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domenica 24 gennaio 2021

micro-recensioni 21-25: Jarmusch di oltre 30 anni fa (trailer) e altro

Gruppo abbastanza vario e praticamente diviso nettamente in due: 3 film d’epoca quasi cult, di origini e soggetti molto diversi, e due di Jarmusch, per l’esattezza il terzo ed il quarto dei suoi solo 14 film.

  

Down By Law (Jim Jarmusch, USA, 1986)

Uno dei film di Jarmusch più conosciuti in Italia (distribuito come Daunbailò, praticamente come si pronuncia il titolo originale) per contare su Roberto Benigni come protagonista … e appare anche sua moglie Nicoletta Braschi. Molti dei marchi di fabbrica del regista (anche sceneggiatore di tutti i suoi film) sono ben evidenti anche in questo di 35 anni fa: ottima e ricercata colonna sonora, lunghe carrellate alternate a inquadrature fisse, personaggi al limite della realtà ma certamente plausibili, trama basata su coincidenze e citazioni colte. Tre tipi di estrazione e carattere completamente diversi si ritrovano nella stessa cella di un penitenziario americano per crimini seri (prostituzione minorile, occultamento di cadavere, omiicidio) ma “preterintenzionali”. I loro rapporti, inizialmente poco amichevoli, ben presto migliorano e, pur continuando a litigare un po’, forniranno tanti spunti di humor nero. Rivisto dopo tanti mi è ancora piaciuto anche se in più punti cala un po’ di ritmo. Nel trailer originale già si possono ben apprezzare le carrellate e colonna sonora.

Visione senz’altro consigliata per i singolarissimi personaggi, ben fotografati in b/n e ben diretti, per la trama quasi surreale e l’ottima musica interpretata dai compagni di sventura di Benigni: Tom Waits e John Lurie (suppongo e spero che li conosciate).

Mistery Train (Jim Jarmusch, USA, 1989)

Al contrario di quanto appena scritto a proposito di Down By Law, questo non l’avevo mai visto e per la verità non mi ha convinto. Tre storie troppo scollate una dall’altra, aventi in comune l’albergo dove alloggiano in contemporanea (ma senza mai incontrarsi) una coppia di giovani turisti giapponesi, due donne sole (una appena lasciata dal compagno, l’altra recentissima vedova) e tre vaghi. Qui la colonna sonora (di John Lurie) è senz’altro la migliore cosa, Tom Waits presta solo la voce (DJ radiofonico, se sente in continuazione ma non si vede mai) e, per rimanere in ambito musicale, c’è da notare la presenza (solo come attore) di Screamin' Jay Hawkins, cantautore affermato nei generi blues, rhythm and blues, soul e anche rock and roll. Ha dei buoni momenti di humor nero, qualche scena caricaturale, varie buone riprese e i treni che passano sferragliando che potrebbero perfino far pensare a Ozu (anche se non credo che fosse intenzione del regista).

  

I Know Where I'm Going (Michael Powell, Emeric Pressburger, UK, 1945)

Questa regia a quattro mani non è una casualità, i due vantano una lunga collaborazione tanto da aver diretto, scritto e prodotto insieme ben 19 film. Per indicare il loro sodalizio avevano un nickname che diede il nome anche alla casa di produzione: The Archers. Si tratta di una piacevole e ben realizzata commedia romantica ambientata nelle isole scozzesi delle Ebridi. Interessanti sia i paesaggi che le scene nelle quali i protagonisti interagiscono con gli abitanti dell’isola, fra pub, balli, feste … e kilt. Per vostra conoscenza, gli Archers sono i registi del famosissimo Scarpette rosse (1949, The Red Shoes) e anche di un altro apprezzatissimo (in patria) film: The Life and Death of Colonel Blimp (1943, IMDb 8,1 e RT 97%).

