghito, quasi un’ossessione per lui visto che altre opportunità non gli mancano. Forse Anderson indulge un po’ più del dovuto in alcune scene di gioco, ma talvolta sono importanti per poi descrivere l’ambiente del dopopartita. Consigliato.

  
I Wake Up Scresming (H. Bruce Humberstone, 1941, USA)

Pur non essendo fra i gli attori più noti di metà secolo scorso, Victor Mature fu protagonista di un buon numero di noir (questo è uno dei suoi primi), western e infine kolossal storici come Samson and Delilah (1949, di Cecil B. DeMille) nel quale interpretò Sansone al fianco di Hedy Lamarr (Dalila). In questo noir dalla trama classica, interpreta un talent scout ingiustamente accusato dell’omicidio di una sua star. Altro elemento ricorrente è la presenza della sorella della donna assassinata con l’inevitabile sorgere di una love story mentre tentano di smascherare il vero colpevole. Questo, o meglio questi, forniscono originalità alla trama, personaggi ben delineati, interpretati da più che buoni caratteristi (inquietante Laird Cregar nei panni dell’ispettore Cornell). Titolo italiano Situazione pericolosa IMDb 7,2, RT 86%, consigliato.

If … (Lindsay Anderson, 1967, UK)

Primo elemento della Trilogia di Mick Travis (personaggio interpretato da Malcolm McDowell), qui ribelle nel college, poi sarà un rampante rappresentante di caffè in O Lucky Man! (1973) e infine reporter d’assalto in Britannia Hospital (1982). Diviso in 8 capitoli, anche se a tratti surreale, è in effetti una satira/critica dell’establishment britannico, non solo in quanto all’istruzione, ma anche a tutti quelli che ruotano attorno, compresi clero e militari. Il film diviso in 8 capitoli e in ben 4 casi di sente parte del Sanctus della Missa Luba, della quale ho parlato nel post precedente e che mi ha spinto a recuperare questo film e poi gli altri di Anderson. Classico film di protesta degli anni ’60, vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Britannia Hospital (Lindsay Anderson, 1982, UK)

Terzo e ultimo film della Trilogia di Mick Travis, è veramente surreale-fantastico, e l’accostamento a M.A.S.H. (1970, Robert Altman) mi sembra abbastanza forzato visto che, oltretutto, non si svolge in territorio di guerra; il legame è limitato alla follia dei medici e dei loro accoliti. In più punti esagerato, ma non mancano situazioni grottesche quasi geniali, soprattutto quelle relative alla visita della Regina Madre (madre di Elisabetta II, attualmente regnante). Divertente solo a tratti, guardabile a tempo perso.

lunedì 26 ottobre 2020

Micro-recensioni 356-360: 5 cinematografie diverse, 2 opere prime

Ancora un gruppo eterogeneo (Messico, Brasile, Portogallo, Giappone e UK/USA) che stavolta include due film d’esordio, uno dei quali è senz’altro il più interessante della cinquina, considerando anche il prosieguo della carriera del regista sceneggiatore Martin McDonagh.

  

In Bruges (Martin McDonagh. UK/USA, 2008)

Commedia grottesca con sceneggiatura tagliente (nomination Oscar), molto poco buonista e certamente non politically correct. Non risparmia niente e nessuno, da quello che oggi è di moda chiamare body shaming, agli stereotipi di nazionalità, da traffico di droga e armi a killer “d’onore”. Perfetti nei rispettivi ruoli i protagonisti Colin Farrell e Brendan Gleeson, nonché Ralph Fiennes che però compare solo nella seconda parte; non da meno sono gli interpreti di personaggi minori, sempre ben caratterizzati da McDonagh, regista e unico sceneggiatore del film. Si potrebbe dire che è strutturato come una serie di sketch che presentano situazioni del tutto diverse (spesso memorabili), a volte con personaggi-meteora altre volte invece ricompaiono inaspettatamente.

In tempi nei quali pare non si possa dire o fare più niente senza che insorga questa o quella minoranza, In Bruges è un toccasana per chi sa cogliere il lato ironico delle cose e sa ridere anche dei propri difetti. Questo fu il primo film di McDonagh che poi, al suo terzo lavoro - ben 9 anni più tardi - Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, si fece conoscere dal mondo intero.

Vidas secas (Nelson Pereira dos Santos, Bra, 1963)

Uno dei film simbolo del Cinema Novo brasiliano, un neorealismo d’oltreoceano spesso ambientato nelle aride campagne del nord (il sertão) dove si lottava per sopravvivere, non solo contro la natura ma anche con i prepotenti, politici e militari. Apprezzabile la fotografia in b/n e le interpretazioni degli attori (tutti esordienti ingaggiati sul posto) dei quali solo Joffre Soares intraprese poi la carriera professionale conclusa con un centinaio di film all’attivo. Premiato a Cannes e Nomination Palma d’Oro.