Spider Baby (Jack Hill, USA, 1967)

Nel mio girovagare fra siti cinefili ho trovato questo titolo, disponibile in rete in buona qualità e inserito fra i cult dell’horror satirico anche se di caratteristiche quasi uniche. Praticamente non c’è niente di soprannaturale se non una malattia degenerativa dalla quale sono affetti tutti i membri della famiglia Merrye. Tre giovani vivono in una casa lontana da tutti, accuditi da un maggiordomo, autista, cuoco, tutore, … interpretato da Lon Chaney jr. (qualità molto inferiori a quelle dell’omonimo padre). Inaspettatamente sopraggiungono una coppia di cugini, accompagnati dal loro avvocato e dalla sua segretaria, per sfrattare i parenti e prendere possesso della casa, ma la cosa non si rivelerà tanto facile. Succede un po’ di tutto e non mancano risvolti sexy … ma non c’è da meravigliarsi visto che il regista Jack Hill (solo 17 film) era specializzato in B-movie, horror e exploitation. Si tratta di una pura curiosità, più commedia che horror, senz’altro molto originale.

El camino de la vida (Alfonso Corona Blake, Mex, 1956)

Per un certo verso ha dei punti in comune con Down By Law, infatti i protagonisti sono tre ragazzini che, pur non essendo delinquenti abituali, finiscono in riformatorio per disperazione e per reagire al bullismo. Tre storie diverse che avranno un lieto fine grazie ad uno psicologo volontario. Non è male ma è senz’altro troppo buonista, tanto che una certa parte di critica lo volle vedere come risposta a Los olvidados (1950, Luis Buñuel) nel quale i giovani erano certamente più “cattivi” e violenti. Gli apprezzamenti ricevuti gli sono quindi stati attribuiti per lo più per il messaggio positivo, per affermare che i riformatori possono effettivamente riportare sulla retta via ragazzini che si sono cacciati nei guai. Evitabile.

martedì 12 maggio 2020

Micro-recensioni 156-160: con Pabst, Hugo, Corman e … Joker

Questa eterogenea cinquina comprende tre notevoli film di quasi un secolo fa (due muti, uno purtroppo incompleto, tratti da romanzi di Victor Hugo) si aggiungono la prima collaborazione fra Roger Corman e Vincent Price e un candidato Oscar iraniano.
La tragedia della miniera (G.W. Pabst, Ger/Fra, 1931)
Ottima e significativa co-produzione franco-tedesca, un film basato sul maggior disastro minerario europeo, quello di Courrières del 1906 che causò la morte di 1.099 minatori. Pur non essendo stato girato in miniera, Pabst riesce a rendere la storia molto realistica, di passo rapido e senza indugiare su scene commoventi e strappalacrime.
Ottimi i tempi, il montaggio, le inquadrature e le interpretazioni. I chiari messaggio del film sono fratellanza, pacifismo e internazionalismo. Importante la scelta di mantenere le lingue originali (francese e tedesco) per sottolineare sia gli attriti conseguenti alla precedente guerra, sia la sincera collaborazione fra le squadre di soccorso; del resto, il regista era sostenitore dell’internazionalismo. Per esempio nello stesso anno aveva già realizzato due versioni diverse dell’Opera da tre soldi di Brecht, una con cast tedesco e l’altra francese e l’anno successivo avrebbe diretto ben 3 versioni di L’Atlantide (in tedesco, francese ed inglese).