  

The Snare (Yasuzô Masumura, Jap, 1973)

Questa volta Masumura si cimenta nel genere chambara (samurai e spade) dirigendo il secondo film della trilogia che vede protagonista Hanzo the Razor, un poliziotto violento ma incorruttibile, imbattibile sia con la spada che con qualunque altra arma, grande amatore, che persegue i propri fini agendo con audacia al limite della legalità. Esagerato come quasi tutti quelli di tale genere, ha una trama che tende più all’intrigo economico e politico che alla classica storia di samurai. Come gli altri del periodo conclusivo della sua carriera, anche questo è a colori … a mio giudizio si esprimeva meglio con il bianco e nero. Abbastanza violento ed in parte erotico (genere più volte trattato da Masumura nei suoi ultimi film) riesce ad essere comunque snello e pieno di colpi di scena e quindi si lascia guardare.

Los confines (Mitl Valdez, Mex, 1967)

Mitl Valdez esordì alla regia con questo film che combina un paio di racconti (Talpa e Diles que no me maten) e parte di un romanzo (Pedro Paramo) del notissimo (almeno in patria) autore messicano Juan Rulfo, capostipite del realismo magico, stile poi seguito anche da Gabriel García Márquez, suo grande estimatore. Se da un lato è visivamente ben presentato, dall’altro c’è da dire che Valdez abusa nel far recitare ad una voce fuori campo interi brani degli scritti ai quali si è ispirato. Di conseguenza ci sono contenuti più che buoni ma male adattati al grande schermo.

Recordações da Casa Amarela (João César Monteiro. Por, 1989)

Si tratta di un film strano, certamente quello più fuori dagli schemi in questo gruppo. Il protagonista (interpretato dallo stesso regista) è un uomo di mezza età, malaticcio, svagato, erotomane, sostanzialmente instabile, che vive in una casa di pensionanti di varie età, estrazioni sociali e professioni (se ne hanno una). Da ciò è facile intuire che la sostanza sta nei rapporti con i coinquilini, con la padrona di casa e qualche vicino.

 

#cinema #cinegiovis

sabato 18 luglio 2020

Micro-recensioni 241-245: altri 4 film messicani e uno dei due famosi di Kusturica

Due film di spicco  e tre nella (buona) norma. Ognuno ha le sue ragioni di essere e i suoi meriti e quindi risultano essere interessanti visioni, specialmente se valutate nel loro contesto di tempo e di luogo di produzione.
  
Underground (Emir Kusturica, Yug, 1995)
Kusturica ha diretto solo una decina di film nel corso dei suoi 40 anni di carriera, ma partì con il piede giusto e molti suoi film hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Esordì nel 1981 con il poco conosciuto Ti ricordi di Dolly Bell? (4 premi a Venezia e Nomination Leone d’Oro), seguito 3 anni dopo da Papà... è in viaggio d'affari (Nomination Oscar e Palma d’Oro e e Premio FIPRESCI a Cannes) e nel 1988 da Il tempo dei gitani (Miglior regia a Cannes). Dopo aver tentato il salto a Hollywood (Arizona Dream, 1993) tornò a occuparsi di dei Balcani e dei gitani con i due film che gli hanno dato vera fama internazionale visto anche il successo di pubblico: Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Ho quindi ri-guardato con molto piacere il primo anche se l’altro rimane il mio preferito per essere più graffiante, esplosivo e grottesco, oltre che conciso. In entrambe ha un ruolo fondamentale la musica, interpretata in scena dalla fantastica banda di ottoni Musika Akrobatika. Questo è forse è un po’ lungo e dispersivo, considerato che inizia con l’occupazione nazista, prosegue per tutta l’epoca di Tito e termina con le guerre interne della Iugoslavia in disfacimento, sotto il “controllo” delle forze ONU.
Senz’altro da guardare (e ascoltare), così come gli altri suoi migliori film.

Dos monjes (Juan Bustillo Oro, Mex, 1934)
Si distingue nettamente fra i messicani di questa cinquina, e per due motivi molto diversi. Uno è lo stile, fortemente influenzato dall’espressionismo tedesco del decennio precedente, nonché dall’emulazione dei registi russi che in quel periodo collaboravano con i messicani a cominciare da Eisenstein. L’altro è la sceneggiatura, che anticipa di quasi una ventina d’anni quella del ben più famoso Rashomon di Akira Kurosawa. Infatti, la storia si basa su due monaci che si ritrovano per caso in uno stesso convento molti anni dopo essersi scontrati per questioni di cuore, prima di prendere i voti. Nel corso delle confessioni al priore presenteranno diverse versioni degli eventi. Le scenografie sono in puro stile espressionistico, così come le luci e i forti contrasti. Purtroppo, le interpretazioni sono molto deludenti … peccato!
  
El Peñón de Las Ánimas (Miguel Zacarías, Mex, 1943)
Rosenda (Julio Bracho, Mex, 1948)
El brazo fuerte (Giovanni Korporaal, Mex, 1958)
Due degli altri 3 messicani sono diretti da registi di spicco della Epoca de Oro e interpretati da attori altrettanto noti, bravi e amati dal pubblico: Jorge Negrete e María Félix sono i protagonisti del primo e Fernando Soler e Rita Macedo del secondo. Senz’altro buoni ma non certo fra i migliori del loro genere.
Il terzo, invece, è quasi del tutto sconosciuto ai più, ma è tornato alla ribalta per essere stato di recente restaurato e la prima è stata proposta dalla Cineteca Nacional Mexico poche settimane fa. Si tratta di un film indipendente dell’allora esordiente Giovanni Korporaal, uno dei primi esempi di satira politica messicana (si parla di corruzione e usurpazione di potere) e per tal motivo addirittura bloccato dalla censura per oltre 15 anni.

mercoledì 29 aprile 2020

Micro-recensioni 141-145: mix di arretrati asiatici … Iran, Jap, Kor e Taiwan

Avendo organizzato la visione delle precedenti cinquine asiatiche in modo abbastanza omogeneo, mi erano rimasti vari scampoli. Nonostante la generale buona fama dei titoli, vari di essi mi sono sembrati deludenti, certamente al di sotto delle mie aspettative. Quello che ho gradito di più è il più "povero".

A moment of Innocence (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) IMDb 7,9 RT 89%
Ancora una volta un film in un film iraniano, come quelli della trilogia di Koker di Kiarostami in uno dei quali Makhmalbaf interpretava sé stesso e si basava su un altro singolare evento della sua movimentata vita. Qui il regista dirige e interpreta di nuovo sé stesso e, da regista/sceneggiatore (anche nel film), mostra la produzione di un film che dovrebbe duplicare un episodio avvenuto 20 anni prima quando, da studente 17enne, pugnalò un poliziotto nel tentativo di disarmarlo … e dopo si fece anche 4 anni di carcere. Si comincia dal casting con l’aiuto del poliziotto accoltellato (non più in servizio, entusiasta per partecipare alle riprese, ma piuttosto riottoso) ognuno si deve scegliere, e quindi istruire, il suo interprete da giovane. Quindi ognuno ha un suo doppio, le scene vengono ripetute, così come i dialoghi, sia nella finzione che nella realtà della preparazione alle riprese.
Con una sceneggiatura sottile e brillante, cast striminzito composto da non professionisti, con regista e operatore spesso in campo (ma in questo caso giustificatamente), suppongo un budget ridicolo, Makhmalbaf realizzò un altro piccolo capolavoro di cinema minimalista ed essenziale.
Geniale e con un perfetto finale da short story.

The Housemaid (Ki-young Kim, Kor, 1960)  IMDb 7,3
Girato in modo egregio in bianco e nero e quasi tutto in interni, purtroppo si basa su una sceneggiatura (dello stesso Ki-young Kim) molto poco convincente ed un finale ridicolo. In particolare le riprese nella casa a due piani (che ha il suo elemento centrale nelle scale inquadrate da angolazioni sempre diverse) con alternanza di primi piani e riprese attraverso finestre e spiragli di porte, rendono molto bene un’atmosfera da dramma-thriller. Peccato però che i comportamenti dei protagonisti sono insulsi e poco credibili e le interpretazioni a dir poco scadenti, a cominciare dal primo attore veramente pessimo. Andando a cercare i motivi che giustificassero le buone critiche, ho visto che molti commenti concordano in linea massima con la mia opinione e ho anche scoperto due trivia interessanti: il ridicolo e completamente fuori tono finale fu aggiunto in postproduzione in quanto la vera conclusione fu reputata troppo scioccante e all’esordiente attrice che interpretò la squilibrata cameriera non furono più proposti altri ruoli (in effetti comparve in altri due film minori) si dice a causa del ruolo ricoperto in The Housemaid, ma penso anche perché non valeva un granché. Il film (restaurato grazie alla World Cinema Foundation di Martin Scorsese) si trova su YouTube a 720p e vale la pena guardalo per regia, fotografia e riprese, ma sappiate che molto probabilmente sarete delusi da sceneggiatura e interpretazioni.
Yi Yi (Edward Yang, Taiwan, 2000)  IMDb 8,1 RT 96%
Troppo lungo, lento e con troppa carne a cuocere, di conseguenza risulta discontinuo e dispersivo. Presenta una famiglia che comprende tre generazioni, con i problemi dei più giovani e di coppie evidentemente mal assortite anche a causa di vecchi amori che ritornano (non sempre graditi). Inoltre, finanza, malattia, religione, matrimoni e nascite si combinano – male – in questo film nel quale tutti sembrano scontenti e insoddisfatti mentre recriminano per il loro passato e per le loro azioni … e il regista/sceneggiatore Yang non riesce neanche a dargli la consistenza di un film corale. Nonostante sia stato premiato a Cannes per la miglior regia e in corsa per la Palma d’Oro, penso che sia ampiamente sopravvalutato e certamente le 3 ore di durata sono troppe per un film descrittivo. Anche questo è disponibile su YouTube a 720p.