L'uomo che ride (Paul Leni, USA, 1928)
Noto quasi esclusivamente fra i cinefili, e da questi apprezzato, si tratta di un adattamento di un romanzo di Victor Hugo con un notevole cast internazionale. Infatti, il protagonista del melodramma è il tedesco Conrad Veidt, già molto famoso in patria che molti ricorderanno nei panni di Cesare (il sonnambulo del Dr. Caligari) e, molti anni dopo, nel ruolo del Maggiore Strasser in Casablanca (1942, Michael Curtiz). Al suo fianco due star del muto degli anni ’20, l’americana Mary Philbin che 3 anni prima si era affermata con The Phantom of the Opera (1925, con Lon Chaney) e la russa Olga Baclanova che 2 anni prima aveva abbandonato la sua compagnia in tournee in USA e subito fu adocchiata dai produttori di Hollywood e subito dopo L'uomo che ride apparve in The Docks of New York (1928, von Sternberg), ma il suo ruolo più famoso sarebbe stato quello di Cleopatra in Freaks (1932, Tod Browning). Ottima messa in scena nella quale spicca la bravura di Conrad Veidt che recita con la fronte e gli sguardi, visto che il protagonista era stato sfigurato da bambino ed aveva la bocca fissata in un perenne ghigno … quello che nel 1940 avrebbe ispirato i creatori del personaggio di Joker, l’acerrimo nemico di Batman.
Les Miserables - I Jean Valjean (Henri Fescourt, Fra, 1925)
Purtroppo, dopo aver guardato la prima parte di Les Miserables (film di 6 ore, diviso in 4 capitoli) le tre successive sono state eliminate da YouTube. Peccato, perché a giudicare da quanto ho potuto vedere mi è sembrato un ottimo adattamento, probabilmente uno dei più riusciti, del famoso romanzo di Victor Hugo. Se qualcuno può vedere come uno svantaggio il fatto di essere muto, deve d’altro canto considerare che in sei ore si può rendere molto meglio la complicata trama che si sviluppa nell’arco di parecchi anni senza quindi essere costretti a fare sunti o eliminare di sana pianta delle parti. Ne riparlerò quando riuscirò a recuperare il resto.

House of Husher (Roger Corman, USA, 1960)
Una dei tanti adattamenti del famoso racconto di Edgar Alla Poe, diretto e prodotto da Roger Corman, con protagonista un ottimo Vincent Price, questa volta in un ruolo più realistico, seppur folle, e non da horror classico. Questa dovrebbe essere la quarta versione, la prima a colori, ma continuo a preferire la versione muta diretta da Jean Epstein (1928), con adattamento di Luis Buñuel. Comunque, Corman si avvantaggiò molto bene del colore sia per gli interni che per la scena (reale) dell’incendio, tanto che poi la riutilizzò in altri suoi film. Da produttore e regista di cosiddetti B-movies, aveva fiuto per cogliere tutte le occasioni che gli si presentavano per girare scene reali e risparmiare tanti soldi. Gli esterni li andò a girare in un’area appena devastata da un incendio e, come già accennato, per l’incendio della casa utilizzò un edificio che doveva essere demolito.

Children of Heaven (Majid Majidi, Iran, 1997)
Parte bene, si sviluppa in modo un po’ ripetitivo somigliando molto a Il palloncino bianco (1995) di Jafar Panahi, Camera d’Or a Cannes, e si conclude in modo insulso … meraviglia la Nomination all’Oscar, certamente eccessiva. Considerati i tanti buoni film iraniani, questo è certamente evitabile.

giovedì 13 aprile 2017

Bela Lugosi (1882-1956), Christopher Lee (1922-2015) e Dracula (immortale ...)

Le leggende sui vampiri in genere risalgono alla notte dei tempi ... l’irlandese Sheridan Le Fanu (1814-1873) fu uno dei primi a scriverne, il suo compatriota Bram Stoker (1847-1912) con il suo romanzo Dracula (1897) le immortalò. Anche se ormai sono pochi quelli che (lo) leggono, da buon cinefilo ho scoperto che il personaggio compare o viene citato in oltre 600 film, secondo solo a Sherlock Holmes in questa particolarissima classifica.
   