Afraid To Die (Yasuzô Masumura, Jap, 1960)
Di Masumura ho parlato (bene) già varie volte ed anche il questo caso si conferma ottimo artigiano in grado di affrontare con successo qualsiasi genere, con solide messe in scena. Non ricordo suoi film eccezionali, ma non ce n’è uno che non sia ben realizzato.
In Afraid To Die si cimenta in un crime thriller in ambiente yakuza. Il protagonista Takeo, interpretato dallo scrittore Yukio Mishima (preso in considerazione per il Nobel, sui suoi lavori sono basati oltre 30 film), sa che appena uscito di prigione i suoi rivali tenteranno di ucciderlo. Un film ben congegnato, lineare ma non banale, con vari colpi di scena. Buon film di genere.

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, Iran, 1965)
Per quanto abbia apprezzato tanti film mediorientali, ho notato che vari di essi si basano su liti continue, discussioni senza fine e spesso senza senso, ripetitive e prevedibilmente prive di soluzioni (vedi i vari Farhadi, ma anche L’insulto), lasciando pensare che questo è il carattere di quelle popolazioni (ma non mi risulta). Sarà questo il loro modo di sviluppare una trama drammatica? La considerazione, già latente in mente mia, viene riportata in ballo per questo film, secondo me sopravvalutato, i cui dialoghi sono una litania di battibecchi, “consigli” scambiati aspramente fra sconosciuti, critiche filosofeggianti, accuse e ripicche. Inoltre, al contrario dell’appena citato The Housemaid, non è neanche particolarmente interessate dal punto di vista cinematografico.
Non comprendo la buona critica di cui gode … forse perché è l’antesignano del genere “litigioso”?

venerdì 24 aprile 2020

Micro-recensioni 131-135: insolito cinema giapponese, ma di qualità

Ho concluso il mio lungo giro in Asia, con un’altra cinquina di un paese di grandi tradizioni cinematografiche e, pur scavando fra titoli meno noti, ho trovato titoli più che interessanti. In particolare l’ottimo Children of the Beehive, che segna il ritorno alla regia di Shimizu dopo la guerra e il noir-crime d’avanguardia Tokyo Drifter di Suzuki, al quale si sono ispirati in vari casi Quentin Tarantino e Takeshi Kitano. Fra gli altri ce n’è anche uno con 2 Oscar e Gran Premio a Cannes e gli altri compaiono fra i primi 10 migliori film nelle classifiche annuali di Cahiers du Cinéma.
 
Children of the Beehive (Hiroshi Shimizu, Jap, 1948)
Tokyo Drifter (Seijun Suzuki, Jap, 1956)

Dopo aver apprezzato vari film di Shimizu, sempre molto ben diretti, spesso basati su semplici storie ambientate in aree rurali, mi sono imbattuto in questo comunemente giudicato uno dei suoi migliori. Per capirne il background è importante sapere che, nonostante il regista sia stato molto prolifico (quasi 150 film in una trentina d’anni), dal 1942 al 1947 rimase praticamente inattivo dedicandosi invece all’assistenza di bambini orfani e rifugiati (protagonisti del film). In Children of the Beehive tratta proprio di un gruppo di orfani di guerra che sopravvivono come possono, coordinati da un losco individuo senza una gamba. Alla stazione entrano in contatto con un soldato che torna a casa (che non ha) e condivide con lor quel poco che ha. Per il resto del film saranno dibattuti fra il seguire il reduce che insegna loro a lavorare onestamente e il restare con lo storpio; non manca una giovane donna, anche lei sola, senza lavoro e senza soldi …
Tutti gli interpreti sono non professionisti, e si difendono più che bene, ma la regia di Shimizu è talmente espressiva che coprirebbe anche eventuali pecche degli attori. In particolare con i campi medi e lunghi trasmette alla perfezione le titubanze e i timori dei ragazzini che avanzano, retrocedono, si separano, scappano, ritornano in da soli, in piccoli gruppi o compatti. Un film da non perdere, non solo per come è realizzato ma anche per la sceneggiatura, compatta e pressoché perfetta. Il film è legato al precedente Introspection Tower (1941), quasi un sequel.