Il primo film su Dracula potrebbe essere il sovietico Drakula del 1920 (notizie vaghe), o l’ungherese Dracula’s death (La morte di Dracula), ma quello che lanciò definitivamente il personaggio sul grande schermo fu Nosferatu: eine Symphonie des Grauens (1922, F.W. Murnau), capolavoro universalmente conosciuto semplicemente come Nosferatu. In questo film (la cui trama è molto fedele al romanzo di Stoker) non viene citato il nome Dracula in quanto gli eredi dello scrittore non ne permisero l’uso e vinsero anche la causa per l’utilizzo del soggetto con la conseguenza che venne ordinata la distruzione di tutte le copie del film, cosa che per fortuna non avvenne. Dalle varie pizze che scamparono allo “scempio” sono state ricavate le versioni restaurate che oggi possiamo ancora ammirare. Del film di Murnau fu realizzato uno splendido e molto fedele remake da Werner Herzog nel 1979, con Klaus Kinski nel ruolo del conte Dracula e non Orlok (come nel ’22), in quanto i diritti d’autore erano nel frattempo scaduti.
Il primo Dracula sonoro fu, ovviamente, hollywoodiano e fu diretto da Tod Browning il quale avrebbe voluto avere Lon Chaney come protagonista, ma questo grande trasformista, specializzato in personaggi horror, però morì nel 1930. Anche se Browning è conosciuto soprattutto per il suo famoso Freaks (1932), in passato aveva già diretto Lon Chaney in molti muti. L’improvvisa morte di quest’ultimo fece la fortuna di Bela Lugosi (1882-1956, ungherese, ma oggi sarebbe stato rumeno, quindi un “vampiro originale”) il quale, grazie a questo ruolo, divenne famoso nel mondo di Hollywood. La scelta cadde su di lui non solo in quanto già aveva partecipato a vari film in ruoli minori e aveva un passato di attore di muti in Ungheria prima degli anni ’20, ma soprattutto perché dal 1927 era stato protagonista a Broadway del Dracula di Deane e Balderston. Questo lavoro teatrale (non fedelissimo al romanzo di Bram Stoker) ebbe grande successo, tanto da restare in cartellone per ben 268 repliche prima di andare in tour per gli Stati Uniti e la sceneggiatura del film del 1931 si basava proprio sulla suddetta opera teatrale.
Subito dopo Lugosi si lasciò sfuggire un’altra grande occasione che (forse) lo avrebbe reso veramente "immortale" e per di più spianò la strada a colui che sarebbe divenuto un suo rivale. Infatti avrebbe dovuto interpretare “la creatura” in Frankenstein (1931, James Whale) ma per dissidi con la produzione abbandonò il progetto e gli subentrò Boris Karloff. Questi tuttavia rimase più legato al personaggio creato da Mary Shelley e agli horror-terror in genere ma non ai vampiri.
Chi subentrò a Lugosi come vampiro per antonomasia fu invece l’inglese Christopher Lee il quale, dopo aver interpretato vari ruoli di cattivo, nel 1957 cominciò a lavorare per la Hammer (casa di produzione specializzata in horror) guarda caso come “mostro” del Barone Frankenstein, nell’occasione interpretato da Peter Cushing. L’anno successivo fu consacrato nel ruolo in Dracula (1958, Terence Fisher) dopo aver interpretato Corridors of Blood al fianco di Boris Karloff. Sono oltre una dozzina i film nei quali Lee interpretò il più famoso conte della Transilvania.
Un altro famoso attore “horror” del secolo scorso fu Vincent Price (1911-1993), protagonista di tanti film di Roger Corman, tuttavia non ha mai impersonato Dracula.
Venendo ai film, oltre alle già citate pietre miliari del 1922 (Murnau - Shreck), 1931 (Browning - Lugosi) , 1958 (Fisher - Lee) e 1979 (Herzog - Kinski), sono senz’altro da menzionare:

  • Dracula (John Badham, 1979, con Frank Langella),
  • Dracula di Bram Stoker (Francis Ford Coppola, 1982, con Gary Oldman)
    
le parodie

  • Dance of the Vampires (Roman Polanski, 1967, aka The Fearless Vampire Killers, tit. it. Per favore non mordermi sul collo)
  • Dracula: Dead and Loving It (Mel Brooks, 1995, Dracula morto e contento) con Leslie Nielsen
e il misconosciuto

  • Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! (Paul Morrissey, 1974, Blood for Dracula) prodotto in Italia, ma ideato da Andy Wharol, con Joe Dallesandro
Personalmente preferisco la trama originale ed in particolare quella proposta in Nosferatu (F.W. Murnau, 1922), secondo me il migliore di tutti con protagonista Dracula, forse eguagliato solo dal suo remake del 1979 di Werner Herzog.
Chiudo con una curiosità sul tema. La prima volta nella quale Christopher Lee interpretò Dracula dopo la serie per la Hammer, fu in Spagna nel 1969 (Dracula, di Jesse Franco) e in quell’occasione Renfield fu impersonato da Klaus Kinski.

giovedì 26 febbraio 2015

Oscar 2015 - considerazioni e suggerimenti

Mi limiterò a brevi considerazioni in merito a 7 degli 8 candidati al premio quale miglior film (non ho visto Selma, nelle sale solo da un paio di settimane) e al pronosticato vincitore fra quelli in lingua straniera (Relatos salvajes – Storie pazzesche) che però è rimasto a bocca asciutta.
Birdman, di Alejandro González Iñárritu
Vincitore, aveva in effetti pochi concorrenti e le previsioni lo davano in lotta solo con Boyhood, grande progetto, ma poco potente e di minor impatto. La metà dei film in lizza si basavano su avvenimenti e personaggi reali (Turing, Hawking, M. L. King e Kyle) e gli altri due erano una deliziosa commedia pressoché surreale e un film quasi interamente musicale, ossessivo e limitato in una sala prove. Mi è piaciuto, ha senz’altro meritato ma volendo trovare qualche pecca potrei dire che ha esagerato un po’ nelle riprese/inseguimento nei corridoi del teatro, con la musica un po’ ossessiva (ancorché necessaria per sottolineare lo stato mentale del protagonista) e le troppe scene con telecinesi. Ottimo Michael Keaton che era l’unico che poteva competere con Eddie Redmayne fra i migliori attori protagonisti. Film da non perdere.
American Sniper, di Clint Eastwood
Un altro buon film di Clint Eastwood, anche se non memorabile, su un argomento discusso e scottante che ha diviso e divide l'opinione pubblica. Per giunta era probabilmente era l'anno sbagliato (elezioni) per il premio, ma forse serviva a qualcuno come propaganda per identici motivi. A prescindere dal soggetto e da un punto di vista strettamente cinematografico è di gran lunga superiore ad altri che facevano parte dei candidati alla statuetta più ambita. Per esempio The imitation game e The theory of everything devono tutto a storie che colpiscono platee più ampie e su ottime interpretazioni dei protagonisti, ma niente di piu. Mi hanno lasciato un po’ perplesso alcune scene nelle quali soldati (e non semplici coscritti, ma seals) sono troppo rilassati nel bel mezzo di sparatorie (Kyle parla con la moglie via satellitare mentre gli sparano addosso …). Per il resto la presentazione “dell’eroe buono” è ben sviluppata, e i salti temporali e l’alternanza guerra in Iraq / vita familiare in America sono fluidi e non si sofferma più del dovuto sugli scontri a fuoco. Non lo classificherei come film di guerra vero e proprio ed i momenti di tensione sono di alto livello. La violenza fisica è quasi assente e di gran lunga minore della media di film e telefilm trasmessi quotidianamente. Film da non perdere a meno che non siate assolutamente allergici alla vista del (poco) sangue. 
Boyhood, di Richard Linklater
Di Boyhood ho già parlato in un post di qualche giorno fa. Avrebbe meritato di più, ma forse era troppo "anomalo" per gli Oscar. Almeno Patricia Arquette ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Non conosco le interpretazioni di tutte le altre contendenti, ma certamente la sua era più che convincente e soprattutto notevole per essere "spalmata" nell'arco di 12 anni. Avrebbe meritato anche Ethan Hawke per identici motivi ma si è trovato a competere con un ottimo J. K. Simmons che, oserei dire, è il vero protagonista di Whiplash e regge il film quasi da solo. Probabilmente anche Robert Duvall (uno dei grandi attori di Hollywood, sempre sottovalutato) poteva essere un altro candidato. Da vedere.
Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson
Commedia intelligente, surreale, ottimamente interpretata, corale, ma oltre al limite di essere una commedia (difficile primeggiare) secondo me aveva anche un limite temporale. Infatti era nelle sale da un anno (dal febbraio 2014) e quindi era stato visto, analizzato, osannato e criticato mentre le altre pellicole si avvantaggiavano dell'attesa, dell'aspettativa. La maggior parte degli altri sono arrivati al grande pubblico nell’autunno 2014, American sniper e Selma a gennaio 2015. Se vi volete divertire con un buon prodotto, arguto, ben costruito, con ottimi attori, senza inutili volgarità, con scenografie e costumi coloratissimi e personaggi simpaticamente e genialmente esagerati non dovete assolutamente perdervelo. Non per niente si è aggiudicato 4 Oscar che possono sembrare secondari ma in questo caso sono importantissimi e significativi: costumi (l’italiana Canonero), trucco, scenografia e colonna sonora.
The Imitation Game, di Morten Tyldum
Film interessante, pulito, con buona interpretazione di Benedict Cumberbatch (nella parte di Turing), ma non all’altezza degli altri contendenti all’Oscar come miglior attore protagonista. Film senza infamia e senza lode.
Selma, di Ava DuVernay (non l’ho visto, quindi non commento)
The Theory of Everything, di James Marsh
Discorso molto simile a quello fatto per The Imitation Game, ma onestamente una spanna più in alto, sia per come è sviluppata la storia nell’arco del tempo, sia per migliori interpretazioni in generale sulle quali emerge quella eccezionale di Eddie Redmayne che si è aggiudicato il suo personale e meritatissimo Oscar. Straordinario in particolare il modo di gestire il corpo che mi ha fatto tornare alla mente alcune grandi interpretazioni di Lon Chaney. Da vedere.
Whiplash, di Damien Chazelle
I punti di forza sono senz’altro J. K. Simmons e l’ottimo il montaggio, forse anche la musica per chi ama il genere. Molti conoscono J. K. Simmons (miglior attore non protagonista) per aver interpretato per vari anni lo psicologo della procura nella serie televisiva Law and order, infatti è sempre stato molto più presente nelle serie televisive che non nelle produzioni per il grande schermo. Il film si svolge quasi completamente in sala prove, con musica che si ripete all’infinito. Seppur tecnicamente ottimo, il montaggio è stracolmo di primi piani delle varie parti della batteria sulla quale schizzano gocce di sudore e di … sangue (pressoché inconcepibile e irreale). In conclusione, se non vi piace il jazz (e in particolare le percussioni, la batteria) andate a vedere un altro film. 
Concludo questo breve excursus parlando di Relatos salvajes dato per favorito fra i film non in lingua inglese. Non faccio paragoni con gli altri in quanto non li ho visti, ma vi ricordo che ha vinto il film polacco Ida, di Paweł Pawlikowski.
Il film di Damián Szifrón, uscito in Italia con il titolo Storie pazzesche, è un film strano, composto da sei episodi (il che non è certo una novità) di varia durata, come short stories completamente scollegate fra loro se non per l'escalation dell’insofferenza e della rabbia repressa, ma solo fino a un certo puto, dopodiché si perviene ad azioni folli. Come per tutti i film del genere, ogni spettatore preferirà l’una o l’altra storia, spesso influenzato da passate esperienze personali (riconoscendosi quindi nella situazione) e valutando la plausibilità della breve trama, la genialità della follia, il colpo di scena finale (caratteristico delle short stories). 
Pur non volendo stilare una vera e propria classifica dei sei episodi, sono rimasto perplesso per il loro ordine. Il brevissimo, geniale primo episodio lo avrei visto come perfetta conclusione, con il fermo immagine finale adatto anche per far scorrere i titoli di coda. E viceversa, quello che conclude il film lo avrei anticipato, e di molto, in quanto pur iniziando e sviluppandosi bene e con interessanti sorprese manca proprio nel finale. É forse questa la ragione per la quale è stato scelto per concludere la pellicola? Per avere un finale dissimile dai precedenti? Anche se questa fosse la ragione che ha spinto Sfrizón, dal mio personalissimo punto di vista avrei preferito una più logica escalation. Perla di humor nero da non perdere assolutamente.