Altro film molto particolare è Tokyo Drifter, dalla trama banale (per una storia di gangster fra innumerevoli sparatorie, doppiogioco e tradimenti) ma dalla messa in scena straordinaria caratterizzata da scenografie minimaliste, luci inusuali, interni quasi assolutamente vuoti, montaggio a tratti frenetico che lascia molto all’immaginazione, salti temporali e commento musicale sui generis. In apertura ho citato Tarantino il quale, in Kill Bill: Vol. 1, riprende l’idea di Suzuki cominciando il film in bianco e nero e proseguendo poi a colori dopo i titoli, ma anche alcune scene con i yakuza che si affrontano e la musica tambureggiante, nonché l’originale fischiettio del protagonista. Chi apprezza Tarantino e Kitano non se lo dovrebbe perdere!
The Gate of Hell (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1953) Gran Prix a Cannes
Rhapsody in August (Akira Kurosawa, Jap, 1991) 10° per Cahiers du Cinéma
Shara (Naomi Kawase, Jap, 2003) 5° Cahiers, Nomination Palma d’Oro

Uno o due Oscar? Questione di lana caprina, ma io direi due. The Gate of Hell si aggiudicò l’Oscar per i costumi, ma nella stessa occasione ottenne anche il Premio Onorario per il miglior film in lingua non inglese. Tale premio fu istituito dopo la guerra e solo nel 1956 fu convertito in Oscar, cambiando solo nei metodi di selezione. Per puro spirito storico/statistico, aggiungo che i 7 premiati negli anni precedenti furono Sciuscià e Ladri di biciclette, altri 2 giapponesi (Rashomon e Samurai, entrambi con Toshiro Mifune come protagonista), 2 francesi (Monsieur Vincent e Giochi proibiti) e l’italo francese Le mura di Malapaga … e il primo Oscar ufficiale per film stranieri fu di nuovo italiano con La Strada (Federico Fellini).
I coloratissimi costumi sono effettivamente spettacolari al di là delle loro fogge e disegni sui tessuti. La storia, ambientata nel XII secolo, è singolare in quanto mette insieme una storia di un amore impossibile con le solite rivalità fra feudatari (e gli inevitabili tradimenti) e i codici d’onore non solo dei samurai. Non è di pari livello con i migliori film di samurai e le lame vengono sfoderate in poche occasioni, ma certamente merita per sceneggiatura, scenografia e realizzazione.

Penultimo film di Kurosawa, dopo Kagemusha, Ran e Sogni e prima di Madadayo, oserei dire un passo falso. Questo suo adattamento di un romanzo di Murata è valido e interessante quasi per i primi tre quarti, poi scende di tono e intensità e il finale non convince. Inoltre, mi chiedo perché, fra i tanti attori americani che avrebbero volentieri lavorato con lui gratis, ha scelto proprio l’incapace Richard Gere (che pare lavorò senza chiedere compenso) … per fortuna la sua presenza è relativamente breve. Interessante, per chi non ne fosse a conoscenza, è la descrizione dei sentimenti dei giapponesi nei confronti degli americani, della poca conoscenza che i giovani nipponici hanno del lancio delle atomiche e relative conseguenze, di quello che molti pensano non si possa dire in merito, il forte legame con le Hawaii (stato USA) dove i residenti di origine giapponese sono molti di più degli americani. Per fortuna, Kurosawa ha concluso la sua carriera con Madadayo

Infine, Shara. Anche questo non mi ha convinto del tutto anche se rimane più che apprezzabile il lavoro di camera a spalla (quasi per tutto il film) e il solito focalizzarsi su profondi rapporti umani della regista Kawase (forse molti la conoscono per An, 2015, distribuito in Italia come Le ricette della signora Toku). Gli esterni sono poco convincenti e alcune scene sono troppo lunghe, a cominciare dalla sfilata per il festival e l’insulso parto. Evitabile.