venerdì 15 agosto 2014

Cinema: Lon Chaney e Tod Browning

Pochi li conoscono, se non cinefili più o meno incalliti, eppure sono pietre miliari del Cinema.  
Il primo è noto soprattutto per le sue magistrali interpretazioni in The Hunchback of Notre Dame (Il gobbo di Notre Dame, regia di Wallace Worsley, 1923) e The Phantom of the Opera (Il fantasma dell'Opera, regia di Rupert Julian, 1925), mentre il secondo è ricordato quasi esclusivamente quale regista di Freaks (1932).
Leonidas (da cui Lon) Frank Chaney (1883-1930) acquisì la sua eccezionale mimica facciale e gestualità fin da piccolo essendo figlio di genitori sordomuti. Cominciò a lavorare in teatro dove diventò anche molto abile nel trucco e dopo varie apparizioni in ruoli minori in campo cinematografico il suo talento gli fu finalmente riconosciuto con The miracle man (1919, pellicola purtroppo perduta).
Da allora in poi interpretò una serie di personaggi deformi, mutilati e creature orribili sottoponendosi a trattamenti e fasciature talvolta dolorose e perfezionò ulteriormente l'arte del trucco cinematografico, guadagnandosi così il soprannome di uomo dalle mille facce.
  
Nel 2000 fu prodotto un interessante documentario Lon Chaney: A Thousand Faces, con la voce narrante di Kenneth Branagh (famoso attore e regista Shakespeariano).  
Tod Browning (1880-1962), altro personaggio particolare, scappò di casa a 16 anni per unirsi ad un circo itinerante e nei successivi anni si esibì come clown, contorsionista, attore, ballerino, illusionista. Mentre lavorava a New York in teatro conobbe D. W. Griffth e cominciò a lavorare per lui apparendo anche nel suo famoso kolossal Intolerance (1916).
Il suo primo lungometraggio fu Jim Bludso (1917) e successivamente diresse ben 10 volte Lon Chaney. La loro più celebrata collaborazione fu The unknown (Lo sconosciuto, 1927) nel quale Chaney interpreta Alonzo, un fenomeno da baraccone privo di braccia, dopo aver interpretato Blizzard, criminale senza gambe (foto in basso), in The penalty (1920).
 
Nel 1932 girò Freaks, film ambientato nel mondo del circo nel quale i "fenomeni" erano i buoni e i pochi normali i cattivi. Ma all'epoca l'esibizione di tante deformità fu reputata non opportuna e il film fu notevolmente "censurato" passando dagli originali 90' ad appena 64'. Fu chiaramente fondamentale la sua diretta esperienza nel mondo circense e la pellicola è oggi diventata uno dei più acclamati cult movie.
Vari film di Lon Chaney e qualcuno di Tod Browning (fra i quali Freaks) sono liberamente e legalmente scaricabili dal sito www.archive.org in quanto di pubblico dominio.
Il vero cinema non è solo effetti speciali ed editing digitale …